Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

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mercoledì 30 settembre 2020

la guerra breve dell'Italia Seconda parte

 lla prima parte è stata pubblicata con

ALESSIA BIASIOLO


L’Operazione Barbarossa e le manovre militari in Nord Africa

L’incontro con Hitler avvenuto in Russia, aveva chiarito al Duce che l’alleato si dimostrava infastidito dai francesi per i quali provava antipatia e diffidenza e, quindi, la partita si doveva chiudere quando le sorti per l’Asse fossero state definitivamente chiare e decisive sul piano delle acquisizioni territoriali e militari di forza. Hitler liquidava tutto con l’annientamento della Russia, quindi, come nei suoi piani da tempo. Solo, la Francia non doveva dare noia, anche se i suoi rappresentanti tornarono all’attacco con Vacca Maggiolini durante un funerale, per portarlo ancora sulle loro posizioni, assicurando che riconoscevano i propri errori ai danni del Regno italico e sarebbero stati pronti a rimediare. Si era alla metà di novembre 1941 e Pétain era disposto ad incontrare Mussolini. Pochi giorni dopo gli inglesi attaccarono, per la seconda volta, la Libia e, a quel punto, un accordo con i francesi diventava indispensabile ed impellente per avere le basi tunisine dalle quali inviare rinforzi alle proprie truppe in Africa e all’Asse in generale. Il momento non era di certo quello più indicato, dato che le sorti dell’Asse in Africa erano critiche e che l’Operazione Barbarossa non aveva dato i risultati rapidi e certi e sperati.  

                    La Francia si aspettava la rinuncia delle pretese coloniali e l’allentamento del regime sul territorio continentale. Così Ciano incontrò l’ammiraglio Darlan a Torino che, però, si limitò a tante parole poco concrete, se non chiedere un canale diretto di trattativa con l’Italia senza passare dalla Commissione d’armistizio. Sostanzialmente voleva un rappresentante a Vichy tanto quanto esistevano canali diretti di comunicazione con la Germania. In ogni caso, la Francia non avrebbe concesso l’uso delle basi tunisine, preoccupata di quanto avrebbe infastidito l’opinione pubblica francese tale decisione, a meno di una importante contropartita. Una sorta di sottile ricatto che, del resto, faceva parte delle trattative lecite di un Paese occupato, senza contare il timore che, dando in uso le basi francesi in Nord Africa all’Italia, la Gran Bretagna avrebbe potuto attaccare la Francia, soprattutto le basi coloniali, per rivendicazione. Da un lato Mussolini era propenso a seguire questa strada di trattativa e collaborazione, dall’altra si inserirono nel discorso gli incontri tedeschi, anche di Göring, che resero più tesa la situazione data la rigidità di posizione nazista. I tedeschi, infatti, erano meno propensi a cedere e, quindi, gli accordi vennero sospesi. Hitler alla fine di dicembre, si espresse in modo molto duro nei confronti della Francia con Mussolini stesso, in una lettera. Il Duce avrebbe tirato un sospiro di sollievo solo pochi mesi prima, dinanzi alla rabbia dell’alleato, convinto che, quindi, con la Francia non ci sarebbero stati accordi di collaborazione  con la Germania che avrebbero messo in ombra l’Italia, ma a questo punto, invece, la notizia non era felice. L’intervento tedesco aveva minato la possibilità di venire a patti in chiave di salvare la situazione bellica africana. Vero che i francesi mantennero l’accordo di fare transitare via Tunisi materiale non bellico destinato alla Libia, e altrettanto vero che Mussolini inviò all’alleato nazista una lettera (29 dicembre) in cui in modo fermo prospettava l’occupazione della Tunisia se non si fosse trovato un compromesso. Seguirono altri incontri diplomatici, al fine di avere una via di avvicinamento con i francesi, che portò al documento del 13 gennaio seguente, quando i francesi chiesero la restituzione di circa 700mila prigionieri di guerra, la fornitura mensile di parte del carbone estratto nel territorio francese occupato, la riduzione delle spese di occupazione, concessioni tecniche e territoriali e, soprattutto, la riduzione al solo controllo dell’azione preventiva tedesca sulle autorità politiche e amministrative della zona occupata. Duplat, ammiraglio a capo della Commissione d’armistizio, dichiarò, però, che il governo francese non poteva subito stare accanto all’Asse, come desiderava, per evitare ribellioni e di infuriare l’opinione pubblica che doveva essere ben preparata al cambiamento di fronte. Quindi, la vera e propria collaborazione sul piano strategico-militare in Nord Africa avrebbe dovuto aspettare la fine del 1942, o addirittura i primi mesi del 1943. Allo stesso tempo, si chiedeva a Mussolini di porsi come mediatore con Berlino, ma senza fare nel contempo cadere le rivendicazioni di Parigi di cancellare le richieste territoriali italiane. La situazione era paradossale, con la Francia occupata che dettava legge, in fondo, ma il Duce non se la prese. Era troppo necessario ottenere la Tunisia e, quindi, si doveva fare di necessità virtù, senza però chiudere le porte alla trattativa ulteriore. Ipotizzò anche un incontro a tre tra lui, Hitler e Pétain per siglare un qualche accordo. Tuttavia tutto si rivelò inutile: l’11 febbraio 1942 i francesi annunciarono che gli invii in Libia via Tunisi erano sospesi, perché l’atteggiamento duro dei tedeschi rendeva vani i buoni propositi, gli italiani (secondo loro) non agivano in modo sufficientemente pressante sugli alleati tedeschi e nel discorso erano intervenuti gli Stati Uniti, che chiedevano l’immediata cessazione dei trasporti tunisini. Mussolini, dal canto suo, aveva davvero allentato la pressione sulle trattative, perché in Libia le sorti italiane erano migliorate, i tedeschi non avevano intenzione di trattare con la Francia e c’erano stati troppi episodi anti-italiani, anche con militari francesi coinvolti, per fare pensare di volere davvero giungere ad accordi politico-diplomatici con loro.

Sfuggiva al Duce che, in realtà, la situazione era stata incrinata da rivolgimenti politici interni alla Francia, in cui si voleva un governo più neutrale sia verso Berlino che verso gli Stati Uniti. Pétain, d’accordo con i tedeschi, voleva riportare al governo lo spregiudicato Laval, cosa che avvenne nell’aprile 1942 senza che a Roma se ne sapesse niente. Mussolini non apprezzava affatto Laval e, mentre le truppe italo-tedesche conducevano buoni risultati in Libia e l’offensiva in Russia era ripresa, calò il gelo sui rapporti con i vicini francesi. Tra i militari, c’erano coloro che avrebbero voluto continuare a trattare, ma si diffondeva anche lo scetticismo rispetto alla necessità di non dare troppo spazio di manovra militare ai francesi. Pertanto la situazione divenne tesa e complessa.

Dal 10 al 17 giugno 1942, si tenne a Friedrichshafen un convegno tra i responsabili delle Commissioni d’armistizio che a tratti divenne un vero e proprio scontro: gli italiani si dimostrarono intransigenti verso i francesi, tacciando in sostanza i tedeschi di essere dei creduloni, e questi diedero la responsabilità agli italiani di non aver voluto (o di non voler) cedere sulle richieste coloniali e territoriali. L’Italia ribadì che era entrata in guerra proprio per quelle e, quindi, erano irrinunciabili, ma che non si doveva dare troppo spazio di manovra militare ai francesi in Nord Africa.

Nell’incontro di Venezia del settembre successivo, le posizioni italiane non erano diverse e, se anche non si era giunti allo scontro, era chiaro che gli italiani erano ben consci di come i francesi non avessero affatto tagliato i ponti con la Gran Bretagna, né tanto meno con gli Stati Uniti, quindi non potevano essere interlocutori affidabili per trovare un punto di accordo. Anzi, era chiaro che Laval faceva il piacioso con i tedeschi proprio allo scopo di fare vedere all’opinione pubblica come fossero gli italiani a non voler cedere, allo scopo di ridurre le pretese territoriali. L’attrito italo-francese si andava acuendo, pertanto, anche davanti all’esaltazione, ad esempio, del gallo Vercingetorige rispetto a Giulio Cesare. Non dovevano essere concesse modifiche nel numero di difese francesi in Marocco né di forze armate francesi in Algeria, Tunisia e Francia.

Pochi giorni dopo, l’8 novembre 1942, gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e in Algeria. Come Mussolini aveva previsto, la resistenza francese fu scarsa o nulla. Laval venne immediatamente convocato a Monaco da Hitler, furibondo, presente Ciano, Keitel e von Ribbentrop: il francese cercò di tergiversare, anche perché la posizione da tenere nel governo di Vichy non era ben chiara. Mentre Laval prendeva tempo, Hitler gli tolse la parola e gli chiese seccamente se la Francia intendeva consentire punti di sbarco alle truppe dell’Asse in Tunisia. Laval ancora prese tempo e Hitler tolse la seduta. Quindi diede disposizioni immediate per l’occupazione francese a partire dall’11 novembre, compresa la Corsica e la Tunisia. Così avvenne.

( La terza parte sarà pubblicata il 7 ottobre 2020)

 

Alessia Biasiolo

 

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