Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

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venerdì 4 luglio 2008

Battle groups. Una realtà Europea

I Battle groups devono essere considerati come il tentativo dell’Unione europea di ritagliarsi il giusto ruolo da protagonista nell’attuale sistema politico internazionale, dotandosi di uno strumento fondamentale per rispondere adeguatamente alle moderne crisi regionali, le quali hanno imposto una rivoluzione delle forze armate.
Il rilancio dell’Unione europea come soggetto politico, tuttavia, passa per la costituzione concreta di un attore unitario e credibile. Gli sforzi dell’Unione nella politica estera, di sicurezza e di difesa sono tangibili, anche se poco pubblicizzati. Il paradosso è proprio nella continuità dell’affermazione ufficiale di una politica di difesa espressa solo in termini di possibilità[1] e la costituzione di una struttura istituzionale deputata alla gestione di una politica di difesa comunitaria. Dal marzo 2000, il Comitato politico e di sicurezza, composto da funzionari di rango ambasciatoriale, si occupa periodicamente della Pesd e costituisce il referente politico immediato per il controllo a livello strategico delle operazioni; il Comitato militare, composto dai Capi di Stato Maggiore, è l’organo tecnico-consultivo dell’architettura difensiva europea e guida, approvandone i lavori, lo Stato Maggiore, gruppo di esperti militari deputati alla cura del Concetto operativo[2] e dell’Operation Plan[3]. Questa struttura a rete ha, al vertice, il Consiglio degli Affari generali e relazioni esterne, riunione dei Ministri degli Affari esteri e all’occorrenza della Difesa dei paesi comunitari, impegnata nell’articolazione nel dettaglio delle linee guida in materia fornite dal Consiglio europeo.
In questa dimensione, i Battle groups stabiliscono il contrappunto operativo dell’Unione.
Essi, quindi, rispondono alla positiva provocazione dell’Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza, Javier Solana, il quale ha sintetizzato in una domanda il punto nodale del problema: “Now, can you imagine a Europe that is just a Europe of dialogue and common positions and no action?[4]
Universale concetto di unità operativa sul terreno, i Battle groups dell’Unione europea traducono le esigenze politiche, strategiche e operative di questa misteriosa entità.
Il progetto comunitario, infatti, aspira alla realizzazione di tredici Battle groups, composti da 1.500 unità ciascuno. Nel progetto originario, questi force packages sono combined - nove di essi saranno multinazionali e quattro nazionali[5] – ma non joint, perchè inizialmente si costituiranno solo componenti terrestri, con un supporto aereo e navale[6] ad hoc. Questa composizione minimalista è indicativa del gap creato tra la loro reale natura e le aspettative riposte nelle forze e l’ampio ventaglio d’operazioni che esse sono chiamate ad assolvere. La cifra distintiva dell’azione dei Battle groups risiede proprio in quest’ultimo punto, poiché esse servono dai noti compiti di Petesberg alle più innovative stand alone e initial entry and rapid response.
Se nel 1992, lo shock dell’inefficienza europea nell’Ex Yugoslavia aveva portato al progetto della Rapid Reaction European Force[7] per servire il pacchetto di Petesberg, l’insieme delle missioni umanitarie e di soccorso, di peace keeping e di peace making, oggi le attuali crisi, come l’operazione Leonte ha dimostrato, hanno bisogno di forze pronte e immediatamente dispiegabili. I Battle groups rendono, quindi, possibili le moderne azioni dell’Unione europea, oltre ad aver ereditato le missioni precedenti. Questo è accaduto perchè il concetto del fuori area è, notevolmente, mutato; infatti, la sicurezza nel proprio territorio, oltre a non corrispondere più alla difesa del proprio territorio, ha imposto una dilatazione degli spazi e moltiplicato le modalità degli interventi. La sicurezza delle aree di interesse o di confine e la possibilità che le crisi regionali si propaghino, internazionalizzandosi, ha spinto gli Stati europei a legittimare interventi fuori dal loro confine e a passare dalle semplici e passive missioni di peace keeping di prima generazione, con l’interposizione fra forze di Stati in lotta, alle crisis management operations. Queste ultime modulano l’intervento, comprendendo tutto l’arco temporale di una crisi, dal suo prepararsi, al suo insorgere fino al ripristino di una condizione di stabilità solida e durevole, svolgendo la missione mentre la crisi è in corso[8].
Le missioni dei Battle groups sono il puntello delle nuove crisis response operations, ma hanno un’altra natura. Essi vengono attivati nella fase iniziale di una crisi, quando un conflitto è già in corso e l’intervento esterno può tentare solo la carta del possibile. Le stand alone, infatti, raccolgono l’insieme delle operazioni da svolgere nel brevissimo o breve termine e sono finalizzate al raggiungimento di un obiettivo particolarissimo[9], mentre l’initial entry and rapid response circoscrive pacchetti di operazioni volte a prepare un intervento in un teatro di crisi in cui essa è al massimo del suo potenziale e solo un atto di forza può separare le parti in conflitto e permettere a un’eventuale missione di peace making. I battle groups sono, quindi, forze “first in, first out”, le prime a spiegarsi nel terreno, compiere la missione assegnata e uscire, lasciando lo spazio a forze stabili.
Quest’articolato approccio è modellato sulle moderne crisi, nelle quali è necessario ponderare l’intervento in ordine della complessità e dello stadio della crisi stessa, passando da una situazione in cui stabilità e pace devono essere ripristinate - peace making – a una in cui esse, già acquisite, devono essere conservate – peace enforcing. I Battle groups sono, quindi, una moderna necessità manifestata in passato con la Forza di Reazione rapida; tuttavia dopo il fallimento di quest’ultima, ci si è resi conto che una forza più piccola e maggiormente reattiva, quindi, realisticamente attivabile nell’arco di cinque giorni, avrebbe meglio coniugato le moderne necessità di risposta alla crisi con le reali forze che i paesi membri dell’Unione erano disposti a fornire.
Nel Vertice di Le Tuquet, del febbraio 2003, Francia e Gran Bretagna si preoccuparono d’offrire un aggiornato e critico punto della situazione, sostenendo la costituzione di forze di terra, aria e mare, ad alta prontezza operativa in grado di dispiegarsi in cinque-dieci giorni dalla chiamata del Consiglio; tuttavia, solo nell’Headline Goal 2010[10] quest’ambizione si concretizzò in un progetto dettagliato.
Il bisogno di fronteggiare minacce dalla natura sfaccettata, ha portato l’Unione europea a dotarsi di strumenti per affrontare la crisi all’inizio, durante il suo sviluppo e nella fase del post conflitto. I Battle groups sono predisposti alla risoluzione della prima, costituendo, come abbiamo già sottolineato, pacchetti di forze per la risposta rapida con Combat Support and Combat Service Support[11].
L’Unione dovrà, quindi, agire in un framework internazionale, servendo con maggior prontezza le richieste dell’Onu e stabilendo con la Nato una partnership paritaria e trasparente, grazie agli accordi di Berlin plus[12] e all’istituzionalizzazione di una cellula di Comando esclusivamente comunitaria all’interno di Shape.
E’ necessaria una parentesi sull’Operation Centre, attivo dal 1° gennaio 2007. Questo costitusce il riferimento degli Headquarters nazionali per le missioni comunitarie, svolte sia in quanto Unione europea che in collaborazione con la Nato. In realtà, nonostante l’innovazione rappresentata, questo prototipo di Headquarters è arrivato come un regalo dopo l’ostacolo posto alla costituzione di uno esclusivamente europeo, del quale si era già scelta la sede di Tervuren.
Tuttavia,“these high readiness joint packages may require tailoring for a specific operation by the Operation Commander. They will have to be backed up by responsive crisis management procedures as well as adequate command and control structures available to the Union. Procedures to assess and certify these high readiness joint packages will require to be developed.”
L’Unione europea sta, quindi, cercando non solo di dotarsi di uno strumento autonomo e credibile, ma pretende un riconoscimento ufficiale. Il Full Operational Capability consiste in una certificazione di questa credibilità operativa, ottenibile con il superamento di una serie di prove di qualità[13], come il collegamento fra gli Headquarters e i livelli operativi, per ottenere l’assegnazione di missioni.
Non è un caso, quindi, che i paesi responsabili della realizzazione del progetto stesso dei Battle groups abbiano sviluppato e messo a disposizione i propri nazionali Operational Headquarters[14] all’interno dei quali pianificare e coordinare a livello strategico le missioni. Per questo motivo sono state individuate nazioni con funzioni di Point of Contact, cioè referenti e responsabili della condotta delle missioni stesse. Tuttavia, se un Headquarters nazionale non fosse disponibile, l’Operation Centre colmerebbe questo vuoto.
La centralità dell’Headquarters può essere compresa solo se la sua funzione viene inserita nel complesso dell’architettura politica attivata in caso di crisi.
Innanzitutto, deve essere approntata una valutazione comunitaria della crisi, un’analisi politica finalizzata alla definizione dell’azione comune; questo documento, definito Crisis management concept, viene realizzato dal Segretariato Generale, il quale lo trasmette successivamente al Comitato politico e di sicurezza e al Comitato militare perchè svolgano la loro funzione consultiva per correggere il documento mentre viene preparato. Il CMC funziona da pezza d’appoggio per la produzione del Military Strategic Options, studio militare di carattere tecnico finalizzato alla ponderazione di tutti gli aspetti dell’operazione, dalle forze necessarie ai rischi. Il Comitato Militare si occupa della sua realizzazione e del suo invio al Comitato politico e di sicurezza che ne valuta l’opportunità politica e lo trasmette al Consiglio europeo. Dopo il giudizio di quest’ultimo, il Comitato militare si occupa dell’approntamento dell’Initiating Military Directive, piano di dettaglio delle operazioni. L’approvazione del Comitato politico e di sicurezza conclude questo complesso iter politico.
Dopo questo ciclo, si apre la fase della definizione dei piani militari nella quale l’European Military Staff si dedica allo sviluppo del Conops e dell’Oplan, secondo quanto precedentemente descritto.
Quest’elaborato flusso è indubbiamente razionale e di garanzia per tutti i paesi; tuttavia, esso è soggetto a una dilatazione dei tempi, soprattutto in caso di mancato accordo, impensabile per operazioni da lanciare in cinque giorni.
Ai paesi membri dell’Unione è, quindi, richiesta una disponibilità per un progetto tutto europeo, da affiancare alla già esistente Nato Response Force. La situazione internazionale decritta non poteva spingere l’unica organizzazione in grado, almeno attualmente, di difendere i suoi membri, a costituire forze di reazione rapida. I Battle groups dell’Unione, quindi, devono affermarsi e trovare uno spazio per evitare una duplicazione di forze, impossibile da sostenere per i paesi europei e destinata a portarli a una fatale scelta, in cui la Nato risulterebbe vincente.
La Nrf è una realtà solida e maggiormente strutturata rispetto ai Battle groups europei[15] e serve le stesse operazioni. E’, quindi, comprensibile il timore di formare con i Battle groups europei una forza aggiuntiva e per questo inutile o improduttiva. Per evitare il ritorno di un moderno monito delle 3D, la Nato e l’Unione hanno istituito un gruppo di contatto, impegnato ad armonizzare le forze. Non si deve dimenticare la complessa mappatura delle appartenenze dei paesi membri della Nato e dell’Unione europea. Senza considerare il caso di paesi membri di entrambi, alcuni sono membri dell’Unione, ma non della Nato oppure altri ne sono semplici osservatori o hanno sviluppato rapporti di collaborazione in attesa d’acquisire la membership. Questa condizione ha sempre creato non pochi problemi per la definizione di una stabile collaborazione, soprattutto per la diffusione d’informazioni riservate che oggi porterebbero a una paralisi dell’attività o alla costituzioni di fazioni nella stessa organizzazione!
Intanto, comunque, i Battle groups sono una realtà funzionante.
Solo il 5% dei due milioni di militari appartenenti ai paesi membri dell’Unione europea è utilizzato per missioni comunitarie; nonostante questo dato irrisorio, in questo momento, circa 70 mila soldati dell’Europa comunitaria, sono impiegati in missioni decise dall’Unione.
Dalla Repubblica democratica del Congo alla Moldova, da Rafah alla Bosnia Erzegovina, dal Fyrom al Kosovo, l’Unione europea è presente con le proprie forze. Questi interventi sono stati caratterizzati da successi e fallimenti, soprattutto per la mancata concessione di mandati precisi.
L’Operazione Concordia è stata svolta con successo, permettendo di dare attuazione agli Accordi di Orhid, dimostrando la produttività dell’Unione europea anche quando i Battle groups non erano ancora stati attivati. Se, successivamente, l’Unione ha dimostrato ancora la sua incisività con operazioni autonome svolte con propri assets[16], perchè non concedere ai Battle groups europei già costituiti la conduzione dell’operazione in Libano?
L’Unione deve, quindi, superare gli ostacoli politici al suo interno, le diffidenze degli stessi paesi membri per comunitarizzare la politica di difesa e colmare i vuoti indicati, soprattutto nella realizzazione di un Headquarters autonomo e nello snellimento delle procedure decisionali. Solamente questi passi permetteranno di superare la diffidenza che ancora aleggia sull’operato dell’Unione e permetteranno a questo soggetto di allineare la sua struttura politica alle sfide moderne imposte dal mantenimento della sicurezza e della stabilità internazionale. ( Fabiana Galassi; fabiana_galassi@hotmail.com)
[1] Dal Trattato di Maastricht alla Costituzione europea, infatti, si può tracciare una linea di continuità che porta l’acquisizione della politica di difesa come competenza esclusiva dell’Unione solo possibile, ma non certa.
[2] Conops è il piano d’impiego delle forze nel tempo e nello spazio per il conseguimento dell’end state.
[3] L’Oplan è il piano dettagliato delle operazioni sul campo.
[4] Conferenza sulla politica europea di sicurezza e difesa, Berlino, 29 gennaio 2007.
[5] Italia, Gran Bretagna, Spagna e Francia hanno annunciato la loro volontà di cosituire gruppi autonomi.
[6] Il raggio d’azione delle operazioni fuori area dei Battle groups, è stato fissato a 6.000 kilometri da Bruxelles. Se la forza di questo strumento sta nel rapido dispiegamento, come non prevedere una disponibilità d’arei e navi per permettere alle truppe di stabilirsi sul terreno dopo quindici giorni dalla chiamata, trasportando tutto l’equipment di cui hanno bisogno per la missione? In più, l’Unione europea non dispone di un proprio tessuto industriale ed è, quindi, totalmente dipendente dalle forniture dei paesi membri, i quali hanno essi stessi problemi di disponibilità, fra l’attesa di un rinnovo del loro arsenale - come l’A400M - e il gioco a incastro dato dal leasing.
[7] La costituzione di una forza di 50/60.000 unità, ripartite in 15 brigate, disponibili in 60 giorni e in grado di rimanere sul terreno per almeno un anno, non doveva far approdare a un prototipo di Forze Armate europee. Prevista nel Headline goal 2003, documento programmatico del Consiglio di Helsinki del dicembre 1999, la Frr avrebbe dovuto stimolare una risposta tutta europea alle crisi, dotando l’Unione di uno strumento militare autosufficiente con un adeguato C2I, punto debole degli Stati europei.
[8] Per questo motivo definire una data d’uscita dei contingenti è praticamente impossibile.
[9] Le non combat evacuation operations – neo – costituiscono l’esempio più comprensibile. Queste operazioni finalizzate all’evacuazione del personale dello Stato operante in un territorio in cui è scoppiata una crisi, hanno bisogno di essere eseguite rapidamente e danno la misura d’azione improntate al conseguimento del risultato e conclusa con il suo raggiungimento.
[10] Documento ufficiale del Consiglio europeo del giugno 2004.
[11] Queste categorie ordinano funzioni che permettono lo svolgimento delle missioni, anche in condizioni estreme. La prima raccoglie la moderna Eletronic Warfare mentre la seconda fornisce un supporto con servizi come il Cimic, la componente medica e l’ausilio geografico.
[12] In base a quest’accordo, l’Unione europea ha potuto sviluppare missioni comunitarie, sfruttando gli assets della Nato.
[13] Finora due Battle groups l’hanno ottenuto, quello composto da Germania, Olanda e Finlandia e quello franco-belga.
[14] Gli Headquarters disponibili sono finora quello britannico di Noorthwood, quello francese di Mont-Valérien, quello greco di Larissa, il tedesco a Postdam e l’italiano Coi, a Roma.
[15] E’ sufficiente pensare alla grandezza di 9.500 unità, servite da una stabile componente joint e forze speciali, e con un Headquarters e un Saceur stabili.
[16] Ovviamente, il riferimento è all’operazione Artemis nella RDC, dove un supporto alla Monuc dell’Onu nella zona dell’Ituri, è stata svolta dell’Unione, sostanziando gli Accordi di Cotonou.

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