Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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giovedì 20 febbraio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primosole. Le forze in campo


Le forze in campo
L’8^ armata britannica era organizzata su due corpi:
-        il XIII, costituito dalle 5^ e 50^ divisione di fanteria;
-        il XXX, costituito dalla 231^ brigata “Malta”, dalla 51^ divisione fanteria “Highland” e dalla 1^ divisione fanteria canadese
-        1^ divisione aviotrasportata
-        4^ e 23^ brigata corazzata;
-        Reparti speciali
-        46^ e 78^ divisione in riserva.
A differenza dell’Esercito italiano dove ogni divisione di fanteria era su tre reggimenti, di cui uno di artiglieria, l’esercito britannico prevedeva per ogni divisione due o tre brigate di fanteria, ognuna di esse formata da tre battaglioni ed un gruppo di artiglieria campale su 25 pezzi ed una compagnia genieri. Completavano la divisione un battaglione esplorante da 78 carri, un battaglione mitraglieri e un gruppo anticarro.
L’organico complessivo di una divisione britannica, su tre brigate di 2.500 uomini, era quindi di circa 13.700 unità mentre quella americana contava anche 15.500 uomini.
In particolare, il XIII corpo comprendeva inizialmente tre brigate della 5^ divisione del Gen. Berney-Ficklin e due della 50^ comandata dal Gen. Kirkman. Nell’ordine le brigate erano la 13^ del Gen. Campbell sui battaglioni 2° Cameron, 2° Royal Inniskilling, 2° Wiltshire; la 15^ brigata del Gen. Rawstorne; la 69° del Gen. Cooke-Collins; la 151^ del Gen. Senior.
I battaglioni delle brigate erano per lo più formati da veterani d’Africa, tra questo spiccavano gli scozzesi che comunque non avevano rinunciato ad indossare i kilts e a lanciare l’attacco al suono delle cornamuse, tanto temibili da intimorire gli avversari.
Il settore da sbarco aveva il nome convenzionale “Acid” ed era suddiviso in 3 sottosettori: “North” comprendente la spiaggia “George”, “Center” comprendente la spiaggia “How” tra la foce del fiume Cassibile e Capo Negro, “South” suddiviso in “Jig North” e “Jig South” a cavallo di marina d’Avola. Le spiagge “George” e “How” erano riservate alla 5^ divisione e le due “Jig” alla 50^.
Si trattava di circa 25 km. di costa sabbiosa idonea per l’impiego di truppe da sbarco, che erano stati oggetto di ricognizione da parte degli inglesi nei mesi precedenti.
In sintesi, l’8^ armata, sbarcando con 22 battaglioni su 39 disponibili, avrebbe portato a scontrare 18.000 uomini contro i 4.800 posti a difesa, significando un vantaggio per gli attaccanti di quasi quattro a uno.
L’assetto difensivo dell’isola nel settore sud orientale era affidato al XVI corpo (Gen. Rossi ) della 6^ armata comandata dal Gen. Guzzoni.
Il XVI corpo si articolava in reparti della difesa fissa, scaglionata lungo la costa ed organizzati in divisioni o brigate costiere, ed in forze mobili volte a intervenire in loro supporto ed organizzate in divisioni di fanteria, truppe di corpo d’armata e armate minori. A queste si aggiungevano inoltre i dispositivi delle Piazze Militari Marittime e delle Difese Porto. Tra le forze mobili andavano inclusi i reparti tedeschi dislocati nell’isola.
In particolare, tra Capo Ognina e Vendicari era dislocata sulla costa la 206^ divisione costiera del Gen. d’Havetcon con il 146° reggimento nella zona dove sarebbe dovuto sbarcare il XIII corpo britannico, il cui settore si saldava a nord con il perimetro della Piazza Augusta-Siracusa che contava su 6 batterie navali di grosso e medio calibro, 11 a doppio compito, 6 antiaeree, 2 pontoni armati ed un treno blindato. Detto dispositivo era completato da un battaglione di marinai ed uno di avieri per la difesa ravvicinata delle rispettive istallazioni e poteva contribuire solo in misura irrilevante alla difesa di terra.
Più all’interno e parallelamente alla costa, a circa 3 km., vi erano poi tre gruppi di artiglieria.
La forza mobile, la divisione di fanteria “Napoli” del Gen. Gotti Porcinari, era invece quella destinata a intervenire sia nell’ambito della Piana di Catania sia nell’ambito della Piazza Augusta-Siracusa. La divisione mobile comprendeva il 75°e il 76° reggimento di fanteria, il 54° reggimento artiglieria, la 173^ legione Camicie Nere, il 54° battaglione mortai, due batterie antiaeree da 20 mm., il battaglione genio ed i servizi.
Per intervenire rapidamente la divisione era suddivisa in 6 gruppi tattici e con i suoi 11.000 uomini risultava inferiore di circa 2.700 unità rispetto ad una divisione tipo britannica, con 136 mitragliatrici contro 307, nessun carro a fronte di 78, 48 pezzi da campagna contro 75, nessun pezzo antiaereo contro 72, 24 cannoni anticarro contro 48, 12 autocarri contro 234.
La divisione “Napoli”, come le forze costiere, era costituita con reclutamento prettamente regionale, ed era quindi inevitabile che il morale dei soldati fosse condizionato dalle pessime condizioni in cui versava la popolazione siciliana, vessata da tre anni di guerra e di fame che in Sicilia per la difficoltà dei rifornimenti pesavano più che in altre regioni. Questo costituiva un chiaro vantaggio per il nemico.
Per quanto riguarda le truppe poste a difesa della zona della zona interessata dagli scontri del Ponte di Primosole, a protezione dell’ultima ansa del Simeto erano schierate due compagnie del XII battaglione mitraglieri, la 553a e la 554a. Il battaglione era da poco passato, insieme alle batterie poste a protezione del ponte, sotto le dipendenze della Divisione “Difesa Porto E”, che aveva la responsabilità della difesa del tratto costiero tra Catania e Avignone. Il fatto che per la protezione di circa venti chilometri di costa e di un punto strategico come il Ponte di Primosole, non fossero state impiegate risorse più ingenti da parte della VI armata, è testimonianza del fatto che il Comando Italiano non si aspettava un attacco da quella parte della Sicilia.
L’appoggio tedesco era costituito dal gruppo tattico “Schmalz” dislocato a Paternò. Urgevano rinforzi e il comando tedesco iniziò a rastrellare unità in ogni angolo d'Europa. La prima unità designata fu la 1ª Divisione Fallshirmjaeger agli ordini del General der Fallschirmtruppe Richard Heidrich, di stanza ad Avignone nella Francia meridionale: qui i reparti si stavano riposando dopo un lungo periodo di duri combattimenti sul fronte orientale.
Formata nell'aprile del 1943 dalla 7^ Divisione aviotrasportata (7^ Flieger-Division) in Francia, dalla fine di maggio l'unità era dislocata a Flers (vicino Avignone) in riserva, alle dipendenze dell'XI.Flicgerkorps/Heeresgruppe D. Nella notte tra il 10 e l'11 luglio, i paracadutisti della Divisione furono messi in stato di allerta. Dopo solo poche ore, i primi reparti ricevettero l'ordine di trasferimento in Italia: il 3° Reggimento paracadutisti, il 1° ed il 3° Battaglione del 4° Reggimento, il battaglione mitraglieri paracadutisti insieme ad altri reparti vennero lanciati o fatti atterrare nell'area intorno a Catania.
Il 1° Reggimento paracadutisti raggiunse Napoli via ferrovia, e qui attese il trasferimento in Sicilia. Il 3° Reggimento all’arrivo in Sicilia, dispose i suoi reparti in posizione difensiva: il 2° Battaglione del maggiore Rau si attestò presso Francofonte, mentre il 1° ed il 3° Battaglione agli ordini dei maggiori Boehmler e Kratzert furono dislocati più a nord nella zona di Lentini e Carlentini. Il battaglione attestato a Lentini fu raggiunto il 13 luglio dal Battaglione mitraglieri e da altri reparti. In poco tempo venne completata la disposizione di tutti i reparti, comprese le compagnie anticarro e di artiglieria. Il 4° Reggimento della divisione paracadutisti tedeschi, dal 17 luglio, divenne l’unità protagonista della difesa del ponte di Primosole nella piana di Catania. Proprio intorno a questo ponte si svolsero i combattimenti più cruenti della campagna siciliana. La strada più breve tra la spiaggia di Augusta e Messina correva infatti lungo la costa orientale della Sicilia, ma si snodava tra monti ed era ricca di numerosi corsi d'acqua. Il comando germanico sapeva benissimo che se gli inglesi avessero superato questa barriera naturale e raggiunto la piana di Catania, la strada verso Messina sarebbe stata aperta ai corazzati alleati. Era dunque vitale tenere lontano gli inglesi dalla piana di Catania ed il fulcro della difesa venne stabilito proprio nell'area intorno al ponte sul Simeto, poco più di 10 km a sud di Catania. Sul ponte i paracadutisti tedeschi dovevano fermare gli inglesi con la consapevolezza che alle loro spalle non c'erano più reparti disponibili di rinforzo. I primi fallschirmjaeger tedeschi che scesero nella zona dell'aeroporto di Catania e nei suoi dintorni, nella notte tra il 12 ed il 13 luglio precedettero di qualche ora l'arrivo dei paracadutisti inglesi.
Infine il confronto tra attaccanti e difensori non può non considerare la situazione aeronavale. Sul mare, essendosi deciso di non fare intervenire la squadra italiana da battaglia a difesa della Sicilia, il contrasto consisteva solo in una trentina di sommergibili e in una quarantina di motosiluranti.
Per quanto attiene al potere aereo, invece, l’Asse disponeva nel suo complesso di 1862 velivoli di cui la metà tedeschi, ma più di un terzo (circa 800) erano inefficienti. In Sicilia vi erano esclusivamente reparti di caccia e di assalto per un totale di 389 velivoli di cui solo 207 efficienti. Il confronto con il campo alleato che annovera circa 3.400 velivoli (di cui 2.500 efficienti e impiegabili in ruoli offensivi, si commenta da solo. Di questi, gli alleati ne avevano destinato 670 al supporto diretto delle attività di sbarco.
Tornando alle forze impiegate nelle operazioni legate al ponte di Primosole, la 1a Brigata aviotrasportata era composta da 3 battaglioni paracadutisti, la 1a compagnia pathfinder, il 1° Squadrone di genieri paracadutisti e la 16ª unità di sanità aviotrasportata appartenente al Reale Corpo medico dell'esercito, per un totale di 1.856 uomini. Questi sarebbero stati appoggiati da un distaccamento di artiglieria, 77 uomini con 10 cannoni controcarro, 18 jeep per il trasporto caricati sugli alianti. I para inglesi sarebbero stati trasportati sull'obiettivo da 116 C-47 (DAKOTA) del 51° Stormo trasporto truppe, e dagli alianti americani (WACO) e  inglesi (HORSA).
Da questo punto di vista, tuttavia, c’erano delle sostanziali differenze tra gli alianti statunitensi e quelli britannici: i primi erano più grandi e potevano imbarcare un intero plotone di fucilieri, mentre i secondi ne contenevano solamente metà. Ancora peggiore era la situazione per quel che riguardava l’artiglieria anticarro: gli alianti inglesi erano in grado di trasportare su un unico volo il cannone a sei canne e la jeep per il trasporto, completi delle munizioni, mentre l’aliante americano poteva trasportare solo una delle due parti. Quindi, per fare in modo che il sistema fosse efficiente, era necessario che i due alianti che trasportavano le due parti del sistema d’arma atterrassero vicini, per non vanificare le operazioni di lancio.
Anche per quel che riguarda la capacità e l’esperienza dei piloti, c’è da segnalare che i piloti americani, pur se molto esperti, non avevano particolare dimestichezza con il volo notturno e questo causò molti problemi, considerando che i lanci dei parà avvennero nella completa oscurità e che l’orientamento della maggior parte dei piloti di Dakota era stato compromesso dal fuoco antiaereo e dalla mancanza di riferimenti al suolo.
Durante le fasi di avvicinamento, infatti, molti dei velivoli furono abbattuti o persero l’orientamento e i paracadutisti e gli alianti non arrivarono sulle zone di lancio o di atterraggio previste; su più di 1800 paracadutisti che costituivano la forza d’assalto, solo 295 arrivarono ad assalire il ponte ed i pochi parà che si trovarono a difendere il ponte lo fecero praticamente senza armi pesanti, che erano contenute negli alianti dispersi.
L’esiguo numero di parà, che comunque prese il controllo del ponte nella notte tra il 13 e 14 luglio, sminandolo e rendendolo disponibile per il passaggio successivo delle truppe alleate, non consentì la difesa dell’installazione il giorno seguente, quando le truppe inglesi vennero attaccate con colpi di mortaio e di cannoni da 88 mm da parte dei “Diavoli verdi”.


sabato 15 febbraio 2020

La Campagna di Siclia. La Battaglia del ponte di Primosole. La situazione particlare 2


L’ambiente operativo
Il ponte di Primosole era senza dubbio il più importante dei tre ponti identificati come “key terrein” dal piano Husky. Era costruito in ferro e la statale 114 lo raggiungeva da sud-ovest; a sud del fiume il canale Benante e il fiume Gornalunga costituivano un ostacolo naturale all’avanzata verso la piana di Catania. Intorno al fiume diversi uliveti e aranceti rappresentavano dei ripari naturali all’interno dei quali le truppe di entrambi gli schieramenti potevano trovare facile riparo. A sud del ponte era situata la collinetta di S. Demetrio che dominava il ponte e sulla sommità della quale, all’interno di due masserie, erano collocate due batterie di cannoni da 149/35. Leggermente a sud-ovest della collina era stato piazzato il campo trincerato di bivio Iazzotto all’incrocio tra le statali 114 e 385 proveniente da Caltagirone; a nord del ponte il torrente Buttaceto era allora poco più di un fossato, ma era profondo e stretto. “Sembrava fatto apposta per fermare l’avanzata dei carri armati”[i].
L’area in cui si svolse la battaglia era una zona collinare scarsamente popolata. I vigneti e gli uliveti che circondano la zona erano al centro di masserie, abitazioni coloniche che erano abitate da contadini, che, una volta evacuate, potevano servire da ricovero o da nascondiglio per le truppe che si fronteggiavano. I centri abitati di rilievo nei dintorni erano costituiti da Lentini, posta a sud-ovest del ponte e da cui proveniva la S.S.114, presa dalle forze inglesi la mattina del 14 luglio, e, ovviamente, da Catania, a nord del ponte, che costituiva il vero obiettivo dell’offensiva delle truppe dell’8^ Armata, nella marcia di avvicinamento a Messina. Il ponte di Primosole avrebbe, infatti, garantito l’accesso alla piana di Catania per gli Alleati che avevano, quindi la necessità di  catturarlo integro per consentire il passaggio delle truppe e soprattutto dei mezzi corazzati verso nord.

c.   I piani operativi
Il piano operativo inglese prevedeva degli aviolanci nella notte tra il D-1 (9 luglio ’43) al D+1 per catturare i tre ponti che avrebbero consentito il passaggio al grosso delle truppe verso la piana di Catania. Per il ponte di Primosole, l’incarico fu assegnato alla 1^ divisione aviotrasportata britannica che  comprendeva la 1ª Brigata Paracadutisti, articolata su tre battaglioni, appoggiata da cannoni anticarro trasportati da alianti. Il piano (denominato operation Fustian) prevedeva che quaranta minuti prima dell’attacco, si doveva effettuare un lancio di fantocci su Catania per ingannare il nemico; successivamente, trenta minuti prima dell’attacco due plotoni del terzo battaglione avrebbero dovuto lanciarsi su una batteria antiaerea situata a nordovest del ponte e neutralizzarla e, contemporaneamente una compagnia di pathfinder avrebbe dovuto segnalare agli alianti in arrivo le zone di atterraggio. Dieci minuti dopo, due plotoni del 1° battaglione paracadutisti e la compagnia genio avrebbero dovuto lanciarsi su due zone designate, a nord e sud del ponte, provvedendo a sminarlo. A distanza di venti minuti l’intera Brigata si sarebbe lanciata cercando di raggiungere i seguenti obiettivi: il 1° e il 3° battaglione avrebbero dovuto prendere posizione a nord del ponte e stabilire una testa di ponte; il 2° battaglione, invece, avrebbe dovuto catturare le due batterie sulla sommità della collina e il campo trincerato, denominati rispettivamente Johnny 1, 2 e 3. Dopo due ore sarebbero atterrati gli alianti che avrebbero trasportato i pezzi di artiglieria e le jeep necessarie alla movimentazione dei pezzi e del personale.
Le truppe dell’Asse, invece, imperniate sulle truppe italiane della Divisione di fanteria “Napoli”, erano state rinforzate nella mattina del 13 luglio dalle truppe tedesche della 1a Divisione paracadutisti, i cosiddetti “Diavoli verdi”. In particolare un battaglione mitraglieri era stato disposto in un aranceto a sud del fiume e appena a nord del campo trincerato per coprire il lato sinistro della statale 114 da cui ci si aspettava l’arrivo delle truppe inglesi.



[i]Marcon T., su “La Sicilia” del 21 luglio 2003

domenica 9 febbraio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primosole. La Situazione Particolare



4.   LA SITUAZIONE PARTICOLARE
a.   Operazioni precedenti
L’idea di sbarcare in Sicilia non era del tutto nuova per la parte britannica. Infatti già nel dicembre del 40 e nell’ottobre del 41, le informazioni avute sul morale delle truppe italiane, fortemente scosso dall’andamento sfavorevole della guerra, avevano fatto pensare ad una conquista dell’isola. I due piani, denominati rispettivamente “Influx” e “Whipcord”, furono comunque ben presto messi da parte poiché considerata ancora bassa ed immatura la possibilità di successo di una operazione così complessa come quella dell’invasione dal mare della Sicilia.
Nel 1943, i tempi sembrarono maturi e le condizioni morali del popolo siciliano, ormai allo stremo, suggerirono un ripensamento di quei piani, reputando fattibile l’invasione dell’ Isola. Il vertice di Casablanca svoltosi tra il 14 e il 26 gennaio 1943,  diede infatti luogo ad un piano denominato “Husky”, che rappresentava un po’ la riedizione del piano “Whipcord”, con la suddivisione dell’isola in due settori operativi: gli inglesi ad oriente e gli americani ad occidente. L’idea era quella di impegnare il nemico su più fronti anche se questo comportava una forte dispersione delle forze; situazione che mal si adatta ad uno sbarco anfibio, per il quale, la concentrazione delle forze in un unico settore è un elemento fondamentale.
Proprio a tal proposito, le osservazioni del Maresciallo Montgomery, comandante dell’8^ armata britannica, fecero optare per l’annullamento degli sbarchi previsti dall’originario piano Husky a Sciacca, Palermo e Catania, a favore di una concentrazione su soli due settori: il golfo di Noto per l’8^ armata britannica e quello di Gela per la 7^ armata americana al comando del Gen. Patton. L’obiettivo iniziale era di risalire il versante orientale siculo per raggiungere da subito Siracusa e Catania, dove far affluire successivamente i rincalzi e i rifornimenti per proseguire l’avanzata su Messina, in modo da imbottigliare le forze dell’Asse e costringerle ad arrendersi[i]. Per la missione affidata alla 8^, pertanto, erano fondamentali le tre statali presenti nel settore: la N.115 e la N.114 nel tratto Siracusa-Catania e la N.193, diramazione della N.114 a servizio di Augusta. Tre ponti risultavano dunque indispensabili per il buon esito della risalita: quello sul Mulinello sulla 193, a 4 km. a Nord di Augusta, il Ponte Grande sull’Anapo ubicato a 3 km. ad ovest di Siracusa e quello sul fiume Simeto il Ponte di Primosole a 10 km. a sud di Catania sulla 114. Malgrado la larghezza dei fiumi non fosse eccessiva ed il periodo di magra estivo ne riducesse i corsi, la possibilità di superali senza difficoltà e quindi di mantenerli intatti, evitando quindi di far ricorso a gittaponti, era fondamentale sin dall’inizio, per non essere oggetto del fuoco nemico.
La notte tra il 9-10 luglio, l’8^armata, durante il trasporto sui convogli della Royal Navy della Task Force orientale, subì perdite minime e solo la 1^ divisione canadese perse parte dei proprio veicoli e attrezzature di comunicazione.
Gli sbarchi degli alleati furono per la maggior parte abbastanza semplici in quanto le difese costiere italiane si limitarono a inscenare una superficiale difesa prima di arrendersi o di disperdersi nella notte. D’altra parte il Gen. Guzzoni considerava un’irreparabile perdita di tempo tentare di reagire ai numerosi sbarchi alleati, ma comunque ordinò al Gen. Rossi, comandante del XVI Corpo d’Armata, di rinforzare le basi navali di Augusta e Siracusa. Pur ritenendo Siracusa il punto debole più grave, Guzzoni sperava che unendo le sue forze a quelle del Gruppo Schmalz e della Divisione Napoli, avrebbe potuto impedire che gli Alleati effettuassero un attacco vittorioso nella piana di Catania.
Nella parte centrale della Sicilia, intanto, il quartiere generale della Divisione Hermann Goering, a Caltagirone, aveva ufficialmente ricevuto la notizia degli sbarchi alleati solo attraverso la rete di comunicazioni tedesca dal quartier generale di Kesserling a Roma e tale circostanza metteva in evidenza quanto le comunicazioni tra tedeschi e italiani fossero inefficienti.
In previsione del primo scontro Conrath organizzò la Hermann Goering in due Kampfgruppen, ciascuno dei quali era un reggimento rinforzato: uno di fanteria pesante, l’altro di carri armati. L’intento era di scatenare entrambe le forze contemporaneamente contro la 1^ e la 45^ Divisione. A questo primo stadio della campagna di Sicilia la divisione era mediocre, godeva di una fama immeritata ed esagerata e disponeva di un gruppo di comando nel complesso inetto, cosa che spinse von Senger a lamentarsi del fatto che fosse stato affidato l’intervento nella Sicilia alla Goering invece che alla 15^ Divisione Panzer Grenadier, meglio addestrata e guidata.
Carri armati e fanteria non erano abituati ad agire congiuntamente e i capi della Hermann Goering sembravano non capire quanto fosse necessaria quella cooperazione su un terreno che, per la maggior parte, era del tutto inadatto a una guerra corazzata.
I tedeschi presto scoprirono che la Sicilia era poco adatta agli ingombranti carri armati Tiger  del peso di sessanta tonnellate, che avevano difficoltà a muoversi.
All’insaputa dei comandanti tedeschi, una forza italiana proveniente dal XVI Corpo d’Armata, chiamata Gruppo Mobile E, era già più avanti della Hermann Goering, pronta a lanciare un contrattacco dalla direzione di Niscemi. Anche il comandante italiano aveva diviso le sue forze in due elementi. Uno doveva partire da Niscemi diretto alla volta del campo di aviazione di Ponte Olivo e poi continuare verso sud lungo la strada 117 che conduceva direttamente all’estremità nord-est di Gela. L’altro aveva l’ordine di trasferirsi a sud lungo la stessa via secondaria che portava al raccordo con il Piano Lupo che Conrath aveva scelto per la sua forza di carri armati. Non solo il Gruppo Mobile E e la Hermann Goering non erano l’uno al corrente della presenza dell’altro, ma alcuni degli uomini della 82^ Aerotrasportata erano certi di essere attaccati dai tedeschi. La prima forza nemica a lanciarsi all’assalto sulla strada di Niscemi intorno alle nove fu l’elemento sinistro del contrattacco a tenaglia del Gruppo Mobile E contro Gela.
Il tenente di vascello C.G. Lewis, che stava volando su un aereo leggero da osservazione partito dall’incrociatore Boise , scorse per primo il Gruppo Mobile E intorno alle nove a circa 5 Km dal nodo stradale di Piano Lupo. Alle 9.10 il tenente di vascello Lewis chiamò in aiuto il cannoneggiamento navale del Boise. Questo è confermato dal rapporto compilato nel dopoguerra dall’Ufficio Storico dell’esercito italiano che afferma che il comandante del gruppo Mobile E divise a metà il suo contingente di carri armati leggeri (circa trentadue Renault da dieci tonnellate, sedici carri armati da tre tonnellate e parecchi carri armati più piccoli risalenti alla Prima guerra mondiale). Un altro cannoneggiamento navale fu richiesto per appoggiare il 16° di fanteria che si era lasciato le spiagge alle spalle e stava avanzando nell’interno per congiungersi con i parà sulla strada per Niscemi e alla “Y”.
Quando il Gruppo Mobile E scatenò il suo attacco a ovest, un battaglione della Divisione Livorno incominciò ad avanzare verso Gela. L’attacco italiano contro Gela fu duramente respinto dalla X Force di Darby. La parte destra dalla tenaglia del Gruppo Mobile E penetrò a Gela da Ponte Olivo e, per quanto disgregato dai cannoni navali, il grosso dei suoi carri armati leggeri riuscì ad entrare intatto nella città.
Nell’ambiente urbano, il battaglione della Divisione Livorno, che era considerata la migliore unità italiana in Sicilia, fu fatto a pezzi mentre avanzava in una formazione da sfilata secondo i canoni del combattimento del XIX secolo. Le pattuglie più tardi ispezionarono il luogo della carneficina e trovarono i corpi e l’equipaggiamento disseminati per una larga area del campo di battaglia.
Con un ritardo di cinque ore sul momento stabilito, la Divisione Hermann Goering lanciò infine il suo contrattacco verso le spiagge e verso Gela. La task force di carri armati pesanti che si dirigeva verso sud lungo la strada di Niscemi si scontrò con le truppe della 1^ Divisione e della 82^ Aerotrasportata a Piano Lupo, mentre la Task force orientale di fanteria pesante abbandonava il suo punto di raduno a ovest di Biscari con l’ordine di attraversare il fiume Acate e di attaccare Piano Lupo da est. Nonostante le truppe della Hermann Goering fossero in numero superiore, non avevano nulla da contrapporre alla cortina d’acciaio fornita dagli incrociatori e dai cacciatorpediniere statunitensi alla fonda del golfo di Gela.
A est la task force della Hermann Goering ebbe uno scontro frontale con il 1° Battaglione del 180° reggimento di fanteria del tenente colonnello William H. Schaefer, appoggiato da alcuni parà dispersi che si erano uniti al suo battaglione. La task force tedesca aveva da tempo perduto il contatto con Conrath e non sapeva quale fosse la situazione a ovest. Nella battaglia che seguì, una forza americana di gran lunga inferiore arrestò l’avanzata tedesca, in notevole misura grazie al fatto che i Tiger d’appoggio non erano in condizione di manovrare sul terreno a terrazze su cui sorgevano intricati gruppi di ulivi.
Dopo la terribile batosta che le forze tedesche avevano rimediato dagli uomini di Schaefer, Conrath mandò il suo capo di Stato maggiore a indagare sulle truppe della task force tedesca, e l’ufficiale scoprì che non solo uno dei due battaglioni di fanteria era stato tenuto inspiegabilmente di riserva ma che i carri armati e la fanteria non aveva collaborato fra loro. Sotto il suo pungolo, la forza si raggruppò  e incominciò un nuovo attacco che ebbe la meglio sugli americani. Schaefer e la maggior parte dei suoi uomini furono catturati  e quelli che riuscirono a fuggire furono costretti alla ritirata verso le alture costiere.
Se le forze combinate tedesca e italiana fossero state capaci di coordinare i loro attacchi e di colpire la 1^ Divisione intorno alle nove, i risultati sarebbero stati molto diversi.
Sul fronte orientale, la mattina del 12 luglio Guzzoni con costernazione scoprì che le difese dell’area delle fortificazioni di Siracusa erano ignominiosamente crollate e che lo sfacelo si era rapidamente allargato in direzione di Augusta. Rossi non era stato in grado di allestire qualcosa che assomigliasse a un’efficace reazione contro la rapida avanzata inglese. La 5^ Divisione si era scontrata con una parte del Gruppo Schmalz vicino a Priolo sulla provinciale Siracusa-Augusta, ma i tedeschi non erano stati capaci di fare qualcosa di più consistente che ritardare l’avanzata inglese. In tre giorni l’VIII Armata aveva catturato tutta la Sicilia sudorientale , dando credito all’aspettativa che la campagna potesse costituire solo una passeggiata.  Il XXX Corpo d’Armata aveva liberato la penisola di Pachino dalla scarsa resistenza rimasta. La 23^ Brigata corazzata sotto il controllo della 51^ Divisione al crepuscolo del 12 luglio si trovava già alle porte di Vizzini. Montgomery, dopo i successi riportati nelle giornate precedenti, decise di  sviluppare lo sforzo dei due corpi d’armata su due direttrici divergenti; in particolare il XXX corpo, avanzando verso Enna, avrebbe dovuto chiudere l’accerchiamento delle forze dell’Asse impegnate a contrastare l’avanzata della 7^ Armata del Gen. Patton. Il XIII corpo, dal canto suo avrebbe velocemente continuato la propria avanzata verso Catania e Messina per bloccare l’unica via di scampo dall’isola.
Dopo il fallimento del contrattacco sulla città di Gela, il Gen. Guzzoni  ordinò alla Divisione Hermann Goering di prendere contatto con la Divisione Napoli, pesantemente provata dallo scontro con le truppe Alleate. Tuttavia, l’unità tedesca, impegnata intensamente dalle truppe statunitensi, non poté effettuare tale ricongiunzione e nella giornata del 13 luglio, le forze inglesi, che ormai avevano superato l’allineamento Siracusa-Palazzolo Acreide, catturarono il Gen. Gotti-Porcinari, comandante della Div. Napoli, con tutto il suo comando.
Dopo quest’ennesimo successo, tuttavia, la marcia trionfale degli inglesi subì una momentanea battuta di arresto. Infatti, la città di Vizzini, che doveva essere conquistata il 13 luglio dalla 51^ Div., grazie alla resistenza del Battaglione esplorante della Hermann Goering, fu presa solo nella notte fra il 14 e 15 luglio, quando le forze tedesche erano ormai arretrate. Nel frattempo,  Montgomery, decise di dare maggiore spinta alla sua manovra, utilizzando la combinazione dell’attacco  dall’aria, mare e terra e attuando il piano FUSTIAN.


[i]Col senno di poi alcuni rimproverarono a Montgomery di non aver sbarcato da subito a Messina, evitando che vi si arrivasse faticosamente solo dopo 38 giorni e consentendo all’Asse di ripiegare in forze sulla costa calabra. Tuttavia Montgomery si aspettava una resistenza accanita delle forze dell’Asse, come aveva già sperimentato in Tunisia, favorita per di più in questo caso dalla situazione orografica.  Un'altra remora per lo sbarco in Sicilia era il ricordo dell’insuccesso subito a Gallipoli nel 1915, ed il conseguente timore che o stretto di Messina replicasse quello dei Dardanelli.

martedì 4 febbraio 2020

La Campagna di Sicilia. La Battaglia del Ponte di Primosole. Avvenimenti 3


(1)    Di azione e di guerra psicologica
Le unità italiane erano composte per la maggior parte da siciliani, una precisa scelta degli alti comandi. Si pensò, infatti, che questi avrebbero combattuto con maggiore impeto per difendere la propria isola. Si sottovalutò però il fatto che l'età media dei soldati era piuttosto alta e che la maggior parte di essi era sposata. A ciò si aggiunge uno scarso addestramento ed il fatto che a guidarli c'erano per lo più ufficiali della riserva.
Le maggiori defezioni riguardarono soprattutto le unità costiere, dopo aver sparato pochi colpi contro il nemico, i reparti si sbandarono arrendendosi al nemico o ritirandosi nell'entroterra. Le unità dell'esercito si comportarono meglio.

c.   Considerazioni riepilogative
(1)    Correlazioni fra intendimenti e possibilità
Per quanto riguarda il Gen. Patton e il Gen. Montgomery, la credibilità dei loro intendimenti era commisurata alle forze messe in campo. L’importanza del ponte di Primosole per l’avanzata e gli sforzi puntati sulla zona dagli alleati significava la correlazione che gli alti comandanti vedevano nell’impiego delle forze disponibili per un così importante risultato. Per quanto riguarda invece gli intendimenti dell’Asse, Mussolini, parlando ai suoi gerarchi, si scagliò contro i fautori della pace e ipotizzando un eventuale sbarco in Sicilia disse:  “non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga”  (discorso detto del "bagnasciuga", reso pubblico 6 giorni dopo). Egli evidentemente non aveva chiaramente il polso di dove stava versando la situazione e che non vi sarebbe stata possibilità di contenimento.
Il 17 agosto del 1943 alle 10,15 le truppe del Gen. Patton entrano a Messina: la conquista dell’isola è stata portata a termine in soli 39 giorni, i Tedeschi, tuttavia, sono riusciti a trasbordare sul continente buona parte dei loro uomini con l’equipaggiamento, nonostante la supremazia aerea e navale alleata.
(2)    Rapporti di potenza fra le Parti contendenti
Le forze contrapposte erano sulla carta di consistenza quasi pari, la Sesta Armata italiana (Generale Alfredo Guzzoni) poteva contare su circa 220.000 uomini, di cui solo 170.000 dei combattenti. Le grandi unità italiane erano inoltre carenti sotto tutti i punti di vista (armamento e motorizzazione soprattutto), e molte erano le unità costiere prive di armamento pesante. Alcune eccezioni erano costituite da un battaglione di artiglieria semovente aggregato alla Divisione Livorno, con il suo carico di semoventi da 90/53,in grado di mettere fuori combattimento qualunque mezzo corazzato alleato. Il corpo d'armata tedesco, forte di 30 000 uomini circa, aveva a sua volta alcuni carri armati Tigre, e a differenza degli italiani era perfettamente equipaggiato.
Le forze dell'asse in Sicilia comprendevano quindi l'Armata del Generale Guzzoni e il 14° Panzer Korps del Tenente Generale Hube (Panzer Division Hermann Goering e 15a Panzer Grenadier).

mercoledì 29 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primo Sole. Avvenimenti 2


(1)    Economico-finanziari
Prima della campagna di Sicilia, sia in Italia che negli USA e Gran Bretagna l’adozione di misure economiche interne ( restrizioni annonarie, inasprimenti fiscali, riduzione di spese e consumi, ricorso a prestiti forzosi ) erano già le stesse  in vigore dall’inizio delle ostilità.
Trattati economici e richieste di aiuti economici a Potenze estere erano quelli esistenti all’interno delle alleanze contrapposte. La trasformazione dell’industria di pace in quella di guerra era stata iniziata già da anni prima dell’entrata in Sicilia in tutte le nazioni interessate.
(2)    Di carattere militare
(a)    Alleati
Secondo gli ordini del Gen. Eisenhower, il complesso dell’operazione per l’invasione della Sicilia doveva svilupparsi in cinque fasi:
-        azioni preparatorie della Marina e dell’Aeronautica per neutralizzare l’azione navale dell’avversario ed acquistare la supremazia aerea;
-        attacco dal mare, appoggiato da aviosbarchi, allo scopo di impadronirsi degli aeroporti e dei porti di Siracusa e Licata;
-        costituzione di una salda base dalla quale condurre le operazioni per la conquista dei porti di Augusta e Catania e degli aeroporti della piana di Catania;
-        conquista dei porti ed aeroporti;
-        occupazione dell’intera isola.
Il piano operativo era quello di un attacco semplice e simultaneo. L’8^ Armata britannica sarebbe sbarcata fra Cassibile e la penisola di Pachino e la 7^ Armata americana tra il golfo di Gela e Licata[i]. L’attacco alla Sicilia doveva essere preceduto dalla conquista di Pantelleria, allo scopo di impadronirsi dell’aeroporto, ritenuto necessario per assicurare l’appoggio aereo durante lo sbarco stesso, malgrado la limitata autonomia degli aereoplani utilizzati: Spitfires. Poiché le coste di Pantelleria non erano favorevoli per uno sbarco, fu organizzato un “attacco esplosivo”[ii], cioè consistente nel concentramento di un volume di fuoco tale da consentire alle truppe alleate di scendere a terra anche non possedendo il vantaggio della sorpresa.
Dall’11 giugno al 10 luglio 1943, il target primario per le forze alleate era il sistema di basi aeree dell’Asse stanziate in Sicilia e in Sardegna. Nei precedenti tre mesi il numero di basi disponibili per le forze italo-tedesche era aumentato da 19 a oltre 30 nella sola Sicilia, e ciò aveva permesso di posizionare circa 600 aerei da combattimento. L’attacco aereo alleato a queste basi iniziò il 12 giugno. Le basi aeree siciliane furono sottoposte a ripetuti attacchi fino al 30 giugno. Gli alleati attaccarono anche le basi in Sardegna a partire dal 28 giugno. Questi attacchi non furono contrastati sufficientemente dal nemico, che perse un buon numero di velivoli al suolo, trasferendo i rimanenti assetti nelle basi a est della Sicilia. Durante l’ultima settimana prima dell’invasione l’attenzione delle forze aeree alleate si era spostata allo stesso modo anche su queste basi. Il risultato fu che per il 10 luglio, il nemico non aveva virtualmente basi aeree operative sull’isola, anzi la maggior parte di esse erano state rese completamente inutilizzabili.
Nel frattempo, le forze aeree alleate avevano iniziato ad attaccare anche i centri di comunicazione a Napoli, Messina e nei porti della Sardegna di Olbia e Golfo Aranci. Gli alleati colpirono Napoli e le sue vicine linee ferroviarie quattro volte nel mese di giugno. I porti di Sardegna vennero sottoposti a un gran numero di attacchi aerei durante lo stesso periodo. Messina fu particolarmente colpita. Durante le settimane immediatamente precedenti l’invasione, gli alleati la bombardarono sette volte, includendo tre attacchi in tre notti consecutive durante i quali le strutture dei traghetti di entrambe le sponde dello stretto furono ampiamente distrutte. Alla fine, durante la notte tra il 9 e il 10 luglio, le forze aeree alleate lanciarono attacchi su larga scala diretti a ciò che era rimasto delle basi aeree nemiche in Sicilia nonché alle stesse zone dello sbarco finale sull’isola.
(b)    Asse
Fino all’inverno 1942-43 la minaccia di un’invasione della Sicilia era stata considerata non preoccupante, pertanto non fu messo in atto nessun potenziamento delle difese. Anche quando la situazione nel Mediterraneo era peggiorata giustificando la previsione che l’Africa sarebbe andata totalmente perduta, era stata data la precedenza alla Sardegna, considerata più minacciata. Perciò, fino al febbraio 1943, l’organizzazione della difesa dell’isola era stata portata avanti con criteri e ritmo assai simili a quelli adottati per altre coste della penisola, senza reagire alle limitazioni causate dalla deficienza sempre crescente di truppe, armi e materiali. Il Generale Roatta, allora comandante della 6^ Armata, affrontò la dura realtà di un pericolo d’invasione che si sarebbe potuto concentrare nel volgere di poche settimane in uno sbarco di ingenti, forze anfibie, sostenute da forze navali ed aeree preponderanti. Il Generale Roatta tentò di rimediare al tempo perduto con chiarezza di idee, realismo e volontà anche se la situazione non poteva essere recuperata in pochi mesi.
Quando il Generale Guizzoni assunse il comando, il 30 maggio del 1943, trovò impostato un concreto programma ed un chiaro orientamento operativo negli Stati maggiori, ma dovette anche constatare che le circostanze avevano consentito qualche realizzazione di poco conto e che la situazione generale rimaneva gravissima per la mancanza di mezzi necessari per migliorarla. Il problema delle difesa dell’isola si presentava in questi termini: era escluso l’intervento delle forze navali contro i convogli, perché le grandi navi sarebbero andate incontro a sicura distruzione; l’organizzazione della difesa costiera era in grado di segnalare uno sbarco di grandi forze, ostacolarlo, ritardare in qualche punto la progressione dell’invasione verso il retroterra, ma non aveva la possibilità di impedire al nemico di sbarcare o di ributtarlo in mare. Il compito delle unità costiere era chiaro e doveva essere assolto con la resistenza ad oltranza e quindi la sorte di quelle unità era fatalmente segnata sin dall’inizio.
Soltanto le forze aeree italo-tedesche erano in grado di migliorare la situazione attaccando e infliggendo perdite ai convogli alleati.  Le divisioni mobili,  inferiori per numero e qualità alle forze d’invasione, erano in grado, di ritardare l’avanzata alleata con azioni di contrattacco ma non erano in grado di sostenere tale compito senza il rinforzo di divisioni provenienti dal continente.
Per quanto attiene l’impiego di dette forze fu deciso di riunire nel centro dell’isola la maggior parte delle due divisioni tedesche per aver a disposizione una riserva d’armata efficiente e facilmente manovrabile, da impiegare a seconda delle circostanze.
Il Generale Guizzoni era preoccupato di avere la maggior parte delle forze in condizione di intervenire tempestivamente nel settore sud orientale della Sicilia, che appariv ra l’obiettivo più probabile per lo sbarco principale. Inoltre cercò di conciliare l’esigenza di un pronto intervento di unità mobili nella fascia costiera con uno schieramento in profondità, che evitasse il prematuro impiego di tutte le forze.
Prevedendo la tendenza dei comandanti tedeschi di contrattaccare a testa bassa, il Generale Guizzoni aveva messo ai suoi diretti ordini la Divisione Livorno e il 10^ Raggruppamento semoventi per disporre di una riserva capacitiva fedele. Il criterio dominante era quello di impiegare quelle riserve per la controffensiva, da svilupparsi con la maggiore possibile prontezza e potenza.


[i]Eisenhower W.R., Crociata in Europa,1955
[ii]Faldella E.,Lo sbarco e la difesa della Sicilia,, L’Aniene editrice,1956.

giovedì 23 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primosole. Gli avvenimenti 1


Avvenimenti e provvedimenti in vista dello sbarco
Dopo la caduta del fronte tunisino era ormai naturale aspettarsi che la prossima mossa degli alleati sarebbe stato l'attacco all'Europa meridionale. Dopo aver pensato alla Corsica, alla Sardegna, ai Balcani, la Sicilia alla fine parve l'obiettivo più adatto, data la sua vicinanza alle coste africane e alle basi aeree alleate.
Per gli Americani la conquista dell’isola, rappresentava la “leva strategica” utile alla caduta del governo di Mussolini e al termine dell’alleanza nazi-fascista,  per gli Inglesi, l'inizio dell'attacco alla fortezza Europa.
L'invasione della Sicilia, come prospettato nella Conferenza di Casablanca, aveva anche un altro obiettivo, quello di distogliere truppe tedesche dal fronte orientale al fine di dare ai Sovietici un pò di respiro. Era prossima l'offensiva d'estate tedesca sul fronte di Kursk, ed il trasferimento di importanti unità nemiche dalla linea del fronte avrebbe sicuramente giovato ai Sovietici. Le operazioni contro la Sicilia iniziarono con una serie di massicci bombardamenti da parte dell'aviazione alleata a partire dalla fine di maggio, interessando anche le piccole isole a sud di essa.
(1)    Politici e diplomatici
Dal punto di vista diplomatico, con riferimento al periodo in esame, non vi sono eventi di particolare rilievo che lasciassero presagire l’imminenza dello sbarco in Sicilia da parte degli alleati.
Dal punto di vista politico le certezze su cui si basavano i due regimi dell’Asse iniziano a incrinarsi irrimediabilmente.
Nel novembre del 1942 i Sovietici, a Stalingrado, costringono alla resa un’intera armata tedesca e nel gennaio dell’anno seguente, le truppe italiane subiscono gravi sconfitte in Africa.
In Italia, nel mese di marzo, i lavoratori del Centro-Nord proclamano uno sciopero, il primo verificatosi sotto il regime fascista, rivendicando “pane, pace e libertà”. Contestualmente, alcuni tra i più importanti industriali, tra cui Agnelli, Donegani, Pirelli, Cíni e Volpi, iniziano a confidare nella formazione di un Governo privo della presenza e guida di Mussolini.
Il 15 maggio 1943, dopo le notizie degli eventi di cui sopra, il Re Vittorio Emanuele III ha già maturato l'idea di sganciarsi dal suo alleato, decisione ancora sconosciuta all’Italia intera, tanto che le gerarchie fasciste continuano a giurareall’alleato tedesco di “marciare con loro fino in fondo”.
Il Re percepisce che il Reich potrebbe avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani (esse sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dalla lontana isola; bombarderanno invece le città italiane, forse faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere residue forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare e prevede che questo stato di cose sia certamente noto agli anglo-americani. Pertanto, medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani, e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e dà molto da pensare”.
L’espressione del Re appena riportata è la conferma della ormai ritenuta imminente prossimità del crollo di Mussolini. Cionondimeno, non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti, in un momento in cui il Duce ancora appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in periodo in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi. Bisognava cioè evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona.
In Germania tra il settembre del '42 e il febbraio del '43, Stalingrado decretò la fine dei trionfi Hitleriani e l’inizio della fine per il III reich. Dopo i primi tremendi attacchi della Wehrmacht, la città sembrava sul punto di capitolare e di cadere in mano nemica ma i russi si aggrapparono alla forza della disperazione combattendo, strenuamente, casa per casa, cantina per cantina, rovina su rovina.
I Sovietici, pur se schiacciati sulle rive del fiume Volga, riuscirono comunque a resistere contro i ripetuti attacchi del nemico e a difendere i pochi quartieri ancora in loro mano, fino a quando, con l’inizio dell’inverno, cominciò la devastante controffensiva.
Stalingrado fu il punto di svolta del conflitto per i tedeschi: la città simbolo del regime sovietico, che Hitler voleva rasa al suolo, determinò la prima e fatale sconfitta degli eserciti della grande Germania, che non riuscirono più a riprendere l’iniziativa sul fronte orientale; al contrario, da Stalingrado, prese il via l’incontenibile controffensiva russa che i nazisti non riuscirono più a frenare; senza contare che, nel dicembre 1941, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, anche gli Stati Uniti erano ormai scesi in campo contro il III Reich.
Iniziò a questo punto anche in Germania il declino di Hitler che sarebbe stato oggetto di diversi attentati dai suoi stessi uomini che ormai vedevano un irreversibile declino nelle sorti della guerra ma che egli stesso non voleva accettare in nessun modo.

venerdì 17 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La Battaglia del Ponte di Primosole. Materiali ed addestramento


(a)    I materiali di armamento e di equipaggiamento, i mezzi tecnici e i servizi.
Le forze mobili comprendevano 4 divisioni di fanteria, 8 gruppi mobili destinati a rinforzare la difesa di aeroporti e 8 gruppi tattici per la difesa costiera oltre a truppe del corpo d’armata e unità germaniche.
Le divisioni di fanteria italiane erano costituite da 2 reggimenti di fanteria con 6 battaglioni, una compagnia contro carro da 47/32, una compagni zappatori, una legione di camice nere su 2 battaglioni e una compagnia mitragliatrici, un battaglione mortai da 81 mm, un reggimento d’artiglieria su 4 gruppi di piccoli calibro e due batterie contraeree da 20mm. Ultimavano la forza della divisione un battaglione genio e i servizi.
La divisione Livorno aveva, sola fra tutte, qualche caratteristica di grande unità moderna: l’artiglieria, il genio ed i sevizi erano motorizzati; aveva un battaglione semoventi da 47/32 controcarro, un battaglione guastatori e disponeva di autocarri sufficienti per autotrasportare quattro dei sei battaglioni di fanteria.
Le altre tre divisioni: Aosta, Assietta e Napoli, avevano invece l’artiglieria in gran parte ippotrainata ( 2 gruppi della div. Aosta, 2 gruppi div. Napoli e 4 gruppi div. Assietta), un gruppo someggiato (div. Aosta), tre a traino meccanico (1 della div. Aosta e 2 div. Napoli). Queste divisioni non possedevano automezzi per il trasporto della fanteria come del resto tutte le divisioni di difesa costiera.
Ogni corpo d’armata disponeva di un reggimento di artiglieria pesante campale di 48 pezzi da 105 e 149 mm, che erano però antiquati. Di tutta l’artiglieria italiana soltanto il pezzo da 105 poteva competere in gittata con le artiglierie anglo-americane; gli altri avevano azione efficace fino a 5-6 km contro i 10-15 km delle artiglierie divisionali nemiche.
Le più gravi deficienze delle divisioni mobili italiane rispetto alle similari grandi unità anglo-americane erano:
-        deficienze di uomini, 13000/14000 italiani contro 17000 alleati;
-        deficienze di artiglieria, 48 pezzi di gittata e calibro molto inferiori ai 72 pezzi da campagna della divisione inglese ed ai 100 della divisione americana;
-        mancanza di cannoni controcarro in grado di perforare le corazze dei carri nemici;
-        mancanza di cannoni contraerei, ci cui le divisioni anglo-americane erano largamente dotate (72 pezzi);
-        mancanza di carri armati, mentre le divisioni avversarie erano rinforzate da 50 - 100 carri;
-        mancanza di autoveicoli blindati per l’esplorazione, mentre le divisioni anglo-americane disponevano di un gruppo esplorante motocorazzato;
-        mancanza di mezzi per l’autotrasporto, fatta eccezione per la divisione Livorno.  
I battaglioni carri italiani erano dotati di carri “L” e carro francesi R/35 Renault (preda bellica) per un totale di circa 100 carri.  I primi erano assolutamente superati per corazzatura ed armamento, i secondi da 10 tonnellate, armati con un cannone da 37 mm, non potevano competere con i carri anglo-americani da 18 e 24 tonnellate e nemmeno con le autoblindo, per il loro superiore armamento. Inoltre i carri italiani, preda di guerra non erano dotati di pezzi di ricambio e quindi erano  per la maggior parte inutilizzabili. 
Le due divisioni tedesche che facevano parte delle forze mobili erano le uniche ad avere un equipaggiamento e un addestramento idoneo a contrastare le divisioni anglo-americane. A partire dal 1941 fu pianificato un colossale programma per la costruzione di un sistema di fortificazioni campali nella Sicilia che però non si poté attuare per mancanza di cemento, macchine escavatrici, mezzi di trasporto, mano d’opera e altri materiali quali filo spinato, mine e cupole corazzate per i bunker. Nel luglio del 1943 esistevano soltanto postazioni isolate in cemento, lungo le coste e in località particolarmente importanti dell’interno, ma non fu possibile creare le linee di contenimento che avrebbero dovuto facilitare lo schieramento  e la resistenza delle unità mobili italo tedesche. Le divisioni costiere avevano le forze disperse su tutto il litorale con singoli battaglioni responsabili di 45 km di costa. Le artiglierie  delle divisioni e delle brigate costiere erano per un terzo di piccolo calibro, per un terzo di medio calibro, relativamente moderne, e per un terzo erano costituite da cannoni vetusti ad affusto rigido impiegati trent’anni prima nella campagna di Libia. Tali artiglierie potevano colpire mezzi da sbarco che si avvicinavano alla costa, ma non le navi che si trovavano al largo.  
(b)    Grado di addestramento delle forze
L’addestramento specifico delle divisioni in Sicilia non era soddisfacente. Fatta eccezione per la divisione Livorno che aveva effettuato una speciale preparazione, quando era destinata all’operazione contro Malta, le altre divisioni possedevano un grado di addestramento normale. La loro attività addestrativa era stata limitata dalla deficienza di equipaggiamento, di carburante, di munizioni e dall’impegno in lavori di rafforzamento. Il lungo tempo trascorso con lo snervante compito di presidiare una regione che era rimasta lontana dalla guerra guerreggiata, aveva impedito di valutare la gravità e la complessità dei compiti tattici da assolvere per contrastare un nemico potente ed agguerrito.
L’addestramento delle divisioni e brigate costiere, malgrado l’interessamento dei comandanti, era ostacolato dalle condizioni ambientali. I reparti erano diluiti in piccoli nuclei, su chilometri di spiaggia e gli uomini immobilizzati da molti mesi  a vigilare su di un mare deserto, non potevano avere chiara idea delle difficoltà che avrebbero dovuto affrontare per assolvere al compito, quando sarebbero stati sottoposti ai potenti concentramenti di fuoco degli Alleati. Nessuno dei fattori della capacità operativa era sviluppato come il corrispondente dell’avversario che fu affrontato in condizioni di inferiorità incolmabili, fatali e decisive.[i]


[i]Lovatelli G., Inferno sulle spiagge, , Cisalpa, 1964.

venerdì 10 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia La battaglia del Ponte di Primosole. Le forze Italiane 2


(a)    Le forze terrestri
Le forze terrestri dipendevano dalla 6° armata (generale d’armata Alfredo Guizzoni) ed erano divise in:
-        forze adibite alla difesa delle coste (responsabili per la difesa di circa 1.100 km. di litorale) e degli aeroporti;
-        forze mobili (italiane e tedesche).
La difesa delle coste e degli aeroporti era affidata, nei rispettivi territori ai corpi d’armata XII e XVI dai quali dipendevano divisioni e brigate costiere, comandi di porto e reparti per la difesa fissa degli aeroporti. In particolare si articolava in:
-      XII Corpo d’Armata (generale corpo di armata Mario Arisio):
·      Forze Mobili:
28^Divisione Aosta (gen. div. Giacomo Romano),26^ divisione Assietta (gen. div. Erberto Papini e dal 26 luglio gen. div. Ottorino Schreiber), Truppe di corpo d’armata: costituite dal CXII battaglione mitraglieri, XII raggruppamento artiglieria e VII gruppo contraereo e varie unità di rinforzo.
·      Truppe costiere
136° reggimento di fanteria autonomo, Difesa Porto “N”, 208^ divisione costiera e 202^ divisione costiera e 207^ divisione costiera.
-      XVI Corpo d’Armata (generale corpo d’armata Carlo Rossi):
·      Forze Mobili, composte da: 4^Divisione Napoli (gen div. Giulio Cesare Gotti Porciani), Truppe corpo d’armata, a loro volta articolate dal XII battaglione mitraglieri, dal XL raggruppamento artiglieria e dal XI gruppo contraereo, oltre ad altre unità di rinforzo.
·      Truppe costiere: XIX brigata costiera, 213^ divisione costiera, Difesa Porto “E”, 206^ divisione costiera e XVIII brigata costiera.
-      Unità a disposizione del Comando della 6^ armata
·      54^Divisione Livorno (gen div Domenico Chirieleison);
·      Gruppi Mobili e gruppi tattici.
-      Unità tedesche
Tra le forze mobili, erano presenti le unità tedesche. A fine maggio era in Sicilia la sola divisione Sizilien comandata dal colonnello Baade, costituita da reparti di varia provenienza, inizialmente destinati in Tunisia ma poi rimasti in Sicilia. Era costituita da un gruppo esplorante corazzato, 3 reggimenti di fanteria su 2 battaglioni, 1 reggimento mortai su 2 battaglioni, 3 gruppi d’artiglieria e 65 carri armati tra i quali 17 Tigre e una forza di 16.000 uomini. Ben fornita di armi contro carro e mortai pesanti era idonea per contrastare le divisioni aglo-americane. Poiché non disponeva di automezzi sufficienti per trasportare tutta la fanteria, il Comando della 6° armata aveva provveduto a fornire gli automezzi necessari perché la divisione fosse tutta autotrasportata. Alla fine di giugno arrivò in Sicilia anche la divisione Goering che era più forte della Sizilien in carri armati (100 anziché 65) ma era debolissima in fanteria: 2 soli battaglioni in luogo dei 6 della Sizilien.  
(b)    Le forze navali
La Flotta italiana disponeva il 9 luglio del 1943 di sei navi da battaglia, ma due Doria e Duilio erano a Taranto in disarmo, mentre il Giulio Cesare era in cantiere a Pola.
Rimanevano perciò disponibili tre corazzate a La Spezia, Roma, Littorio e Vittorio Veneto e sei incrociatori leggeri e otto cacciatorpediniere.
Il Comando Militare Autonomo della Sicilia disponeva, come forze di superficie, di una squadriglia motosiluranti di base a Trapani e di una rete di avvistamento e segnalazione lungo le coste funzionante con personale della Marina.
Tale Comando assolveva altresì l’importantissimo compito di organizzare e regolare i trasporti marittimi fra continente e Sicilia e per le isole minori.
(c)    Le forze aeree
Il Comando Aeronautico della Sicilia aveva alle sue dipendenze, alla fine del maggio del 1943, 23 squadriglie da caccia, 2 da osservazione, 1 aerosiluranti e 3 da ricognizione marittima, con un complessivo di 200 caccia, 8 aerei da ricognizione, 20 da ricognizione marittima e 10 aerosiluranti; di questi 238 velivoli solo un terzo era efficiente. La Luftwaffe disponeva nell’intero bacino del Mediterraneo di circa 800 aerei dei quali solo 500 efficienti. In Sicilia era dislocato il II Corpo Aereo Tedesco, alle dirette dipendenze del Feld Maresciallo Kesselring, che disponeva di un numero imprecisato di aerei e di 33 batterie contraeree da 88 mm. Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica aveva preso accordi con il maresciallo Von Richtofen, comandante della II Flotta Aerea Tedesca per l’impiego di detta forza da utilizzare in Sicilia nell’ormai imminente offensiva anglo-americana. Sembrava così assicurato un notevole apporto di forze germaniche, sennonché all’atto pratico non si poté mai fare affidamento completo sull’intervento degli aerei tedeschi perché impegnati sull’intero fronte del Mediterraneo[i].
La difesa contraerea del territorio (D.I.C.A.T.) era variamente dosata in base alle esigenze di proteggere il traffico marittimo, gli aeroporti e le Piazze Militari Marittime. In totale erano presenti nell’isola 224 batterie (48 dell’Esercito, 57 della Marina e 119 della Milizia artiglieria contraerea e della Milizia marittima). Nel complesso la difesa contraerea era l’organizzazione più efficiente dell’isola ma, per l’ubicazione delle batterie, non poteva avere influenza sulle vere e proprie operazioni delle forze terrestri. A detta organizzazione si aggiungevano le 33 batterie da 88 mm tedesche del II CAT oltre a un numero imprecisato di batterie da 20 mm concentrate nella difesa degli aeroporti di Catania, Gerbini, Comiso, Castelvetrano, Milo e Boccadifalco, dove erano presenti le forze aeree tedesche.


[i]Faldella E.,Lo sbarco e la difesa della Sicilia,, L’Aniene editrice,1956.

venerdì 3 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La Battaglia del Ponte di Primosole. Le forze Italiane



(1)    I Quadri, le forze, i mezzi italiani
(a)    I Capi, gli SM, i Quadri
Il 25 maggio del 1943 il generale d’armata Alfredo Guizzoni era stato nominato al comando delle Forze Armate di Sicilia[i] (ossia della 6^ armata).
Il comando delle FA della Sicilia dipendeva dal Comando Gruppo Armate “Sud” (S.A.R. il Principe di Piemonte) e dallo Stato Maggiore dell’Esercito. Il Comandante delle FA della Sicilia oltre al compito di organizzare la difesa dell’isola, aveva attribuzioni di ordine amministrativo che si estendevano a tutte le attività civili nel territorio di sua giurisdizione, che comprendeva la Sicilia e l’estrema punta della Calabria. Erano ai suoi ordini organismi militari e civili per i quali aveva come referente l’Alto Commissario per la Sicilia, il prefetto Testa che aveva alle proprie dipendenze i Prefetti delle nove provincie siciliane.
Le forze armate presenti nell’isola comprendevano:
-        il XII corpo d’armata (gen. Mario Arisio) e il XVI corpo d’armata (gen. Carlo Rossi) rispettivamente aventi giurisdizione sul territorio ad ovest e ad est di una linea che tagliava l’isola in direzione nord sud, ad est di Cefalù e ad est di Licata;
-        il Comando Militare Marittimo Autonomo della Sicilia (ammiraglio di squadra Barone);
-        il Comando Aeronautica della Sicilia (gen. Monti);
-        le Piazze Militari Marittime di Messina - Reggio Calabria,  Augusta – Siracusa  e di Trapani;
-        Comando Difesa Territoriale e Difesa Contraerea Territoriale (gen. Perugi). 
Le forze germaniche erano costituite dalla divisione Sizilien (col. Baade) e successivamente nell’ultima decade di giugno del 1943 anche della divisione Goering.
In complesso, in tutta l’isola, la forza delle unità italiani ammontava a circa 170.000 uomini e quelle delle due divisioni tedesche, inizialmente a 22.000 e al 10 luglio a 28.000 uomini. Si trattava in totale di 198.000 uomini.


[i]Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Gen. Emilio Faldella, L’Aniene editrice,1956.