Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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mercoledì 29 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primo Sole. Avvenimenti 2


(1)    Economico-finanziari
Prima della campagna di Sicilia, sia in Italia che negli USA e Gran Bretagna l’adozione di misure economiche interne ( restrizioni annonarie, inasprimenti fiscali, riduzione di spese e consumi, ricorso a prestiti forzosi ) erano già le stesse  in vigore dall’inizio delle ostilità.
Trattati economici e richieste di aiuti economici a Potenze estere erano quelli esistenti all’interno delle alleanze contrapposte. La trasformazione dell’industria di pace in quella di guerra era stata iniziata già da anni prima dell’entrata in Sicilia in tutte le nazioni interessate.
(2)    Di carattere militare
(a)    Alleati
Secondo gli ordini del Gen. Eisenhower, il complesso dell’operazione per l’invasione della Sicilia doveva svilupparsi in cinque fasi:
-        azioni preparatorie della Marina e dell’Aeronautica per neutralizzare l’azione navale dell’avversario ed acquistare la supremazia aerea;
-        attacco dal mare, appoggiato da aviosbarchi, allo scopo di impadronirsi degli aeroporti e dei porti di Siracusa e Licata;
-        costituzione di una salda base dalla quale condurre le operazioni per la conquista dei porti di Augusta e Catania e degli aeroporti della piana di Catania;
-        conquista dei porti ed aeroporti;
-        occupazione dell’intera isola.
Il piano operativo era quello di un attacco semplice e simultaneo. L’8^ Armata britannica sarebbe sbarcata fra Cassibile e la penisola di Pachino e la 7^ Armata americana tra il golfo di Gela e Licata[i]. L’attacco alla Sicilia doveva essere preceduto dalla conquista di Pantelleria, allo scopo di impadronirsi dell’aeroporto, ritenuto necessario per assicurare l’appoggio aereo durante lo sbarco stesso, malgrado la limitata autonomia degli aereoplani utilizzati: Spitfires. Poiché le coste di Pantelleria non erano favorevoli per uno sbarco, fu organizzato un “attacco esplosivo”[ii], cioè consistente nel concentramento di un volume di fuoco tale da consentire alle truppe alleate di scendere a terra anche non possedendo il vantaggio della sorpresa.
Dall’11 giugno al 10 luglio 1943, il target primario per le forze alleate era il sistema di basi aeree dell’Asse stanziate in Sicilia e in Sardegna. Nei precedenti tre mesi il numero di basi disponibili per le forze italo-tedesche era aumentato da 19 a oltre 30 nella sola Sicilia, e ciò aveva permesso di posizionare circa 600 aerei da combattimento. L’attacco aereo alleato a queste basi iniziò il 12 giugno. Le basi aeree siciliane furono sottoposte a ripetuti attacchi fino al 30 giugno. Gli alleati attaccarono anche le basi in Sardegna a partire dal 28 giugno. Questi attacchi non furono contrastati sufficientemente dal nemico, che perse un buon numero di velivoli al suolo, trasferendo i rimanenti assetti nelle basi a est della Sicilia. Durante l’ultima settimana prima dell’invasione l’attenzione delle forze aeree alleate si era spostata allo stesso modo anche su queste basi. Il risultato fu che per il 10 luglio, il nemico non aveva virtualmente basi aeree operative sull’isola, anzi la maggior parte di esse erano state rese completamente inutilizzabili.
Nel frattempo, le forze aeree alleate avevano iniziato ad attaccare anche i centri di comunicazione a Napoli, Messina e nei porti della Sardegna di Olbia e Golfo Aranci. Gli alleati colpirono Napoli e le sue vicine linee ferroviarie quattro volte nel mese di giugno. I porti di Sardegna vennero sottoposti a un gran numero di attacchi aerei durante lo stesso periodo. Messina fu particolarmente colpita. Durante le settimane immediatamente precedenti l’invasione, gli alleati la bombardarono sette volte, includendo tre attacchi in tre notti consecutive durante i quali le strutture dei traghetti di entrambe le sponde dello stretto furono ampiamente distrutte. Alla fine, durante la notte tra il 9 e il 10 luglio, le forze aeree alleate lanciarono attacchi su larga scala diretti a ciò che era rimasto delle basi aeree nemiche in Sicilia nonché alle stesse zone dello sbarco finale sull’isola.
(b)    Asse
Fino all’inverno 1942-43 la minaccia di un’invasione della Sicilia era stata considerata non preoccupante, pertanto non fu messo in atto nessun potenziamento delle difese. Anche quando la situazione nel Mediterraneo era peggiorata giustificando la previsione che l’Africa sarebbe andata totalmente perduta, era stata data la precedenza alla Sardegna, considerata più minacciata. Perciò, fino al febbraio 1943, l’organizzazione della difesa dell’isola era stata portata avanti con criteri e ritmo assai simili a quelli adottati per altre coste della penisola, senza reagire alle limitazioni causate dalla deficienza sempre crescente di truppe, armi e materiali. Il Generale Roatta, allora comandante della 6^ Armata, affrontò la dura realtà di un pericolo d’invasione che si sarebbe potuto concentrare nel volgere di poche settimane in uno sbarco di ingenti, forze anfibie, sostenute da forze navali ed aeree preponderanti. Il Generale Roatta tentò di rimediare al tempo perduto con chiarezza di idee, realismo e volontà anche se la situazione non poteva essere recuperata in pochi mesi.
Quando il Generale Guizzoni assunse il comando, il 30 maggio del 1943, trovò impostato un concreto programma ed un chiaro orientamento operativo negli Stati maggiori, ma dovette anche constatare che le circostanze avevano consentito qualche realizzazione di poco conto e che la situazione generale rimaneva gravissima per la mancanza di mezzi necessari per migliorarla. Il problema delle difesa dell’isola si presentava in questi termini: era escluso l’intervento delle forze navali contro i convogli, perché le grandi navi sarebbero andate incontro a sicura distruzione; l’organizzazione della difesa costiera era in grado di segnalare uno sbarco di grandi forze, ostacolarlo, ritardare in qualche punto la progressione dell’invasione verso il retroterra, ma non aveva la possibilità di impedire al nemico di sbarcare o di ributtarlo in mare. Il compito delle unità costiere era chiaro e doveva essere assolto con la resistenza ad oltranza e quindi la sorte di quelle unità era fatalmente segnata sin dall’inizio.
Soltanto le forze aeree italo-tedesche erano in grado di migliorare la situazione attaccando e infliggendo perdite ai convogli alleati.  Le divisioni mobili,  inferiori per numero e qualità alle forze d’invasione, erano in grado, di ritardare l’avanzata alleata con azioni di contrattacco ma non erano in grado di sostenere tale compito senza il rinforzo di divisioni provenienti dal continente.
Per quanto attiene l’impiego di dette forze fu deciso di riunire nel centro dell’isola la maggior parte delle due divisioni tedesche per aver a disposizione una riserva d’armata efficiente e facilmente manovrabile, da impiegare a seconda delle circostanze.
Il Generale Guizzoni era preoccupato di avere la maggior parte delle forze in condizione di intervenire tempestivamente nel settore sud orientale della Sicilia, che appariv ra l’obiettivo più probabile per lo sbarco principale. Inoltre cercò di conciliare l’esigenza di un pronto intervento di unità mobili nella fascia costiera con uno schieramento in profondità, che evitasse il prematuro impiego di tutte le forze.
Prevedendo la tendenza dei comandanti tedeschi di contrattaccare a testa bassa, il Generale Guizzoni aveva messo ai suoi diretti ordini la Divisione Livorno e il 10^ Raggruppamento semoventi per disporre di una riserva capacitiva fedele. Il criterio dominante era quello di impiegare quelle riserve per la controffensiva, da svilupparsi con la maggiore possibile prontezza e potenza.


[i]Eisenhower W.R., Crociata in Europa,1955
[ii]Faldella E.,Lo sbarco e la difesa della Sicilia,, L’Aniene editrice,1956.

giovedì 23 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La battaglia del Ponte di Primosole. Gli avvenimenti 1


Avvenimenti e provvedimenti in vista dello sbarco
Dopo la caduta del fronte tunisino era ormai naturale aspettarsi che la prossima mossa degli alleati sarebbe stato l'attacco all'Europa meridionale. Dopo aver pensato alla Corsica, alla Sardegna, ai Balcani, la Sicilia alla fine parve l'obiettivo più adatto, data la sua vicinanza alle coste africane e alle basi aeree alleate.
Per gli Americani la conquista dell’isola, rappresentava la “leva strategica” utile alla caduta del governo di Mussolini e al termine dell’alleanza nazi-fascista,  per gli Inglesi, l'inizio dell'attacco alla fortezza Europa.
L'invasione della Sicilia, come prospettato nella Conferenza di Casablanca, aveva anche un altro obiettivo, quello di distogliere truppe tedesche dal fronte orientale al fine di dare ai Sovietici un pò di respiro. Era prossima l'offensiva d'estate tedesca sul fronte di Kursk, ed il trasferimento di importanti unità nemiche dalla linea del fronte avrebbe sicuramente giovato ai Sovietici. Le operazioni contro la Sicilia iniziarono con una serie di massicci bombardamenti da parte dell'aviazione alleata a partire dalla fine di maggio, interessando anche le piccole isole a sud di essa.
(1)    Politici e diplomatici
Dal punto di vista diplomatico, con riferimento al periodo in esame, non vi sono eventi di particolare rilievo che lasciassero presagire l’imminenza dello sbarco in Sicilia da parte degli alleati.
Dal punto di vista politico le certezze su cui si basavano i due regimi dell’Asse iniziano a incrinarsi irrimediabilmente.
Nel novembre del 1942 i Sovietici, a Stalingrado, costringono alla resa un’intera armata tedesca e nel gennaio dell’anno seguente, le truppe italiane subiscono gravi sconfitte in Africa.
In Italia, nel mese di marzo, i lavoratori del Centro-Nord proclamano uno sciopero, il primo verificatosi sotto il regime fascista, rivendicando “pane, pace e libertà”. Contestualmente, alcuni tra i più importanti industriali, tra cui Agnelli, Donegani, Pirelli, Cíni e Volpi, iniziano a confidare nella formazione di un Governo privo della presenza e guida di Mussolini.
Il 15 maggio 1943, dopo le notizie degli eventi di cui sopra, il Re Vittorio Emanuele III ha già maturato l'idea di sganciarsi dal suo alleato, decisione ancora sconosciuta all’Italia intera, tanto che le gerarchie fasciste continuano a giurareall’alleato tedesco di “marciare con loro fino in fondo”.
Il Re percepisce che il Reich potrebbe avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani (esse sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dalla lontana isola; bombarderanno invece le città italiane, forse faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere residue forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare e prevede che questo stato di cose sia certamente noto agli anglo-americani. Pertanto, medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani, e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e dà molto da pensare”.
L’espressione del Re appena riportata è la conferma della ormai ritenuta imminente prossimità del crollo di Mussolini. Cionondimeno, non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti, in un momento in cui il Duce ancora appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in periodo in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi. Bisognava cioè evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona.
In Germania tra il settembre del '42 e il febbraio del '43, Stalingrado decretò la fine dei trionfi Hitleriani e l’inizio della fine per il III reich. Dopo i primi tremendi attacchi della Wehrmacht, la città sembrava sul punto di capitolare e di cadere in mano nemica ma i russi si aggrapparono alla forza della disperazione combattendo, strenuamente, casa per casa, cantina per cantina, rovina su rovina.
I Sovietici, pur se schiacciati sulle rive del fiume Volga, riuscirono comunque a resistere contro i ripetuti attacchi del nemico e a difendere i pochi quartieri ancora in loro mano, fino a quando, con l’inizio dell’inverno, cominciò la devastante controffensiva.
Stalingrado fu il punto di svolta del conflitto per i tedeschi: la città simbolo del regime sovietico, che Hitler voleva rasa al suolo, determinò la prima e fatale sconfitta degli eserciti della grande Germania, che non riuscirono più a riprendere l’iniziativa sul fronte orientale; al contrario, da Stalingrado, prese il via l’incontenibile controffensiva russa che i nazisti non riuscirono più a frenare; senza contare che, nel dicembre 1941, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, anche gli Stati Uniti erano ormai scesi in campo contro il III Reich.
Iniziò a questo punto anche in Germania il declino di Hitler che sarebbe stato oggetto di diversi attentati dai suoi stessi uomini che ormai vedevano un irreversibile declino nelle sorti della guerra ma che egli stesso non voleva accettare in nessun modo.

venerdì 17 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La Battaglia del Ponte di Primosole. Materiali ed addestramento


(a)    I materiali di armamento e di equipaggiamento, i mezzi tecnici e i servizi.
Le forze mobili comprendevano 4 divisioni di fanteria, 8 gruppi mobili destinati a rinforzare la difesa di aeroporti e 8 gruppi tattici per la difesa costiera oltre a truppe del corpo d’armata e unità germaniche.
Le divisioni di fanteria italiane erano costituite da 2 reggimenti di fanteria con 6 battaglioni, una compagnia contro carro da 47/32, una compagni zappatori, una legione di camice nere su 2 battaglioni e una compagnia mitragliatrici, un battaglione mortai da 81 mm, un reggimento d’artiglieria su 4 gruppi di piccoli calibro e due batterie contraeree da 20mm. Ultimavano la forza della divisione un battaglione genio e i servizi.
La divisione Livorno aveva, sola fra tutte, qualche caratteristica di grande unità moderna: l’artiglieria, il genio ed i sevizi erano motorizzati; aveva un battaglione semoventi da 47/32 controcarro, un battaglione guastatori e disponeva di autocarri sufficienti per autotrasportare quattro dei sei battaglioni di fanteria.
Le altre tre divisioni: Aosta, Assietta e Napoli, avevano invece l’artiglieria in gran parte ippotrainata ( 2 gruppi della div. Aosta, 2 gruppi div. Napoli e 4 gruppi div. Assietta), un gruppo someggiato (div. Aosta), tre a traino meccanico (1 della div. Aosta e 2 div. Napoli). Queste divisioni non possedevano automezzi per il trasporto della fanteria come del resto tutte le divisioni di difesa costiera.
Ogni corpo d’armata disponeva di un reggimento di artiglieria pesante campale di 48 pezzi da 105 e 149 mm, che erano però antiquati. Di tutta l’artiglieria italiana soltanto il pezzo da 105 poteva competere in gittata con le artiglierie anglo-americane; gli altri avevano azione efficace fino a 5-6 km contro i 10-15 km delle artiglierie divisionali nemiche.
Le più gravi deficienze delle divisioni mobili italiane rispetto alle similari grandi unità anglo-americane erano:
-        deficienze di uomini, 13000/14000 italiani contro 17000 alleati;
-        deficienze di artiglieria, 48 pezzi di gittata e calibro molto inferiori ai 72 pezzi da campagna della divisione inglese ed ai 100 della divisione americana;
-        mancanza di cannoni controcarro in grado di perforare le corazze dei carri nemici;
-        mancanza di cannoni contraerei, ci cui le divisioni anglo-americane erano largamente dotate (72 pezzi);
-        mancanza di carri armati, mentre le divisioni avversarie erano rinforzate da 50 - 100 carri;
-        mancanza di autoveicoli blindati per l’esplorazione, mentre le divisioni anglo-americane disponevano di un gruppo esplorante motocorazzato;
-        mancanza di mezzi per l’autotrasporto, fatta eccezione per la divisione Livorno.  
I battaglioni carri italiani erano dotati di carri “L” e carro francesi R/35 Renault (preda bellica) per un totale di circa 100 carri.  I primi erano assolutamente superati per corazzatura ed armamento, i secondi da 10 tonnellate, armati con un cannone da 37 mm, non potevano competere con i carri anglo-americani da 18 e 24 tonnellate e nemmeno con le autoblindo, per il loro superiore armamento. Inoltre i carri italiani, preda di guerra non erano dotati di pezzi di ricambio e quindi erano  per la maggior parte inutilizzabili. 
Le due divisioni tedesche che facevano parte delle forze mobili erano le uniche ad avere un equipaggiamento e un addestramento idoneo a contrastare le divisioni anglo-americane. A partire dal 1941 fu pianificato un colossale programma per la costruzione di un sistema di fortificazioni campali nella Sicilia che però non si poté attuare per mancanza di cemento, macchine escavatrici, mezzi di trasporto, mano d’opera e altri materiali quali filo spinato, mine e cupole corazzate per i bunker. Nel luglio del 1943 esistevano soltanto postazioni isolate in cemento, lungo le coste e in località particolarmente importanti dell’interno, ma non fu possibile creare le linee di contenimento che avrebbero dovuto facilitare lo schieramento  e la resistenza delle unità mobili italo tedesche. Le divisioni costiere avevano le forze disperse su tutto il litorale con singoli battaglioni responsabili di 45 km di costa. Le artiglierie  delle divisioni e delle brigate costiere erano per un terzo di piccolo calibro, per un terzo di medio calibro, relativamente moderne, e per un terzo erano costituite da cannoni vetusti ad affusto rigido impiegati trent’anni prima nella campagna di Libia. Tali artiglierie potevano colpire mezzi da sbarco che si avvicinavano alla costa, ma non le navi che si trovavano al largo.  
(b)    Grado di addestramento delle forze
L’addestramento specifico delle divisioni in Sicilia non era soddisfacente. Fatta eccezione per la divisione Livorno che aveva effettuato una speciale preparazione, quando era destinata all’operazione contro Malta, le altre divisioni possedevano un grado di addestramento normale. La loro attività addestrativa era stata limitata dalla deficienza di equipaggiamento, di carburante, di munizioni e dall’impegno in lavori di rafforzamento. Il lungo tempo trascorso con lo snervante compito di presidiare una regione che era rimasta lontana dalla guerra guerreggiata, aveva impedito di valutare la gravità e la complessità dei compiti tattici da assolvere per contrastare un nemico potente ed agguerrito.
L’addestramento delle divisioni e brigate costiere, malgrado l’interessamento dei comandanti, era ostacolato dalle condizioni ambientali. I reparti erano diluiti in piccoli nuclei, su chilometri di spiaggia e gli uomini immobilizzati da molti mesi  a vigilare su di un mare deserto, non potevano avere chiara idea delle difficoltà che avrebbero dovuto affrontare per assolvere al compito, quando sarebbero stati sottoposti ai potenti concentramenti di fuoco degli Alleati. Nessuno dei fattori della capacità operativa era sviluppato come il corrispondente dell’avversario che fu affrontato in condizioni di inferiorità incolmabili, fatali e decisive.[i]


[i]Lovatelli G., Inferno sulle spiagge, , Cisalpa, 1964.

venerdì 10 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia La battaglia del Ponte di Primosole. Le forze Italiane 2


(a)    Le forze terrestri
Le forze terrestri dipendevano dalla 6° armata (generale d’armata Alfredo Guizzoni) ed erano divise in:
-        forze adibite alla difesa delle coste (responsabili per la difesa di circa 1.100 km. di litorale) e degli aeroporti;
-        forze mobili (italiane e tedesche).
La difesa delle coste e degli aeroporti era affidata, nei rispettivi territori ai corpi d’armata XII e XVI dai quali dipendevano divisioni e brigate costiere, comandi di porto e reparti per la difesa fissa degli aeroporti. In particolare si articolava in:
-      XII Corpo d’Armata (generale corpo di armata Mario Arisio):
·      Forze Mobili:
28^Divisione Aosta (gen. div. Giacomo Romano),26^ divisione Assietta (gen. div. Erberto Papini e dal 26 luglio gen. div. Ottorino Schreiber), Truppe di corpo d’armata: costituite dal CXII battaglione mitraglieri, XII raggruppamento artiglieria e VII gruppo contraereo e varie unità di rinforzo.
·      Truppe costiere
136° reggimento di fanteria autonomo, Difesa Porto “N”, 208^ divisione costiera e 202^ divisione costiera e 207^ divisione costiera.
-      XVI Corpo d’Armata (generale corpo d’armata Carlo Rossi):
·      Forze Mobili, composte da: 4^Divisione Napoli (gen div. Giulio Cesare Gotti Porciani), Truppe corpo d’armata, a loro volta articolate dal XII battaglione mitraglieri, dal XL raggruppamento artiglieria e dal XI gruppo contraereo, oltre ad altre unità di rinforzo.
·      Truppe costiere: XIX brigata costiera, 213^ divisione costiera, Difesa Porto “E”, 206^ divisione costiera e XVIII brigata costiera.
-      Unità a disposizione del Comando della 6^ armata
·      54^Divisione Livorno (gen div Domenico Chirieleison);
·      Gruppi Mobili e gruppi tattici.
-      Unità tedesche
Tra le forze mobili, erano presenti le unità tedesche. A fine maggio era in Sicilia la sola divisione Sizilien comandata dal colonnello Baade, costituita da reparti di varia provenienza, inizialmente destinati in Tunisia ma poi rimasti in Sicilia. Era costituita da un gruppo esplorante corazzato, 3 reggimenti di fanteria su 2 battaglioni, 1 reggimento mortai su 2 battaglioni, 3 gruppi d’artiglieria e 65 carri armati tra i quali 17 Tigre e una forza di 16.000 uomini. Ben fornita di armi contro carro e mortai pesanti era idonea per contrastare le divisioni aglo-americane. Poiché non disponeva di automezzi sufficienti per trasportare tutta la fanteria, il Comando della 6° armata aveva provveduto a fornire gli automezzi necessari perché la divisione fosse tutta autotrasportata. Alla fine di giugno arrivò in Sicilia anche la divisione Goering che era più forte della Sizilien in carri armati (100 anziché 65) ma era debolissima in fanteria: 2 soli battaglioni in luogo dei 6 della Sizilien.  
(b)    Le forze navali
La Flotta italiana disponeva il 9 luglio del 1943 di sei navi da battaglia, ma due Doria e Duilio erano a Taranto in disarmo, mentre il Giulio Cesare era in cantiere a Pola.
Rimanevano perciò disponibili tre corazzate a La Spezia, Roma, Littorio e Vittorio Veneto e sei incrociatori leggeri e otto cacciatorpediniere.
Il Comando Militare Autonomo della Sicilia disponeva, come forze di superficie, di una squadriglia motosiluranti di base a Trapani e di una rete di avvistamento e segnalazione lungo le coste funzionante con personale della Marina.
Tale Comando assolveva altresì l’importantissimo compito di organizzare e regolare i trasporti marittimi fra continente e Sicilia e per le isole minori.
(c)    Le forze aeree
Il Comando Aeronautico della Sicilia aveva alle sue dipendenze, alla fine del maggio del 1943, 23 squadriglie da caccia, 2 da osservazione, 1 aerosiluranti e 3 da ricognizione marittima, con un complessivo di 200 caccia, 8 aerei da ricognizione, 20 da ricognizione marittima e 10 aerosiluranti; di questi 238 velivoli solo un terzo era efficiente. La Luftwaffe disponeva nell’intero bacino del Mediterraneo di circa 800 aerei dei quali solo 500 efficienti. In Sicilia era dislocato il II Corpo Aereo Tedesco, alle dirette dipendenze del Feld Maresciallo Kesselring, che disponeva di un numero imprecisato di aerei e di 33 batterie contraeree da 88 mm. Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica aveva preso accordi con il maresciallo Von Richtofen, comandante della II Flotta Aerea Tedesca per l’impiego di detta forza da utilizzare in Sicilia nell’ormai imminente offensiva anglo-americana. Sembrava così assicurato un notevole apporto di forze germaniche, sennonché all’atto pratico non si poté mai fare affidamento completo sull’intervento degli aerei tedeschi perché impegnati sull’intero fronte del Mediterraneo[i].
La difesa contraerea del territorio (D.I.C.A.T.) era variamente dosata in base alle esigenze di proteggere il traffico marittimo, gli aeroporti e le Piazze Militari Marittime. In totale erano presenti nell’isola 224 batterie (48 dell’Esercito, 57 della Marina e 119 della Milizia artiglieria contraerea e della Milizia marittima). Nel complesso la difesa contraerea era l’organizzazione più efficiente dell’isola ma, per l’ubicazione delle batterie, non poteva avere influenza sulle vere e proprie operazioni delle forze terrestri. A detta organizzazione si aggiungevano le 33 batterie da 88 mm tedesche del II CAT oltre a un numero imprecisato di batterie da 20 mm concentrate nella difesa degli aeroporti di Catania, Gerbini, Comiso, Castelvetrano, Milo e Boccadifalco, dove erano presenti le forze aeree tedesche.


[i]Faldella E.,Lo sbarco e la difesa della Sicilia,, L’Aniene editrice,1956.

venerdì 3 gennaio 2020

La Campagna di Sicilia. La Battaglia del Ponte di Primosole. Le forze Italiane



(1)    I Quadri, le forze, i mezzi italiani
(a)    I Capi, gli SM, i Quadri
Il 25 maggio del 1943 il generale d’armata Alfredo Guizzoni era stato nominato al comando delle Forze Armate di Sicilia[i] (ossia della 6^ armata).
Il comando delle FA della Sicilia dipendeva dal Comando Gruppo Armate “Sud” (S.A.R. il Principe di Piemonte) e dallo Stato Maggiore dell’Esercito. Il Comandante delle FA della Sicilia oltre al compito di organizzare la difesa dell’isola, aveva attribuzioni di ordine amministrativo che si estendevano a tutte le attività civili nel territorio di sua giurisdizione, che comprendeva la Sicilia e l’estrema punta della Calabria. Erano ai suoi ordini organismi militari e civili per i quali aveva come referente l’Alto Commissario per la Sicilia, il prefetto Testa che aveva alle proprie dipendenze i Prefetti delle nove provincie siciliane.
Le forze armate presenti nell’isola comprendevano:
-        il XII corpo d’armata (gen. Mario Arisio) e il XVI corpo d’armata (gen. Carlo Rossi) rispettivamente aventi giurisdizione sul territorio ad ovest e ad est di una linea che tagliava l’isola in direzione nord sud, ad est di Cefalù e ad est di Licata;
-        il Comando Militare Marittimo Autonomo della Sicilia (ammiraglio di squadra Barone);
-        il Comando Aeronautica della Sicilia (gen. Monti);
-        le Piazze Militari Marittime di Messina - Reggio Calabria,  Augusta – Siracusa  e di Trapani;
-        Comando Difesa Territoriale e Difesa Contraerea Territoriale (gen. Perugi). 
Le forze germaniche erano costituite dalla divisione Sizilien (col. Baade) e successivamente nell’ultima decade di giugno del 1943 anche della divisione Goering.
In complesso, in tutta l’isola, la forza delle unità italiani ammontava a circa 170.000 uomini e quelle delle due divisioni tedesche, inizialmente a 22.000 e al 10 luglio a 28.000 uomini. Si trattava in totale di 198.000 uomini.


[i]Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Gen. Emilio Faldella, L’Aniene editrice,1956.