Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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venerdì 27 maggio 2011

La Grande Tradizione Cattolica: Il Giubileo

Il Giubileo è l’evento con cui si è aperto il nuovo millennio. Sono nella mente di tutte le immagini del Papa che apre la Porta Santa e le tante cerimonie che sono state celebrate per l’occasione. Per ovvie ragioni, quindi noi immaginiamo il Giubileo come un avvenimento della cultura cristiano cattolica.


In realtà il Giubileo è la pratica del pellegrinaggio nasce in tempi molto antichi e non solo nel bacino Mediterraneo ma è presente anche in oriente.

Questo perché il pellegrinaggio rappresenta una componente millenaria nella cultura religiosa dei popoli e si possono trovare delle analogie tra Le pratiche del culto nonostante le diverse provenienze religiose.

Nel mondo orientale la diffusione di religioni come lo Shintoismo in Giappone e l’induismo in India favorirono i pellegrinaggi.

In Giappone il pellegrinaggio più importante era quello verso il tempio di ISE’ dedicato ad Amaterasu, la dea del sole. Tra i più popolari vi erano anche quelli ai 33 santuari di KWnnon, dea favorevole alle miserie umane e quello, ai FUJI-YAMA, la più alta montagna vulcanica del Giappone.

Il pellegrinaggio in Giappone si caratterizzava per l’enorme sacrificio che i pellegrini dovevano fare per arrivare alle mete poiché i santuari erano situati in luoghi molto alti e poco accessibili. I pellegrini si distinguevano perché erano vestiti di bianco e viaggiavano in piccoli gruppi. E quando poi arrivavano alla meta li celebravano digiuni e bagni rituali.

In India le catene montuose dell’Himalaya e del Kashmir ospitavano molti santuari. La divinità più diffusa era Siva ma vi erano altre divinità: Kalì, Visnu e Krsna. Tuttavia il pellegrinaggio tipico in India era quello verso i fiumi sacri il Gange, il Jumna, il Narbada: immergersi in queste acque signoficava cancellare le impurità del corpo e quelle dell’anima. Come testimonianza del pellegrinaggio compiuto si faceva un tatuaggio. Con la diffusione del buddismo mete di pellegrinaggi divennero i luoghi dove era stato buddha in particolare Kapavilastu dove nacque, Benares, dove predicò le quattro sante verità e Kusnagara dove morì.

Il culto di Buddha varcò i confini dell’India arrivando fino a Ceylon dove fu eretto un tempio dedicato ad un dente di Buddha e in Birmania dove fu costruita la pagoda di Shwe Dagon a Rangoon dove si conservano cento immagini di Buddha e la reliquia di otto suoi capelli. Questo posto divenne celebre non solo in Cina e in Siam ma anche in Giappone e Corea.

Spostandosi nell’area mediterranea già nel mondo antico troviamo tracce di pellegrinaggi .

Nel mondo greco vi erano molti templi e altrettante divinità; Pausania, uno scrittore vissuto nella seconda metà del II sec. d.l. scrisse un’opera dove Grecia” dove venivano indicati tutti i luoghi nei quali c’erano templi e santuari, statue di eroi e di divinità.

Anche a Roma erano diffusi i pellegrinaggi ai santuari degli eroi in particolare alla tomba e alla casa di Romolo e ai templi di tutte le divinità. Molto celebri furono quelli dedicati a Giove e alla Sibilla Cumana. Durante l’impero Roma si caratterizzò per il proselitismo religioso, nacquero e si diffusero templi di diverse divinità soprattutto quelle orientali. Ed è così che già ai tempi dell’antichità Roma assumeva la caratteristica di luogo privilegiato per il pellegrinaggio. Addirittura nei primi secoli dell’Impero si diffusero gli “Itinera”, dei libretti dove si indicavano tutte le strade per arrivare a Roma.

Intorno al 20 A.C. Augusto volle erigere nel Foro Romano sotto il tempio di Saturno il Miliario Aureo: era una colonna rivestita di bronzo dorato dove erano scritte le distanze tra la Capitale e le principali città dell’Impero. E in ogni grande città dell’Impero si conservava nel foro una pietra miliare d’oro dove era incisa la distanza della città da Roma.

Tutte le strade dell’Impero avevano la pietra miliare che segnavano il percorso miglio dopo miglio, inoltre avevano le stazioni di posta per permettere la sosta e il cambio dei cavalli corrieri imperiali.

Spostandoci in Medio Oriente vediamo come esso sia stato la culla della civiltà islamica. In questa religione è la legge islamica medesima a prevedere il pellegrinaggio alla Mecca dei credenti almeno una volta durante la vita purchè abbiano la salute fisica e le vie di comunicazione siano sicure.

Il pellegrinaggio alla Mecca raccoglieva un’antica tradizione: era uso recarsi al Santuario della Pietra nera per celebrare il culto della KA’BAH. Si credeva che il Santuario fosse stato costruito da Abramo e fosse stato il primo tempio eretto sulla terra per il culto di Dio.

Maometto istituì quindi, sulla base della precedente tradizione, il pellegrinaggio alla Mecca. Al ritorno il pellegrino riceveva un titolo onorifico di HAGG che di solito si premetteva al nome. Il pellegrinaggio fu sempre riconosciuto e sostenuto dai califfi e sultani di un tempo e lo è tuttora dai governi arabi.

Ma da dove deriva il Giubileo cristiano? Esso ha le sue origini nell’antico mondo ebraico. La prima testimonianza del Giubileo si ha nel Levitico (XXV-10):” – e santificherai l’anno cinquantesimo e annuncierai la remissione a tutti gli abitanti del tuo paese: poiché è il Giubileo….”

L’inizio dell’anno era annunciato da un corno di capra chiamato Yobel (da qui sembra essere derivato il termine Giubileo). Durante questo anno la terra non doveva essere seminata, gli uomini avrebbero vissuto di ciò che Dio avrebbe mandato loro. Ai debitori venivano rimossi i loro debiti e quelli che avevano venduto le proprietà ne tornavano in possesso così come ogni schiavo ebraico riacquistava la propria libertà.

Secondo l’erudito irlandese Usserio vissuto nel XVII Sec. il primo Giubileo celebrato dopo l’emanazione della legge di Mosè fu nell’anno del periodo Giuliano 3319 del mondo 2600 prima dell’era volgare 1395.
Il secondo nel 3367 al periodo di Giuliano, 2658 del mondo, 1346 prima dell’era volgare.
Il terzo 49 anni dopo anche fino all’avvento del cristianesimo.

mercoledì 25 maggio 2011

Interno e Dentro il CAnto degli Italiani



Di Annibale Ubaldo Santarelli



Introduzione

Chiamiamo il nostro Inno come vogliamo: “Fratelli d’Italia”, Inno d’Italia, Canto Nazionale, Canto degli Italiani, ma non Inno di Mameli e basta, parchè esso è opera di Goffredo Mameli e di Michele Novaro: non di uno solo!
Il Canto degli Italiani in questi mesi sta godendo di una generale, grandissima popolarità. Un quotidiano nazionale il 3 maggio scorso titolava l’articolo di commento al Concertone tenuto il 1° Maggio a Roma “Tutti pazzi per l’inno” e spiegava “che non era mai successo che il nostro canto nazionale risuonasse per tre volte al concertone del Primo maggio intonato da centinaia di migliaia di giovani”.

Vivissima è ancora, e lo sarà per molto tempo, l’eco dell’esecuzione del nostro Inno da parte di Roberto Benigni al Festival di Sanremo seguito da milioni di spettatori: senza musica, in tono sommesso, immaginando di essere un giovane soldato italiano, che di notte, negli anni che portavano al marzo del 1861, era di guardia, attento a cogliere eventuali pericoli che potessero venire dal nemico straniero.

Memorabile è la performance del maestro Giovanni Allevi che con la sua interpretazione, alla guida dell’orchestra RAI, onora il nostro Inno.

Ho letto anche i risultati di un recente sondaggio promosso dalla rivista LiMes: alla domanda “Ci può dire in che misura ciascuno dei seguenti aspetti la rende orgoglioso di essere italiano” gli Italiani nella percentuale del 67% dichiarano di sentirsi molto orgogliosi dell’Inno e del Tricolore. Una percentuale da 4° posto nelle risposte date, subito dopo- bisogna dirlo: non ci smentiamo mai!!- della cucina e dei prodotti alimentari, che conquistano un 71%!

In questo bellissimo clima di entusiasmo nazionale vorrei fare una breve ricognizione (che in termini aulici si chiamerebbe esegesi) intorno e dentro l’Inno, quasi come ha fatto Benigni a Sanremo. Vorrei riuscire a guidare i lettori a conoscere e capire meglio il Canto degli Italiani, per apprezzarlo e amarlo come merita.

Intorno al Canto degli Italiani

Che cosa succedeva, sotto il profilo storico-culturale, nel 1847, quando il ventenne genovese G.Mameli scriveva i versi di “Fratelli d’Italia”, per i quali il venticinquenne M.Novaro, anche lui genovese, provvedeva a scrivere la musica?

Tra il 1815 e il 1861 (17 marzo il 1° Parlamento nazionale proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della Nazione”) il bel corpo dell’Italia- secondo l’espressione di R.Benigni- era dilaniato e saccheggiato: in sostanza era una congerie di staterelli sui quali esercitava la sua egemonia la potenza reazionaria dell’Austria. La foto di quell’Italia, soggiogata e disprezzata “per la viltà della sua sottomissione” (come sostiene Paul Ginsborg nel suo ultimo libro “Salviamo l’Italia”), è scattata da Giacomo Leopardi, il quale nel 1818 nell’ode “All’Italia” lamenta che la nostra Patria, già “le genti a vincer nata/ e nella fausta sorte e nella ria”, ora “di catene ha carche ambe le braccia” e “siede in terra negletta e sconsolata,/ nascondendo la faccia/ tra le ginocchia, e piange.” Quell’Italia a P. Ginsborg sembra raffigurata dalla statua realizzata agli inizi dell’’800 da Antonio Canova e posta accanto alla tomba di Vittorio Alfieri nella Basilica di Santa Croce a Firenze.

Era fatale che allora nascesse una ribellione a quel desolante declino, che fosse incontenibile la voglia di far risorgere l’Italia: è il nostro Risorgimento, cioè- precisa lo storico Andrea Giardina- “un processo di graduale riscoperta e di sempre più netta rivendicazione della propria identità nazionale”, con il sogno di una “rinascita culturale e politica”. “Bisognava- come osserva ancora P.Gisborg- restituire dignità alla nazione, liberare il patrio suolo dal dominio straniero e dare agli italiani la possibilità di decidere del proprio destino.”

In questo processo risorgimentale, “senza il quale- sottolinea lo storico Giovanni De Luna- saremmo restati un’espressione geografica, fuori dalla competizione internazionale: politica, militare e d economica”, contano insurrezioni, guerre e, soprattutto, l’elaborazione di progetti politici, la definizione, cioè, di come si voleva sistemare l’Italia.

Mameli è affascinato dal progetto di Giuseppe Mazzini il quale vuol fare dell’Italia una nazione libera, unita e repubblicana. Egli, in sintesi, auspica “un popolo capace e voglioso di levarsi, combattere e vincere”, perchè “quando la protesta è continua Dio e i popoli decretano la vittoria”: è la famosa formula mazziniana “Dio e popolo”. Mazzini, in più, sogna un “intellettuale militante”, che incarni l’altrettanto sua famosa formula “pensiero e azione”: un intellettuale, cioè, che si assuma il “dovere patente” di “agire continuamente per creare quel fatto, quella vittoria”.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che nella prima metà dell’’800 la letteratura romantica italiana è essenzialmente militante. Nel 1816 Giovanni Berchet, in “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo”, afferma che “mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono, piangono, fremono e sentono le passioni tutte” e, perciò, esorta i letterati italiani: “Siate uomini e non cicale e i vostri paesani vi benediranno, e lo straniero ripiglierà modestia e parlerà di voi coll’antico rispetto.”

Mameli è un giovane poeta romantico-risorgimentale mazziniano, che esce dalla corte, si fa banditore di ideali patriottici, smette le vesti della cicala e indossa addirittura quelli del soldato: muore a 22 anni, nel 1849, alla difesa della Repubblica Romana, che era diventata il centro principale della rivoluzione democratica e il luogo d’incontro di esuli e cospiratori di tutta Italia.

Tra parentesi, una breve riflessione: davanti al testo del “Canto Nazionale” mettiamo da parte la saccente matita rossa e blu della critica letteraria, perché non stiamo leggendo una poesia concepita come il leopardiano L’infinito, e impariamo a leggervi la Storia che ci ha resi cittadini italiani.

Dentro il Canto degli Italiani

Il “Canto Nazionale” è scritto alla vigilia della 1° guerra d’indipendenza e quasi 100 anni dopo, esattamente il 12 ottobre del 1946 (cioè all’indomani del 2 giugno, in cui si era tenuto il referendum con la vittoria della Repubblica e c’era stata l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente), è scelto dal Governo come inno nazionale italiano: vincendo la concorrenza dell’Inno di Garibaldi, scritto da Luigi Mercantini, assurge a Canto degli Italiani. In sostanza, “il testo di un mazziniano repubblicano diventa il Canto, l’Inno della nostra Repubblica”! (Michele D’Andrea)

Il componimento è composto da 5 strofe di 8 senari (rimati secondo lo schema abcbdeef) e da un ritornello di 3 senari (i primi 2 in rima baciata, il terzo rimato con il verso tronco finale di ogni strofa).

La strofa ha un ritmo incalzante, che, ottenuto con l’uso di versi parisillabi e con l’accento sempre sulle sedi seconda e quinta (con alcuni versi ipermetri), sprona i lettori all’azione e facilita la memorizzazione di ideali, qui risorgimentali di conio mazziniano.

Propongo di seguito la parafrasi delle singole strofe con un brevissimo commento.

1-Fratelli d’Italia,/ l’Italia s’è desta, / dell’elmo di Scipio/ s’è cinta la testa./ Dov’è la vittoria?/ Le porga la chioma,/ chè schiava di Roma/ Iddio la creò.

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è svegliata (è pronta a combattere contro lo straniero per conquistare la libertà) e ha indossato l’elmo di Publio Cornelio Scipione (che nel 202 a.C. a Zama sconfisse il generale cartaginese Annibale). Dov’è la vittoria? Questa, creata da Dio come schiava di Roma, porga i suoi capelli all’Italia per essere afferrata.

Mameli scopre subito alcuni punti chiave del suo progetto politico: la centralità dell’Italia, il legame di fratellanza tra gli Italiani e la loro determinazione a combattere con la certezza della vittoria. Mazziniano è il richiamo alla eroicità dell’antica Roma repubblicana.


Rit. Stringiamci a coorte,/ siam pronti alla morte;/ l’Italia chiamò.

Attenzione: Mameli non scrive “Stringiamoci a corte”, ma “Stringiamci a coorte”. Cioè: non vuol dire “Stringiamoci come sardine in un cortile o in una reggia”, ma stringiamoci in formazione da combattimento (infatti la coorte era la decima parte della legione romana), siamo pronti alla morte, l’Italia ci ha chiamati.

Il poeta-soldato esorta gli Italiani a serrare le fila come in una coorte romana e a essere pronti anche a morire per la Patria.


2-Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi/ perché non siam Popolo,/ perché siam divisi:/ raccolgaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fonderci insieme/ già l’ora suonò.

Da secoli siamo calpestati e derisi, perché non siamo un popolo (cioè, un’unità etnica e politica legata da tradizioni storiche e religiose, da ordinamenti giuridici, dalla lingua), perché siamo divisi: ci raccolga una sola bandiera, una sola speranza: già è suonata l’ora di unirci, di fonderci in un unico organismo, di diventare un popolo.

Il poeta spiega che la triste, secolare condizione di sottomissione degli Italiani deriva dal fatto che essi non costituiscono un vero popolo e auspica che si fondano finalmente sotto una sola bandiera, una sola speranza.

3-Uniamoci, amiamoci,/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore;/ giuriamo far libero/ il suolo natio:/ uniti per Dio,/ chi vincer ci può?

Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore indicano ai popoli le missioni assegnate dal Signore; giuriamo di liberare la terra dove siamo nati: se siamo uniti nel nome di Dio, chi ci può vincere?

La strofa è la sintesi poetica del motto mazziniano “Dio e popolo”: nel rifiuto della lotta di classe, la liberazione e la redenzione della Patria sono missione del popolo, strumento del progetto divino.


4-Dall’Alpi a Sicilia/ dovunque è Legnano,/ ogn’uom di Ferruccio/ ha il core, ha la mano,/ i bimbi d’Italia/ si chiaman Balilla,/ il suon d’ogni squilla/ i Vespri suonò.

Dalle Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano (l’Italia si è trasformata in un campo di battaglia. A Legnano nel 1176 i Comuni della Lega lombarda sconfissero l’imperatore Federico Barbarossa), ogni uomo ha il coraggio e il valore di Francesco Ferrucci (morì nel 1530 mentre difendeva la Repubblica Fiorentina assediata dalle truppe dell’imperatore Carlo V), i bambini d’Italia si chiamano Balilla (così veniva chiamato Giovanni Battista Perasso, ragazzo genovese che nel 1746 diede il via alla rivolta della sua città, lanciando un sasso contro alcuni soldati austriaci che occupavano Genova), ogni campana ha suonato i Vespri Siciliani (ha dato il segnale della lotta, come accadde a Palermo il 30 marzo 1282, quando il suono delle campane chiamò la popolazione alla rivolta contro gli Angioni).

In questi 6 versi c’è la storia “di tutte le zone d’Italia sventrata dagli stranieri” (R.Benigni): ci sono i richiami all’Italia dei Comuni, alla repubblica fiorentina, alla rivolta genovese, alla insurrezione di Palermo contro gli Angioini. Una storia di stampo repubblicano e di rivolta contro lo straniero, quindi funzionale alla visione patriottica risorgimentale di matrice mazziniana.


5-Son giunchi che piegano/ le spade vendute:/ ah l’aquila d’Austria/ le penne ha perdute;/ il sangue d’Italia/ bevè, col Cosacco/ il sangue polacco:/ ma il cuor le bruciò.

Le spade dei mercenari sono come giunchi che si piegano: l’aquila, che campeggia sullo stemma dell’Austria, ha perso le penne; ha bevuto il sangue degli Italiani, ha bevuto il sangue dei Polacchi insieme ai Russi (nel 1772 la Polonia fu divisa tra Austria, Prussia e Russia): ma quel sangue le ha bruciato il cuore.

Nella prima stesura la censura eliminò questa ultima strofa perché i versi erano giudicati una provocazione troppo forte contro l’Austria. Le armi mercenarie degli oppressori si piegano; gli stemmi degli oppressori si deturpano, i loro cuori bruciano davanti alle rivendicazioni dei popoli oppressi, che versano il sangue cercando la libertà.


3-Partitura musicale del Canto degli Italiani

Il nostro Inno di solito, purtroppo, è ricordato con il solo nome del “paroliere”, mentre l’autore della musica è trascurato, forse perché la biografia di questi non è affascinante ed emotivamente coinvolgente come quella del poeta-soldato Mameli che muore combattendo.

Novaro era musicista di professione; era compositore e insegnante. Egli è ignorato, eppure sono state le note di Novaro “a far diventare una poesia di Mameli l’Inno di Mameli, a trasformare uno dei tanti testi patriottici nel simbolo della nostra Repubblica”. Ho sentito dire queste parole dall’esperto Michele D’Andrea durante una sua conferenza tenuta nel 2006 in Ancona. Riporto qui alcuni spunti del suo intervento di allora per capire che cosa caratterizza la partitura musicale del nostro Inno.

D’Andrea si domanda perché nella versione musicale del nostro Inno ogni strofa con il ritornello è ripetuta 2 volte e risponde seguendo la confessione dello stesso Novaro, riferita da Vittorio Bersezio in “I miei tempi”, una raccolta di memorie pubblicata a puntate sulla “Gazzetta del Popolo” nel 1899.

Novaro, accingendosi a comporre la musica per il testo di Mameli, immagina una scena maestosa in cui Pio IX (nel 1847 oggetto dell’entusiasmo popolare per le sue riforme e le sue concessioni: convocazione della Consulta dello Stato, istituzione della Guardia civica e attenuazione della censura sulla stampa) “parla e un intero popolo risponde”. Così nello spartito di Novaro si realizza un dialogo che si concretizza nella suddetta ripetizione. E’ come se si alternassero 2 voci: la prima, quella del Papa, “grave, solenne, lenta annunzia ai popoli la buona novella: Italia essersi desta, riprendere la gloriosa sua strada, doversi fare a lei schiava la vittoria”. E qui- nota D’Andrea- “la musica scorre con un andamento potente e solenne, perché immensa è la portata ideale del messaggio”. E non a caso nella partitura autografa di Novaro si legge l’indicazione “forte con molta energia”. E questa è la prima esecuzione della strofa, che dunque deve essere fatta in modo solenne, energico.

La seconda voce è quella del popolo italiano che, confuso e dubbioso all’annuncio, acquista a poco a poco sicurezza e consapevolezza, dopo essersi persuaso che “libertà significa anche mettere i gioco la propria vita”. Questo travaglio, questa maturazione psicologica si riversa nella partitura: si inizia, nella ripetizione della strofa e nella prima esecuzione del ritornello, con un “pianissimo e molto concitato” per passare, nella ripetizione del ritornello, a un “crescendo e accelerando fino alla fine” con il grido di quel “Sì” che, aggiungendo una sillaba al verso di Mameli, “suggella il giuramento finale”.

C’è il rammarico che spesso nelle esecuzioni di oggi sono tradite la sapienza compositiva e la tensione psicologico-narrativa che sostanzia la partitura originaria di Novaro. Comunque, “non abbiamo bisogno di un nuovo Inno- conclude D’Andrea-: basterebbe suonarlo come lo immaginò il suo autore.”


Conclusione

Qualcuno vorrebbe sostituire “Fratelli d’Italia” con il verdiano “Va’, pensiero”. Al riguardo mi limito a citare le parole del maestro Riccardo Muti: “Va’, pensiero è un canto di perdenti, è una lamentazione e una preghiera. Non ha il piglio e il vigore particolari che possiede “Fratelli d’Italia”. Teniamoci l’Inno di Mameli e che Dio ce lo conservi.”

Si può ricordare anche la scelta del maestro Ennio Morricone, il quale ha composto Elegia per l’Italia, in cui realizza l’intreccio tra il coro verdiano e il Canto degli Italiani proprio per contrastare il tentativo di qualsiasi “appropriazione indebita del “Va’, pensiero” e per dare a questo la sua giusta dimensione storica di canto legato all’unità d’Italia”.

Dio ci conservi a lungo il nostro Canto e la voglia di cantarlo con il giusto orgoglio di sentirci Italiani. Nonostante tutto e in qualunque regione ci troviamo!

venerdì 20 maggio 2011

Milano festeggia il 150° anniversario della costituzione dell’Esercito


L’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari della Guerra di Liberazione e il Comando Militare dell’Esercito Lombardia, hanno ricordato, lo scorso 4 maggio, il 150° anniversario della costituzione dell’Esercito, avvenuta, per l’appunto, il 4 maggio 1861, in seguito alla firma in Torino del decreto n° 76, da parte del ministro della guerra gen. Manfredo Fanti. Detto decreto recitava: “Vista la legge in data 17 marzo 1861, colla quale S. M. ha assunto il titolo di Re d’Italia, il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Corpi e Uffici militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di Armata Sarda”. Di conseguenza il neo costituito Esercito Italiano ha raccolto, sotto il Tricolore, uomini e reparti provenienti da ogni parte d’Italia e indossanti le più disparate uniformi, ossia forze borboniche, militari degli stati preunitari ed elementi garibaldini.

La cerimonia per onorare degnamente i 150 anni di Storia dell’Esercito Italiano ha avuto inizio alle ore 10, nella Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, simbolo dei Caduti per la Patria, gremita di fedeli e di ufficiali in alta uniforme, con cappelli, sciarpe, sciabole e decorazioni ed altri militari di ogni ordine e grado; fra le autorità civili spiccava il sindaco di Milano dott.ssa Letizia Moratti, rappresentanti della Magistratura, della Regione, della Provincia, del Corpo consolare e il presidente della Sezione Alpini di Milano Luigi Boffi. Erano altresì presenti bandiere di Associazioni Combattentistiche e d’Arma, labari e vessilli, fra cui quello dell’ANA cittadina il cui alfiere Giancarlo Piva era affiancato dal vice presidente vicario Giuseppe Donelli.

La santa Messa è stata solennemente celebrata da mons. Erminio De Scalzi, vescovo ausiliario dell’arcidiocesi di Milano; concelebranti due cappellani militari.

Mons. De Scalzi, nell’omelia, ha tra l’altro affermato: “Oggi ricordiamo i 150 anni spesi dall’Esercito nell’adempimento del proprio dovere; il mio pensiero è indirizzato a chi si è trovato faccia a faccia con il rischio della morte e a chi ha guardato la vita in una prospettiva più ampia: quella della Fede. Il secolo scorso - ha soggiunto - è stato caratterizzato da guerre che si sono rivelate una sconfitta per l’umanità, perciò dobbiamo pregare per mantenere la Pace. Essa è un dono di Dio e in quanto tale, dobbiamo custodirla ...”.

A conclusione dell’Eucaristia, il comandante dell’Esercito Militare Lombardia, gen. B. Camillo de Milato, ha ringraziato le autorità presenti: il Sindaco, le Forze Armate, il Corpo consolare, l’Ordine di Malta, la Croce Rossa, le Associazioni combattentistiche e d’arma, le Associazioni culturali e di volontariato, rammentando gli atti di eroismo delle unità dell’Esercito di Milano, dal Risorgimento al 2° conflitto mondiale: il 5° rgt. Alpini [il più decorato], il 3° rgt. Bersaglieri, il Savoia Cavalleria e le ‘Volòire’ (batterie a cavallo).

La preghiera del Soldato, inno al nostro amor patrio, è stata letta dalla M.A.V.M gen. C. A. Luigi Morena.

La cerimonia riprendeva nel pomeriggio, alle ore 18, nello stupendo salone Radetsky del palazzo Cusani, sede del Circolo di Presidio dell’Esercito Lombardia, ove hanno parlato i sottomenzionati eloquenti oratori:

- il gen. B. Camillo de Milato, nell’introdurre la ripresa dei lavori, metteva in risalto gli atti d’eroismo perpetrati dai Milanesi per il Risorgimento d’Italia, a partire dalle Cinque giornate, e ribadiva il fattivo apporto dato alla Patria dal 5° Alpini e dal 3° Bersaglieri, di stanza in città;

- il prof. Massimo De Leonardis, direttore del dipartimento Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente della Società italiana di Storia militare, nella sua prolusione, ha precisato che la ‘nostra Guerra di liberazione’, per gli Alleati, è semplicemente la ‘Campagna d’Italia’;

- il prof. Ernesto Damiani, docente nella facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, figlio di un combattente del Corpo Italiano di Liberazione, ha parlato degli universitari A.U.C. classe 1922 [commilitoni di suo padre], nella Guerra di liberazione, da Montelungo ai Gruppi di combattimento;

- il prof. Sergio Pivetta, ten. col. alpino e nostro socio, combattente del C.I.L., direttore di “Secondo Risorgimento”, organo ufficiale dell’Associazione combattenti forze armate regolari nella guerra di liberazione, ha illustrato la battaglia delle Mainarde, dalla conquista di Monte Marrone, all’aggiramento della linea Gustav in Val del Canneto;

- il gen. C. A. Luigi Morena, presidente della sezione locale dell’A.N.C.F.A.R.G.L., oltre a ricordare aneddoti e ìlari fatti personali, ha evidenziato lo sfondamento della linea gotica attraverso la breccia di quota 363 in Val d’Idice;

- il gen. B. Mario Sciuto, presidente dell’U.N.U.C.I. Lombardia, quale moderatore, ha presentato e introdotto gli oratori.

Agli interventi ufficiali, su specifiche domande poste da taluni uditori, sono seguiti dibattiti e precisazioni da parte degli oratori interessati, indi, seguendo una consolidata consuetudine, il Circolo di Presidio, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, ha offerto agli astanti un frugale rinfresco, comprendente pure un prelibato piatto di risotto allo zafferano ‘Cusani’.

Roberto Scloza

venerdì 6 maggio 2011

IL GEN C.A. MOVM ALBERTO LI GOBBI CI HA LASCIATO

                                        

Nato a Bologna il 10 giugno 1914, generale di Corpo d'Armata, Medaglia d'oro al valor militare.

"L'8 settembre 1943, pur sofferente per una grave ferita riportata in precedenti combattimenti, abbandonava la famiglia per raggiungere il proprio reggimento in lotta contro i tedeschi. Catturato e riuscito ad evadere attraversava le linee di combattimento e si offriva volontario per una importante, lunga e rischiosissima missione di guerra in territorio italiano occupato dai tedeschi. Durante un lungo eroico periodo, illuminato da purissima fede, prodigava il suo valore e la sua intelligenza ad organizzare e dirigere il movimento di liberazione della Patria, affrontando impavido il rischio di ogni ora e le certe insidie che lo avvolgevano e lo avrebbero travolto. Durante un feroce rastrellamento nemico, caduto in combattimento un valoroso ufficiale comandante di una formazione partigiana, presso la quale in quel momento si trovava, assumeva senza esitazioni il comando del gruppo, ne riuniva gli elementi già duramente provati, riuscendo a sottrarli alla morsa nemica con azioni episodiche, condotte con decisione ed abilità ammirevoli. Arrestato e trovato in possesso di documenti che costituivano inequivocabile condanna, fu sottoposto ad estenuanti interrogatori e ad inenarrabili torture. Ma il sentimento del dovere e dell'onore sorretti da sublime stoicismo, vinsero la ferocia teutonica: nessun segreto fu svelato, nessun compagno fu tradito. Avuta la possibilità di evadere vi rinunciava a favore di un compagno di lotta e di fede, la cui opera riteneva tornasse più vantaggiosa. Procrastinata la fucilazione cui era stato condannato, nei lunghi mesi di prigionia non manifestava debolezze, né recriminava la sua giovinezza sacrificata, lieto di averla donata alla Patria. Quando fortunate circostanze gli permisero di fuggire, riprendeva il suo posto di combattimento e si offriva di continuare ancora la sua missione. Fulgido esempio di assoluta dedizione alla Patria ed al dovere".

Con questa motivazione, alla fine della Guerra di liberazione, la massima onorificenza al valore si è aggiunta, sulla giubba dell'allora capitano di artiglieria Alberto Li Gobbi, a due Medaglie d'argento, due di bronzo e tre Croci di guerra, ottenute durante il secondo conflitto mondiale. Rientrato in servizio attivo dopo circa due anni di convalescenza, Li Gobbi ha fatto una brillante carriera militare. È stato, tra l'altro, insegnante di tattica alla Scuola di guerra, addetto militare a Washington, a Città del Messico, a Panama e a Cuba. Li Gobbi è stato anche comandante della 2a Brigata corazzata "Ariete", della Brigata paracadutisti "Folgore" e della Forza mobile aerotrasportabile di pronto intervento della NATO in Germania. Successivamente ha rappresentato l'Italia nel Comitato militare della NATO a Bruxelles e, infine, ha comandato le Forze terrestri alleate del Sud Europa. Lasciato il servizio attivo nel 1977.

il Generale Li Gobbi è stato Presidente onorario della Associazione nazionale combattenti della Guerra di Liberazione e socio onorario della sezione di Milano dell'Unione Nazionale Ufficiali in congedo d'Italia.

I funerali si sono tenuti a Milano venerdì 6 maggio alle ore 11,00 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie

        UN RICORDO AFFETTUTOSO
 AL PRESIDENTE ONORAZIO DELLA ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE