Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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domenica 29 novembre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero. Albania Il Battaglione Gramsci partecipa alla liberazione di Tirana 29 novembre 1944

 

La bandiera del Battaglione Gramsci sfila alla testa del battaglione
durante la parata della Vitoria a Tirana il 29 novembre 1944

Il Battaglione non ebbe anche nella primavera del 1944 ufficiali in posizione di comando ma scelse liberamente i suoi capi e nel febbraio-marzo si ricostituì come unità combattente. Al suo fianco si ricostruirono anche la 6a batteria Vito Menegazzi e la 9a batteria Filippo Cotta, entrambe della Divisione “Firenze”. Queste unità furono le sole unità di artiglieria dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese. Erano al comando di due ufficiali certamente non di sentimenti comunisti, ma che furono accettate in virtù del fatto che rappresentavano un elemento di forza di notevole spessore. Ancora una volta si dimostra che anche nella guerriglia l’elemento ideologico deve cedere il passo all’elemento tecnico non ideologizzato se si vuole raggiungere un superiore capacità operativa. La ricostruzione del Battaglione “Gramsci” è parallela a quella delle formazioni ribellistiche albanesi che iniziano con la buona stagione una crescente azione prima di disturbo poi di vere e proprie azioni di guerriglia contro le formazioni del Bali Komintar e contro i reparti tedeschi. In queste azioni si distinguono i soldati italiani perfettamente integrati nelle formazioni albanesi. In una azione di queste azioni cade, l’8 luglio 1944, Terzilio Cardinali, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare. [1]

Il Comando Italiano truppe alla Montagna, che non aveva avuto la possibilità di prendere contatto con le autorità italiane in Patria, all’inizio della primavera constata che le sue possibilità operative sono scarse. Tutte le armi e le munizioni, molto scarse, affluiscono all’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese e le formazioni dipendenti, in gran parte distrutte o disperse, via via nei loro elementi superstiti confluiscono nelle fila albanesi, ovvero nel Battaglione “Gramsci” e quindi si dissolvono. Nel mese di marzo ed aprile si constata che le uniche richieste che arrivano sono quelle di sostentamento in termini di viveri e vestiario; la situazione si accentua nel mese di maggio e giugno. Il gen Azzi ed il gen Piccini non possono far altro che constatare che ormai il Comando Italiano truppe alla Montagna ha esaurito la sua funzione. Anche per volontà dei responsabili albanesi questo comando non può continuare ad operare rappresentando, agli occhi degli stessi albanesi, una anomalia nel quadro della guerra di liberazione albanese. Il mito che poi si creerà del soldato italiano, da oppressore a combattente per la libertà, sarà solo creato per il Battaglione “Gramsci”. I soldati italiani fuori da questa formazioni non trovano spazio. La conseguenza immediata è che nel mese di giugno su un mezzo da sbarco per carri armati, il gen. Azzi e tutti i componenti del Comando Italiano Truppe alla Montagna rientrano in Italia, precisamente a Brindisi. Sono in uniforme italiana ed armati, testimonianza del fatto che l’8 settembre al momento dell’armistizio non sono scesi a patti con nessuno. Rimane in Albania, sempre in uniforme ed armato, il gen. Gino Piccini, già comandante della Divisione “Firenze” l’unica autorità italiana in Albania riconosciuta dai responsabili albanesi.

Chi sostituirà il Comando Italiano truppe alla Montagna nella sua funzione anche di tutela ed assistenza ai soldati ed ai cittadini italiani in Albania sarà il Circolo “Giuseppe Garibaldi” che si costituirà a Tirana e poi avrà sedi nelle principali città albanesi e che sarà veramente operativo all’indomani della liberazione.

La situazione generale sul finire dell’estate del 1944 nei Balcani per i tedeschi non è particolarmente rosea. È iniziato, per via della avanzata dell’Armata Rossa da oriente, il lento ripiegamento dalla Grecia. Infatti nell’agosto 1944 i Sovietici erano sulla Vistola, e la Romania era caduta. Se non si voleva rimanere tagliati fuori dalla madrepatria per i tedeschi era necessario iniziare a ritirarsi verso nord per poter mantenere aperti tutti i collegamenti. Le operazioni in Albania erano fortemente condizionate dall’andamento delle operazioni sul fronte orientale.

 Alla fine di ottobre i tedeschi diedero attuazione al piano di ripiegamento verso nord. Tirana diventava un obiettivo sempre più possibile alle forze portigiane. Ai primi di novembre 1944 a Tirana non vi erano più forze operative tedesche, ma solo addetti ai rifornimenti, alla logistica e circa 500 feriti nei vari ospedali. Nella prima decade di novembre tutti i tedeschi si ritirano nel quartiere “Nuova Tirana” (Tirana Ere) lasciando il resto della città nelle mani delle forze partigiane. Pr circa tre settimane si combattè per le strade di Tirana e forze operative tedesche organizzarono colonne mobili da Elbassan e da Durazzo per liberare i Tedeschi di Tirana. Nella terza settimana di novembre una colonna tedesca lasciò, protetta dalle forze operative, Tirana e si mise in marcia verso nord. La città subì per questi combattimenti notevoli danni. La battaglia per Tirana fu veramente violentissima e durante il suo svolgimento entrò in azione anche il Comitato Clandestino Italiano che fu protagonista della fase finale, svoltasi dal 14 al 17 novembre 1944, durante la quale elementi italiani organizzarono la popolazione a erigere barricare, ad organizzare posti di blocco, ad orientare i vari gruppi partigiani verso le posizioni di resistenza tedesche. Il 16 novembre 1944 i tedeschi, ormai sulla via della ritirata, compirono un ennesimo eccidio a danno degli italiani. Furono fucilati 45 ex militari italiani trattenuti inizialemnte come ostaggi. I nominativi dei Martiri furono pubblicati sul giornale “L’Unione” del Circolo Giuseppe Garibaldi di Tirana il 25 marzo 1945 e ricordati durante una solenne cerimonia. Fu l’ultimo eccidio tedesco in terra albanese in danno degli italiani. Alla battaglia finale per Tirana partecipò il Battaglione “Gramsci” con tutti i suoi effettivi e partecipò a tutti i combattimenti sia quelli iniziali che quelli finali dal 31 ottobre al 17 novembre ed ebbe la grossa soddisfazione di incontrarsi verso le cinque del pomeriggio del 17 novembre con quasi tutti gli effettivi a Piazza Skanderberg con le altre formazioni dell’Esercito Nazionale di Liberazione Albanese. Tirana è avvolta dagli incendi e le mine a scoppio ritardato poste dai tedeschi iniziano a brillare, ma ormai Tirana è conquistata anche con la partecipazione dei soldati italiani.

 Il 29 novembre si tiene a Tirana una parata, che fu definita della vittoria, in cui il Battaglione Gramsci al completo, comprese le batterie Cotta e Menegazzi, sfilano tra il consenso e gli applausi generali.

 

Il giorno successivo tutto il Battaglione e le artiglierie si incamminano verso nord ad incalzare i tedeschi, che sono in piena ritirata. Il gen Piccini con i suoi uomini si trasferisce a Tirana, ove il Comando Partigiano Albanese si trasforma in Governo provvisorio. Inizia in Albania il dopoguerra, in cui la situazione degli italiani era alquanto confusa, se non torbida. Coloro che avevano interesse a mantenere le proprie posizioni di privilegio presso la nascente dirigenza albanese erano gli stessi italiani che ben poco avevano fatto per aiutare i soldati italiani in difficoltà e senza appoggio alcuno. La necessità più urgente in quell’ultimo mese del 1944 è avere un quadro generale della situazione dei soldati italiani in Albania, le loro condizioni ed iniziare ad avviare le iniziative per un rimpatrio, che era desiderato da tutti, anche se in Italia la guerra era ancora in corso.[2]

 

(massimo Coltrinari)

[1] Una ampia descrizione delle operazioni in Albania a cui parteciparono i soldati italiani è stata ricostruita nei dettagli in Coltrinari M.,, La Resistenza dei Militari Italiani all’Estero, Albania., Roma, Ministero della Difesa, Commissione per lo studio della Resistenza dei Militari Italiani all’estero, Rivista Militare, 1999 pag.679-917. Anche in questa occasione si ribadisce l’approccio da noi adottato della Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti, evidenziando che le gesta e l’azione di Terzilio Cardinali e di tutti i soldati italiani combattenti in Albania contro i tedeschi difficilmente si potrebbero inquadrare nel riduttivo concetto che la guerra di liberazione intesa come lo scontro tra ribelli e repubblichini nel nord d’Italia

[2] Una ricostruzione in dettaglio delle operazioni finali e per la Battaglia di Tirana si trova in Coltrinari M.,, La Resistenza dei Militari Italiani all’Estero, Albania., cit, pag. 920-930

mercoledì 25 novembre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero. Il Comando Italiano Truppe alla Montagna rientra in Italia

 


L’inizio del 1944 in Albania fu veramente tragico. Le cinque offensive lanciate dai tedeschi contro tutti quelli che si opponevano avevano disperso sulle montagne inospitali le forze ribelli. I soldati italiani che erano sfuggiti ai rastrellamenti tedeschi ed alla deportazione in Germania, erano divisi in due masse. Una piccolissima parte in armi inquadrata nelle fila dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese, sull’ordine dei 4-5000 uomini, una massa molto superiore di circa 40.000 uomini dispersa nelle campagne e sulle montagne, nascosta, che sopravviveva di espedienti, senza possibilità alcuna di ricevere aiuto. Contro costoro si accaniva la crudeltà del Balli Komintar, l’organizzazione collaborazionista albanese, animata da un odio “antitaliano” di rivalsa e di rancore inusitato verso i fascisti italiani che avevano promesso tanto, ma che poi non solo non avevano mantenuto le promesse, ma si erano rilevati il cavallo perdente nella coalizione hitleriana. I veri potenti erano i tedeschi e loro questo lo avevano capito in ritardo. Contro la massa dei soldati italiani inermi si scagliarono le formazioni dei collaborazionisti albanesi, sostenuti dai tedeschi. Da ricordare il grande rastrellamento nelle maggiori città albanesi, soprattutto Tirana e Dibra, in cui soprusi, violenze ed uccisioni perpetrati a danno degli italiani furono innumerevoli. La condizione di vita dei soldati italiani erano veramente tragiche. Per sopravvivere avevano dovuto scambiare alloggio e viveri con quello che avevano, prima le armi, poi l’equipaggiamento, poi i beni personali e quindi il vestiario. Di fronte avevano una popolazione ostile, contadina rude a cui si aggiungevano veri e propri banditi, spesso mascherati da partigiani, che vedevano nell’italiano un momento di attuazione dell’orgoglio nazionale e personale di albanesi che finalmente si potevano sentire superiori di fronte a rappresentanti di una nazione come l’Italia.

Dal punto di vista militare, il Comando Italiano truppe alla Montagna era stato praticamente distrutto; nel gennaio 1944 una ulteriore offensiva tedesca portò alla cattura del Ten. Col. Mario Barbi Cinti, mentre il resto del comando si disperse. Le unità dipendenti anche loro disperse, senza collegamenti ed operanti in alta montagna, unico posto sicuro. La situazione dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese non era migliore. Le formazioni ribelli albanesi erano anche loro disperse, e la loro capacità operativa era ridottissima. In pratica nei primi mesi del 1944 i tedeschi poterono annunciare che in Albania le forze ribelli erano state annientate. Con l’arrivo della primavera, e con l’avanzarsi della buona stagione, le fila ribellistiche iniziarono a riunirsi. Per volere di Enver Hocha, fu data la massima attenzione alla ricostruzione del Battaglione “Antonio Gramsci” distrutto nella battaglia del 1 novembre 1943 a Berat, mentre non si vedeva di buon occhio da parte dei capi partigiani albanesi la ricostruzione di un Comando italiano autonomo. Lo scopo era chiaramente politico. L’Albania doveva essere liberata dagli albanesi, e soprattutto dai comunisti albanesi per creare nel dopoguerra uno stato proletario e sovietico. In questo quadro la ricostruzione del Battaglione “Gramsci” non trovò ostacoli. A fine marzo, il battaglione, al comando di Tersilio Cardinali, e come commissario politico Bruno Brunetti, accoglieva tutti gli italiani che ancora erano armata, e via via si completavano i ranghi. Il battaglione divenne un modello di guerriglia italiani, costituita da “irriducibili” fortemente ideologicamente schierati. Oltre a coloro che già avevano aderito al Partito comunista o erano antifascisti, si unirono anche i delusi dal fascismo, a coloro che erano partiti per conquistare il mondo e si erano trovati in disastri difficilmente immaginabili. La violenta e sorda reazione negativa nei confronti del proprio giovane passato fece sì che il Battaglione “Gramsci” accogliesse elementi fortemente motivati. Inoltre molti preferivano ritornare a fare i soldati che vivere nascosti alla mercé del caso. Innumerevoli sono le testimonianze di soldati italiani che per sopravvivere si ridussero a fare cose degradanti. Spesso per avere dello scarso cibo, si sostituivano all’asino per far girare la ruota del mulino, oppure agli animali per tirare l’aratro. La vita presso i contadini albanesi per tantissimi soldati italiani si può paragonare agli inferni dei campi di concentramento in Germania


 Continua  ilporssimo post sarà pubblicato il 20 novembre 2020)

sabato 21 novembre 2020

1944. I Militari Italiani all'Estero. Jugoslavia

 



La divisione “Garibaldi, come visto, era nata il 2 dicembre 1943 dalla fusione dei reparti della Divisione “Venezia” e della Divisione Alpina “Taurinense”, del Regio Esercito operanti nel Montenegro fino alla crisi armistiziale. La Divisione “Garibaldi” aveva assunto organici conformi a quelli già in atto presso l'unità dell'esercito di liberazione jugoslavo e operava nella città di Pljevlja, e comprendeva la 1a, (composta dalla Divsione “Aosta” ed alpini della “Taurinense”) la 2a e la 3a Brigata “Garibaldi”;  era stata passata in rivista, al momento della sua costituzione dal comandante del II Corpo d'assalto jugoslavo generale Peko Dapcevic, alle cui dipendenze operative era stata posta la “Garibaldi” con il consenso dallo Stato Maggiore Italiano a Brindisi. Le operazioni del dicembre fino a febbraio del 44 riguardano l'ordine alla Divisione “Garibaldi” di marciare dalla zona di Durmitor in Montenegro alla Serbia. In pratica nella andata e ritorno fu compiuto questo viaggio di 52 giorni dalla ultima decade del ‘43 al 2 febbraio del 44 e non si va molto lontano dal dire che furono compiuti circa 1500 km in media 30 km al giorno. Le operazioni del 2° Corpo d’Assalto Jugoslavo in Serbia furono un insuccesso totale e forse, dopo l’azione tedesca su Pljevlja che aveva procurato tante perdite, doveva far riflettere i comandanti di Tito prima di iniziare una azione di penetrazione in Serbia. In pratica gli uomini della “Garibaldi” in tre mesi erano sempre in cammino tra ghiacci o tra la neve, con ripetute azioni contro il nemico, tra disagi e fame.

Con un ordine inaspettato del comando del 2° Corpo d’Assalto del EPLJ al Comando della divisione italiana Partigiana “Garibaldi” veniva disposto che la 2a e la 3a Brigata “Garibaldi” avrebbero dovuto raggiungere la Bosnia e passare alle dipendenze operative del 3° Corpo d’Assalto. Questo ordine aveva due motivi giustificazioni, il primo in quanto le riserve di viveri in Montenegro e nel Sangiaccato erano completamente esaurite, il secondo che le due Brigate italiane avrebbero dovuto sostituire altrettante Brigate jugoslave in procinto di trasferirsi in Serbia. Tale ordine provocò le proteste da parte del comandante della divisione “Garibaldi” che, tra l'altro, vedeva smembrata la sua divisione, ma non si ottenne la sua revoca perché in tal senso era stato disposto dal Comando Supremo di Tito per esigenze strategiche. Nel Montenegro il Comando della “Garibaldi” notevolmente ristrutturato dal Secondo Corpo d’Armata slavo in uomini e mezzi avrebbe potuto disporre sul campo della I Brigata “Garibaldi” la cui forza organica delle due divisioni italiane sia la Taurinense che la “Venezia” alla data del 8 settembre era di 19089 uomini e 18000 soldati


(massimo Coltrinari)

sabato 14 novembre 2020

C.I.S.R. La conquista del bacino del Donetz. I Risvolti logistci

 


Nella Relazione finale sulle operazioni del C.I.S R. Il Maresciallo Messe, in merito alla conquista del bacino del Donetz, nei suoi risvolti logstici

Il periodo delle operazioni per la conquista del bacino del Donetz rappresentò effettivamente la maggior punta di crisi logistica di tutta la campagna, il limite massimo tra l’osare ed il potere, il trionfo delle forze dello spirito.

Gli elementi essenziali per incidere su questo stato di fatto furono i seguenti:

- la situazione preesistente, precedentemente accennata;

- la nostra ormai nota insufficienza quantitativa e qualitativa di mezzi di trasporto;

- le inadempienze tedesche in fatto di rifornimenti e di convogli ferroviari;

- il peggioramento delle condizioni atmosferiche.

Circa i rifornimenti da parte germanica si può dire che essi si effettuarono regolarmente fino al Bug, divennero incompleti da Bug al Dnjepr, furono assolutamente insufficienti ed oltremodo intricati dal Dnjepr al bacino del Donetz. Questa schematizzazione acquista particolare valore ove si pensi che il periodo di massima crisi logistica, tra Dnjepr e Donetz, doveva coincidere con una fase di intensissima attività operativa e di irreparabile stasi dei trasporti per via ordinaria.

Mentre infatti le truppe, superando sforzi durissimi e marciando quasi sempre a piedi, riuscivano a procedere verso gli obbiettivi, le autocolonne di rifornimento restavano inesorabilmente bloccate dalla impraticabilità delle piste: di giorno per il mare di mota che le sommergeva, di notte per l’inimmaginabile sconvolgimento del terreno solidificato dal gelo, arato profondamente in ogni senso dai solchi delle ruote, tale da rendere inefficiente ogni nostro automezzo dopo appena qualche chilometro di percorso.

Unico mezzo di trasporto in grado di funzionare era quello aereo ed a questo si ricorse per i rifornimenti più urgenti di viveri e di munizioni e per lo sgombero dei feriti gravi dalla zona di Stalino a quella di Dnjepropetrovsk. Ma gli apparecchi disponibili erano pochissimi e il loro contributo non rappresentava che un palliativo.

Nonostante tutto, la truppe non si arrestarono e conquistarono in breve tempo tutti gli obiettivi fissati. Ma giunsero stanchi dalle marce e dai combattimenti, abbisognevoli di tutto, scarpe, uniformi, viveri, munizioni, carburante. E l’inverno era alle porte.

Per sopperire alle esigenze delle unità non bastava più spostare in avanti le basi, ma occorreva alimentare abbondantemente le basi stesse, per evitarne il rapido esaurimento. Era questo un problema essenzialmente ferroviario e le ferrovia erano ipotecate dai tedeschi, come al solito larghi di promesse e di convenzioni, ma terribilmente egoisti nel concedere e instabili nel mantenere.

L’Intendenza del C.S.I.R. aveva elaborato progetti sommari di rifornimenti ferroviari, richiedendo alle autorità germaniche un determinato contingente di convogli mensili ma, a causa della insufficiente potenzialità delle linee in rapporto alle numerose esigenze, il programma dovette essere notevolmente ridotto.

 

sabato 7 novembre 2020

C.I.S.R. Rapporti con i Tedeschi. Trasporti ferroviari. Agosto 1941

Considierazioni sulla campagna di Russia



Il Maresciallo Messe nella sua Relazione finale così evidenzia i rapporti italo-tedeschi in tema di trasporti

Lettera diretta il 15 novembre 1941 dall’Intendenza del C.S.I.R. allo Stato Maggiore dell’Esercito, nel quale risulta chiaramente lumeggiata la contrastata questione:

 

“…Non conosco le cause che hanno indotto il comando tedesco a ridurre da 25 a 15 i treni che mensilmente potranno essere inviati al C.S.I.R., come pure non conosco i motivi che hanno indotto codesto S.M. all’accettazione pura e semplice di tale fatto. Il problema dei trasporti ferroviari, affrontato da mesi, non ha ancora trovato una soluzione ed anzi oggi è ricondotto all’origine, senza che i successivi insistenti interventi abbiano dato un frutto qualsiasi. Infatti l’Intendenza il 13 settembre chiese l’inoltro di un treno al giorno oltre il Dnjepr; glie ne fu garantito prima uno ogni due giorni da Q.U.2 del comando sud, poi 25 al mese dal comando Supremo tedesco, peraltro ridotti subito a 20 dal Q.U.2, infine ridotti ancora a 15 dal comando Supremo tedesco. Ad onta delle riduzioni le promesse non furono mantenute. Infatti nel periodo 15 settembre - 15 novembre sono giunti 25 treni, mentre secondo gli impegni di Uman del Q.U.2 (13 settembre) e quelli successivi del Comando Supremo tedesco, nelle stesso periodo di due mesi ne avrebbero dovuto giungere 40. Oggi, coi 15 treni al mese, si è tornati esattamente al punto di partenza di due mesi fa.

Ovvio che queste continue variazioni impediscono l’attuazione di qualsiasi piano organico di preparazione e di trasporto e tutte le previsioni sono annullate.

Il ritardo nell’arrivo dei treni ha portato poi alla conseguenza che materiali che occorreva distribuire alle truppe fin dall’ottobre, si sono accumulati a Dnjepropetrovsk e non è possibile farli proseguire causa l’arresto dei trasporti automobilistici, dovuto al mal tempo. Ed altri materiali necessari al C.S.I.R. per lo svernamento sono ancora in Italia e giungeranno, quando non ce ne sarà più bisogno....-

…In conclusione chiedo allo S.M. Esercito che interessi d’urgenza il comando supremo perché ottenga da quello tedesco l’impegno definitivo a far affluire al C.S.I.R. 25 treni al mese, con attuazione immediata, ad eccezione dei treni ospedale, trasporto truppe e di quelli previsti per lo sgombero delle basi logistiche arretrate.

…Contemporaneamente insisto presso la parte germanica in loco perché assegni al C.S.I.R., non appena riattata la ferrovia Dnjepropetrovsk-Stalino, una media di 20 vagoni al giorno, per lo spostamento in avanti dei magazzini”.

 

E’ da tener conto che sui rifornimenti ferroviari incidevano anche la necessità di trasbordo (di cui i tedeschi profittavano per realizzare furti in grande stile, facendo sparire talvolta interi vagoni) ed i continui rimaneggiamenti dei treni che per strada dovevano alterare più volte la loro composizione originaria. Cito, ad esempio, un treno munizioni, giunto a Krivoirog incompleto ed inutilizzabile perché erano stati avviati altrove i vagoni che portavano gli elementi del colpo.