Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

Master di 1° Livello  in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960
Iscrizioni aperte. Info www.unicusano.it/master

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

Cerca nel blog

lunedì 27 ottobre 2008

Dardano Fenulli

Dardano Fenulli
Un Martire delle Fosse Ardeatine
Di anni 54, generale di Brigata. Nato a Reggio Emilia il 3 agosto 1889, frequentò giovanissimo la Scuola militare di Modena e nel maggio 1912 fu nominato sottotenente di Cavalleria. Dopo la morte del padre, Saverio Fenulli, caduto nella campagna di Libia (medaglia d’argento alla memoria), ottenne di rimpiazzarlo. Durante la Grande guerra, combatté a Cima Bocche e Col Briccon e in Val Posina, meritando due encomi solenni. A conflitto concluso, fu assegnato al Reggimento Nizza Cavalleria. Guardò con favore al nascente fascismo. Nominato tenente colonnello nel 1934, due anni dopo fu mobilitato per la campagna di Abissinia col grado di tenente colonnello. Dopo la conquista dell’Etiopia, fu assegnato all’Intendenza di Asmara come capo dell’ufficio di Stato Maggiore. Tra il 1938 e il 1939 comandò le truppe coloniali italiane impegnate «contro agguerrite formazioni di ribelli» nell’Africa Orientale Italiana, guadagnando la medaglia d’argento al valor militare. Nel 1940-42 partecipò alle operazioni belliche in Jugoslavia al comando del Reggimento Lancieri "Vittorio Emanuele II". Nell’aprile del 1943 divenne generale di Brigata e vicecomandante della Divisione "Ariete", al cui comando, il 9 e 10 settembre contribuì alla resistenza antitedesca vicino a Ciampino. Insieme al colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo contribuì alla creazione del Fronte militare clandestino, una rete di informazione, di collegamento e di coordinamento dei militari fedeli al re. In questi mesi Fenulli visse sotto falso nome cambiando spesso abitazione. Nel febbraio 1944 fu arrestato dalle SS in seguito alla delazione del commendatore Pistolini di cui Fenulli si era fidato. Imprigionato nelle carceri romane di via Tasso, nella cella n. 8, fu torturato dallo stesso Kappler. Nonostante i maltrattamenti Fenulli non rivelò mai i nomi dei compagni. Il 24 marzo 1944 fu prelevato dalla prigione e fucilato alle Fosse Ardeatine. Ancor prima della conclusione della guerra, gli fu assegnata la Meadaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: « Vicecomandante della Divisione "Ariete", prendeva parte ai combattimenti dei giorni 9-10 settembre guidando una colonna corazzata che si impegnava nei pressi di Ciampino e la cui ulteriore azione fu sospesa dal concluso armistizio. Dopo l’armistizio rimaneva in Roma per dedicarsi intensamente all’organizzazione della lotta clandestina. A tale scopo prendeva contatti con numerosi rappresentanti politici e militari esponendosi senza riguardo. Animato da purissimi ideali e da una ardente volontà di lotta si prodigava in ogni modo per organizzare in Roma e nel Lazio bande armate per la lotta contro i nazifascisti. Individuato ed arrestato e sottoposto a tortura dava ai suoi compagni di prigionia esempio di fortezza d’animo. Nelle Fosse Ardeatine faceva olocausto della sua nobile esistenza. Roma, settembre 1943-marzo 1944.
Autore della presentazione: Enrica Cavina

martedì 21 ottobre 2008

Un Martire di Via Tasso: Sabatino Martelli Castelli

di
Alessandro Cortese de Bosis

Via Tasso 145, con le sue 40 celle, dominate dai nazisti Kappler e Priebke. Rileggendo oggi le "Lettere di condannati a morte della Resistenza europea", un volume con prefazione del Premio Nobel Thomas Mann, che dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole italiane, vi riconosciamo tanti dei detenuti di Via Tasso: la nota dominante di quelle lettere è la serenità con cui i condannati scrivono ai loro cari, compiuto il dovere di tacere sotto la tortura, il dovere fino all'estremo della vita.
E pochi luoghi come la prigione delle S.S. ci ricordano il vincolo, storico e umano che lega la Resistenza, militare e civile nell'Italia occupata dai nazisti, alla Guerra di Liberazione: che le Forze Armate italiane e le formazioni partigiane hanno combattuto sul campo di battaglia come parte integrante dello sforzo bellico alleato nella campagna 1943-45.
Una tra le tante prove di questa verità la troviamo nella lettera di un martire di Via Tasso: il Generale di Brigata Aerea Sabatino Martelli Castaldi che dopo le torture subite con i compagni di cella, militari e civili, verrà trucidato nelle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
La sua ultima lettera alla moglie dimostra la dedizione al dovere e al tempo stesso il disprezzo per la tracotanza spietata del nemico nazista. Sono parole esemplari, come un testamento politico risorgimentale, sempre valido, senza tempo, senza frontiere.
«4 marzo 1944.
I giorni passano, e, oggi, 47°, credevo proprio che fosse quello buono, e invece ancora non ci siamo. Per conto mio non ci faccio caso e sono molto tranquillo e sereno, tengo su gli umori di 35 ospiti di sole quattro camere con barzellette, pernacchioni (scusa la parola ma è quella che ci vuol) e buon umore. Unisco una piantina di qui per ogni evenienza e perché, a mezzo del latore, quest'altra settimana me la rimandi completata. Penso la sera in cui mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io risposi con un pernacchione che fece restare i tre manigoldi come tre autentici fessi. (Quel pernacchione della 24a frustata fu un poema! Via Tasso ne tremò ed al fustigatore cadde di mano il nerbo. Che risate! Mi costò tuttavia una scarica ritardata di cazzotti). Quello che più pesa qui è la mancanza di aria. Io mangio molto poco altrimenti starei male e perderei la lucidità di mente e di spirito che invece qui occorre avere in ogni istante.
(Ultimo messaggio, scritto sul muro della cella di Via Tasso).
Quando il tuo corpo
non sarà più, il tuo
spirito sarà ancora più
vivo nel ricordo di
chi resta - Fa che
possa essere sempre
di esempio.»
Aggiungo un'altra testimonianza, laconica ma altamente espressiva dell'amor di Patria di un partigiano, Medaglia d'Oro, che potrebbe essere sottoscritta da migliaia di combattenti per la libertà. «(...) l’amavo troppo la mia Patria, non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia vita e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale». Firmato: Giancarlo Puecher Passivanti, ventenne, figlio di Giorgio, deportato e morto nel campo di Mauthausen.
Ritorna anche il ricordo di Luciano Bolis, che decise di uccidersi in carcere per non crollare sotto la tortura, ed essere costretto a svelare i nomi dei colleghi patrioti. Ma non ci riuscì. «Avevo trovato una lametta da barba, arrugginita. Riuscii solo a tagliarmi le corde vocali». Ma almeno i torturatori non ce la fecero a farlo parlare. Luciano, Medaglia d’Argento della Resistenza.
Giustamente Enzo Bettiza definisce “memoricidio” l’oblio, spesso tollerato, se non esplicitamente da alcuni voluto, in cui rischia di cadere quel periodo cruciale della nostra storia, Il Secondo Risorgimento d’Italia.

Un martire di Via Tasso

Via Tasso 145, con le sue 40 celle, dominate dai nazisti Kappler e Priebke. Rileggendo oggi le "Lettere di condannati a morte della Resistenza europea", un volume con prefazione del Premio Nobel Thomas Mann, che dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole italiane, vi riconosciamo tanti dei detenuti di Via Tasso: la nota dominante di quelle lettere è la serenità con cui i condannati scrivono ai loro cari, compiuto il dovere di tacere sotto la tortura, il dovere fino all'estremo della vita.
E pochi luoghi come la prigione delle S.S. ci ricordano il vincolo, storico e umano che lega la Resistenza, militare e civile nell'Italia occupata dai nazisti, alla Guerra di Liberazione: che le Forze Armate italiane e le formazioni partigiane hanno combattuto sul campo di battaglia come parte integrante dello sforzo bellico alleato nella campagna 1943-45.
Una tra le tante prove di questa verità la troviamo nella lettera di un martire di Via Tasso: il Generale di Brigata Aerea Sabatino Martelli Castaldi che dopo le torture subite con i compagni di cella, militari e civili, verrà trucidato nelle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
La sua ultima lettera alla moglie dimostra la dedizione al dovere e al tempo stesso il disprezzo per la tracotanza spietata del nemico nazista. Sono parole esemplari, come un testamento politico risorgimentale, sempre valido, senza tempo, senza frontiere.
«4 marzo 1944.
I giorni passano, e, oggi, 47°, credevo proprio che fosse quello buono, e invece ancora non ci siamo. Per conto mio non ci faccio caso e sono molto tranquillo e sereno, tengo su gli umori di 35 ospiti di sole quattro camere con barzellette, pernacchioni (scusa la parola ma è quella che ci vuol) e buon umore. Unisco una piantina di qui per ogni evenienza e perché, a mezzo del latore, quest'altra settimana me la rimandi completata. Penso la sera in cui mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io risposi con un pernacchione che fece restare i tre manigoldi come tre autentici fessi. (Quel pernacchione della 24a frustata fu un poema! Via Tasso ne tremò ed al fustigatore cadde di mano il nerbo. Che risate! Mi costò tuttavia una scarica ritardata di cazzotti). Quello che più pesa qui è la mancanza di aria. Io mangio molto poco altrimenti starei male e perderei la lucidità di mente e di spirito che invece qui occorre avere in ogni istante.
(Ultimo messaggio, scritto sul muro della cella di Via Tasso).
Quando il tuo corpo
non sarà più, il tuo
spirito sarà ancora più
vivo nel ricordo di
chi resta - Fa che
possa essere sempre
di esempio.»
Aggiungo un'altra testimonianza, laconica ma altamente espressiva dell'amor di Patria di un partigiano, Medaglia d'Oro, che potrebbe essere sottoscritta da migliaia di combattenti per la libertà. «(...) l’amavo troppo la mia Patria, non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia vita e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale». Firmato: Giancarlo Puecher Passivanti, ventenne, figlio di Giorgio, deportato e morto nel campo di Mauthausen.
Ritorna anche il ricordo di Luciano Bolis, che decise di uccidersi in carcere per non crollare sotto la tortura, ed essere costretto a svelare i nomi dei colleghi patrioti. Ma non ci riuscì. «Avevo trovato una lametta da barba, arrugginita. Riuscii solo a tagliarmi le corde vocali». Ma almeno i torturatori non ce la fecero a farlo parlare. Luciano, Medaglia d’Argento della Resistenza.
Giustamente Enzo Bettiza definisce “memoricidio” l’oblio, spesso tollerato, se non esplicitamente da alcuni voluto, in cui rischia di cadere quel periodo cruciale della nostra storia, Il Secondo Risorgimento d’Italia.
Alessandro Cortese de Bosis