Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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giovedì 12 marzo 2009

La crisi armistiziale italia del settembre 1943

UNA DISFATTA MORALE
Filippo Stefani

L'8 settembre fu prima di tutto una disfatta morale. Il tessuto con­nettivo spi rituale e morale, faticosamente costruito dal 1848 in poì, subì una lacerazione ampia e profonda, di difficile e lunga rimargi­nazione, le cui cicatrici sono ancora visibili. Il disorientamento fu gra­vissimo e generale. Molti mali morali dei quali l'Italia, a quarant'an­ni dall'evento, continua a soffrire ebbero origine da quella catastro­fe. Il marasma spirituale e morale non fu minore di quello politico e militare. Entrò in crisi la stessa coscienza unitaria della nazione, messa in grave pericolo dalla divisione in due tronconi del territorio nazionale, uno alla mercé degli anglo‑americani, l'altro dei tedeschi. 1 valori tradizionali, per la cui affermazione e difesa si erano battute intere generazioni ed avevano sacrificato la vìta centinaia di migliaia dì soldati, persero, nella coscienza di molti, credibilità ed affidabili­tà. La sedizione di Mussolini e dei fascisti, decisi a continuare la lotta a fianco dei nazisti, provocò la guerra civile. Nuovamente terra di do­minìo degli stranieri, l'Italia sembrò tornare alle forme deteriorì del periodo medioevale. La depressione spirituale e morale incentivò l'ob­nubilamento di molte coscienze, indusse a scelte opportunistiche e di comodo, favorì la fuga dalle responsabilità.
Nel vuoto spirituale morale, singoli e gruppi, in buona parte, non seguirono che l'impul­so di interessi contingenti e materiali, ignorando i diritti e le ragioni della Patria, e si ebbe così un processo di dissoluzione che parve inar­restabile, ma che per grazia di Dio non lo fu.
Della disfatta militare abbiamo già trattato, ma ci sembra conve­niente riassumere in un quadro unitario le cause che ne furono l'ori­gine. Di queste la principale non fu la superiorità delle forze tedesche. A tale riguardo occorre precisare che le forze tedesche erano inferio­ri numericamente a quelle italiane: 17 divisioni tedesche contro 24 italiane (delle quali 9 in ricostituzione) nel territorio nazionale, Sar­degna compresa; 20 divisioni tedesche contro 35 italiane nei territori occupati ed in Egeo. Ferma restando la relatività del valore del raf­fronto numerico tra divisioni con coefficienti di potenza e di capacità operativa assai diversi, non si può egualmente parlare di superiorità quantitativa tedesca. In particolare, ad esempio, a Roma le forze te­desche terrestri l'8 settembre erano inferiori di circa un terzo rispet­to a quelle italiane; in Sardegna contro 25 mila tedeschi di tutte le tre forze armate erano presenti 132 mila ufficiali, sottufficiali e sol­dati dell'esercito italiano; in Corsica le forze armate tedesche com­prendevano in tutto meno di 5 mila uomini, mentre quelle italiane (esercito, marina, aeronautica, guardia di finanza, milizia), raggiun­gevano circa le 80 mila unità. Riferita alla qualità dei mezzi blindo­corazzati e dei mezzi meccanici di trasporto, la superiorità dei tede­schi era invece quasi ovunque di un qualche rilievo, ma occorre ag­giungere che, mentre essi si giovarono sempre con grande profitto del­l'elevato grado di mobilità delle loro unità, raramente sentirono il bi­sogno dì fare ricorso a formazioni massive di carri armati e di mezzi blindati, dei quali si servirono essenzialmente per esercitare minac­ce potenziali utilizzando in genere reparti di livello modesto. Più che alla disponibilità di ottimi carri armati, cannoni, pezzi controcarri e contraerei, la superiorità qualitativa dei tedeschi fu espressa dalla loro abilità tattica, dalla loro flessibilità ordinativa e dalla perfezione del­le loro tecniche d'impiego, comprese quelle di carattere psicologico. Altro fattore della superiorità tedesca fu la capacità del personale mi­litare addetto a compiti territoriali, logistici e burocratici a trasfor­marsí rapidamente, al momento del bisogno, in soldati combattenti, professionalmente non meno abili di quelli inquadrati nelle unità di impiego tattico. Niente di simile nella pletora di scritturali, magazzi­nieri, piantoni, attendenti dell'esercito italiano e neppure nei repar­ti di difesa territoriale o di truppe ai depositi, sebbene non siano mancati, da parte di queste ultime, episodi brillanti di resistenza
imperniata su fattori morali più che sostenuta da adeguata perizia pro­fessionale. Oltre che possedere un elevato grado di addestramento, le unità tedesche erano state psicologicamente preparate all'aggressio­ne ed al ricorso alla sorpresa, all'astuzia, all'inganno, alla rapidità del­le azioni. Last but not least, i tedeschi ricorsero in larga misura alla ma­lafede, al ricatto, al tradimento della parola data, al terrore, alla minac­cia ed all'effettuazione di rappresaglie degne di barbari. 1 punti di de­bolezza delle unità italiane, dislocate in patria e nei territori occupa­ti, erano la grande diluizione degli schieramenti ed il disequilibrato frazionamento dei reparti, aggravati in taluni settori dal frammischia­mento con le unità tedesche. Sebbene diverso da unità ad unità, il mo­rale era generalmente basso e l'improvvisa notizia dell'armistizio non giovò al mantenimento dei vincoli disciplinari nei reparti. Nessuno, in definitiva, può contestare che nel pomeriggio dell'8 settembre la situazione strategica e militare italiana fosse difficile, delicata, incerta e minacciata da gravi pericoli ovunque, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che entro 72 ore, l'esercito italiano, come tale, sarebbe scomparso da tutti i campi di battaglia, ad eccezione della aliquota della 7 a armata dislocata in Calabria, in Basilicata e nelle Puglie, del­le forze esistenti in Sardegna ed in Corsica e di poche unità che resi­stettero più a lungo nelle isole greche. Senza nessuna grande batta­glia ‑ l'unica ingaggiata venne fatta sospendere, ordinando il rompe­te le righe alle grandi unità dei corpi d'armata di Roma, nella sua fa­se decisiva, quando era ancora prevedibile il successo ‑ 52 divisio­ni 16, ancorché di efficienza e di capacità combattiva ridotte, cessa­rono di esistere dopo che la gran parte dei comandi d'armata e di cor­po d'armata che le inquadravano o si erano autosciolti, od erano stati catturati, o avevano cercato e raggiunto intese con i tedeschi. Spesso fu il disarmo morale dell'alto a provocare quello materiale del basso. Molte, dunque, furono le concause della disfatta militare, ma è fuori della obiettività storica chi non vi inserisce la pronta disponibilità di molti comandanti e stati maggiori di livello elevato alla trattativa con i tedeschi. Può non essere priva di fondamento la tesi che, dalle pre­cedenti direttive delle autorità militari centrali, molti comandi peri­ferici elevati possano avere dedotto che l'armistizio fosse stato con­cordato con gli stessi tedeschi. Come spiegare diversamente, si chie­sero molti comandanti, che per 45 giorni si era tollerato l'ininterrot­to afflusso di forze germaniche nella penisola e nei territori occupati e che a queste era stato consentito di assumere lo schieramento più idoneo e vantaggioso per incapsulare, intrappolare e paralizzare al momento voluto le unità italiane, e di farla da padrone sulle vie di

comunicazione e sui centri nodali dei trasporti? E che cosa dire del­l'ambiguità di tutte le direttive ricevute dai comandi di grande unità dal 10 agosto in poi e dello stesso proclama del maresciallo Badoglio? Le responsabilità dei vertici ‑ lo abbiamo chiaramente sottolineato ‑ furono enormi, ma molte rinunzie aprioristiche alla lotta da parte di alti comandi periferici sulla base di valutazioni precipitose, agita­te, di comodo, o sulla base di presunzioni infondate e comunque di per sé prive di riscontro obiettivo, o volute giustificare con la neces­sità di evitare massicci bombardamenti aerei sulle città ovvero scon­tri giudicati frettolosamente perduti in partenza, furono fuori della logica operativa e ispirate più dall'istinto dell'autoconservazione che non dall'esame ponderato delle contingenze. Vi furono sbandamenti e abbandoni da parte di singoli e di interi reparti; non vi furono am­mutinamenti e diserzioni in massa. L'ordine di cessare il fuoco, di con­segnare le armi, di rompere le righe partì quasi sempre dall'alto. Là dove i comandanti vollero, ripresero subito alla mano le loro unità e repressero rapidamente con opera di persuasione la confusione mora­le, il disordine e le fughe in uniforme o in abiti civili. Attribuire lo sfa­celo al basso tono morale ed alla scarsa volontà dei soldati di conti­nuare a combattere a fronte rovesciata, significa generalizzare i casi particolari. La grandissima maggioranza delle grandi e delle minori unità deposero le armi o perché materialmente sopraffatte o in obbe­dienza agli ordini dei comandi gerarchici superiori. La disponibilità alla lotta contro i tedeschi era molto più elevata di quanto gli alti co­mandi avessero valutato. Anche reparti e soldati della milizia imbrac­ciarono le armi contro i tedeschi. Gli ufficiali, i sottufficiali ed i solda­ti che accettarono di passare dalla parte tedesca furono pochissimi; la grandissima maggioranza rifiutò ogni forma di collaborazione con la Germania preferendo darsi alla montagna e alla guerriglia o lascian­dosi internare nei campi di concentramento in terra straniera. Della disponibilità alla lotta contro i tedeschi dettero prova, a cominciare da Roma, anche semplici cittadini che inviarono propri comitati pres­so i comandi delle grandi unità complesse, o quelli della difesa territo­riale, per chiedere armi al fine di affiancarsi ai soldati. A Roma, a To­rino, a Milano ed altrove i comandi ritennero di non poter aderire alle richieste, rifiutando un concorso che sarebbe stato quanto mai vantag­gioso ai fini morali e quanto mai utile per anticipare i tempi di orga­nizzazione e di entrata in azione della resistenza. Abbiamo ricordato i combattimenti, i fatti d'arme, gli episodi principali nei quali intere divisioni e molte unità di livello subordinato non si ritrassero dalla lotta ed è proprio la lunga serie di tanti nobili e gloriosi sacrifici ‑ che
ebbero protagonisti ufficiali generali, superiori ed inferiori, sottuffi­ciali, graduati e soldati ‑ che illumina la tenebra dell'8 settembre.
Qualora i vertici e molti altri capi fossero stati pronti a dare te­stìmonianze, anche a costo della vita, della loro determìnazìone nel­l'opporsi ai tedeschi, malgrado la drammaticità di molte situazìoni, forse gli eventi avrebbero seguito un corso diverso ‑ basti ricordare la difesa di Roma ‑ e certamente dalla inevitabile sconf itta‑disf atta, non sarebbero derìvati il decadimento generale degli ideali e dei sen­timenti di amore della Patria, la diffidenza contro l'autorità e contro qualsiasi forma di guida disciplinata, il misconoscimento dell'onore, dell'obbedienza, dell'impegno, del dovere, dell'ordine e della discipli­na, il rifiuto dello spirito di sacrificio ‑ prìncipi basilari del soldato ‑ che furono le conseguenze più gravi dell'8 settembre e quelle che produssero la disfatta. Valori più o meno sfacciatamente messi ìn di­sparte, nell'imminenza del pericolo potenziale tedesco, da molti di co­loro che di tali qualità e virtù avrebbero dovuto essere il modello. La causa prima della disfatta fu la penuria di capì competenti e capaci, ricchì di senso del reale, di padronanza di se stessi, di disinteresse personale, di fede nella grandezza del compito, di dignità, di decisio­ne e di tenacia. Ancora peggio fu la mancata celebrazione in tempi posteriori di un processo a tutto lo staff politico e militare. Il silenzio su molte responsabilità venne interpretato come se non vi fosse stata materia per procedere. 1 processi celebratì a caldo a carico di alcuni generali non valsero a focalìzzare le responsabilità a monte. Vi furo­no molti comandanti liberi da ogni colpa, ma ve ne furono altri ‑ che pure in precedenti occasioni avevano reso eminenti servigi alla Pa­tria in pace ed in guerra ‑ che avrebbero dovuto essere chiamati a giustificare il loro comportamento o la loro inerzia. Per molto meno, nel 1849, era stato condannato e fucilato il generale Ramorino 17 sul quale vennero scaricate, non tutte con fondamento, le responsabilità della sconfitta di Novara ed era stato sottoposto a giudizio del Sena­to del regno e degradato per inettitudine l'ammiraglio Pallion conte di Persano 18, battuto a Lissa il 20 luglio del 1866 dalla flotta dell'im­pero asburgico. Non è oggi, a quaranta anni di distanza, che si possa­no aprire istruttorie e celebrare processi, che allora gli stessi alleati impedirono, ma sul piano storico è necessario alzare i veli, ripudiare i falsi pudori, bandire gli eufemismi se si vogliono davvero restaurare tutti i valori che l'8 settembre vennero negletti e misconosciuti impu­nemente. Per coprire le responsabilità dei colpevoli furono enfatizzate la superiorità dei tedeschi, l'eccitazione prodotta dall'improvvisa noti­zia dell'armistizío, la disseminazione e la frammentarietà delle unìtà
e degli schieramenti (che pure esisteva), l'insufficienza del tono mo­rale dei singoli e delle unità e la propensione generale a deporre le armi per fare ritorno alle proprie case. Parametri tutti indubbiamen­te presenti, ma che non bastano a spiegare l'8 settembre, senza dire che alcuni di essi erano l'effetto dell'insipienza e dell'imprevidenza dell'alto, e che tanto meno autorizzano a riversare sulla collettività dei gregari le colpe dei capi. Di queste ultime una delle più gravi fu proprio il non aver colto e l'aver trascurato l'anima dell'esercito, la quale, malgrado tutto, sopravviveva e là dove venne valorizzata dette prove luminose della sua vitalità. Altrimenti non vi sarebbero stati i tanti combattimenti che abbiamo ricordato, il rifiuto corale alla colla­borazione con i tedeschi degli internati militari nei campi di concen­tramento, l'avvio immediato della lotta clandestina armata, la cui or­ganìzzazione militare iniziale fu opera esclusiva, o quasi, di ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati delle fone armate, soprattutto dell'eser­cito; la ricomparsa, in prima linea, esattamente due mesi dopo (8 di­cembre), della prima formazione dell'esercito regolare sul costone di monte Lungo. Una configurazione diversa dell'8 settembre è pretestuosa o quanto meno reticente, se non addirittura deliberatamente falsa.

martedì 3 marzo 2009

A TUTTI I MIEI AMATI COMPAGNI DEL 150° CORSO “MONTELLO”

Antonio Piemontese

Non senza esitazione e timore d’essere frainteso circa le finalità delle presenti righe ed incoraggiato dal suggerimento di alcuni di noi, mi accingo a condividere con tutti voi, amati compagni di Corso, una mia personale esperienza umana e spirituale che credo e spero possa rappresentare per credenti e non, per praticanti e non, uno “spunto di riflessione” in una qualche maniera forse utile sul piano esistenziale di ciascuno.

La esitazione appena confessata non ha certamente origine dalla paura di apparirvi, come dire, un po’ “rincoglionito” o affetto da una sorta di rara patologia che potrebbe definirsi “sclerosi mistico-ascetica”: in verità sono pronto - parafrasando San Pietro - “a rendere ragione della speranza che è in mè”!

La vera origine della mia titubanza risiede nel timore che possiate considerare questi miei pensieri come una sorta di gratuita forma di intromissione e di maldestro tentativo di forzatura del santuario della interiorità di ciascuno, spazio nel quale ogni uomo è libero, per stessa volontà creatrice, di pensare e gestire a suo modo, nel sacrosanto esercizio di quel “libero arbitrio” che, dopo la chiamata dal “non essere” all’”essere”, rappresenta per ogni uomo, senza ombra di bubbio, il più grande dono del suo Creatore: la libertà!

Ciò che mi ha spinto a redigere questo scritto è in realtà, come ho già detto, solo la voglia di rendervi partecipi di una personale esperienza spirituale che è stata per me fonte di infinita ed indescrivibile gioia e che, come tale, esige d’essere condivisa con chi mi è caro.

Vorrete perdonare questa sorta di precisazione preliminare che mi auguro possa contribuire, oltre che a sgombrare il campo da ogni perplessità su questa mia iniziativa, possa nello stesso tempo anche a produrre quella “apertura di cuore” che può essere considerata come la sola chiave di lettura delle presenti righe.

Penso che tutti voi, più o meno ricordiate quel vostro compagno di Corso del III° Plotone della III^ Compagnia che decideste di soprannominare -opportunamente, per lo spirito cameratesco e goliardico che eravamo capaci d’esprimere a quei tempi - “Verzega” ( la cui assonanza con quello che seguiva…. lascio alla vostra memoria).

Uscito dall’Accademia e promosso Sottotente, dopo un periodo di circa sedici anni trascorso in vari Enti e Reparti dell’Esercito, il 1 marzo del 1980 sono stato assegnato al Raggruppamento Unità Difesa, nell’ambito del quale ho prestato ininterrottamente servizio per circa 25 anni, ricoprendo numerosi incarichi di natura operativa.

Il 1 ottobre del 2002, avendo raggiunto i fatidici 40 anni di servizio effettivo (ed i 47 utili a pensione, essendo entrato in Accademia, come forse ricordate, con il grado di Sergente della Marina Militare e con già sei anni di servizio utile a pensione) ed avendo raggiunto in quella Organizzazione il livello di 1° Dirigente (Direttore di Sezione, più o meno corrispondente alle funzioni del grado di Brigadier Generale), sono andato “a domanda” in quiescenza.

Ma vi ho propinato questa “Verzega Story” per cercare di farvi comprendere come nella mia esistenza umana e spirituale (sotto certi aspetti, direi, umanissima essendo stato, spero solo per il passato, un “grosso esportatore e magnate” di “peccato”) la Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura si è puntualmente verificata ed - in un certo senso - direi letteralmente incarnata nella mia persona!

Nel corso del mio excursus professionale in tale particolare ambito operativo, ho avuto la possibilità di fare molteplici esperienze, soprattutto dal punto di vista umano, alcune delle quali altamente gratificanti ed altre particolarmente “dolorose”, sia sul piano fisico (a seguito di “incidente” di servizio sono stato in coma per 24 ore e sottoposto successivamente ad una serie di interventi chirurgici) , sia su quello interiore, in ordine alle quali sarebbe (diciamo) “sconveniente” trattarne via e-mail.

E’ stato come se, ad un certo punto, inaspettatamente, tutto ciò in cui avevo creduto, tutto ciò in cui avevo posto ogni certezza e sicurezza, tutto ciò per cui avevo lottato, sperato, difeso, conquistato, costruito e considerato granitico e consolidato nella mia esistenza, si fosse rapidamente ed inesorabilmente sgretolato nelle mie mani: è stato come se serrassi solo sabbia che, all’aumentare della stretta alla ricerca di una impossibile consistenza e solidità, aumentava inesorabilmente la rapidità del suo sfuggire tra le dita.

Mi è venuto allora alla mente quel passo del Capitolo 7 del Vangelo di Matteo dove Gesù dice:

“Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

E’ come se avessi ad un tratto compreso con assoluta chiarezza che quel “costruttore stolto” ero proprio io e che quella casa, caduta in rovina grande a causa della pioggia, dello straripare dei fiumi e del soffio dei venti della sofferenza, era niente altro che la mia esistenza, fino a quel momento da me edificata su quei valori che avevo posto a suo fondamento: avevo tragicamente e maldestramente confuso la sabbia con la roccia!

Si è puntualmente realizzata nella mia esistenza quanto recita un passo del Salmo 48:

“L’uomo nella prosperità non comprende: è come gli animali che periscono”

Finchè tutto mi è andato bene e per il verso giusto, lavoro, salute, successo professionale (sono stato il più giovane dirigente del RUD e “Capo Centro” in una ambitissima sede operativa, svolgevo una intensa attività operativa, ecc.) tutto mi sembrava come “dovuto”, a fronte del mio impegno e delle mie presunte capacità personali.

Ma quando queste “certezze umane” hanno inevitabilmente cominciato a vacillare sotto l’incalzare di eventi negativi da me non previsti ( e valutati sul momento vere e proprie “iatture”) …..mi sono accorto di aver fatto un grandissimo pasticcio nel redigere l’ordine delle gerarchie esistenziali sulle quali avevo basato la mia vita: in ordine di priorità, donne, carriera, danaro,
successo, Famiglia e…..poi, molto ….poi,….all’ultimo posto della scala dei valori … quel Padre Eterno sul quale mi istrtuì la buonanima di mia Madre quando ero bambino e che avevo tranquillamente relegato nei ricordi della mia infanzia.

Dieci anni fa, circa, ho cercato di ristabilire ordine in questa scala di valori, ponendo, sull’esperienza delle pregresse e parzialmente già citate situazioni dolorose vissute ed alle quali non mi era stato oggettivamente possibile dare una spiegazione razionale, al primo posto Dio e poi - solo dopo - tutto il resto, ugualmente importate per la vita di un uomo normale ma assolutamente da subordinare al “Datore” di tutto quel “resto” che Gli avevo irresolutamente anteposto.

Ma quanto fin qui descritto non è che l’inizio di quel meraviglioso percorso che l’infinita ed impescutabile misericordia di Dio ha riservato non solo a me, come una sorta di persona “particolarmente amata” e/o “privilegiata”, ma a chiunque si rivolge a Lui con cuore aperto, riconoscendo le proprie miserie ed errori commessi a causa della umana fragilità che ci porta, parafrasando San Paolo, “…a fare ciò che non vorremmo ed a non fare ciò che vorremmo…”

Ma ora arriviamo al dunque della mia esperienza.

Penso che appaiano a tutti abbastanza comprensibili la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di descrivere a parole sentimenti, sensazioni ed emozioni che si provano nel profondo dell’animo umano e per le quali qualunque espressione risulta fortemente inadeguata e riduttiva.

Quando poi si è chiamati ad argomentare in ordine al mistero della infinita ed insondabile Misericordia di Dio, l’impresa appare del tutto impossibile poiché di gran lunga eccedente la comprensione umana.

Si, perché tutto quanto si riferisce alla mia ordinazione a Diacono Permanente della Chiesa di Gesù Cristo, avvenuta in Roma il 22 novembre dello scorso 2008 per le mani del Vicario del Papa in S.Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma e del Mondo, riguarda proprio il mistero della insondabile Misericordia del Signore.

Diverse persone ,dopo la solenne celebrazione del rito, mi hanno fatto amorevolmente oggetto delle loro “congratulazioni”, quasi con l’intento di riconoscermi una parte di merito in questa vicenda che mi vede, apparentemente ed in un certo senso, come protagonista.

In realtà, l’unico e il vero protagonista è stato indiscutibilmente lo Spirito Santo di Dio, la sola Sua Grazia che, ancora una volta per parafrasare l’Apostolo delle genti “….ha faticato in me…”, in un testone del mio calibro, per farmi comprendere l’autentiticità della “chiamata” del Signore e per farmi ad essa rispondere positivamente, senza opporre particolari resistenze al Suo disegno d’amore da sempre tracciato su di me come su tutti i Suoi figli.

E’ infatti proprio lo Spirito Santo che, nell’intera celebrazione dell’ordinazione, ma in maniera del tutto particolare nella fase della così detta “prostrazione” (quando ci si stende completamente a terra, per capirci) ha operato in me quello che in termini teologici viene propriamente definito il “cambiamento ontologico” che è stato oggetto, nel corso dei miei studi universitari di Teologia, di abbondanti e chiare spiegazioni e che credevo, almeno dal punto di vista razionale, aver correttamente compreso.

Erano invece tutte belle “chiacchiere”: una sua parziale comprensione - ammesso possa essere acquisita , è possibile soltanto a livello esperienziale e di Fede.

Dico, “ammesso” che questo mutamento possa essere compreso, per un duplice ordine di motivi:

· primo, perché si tratta di penetrare la Grazia divina che scaturisce dalla imperscrutabile misericordia di Dio;

· secondo, perché per apprezzare questo cambiamento del proprio essere prodotto dalla Grazia Sacramentale, bisognerebbe avere una necessaria e completa conoscenza del “mistero” di se stessi.

Io so solamente che quel “brocco” di Antonio che si è steso a terra durante la “prostrazione” si è alzato ugualmente “brocco”, ma totalmente ed inspiegabilmente “diverso” nell’intimo: e tale - prego il Signore – di continuare a sentirmi per il resto della mia esistenza.

E’ una sensazione di indescrivibile ed incontenibile gioia che ha pervaso tutto il mio essere, una gioia che è impossibile frenare e contenere e che, nella fattispecie, mi ha ripetutamente e più che visibilmente commosso, facendomi bonariamente “prendere in giro” da tutti.

Ma in realtà non si è trattato di semplice e banale “commozione”, che è propria di un turbamento provocato nell’animo da sentimenti umani che ho - per motivi connessi alla mia pregressa esperienza professionale - imparato perfettamente a controllare , ma di una inconenibile felicità mai prima avvertita nella vita e che è impossibile dissimulare .

In estrema sintesi: è stata per me un’esperienza che mi ha prodotto (e tutt’ora continua a produrmi) come un dolcissimo “stordimento” dovuto al torrente di Grazia che, del tutto immeritatamente, il Signore - per intercessione di Maria Santissima alla quale ho da lungo tempo affidato la mia esistenza e quella di mia moglie e dei mie due figli – ha riversato con sovrabbondanza sulle nostre povere persone.

Dico “nostre” perché questa particolare e personalissima chiamata del Signore non è rivolta soltanto a me, Antonio. Se Egli ha chiamato me, ha inevitabilmente chiamato anche Elena, mia moglie, che non ha rifiutato la insospettata vocazione a sostenermi nel Ministero.

Io solo ho ricevuto “l’Ordine”, ma la grazia che il Sacramento ha prodotto si è riversata in pienezza e totalità in quella mia “una caro” (Antonio-Elena) che si era precedentemente realizzata nel nostro “essere”- nelle nostre persone fisiche e spirituali - con il Sacramento del Matrimonio.

Non v’è dubbio alcuno, quindi, che la nostra unione si è ulteriormente perfezionata, completata , consolidata, al di là delle nostre molte umane debolezze.

Mi sento infine di testimoniare che, in una qualche maniera, si è nella mia vita puntualmente realizzata la “Parola di Dio”, quella abbondante parola di Dio (risparmio le relative citazioni) che afferma : “…laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia…” e “…Dio ho scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti…” ed ancora “…non sono venuto per i giusti ma per i peccatori…”, “…ti basta la mia grazia perché nella tua debolezza si manifesti pienamente la mia potenza” e per finire “...nulla è impossibile al Signore…”.

A questo punto penso realisticamente che qualcuno di voi possa ritenere che quanto fin qui riferito e narrato sia qualcosa che, infondo, riguardi soltanto me e che non possa avere nessuna attinenza con il proprio vissuto e con la propria esistenza.

NO, miei amati compagni di Corso!!!

Tutto quanto narratovi, credetemi, è assolutamente vero ed oggettivamente vissuto sulla mia pelle, senza alcuna enfatizzazione e sorta di “delirio mistico”, probabili in un ricoglionito Colonnello sessantaduenne in pensione.

E se tutto questo è stato vero per me, come lo è stato, è vero anche per tutti quelli che confidano nella infinita ed imperscrutabile misericordia di Dio e nella amorevole intercessione della Sua e nostra celeste Madre.

Tutto quanto ho scritto vuole infondo costituire un forte e chiaro segno di speranza e di fiducia per ogni uomo “di buona volontà” che, avendo percorso una considerevole parte della propria esistenza, è necessariamente costretto a confrontarsi con gli ineludibili quattro interrogativi che interpellano chiunque voglia vivere con la dignità di uomo la propria vita: chi sono, da dove vengo, a che punto sono e dove vado.

Vi prego di perdonare la mia prolissità e vi chiedo scusa per avervi annoiato con le mie chiacchiere che sono, lo ripeto ancora, ben lontane dal “predicozzo moralista” che talvolta risuona in qualche omelia domenicale di qualche Prete, ma l’unico strumento a mia disposizione per dimostrarvi quanto mi senta affettivamente legato a ciascuno di voi con cui ho condiviso una meravigliosa ed irripetibile esperienza giovanile fatta di fatiche e dolori ma anche di tante gioie e soddisfazioni.

Un caro abbraccio a tutti.

Vostro Antonio, Diacono e compagno di Corso




lunedì 2 marzo 2009

LA PRIGIONIA
Massimo Coltrinari Enzo Orlanducci
I Prigionieri Militari Italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Francia e nei Territori Francesi
Roma, Edizioni Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, 1995-1997
ill., pag. 192
Massimo Coltrinari Enzo Orlanducci
I Prigionieri Militari Italiani degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale
Roma, Edizioni Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, 1997-1998
ill., pag. 223
Il cinquantesimo anniversario della fine del SeconDO conflitto mondiale ha costituito un importante impegno per l'Associazione Nazionale reduci dalla Prigionia, dall'Internamento e dalla Guerra di Liberazione che si è proposta di raccogliere, finchè ancora possibile, le testimonianze dei reduci, sia dalla viva voce, sia con la ricerca, più ampia possibile, della documetazione su quello che è stato il più grande sacrificio che un militare vivente può aver subuto: la prigionia
I volumi sopra indicati trattegiano la prigionia in mano alla Francia ed agli Stati Uniti, nella dimensione quanitativa e qualitativa
I volumi possono essere richiesti alla sede
dell'Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia
Archivio Nazionale Ricordo e Progresso
Via Labicana 15
tel 067004253, fax 06.70476419
contattando la Sig.ra Mariastella Botta
oppure consultando il sito www.anrp.it
email:anrpita.it