Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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mercoledì 20 novembre 2024

La Campagna d'Italia fino al 1941 Lo sbarco in Sicilia

 

1.2.  Lo sbarco in Sicilia

 

La conseguenza più importante della conclusione della campagna d’Africa, fu che essa privò Germania ed Italia della maggior parte delle truppe addestrate ed esperte di cui disponevano nel teatro del Mediterraneo, truppe che altrimenti esse avrebbero potuto impiegare per bloccare la prima e cruciale fase di rientro degli Alleati in Europa. In realtà questo primo rientro in Europa, che Winston Churchill già vagheggiava a fine 1942 e che aveva per meta la Sicilia, fu un balzo azzardato, pieno di incertezze, il cui successo deve essere in gran parte attribuito all’influenza di tutta una serie di fattori. Primo fra tutti al cieco orgoglio che spinse Hitler e Mussolini a tentare di “salvare la faccia” in Africa. Poi, ai sentimenti di gelosia e di timore che Mussolini nutriva verso gli alleati tedeschi e alla sua riluttanza a permettere loro di svolgere un ruolo preminente nella difesa del territorio italiano; all’ostinazione del Primo Ministro britannico che vinse le resistenze americane, sempre vive quando si profilava all’orizzonte il pericolo di lasciarsi impegnare nel Mediterraneo, a scapito dello sbarco oltre Manica. Infine, la convinzione di Hitler, non condivisa da Mussolini, che la Sicilia non fosse il vero obiettivo degli Alleati.

Oggi sappiamo che la decisione di invadere la Sicilia fu presa nella conferenza di Casablanca che si tenne fra il 12 ed il 26 gennaio 1943, e che nelle intenzioni degli Alleati, l'occupazione della maggiore isola italiana doveva rappresentare il proseguimento delle “operazioni nel Mediterraneo iniziate con lo sbarco in Africa” e al tempo stesso l’avvio della campagna d’Italia. Di fatto, la decisione presa dal presidente Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill, in accordo con i loro più importanti consiglieri ed il Combined Chiefs of Staff, dette il via ad una serie di avvenimenti concatenati che portarono infine all’invasione dell’Italia continentale, al crollo del regime fascista, alla resa dell’Italia.

Nel febbraio 1943, tre mesi prima della fine della battaglia di Tunisia, fu costituito ad Algeri un Ufficio piani, che poi si trasformò in comando del XV Gruppo d’Armate, col compito di pianificare l’Operazione HUSKY, cioè lo sbarco in Sicilia. La cuspide sud-orientale dell’isola, con al centro la penisola di Pachino, fu subito considerata la più favorevole per uno sbarco, ma l’opinione che fosse indispensabile impadronirsi al più presto di porti, fece prevalere l’idea di sbarcare fra Avola e Gela (per occupare i porti di Siracusa e Augusta) e fra Sciacca e Selinunte (per occupare l’aeroporto di Castelvetrano). Due giorni dopo (D + 2) due divisioni sarebbero sbarcate presso Palermo per conquistare il porto della città, il giorno successivo (D + 3) due divisioni e mezza sarebbero sbarcate vicino Catania. Il generale Montgomery si oppose a tale piano perché la sua 8ª Armata, sarebbe stata diluita su una fronte troppo vasta; sopravvenne una crisi che fu risolta, perché fu ammesso di poter rifornire per un certo tempo le truppe anche senza disporre dei porti di Catania e Palermo. Ormai, più che l’immediato possesso dei porti era importante l’acquisizione di aeroporti. Il piano che fu concordato il 3 maggio ed approvato il 13 maggio dallo Stato Maggiore combinato (anglo-americano), previde la effettuazione contemporanea degli sbarchi nel giorno “D”. L’8ª armata britannica (gen. Montgomery) doveva attaccare dal golfo di Noto alla Penisola di Pachino compresa; la 7ª armata americana (gen. Patton) fra Scoglitti e Licata (¹). Secondo il Morison (²) nessun’altra operazione anfibia era stata effettuata, né lo fu in seguito, su una fronte così ampia (210 Km.), e nessuna con tanto numerose forze impiegate inizialmente. Fin dal 13 aprile era stato deciso di effettuare lo sbarco nella notte dal 9 al 10 luglio, perché quella era l’unica notte nella quale sarebbe stato possibile conciliare le esigenze dei paracadutisti, che volevano lanciarsi col chiaro di luna, e delle forze terrestri che volevano sbarcare nell’oscurità. Infatti la luna sarebbe tramontata precisamente nel breve intervallo fra le due operazioni.

 

________________

(¹) vds cartina.

(²) S.E. Morison, History of United States Naval Operations in World War II, Vol. IX.

 

Cartina: Il rientro in Europa.

 

 

Con la scomparsa dalla scena delle 8 divisioni catturate in Tunisia, compresi quasi tutti i veterani di Rommel e la parte migliore dell’esercito italiano, l’Italia e le isole italiane rimasero quasi del tutto prive di copertura difensiva. Queste forze, infatti, avrebbero saputo difendere con grande energia le vie di accesso italiane all’Europa, e le probabilità di successo dell’invasione alleata sarebbero state scarse. Ma sebbene fin da gennaio avessero deciso che la mossa successiva sarebbe stata lo sbarco in Sicilia e Tunisi fosse caduta non molto dopo la scadenza prevista, gli Alleati non seppero agire con tempestività per cogliere il momento favorevole. Fortunatamente per loro, il momento favorevole fu prolungato da dissensi e divergenze di vedute ai vertici dei due paesi dell’Asse. A questo punto, infatti, entra in gioco un secondo fattore di grande importanza, per comprendere il quale possiamo rifarci, in particolare, alla testimonianza del generale Westphal, allora capo di stato maggiore del feldmaresciallo Kesserling, comandante in capo nel sud. Poiché l’Italia non aveva più forze meccanizzate, i suoi capi militari pregarono i tedeschi di inviare in Italia un consistente rinforzo di divisioni di tipo corazzato. Convinto dell’opportunità di soddisfare questa urgente esigenza, Hitler inviò a Mussolini un messaggio personale in cui gli comunicava di essere disposto a offrirgli 5 divisioni. Ma Mussolini, senza informare Kesserling, rispose a Hitler di volerne solo 3, il che significava solo una nuova divisione, oltre alle 2 che erano state improvvisate mettendo insieme i contingenti di reclute destinate all’Africa che al momento della resa in Tunisia erano di transito in Italia. Anzi, Mussolini esprimeva il desiderio che in Italia non fossero inviate altre truppe tedesche. Questa riluttanza ad accettare l’offerta avanzata da Hitler verso la metà di gennaio era dovuta a un misto di orgoglio e di timore. Mussolini non voleva che il mondo, e il suo stesso popolo, vedessero che egli era ridotto a dipendere dall’aiuto tedesco. Secondo il parere di Westphal: “Mussolini voleva che l’Italia fosse difesa da italiani, e chiudeva gli occhi di fronte al fatto che la situazione spaventosa in cui versavano le sue forze armate rendeva del tutto irrealizzabile una simile idea”. Ma c’era anche un’altra ragione: non gli sorrideva affatto l’idea che i tedeschi acquistassero in Italia una posizione dominante. Ansioso com’era di tenere lontani gli Alleati, egli era quasi altrettanto ansioso di tenere lontani i tedeschi. Il nuovo comandante dello stato maggiore dell’esercito, generale Roatta (già comandante in Sicilia), riuscì alla fine a convincere Mussolini che ingenti rinforzi tedeschi erano indispensabili se si voleva avere qualche probabilità di difendere con successo l’Italia e i suoi avamposti insulari, ed egli dovette quindi rassegnarsi ad accettare l’arrivo di altre divisioni tedesche (imponendo comunque la condizione che fossero subordinate alla direzione tattica dei comandanti italiani).

La guarnigione italiana in Sicilia consisteva soltanto in 4 divisioni da campagna e in 6 divisioni territoriali adibite alla difesa costiera e ancora più deboli, sia sul piano dell’equipaggiamento che su quello del morale, Queste grandi unità potevano svolgere nella migliore delle ipotesi soltanto compiti di sicurezza. I complementi tedeschi di transito in Italia, al momento del crollo in Tunisia, furono riuniti in una divisione denominata “15ª divisione granatieri corazzata”, era dislocata nella parte orientale dell’isola, però aveva una sola unità di carri armati. La divisione corazzata “Hermann Göring”, ricostituita in modo analogo, fu inviata in Sicilia verso la fine di giugno. Per i motivi sopra esposti, Mussolini non permise che queste 2 divisioni fossero riunite in un corpo d’armata affidato a un comandante tedesco, ma esse furono poste direttamente agli ordini del comandante d’armata italiano, generale Guzzoni e distribuite in 5 contingenti lungo i 250 Km. di diametro dell’isola, come riserve mobili. A disposizione del decano degli ufficiali di collegamento tedeschi, generale Frido von Senger und Etterlin, furono messi un piccolo stato maggiore operativo e una compagnia trasmissioni, in modo che in caso di emergenza egli potesse esercitare il comando. Mentre però Mussolini si andava convincendo della necessità di accettare un aiuto tedesco di maggiori proporzioni, Hitler stava diventando sempre più dubbioso sull’opportunità di fornirlo, ed inoltre sempre più propenso a credere che non fosse la Sicilia il punto su cui incombeva la minaccia maggiore e più immediata.

 

Da una parte egli sospettava che gli italiani avrebbero deposto Mussolini e fatto la pace (un sospetto di cui gli eventi avrebbero presto dimostrato la fondatezza), e per questa ragione esitava ad inviare altre divisioni tedesche in fondo alla penisola italiana, dove esse avrebbero potuto trovarsi tagliate fuori qualora gli alleati italiani fossero crollati o avessero addirittura deciso di schierarsi con gli Alleati. Dall’altra, come accennato, egli finì col pensare che Mussolini, l’Alto Comando italiano e Kesserling, sbagliassero nel ritenere che la prossima mossa alleata sarebbe stata costituita da un balzo dall’Africa alla Sicilia. Su quest’ultimo punto i fatti gli diedero torto. Secondo Hitler era più probabile che gli alleati preferissero la Sardegna alla Sicilia. La prima isola avrebbe infatti rappresentato un facile gradino per accedere alla Corsica e un trampolino di lancio piazzato in una posizione quasi ideale per consentire un balzo sulla terraferma francese o su quella italiana. Nello stesso tempo si prevedeva anche la possibilità di uno sbarco alleato in Grecia e Hitler desiderava tenere a portata di mano riserve da poter eventualmente spedire in tutta fretta in quella direzione. Hitler credette di vedere confermate queste sue idee quando agenti nazisti operanti in Spagna inviarono in Germania copie di documenti rinvenuti su un ufficiale inglese il cui corpo era stato sospinto dal mare su una spiaggia della costa spagnola. Tra queste carte figurava, accanto ad alcuni documenti di identità e a lettere di tipo personale, una lettera privata (di cui il morto era stato latore) scritta dal generale Nye, il vice capo dello stato maggiore generale imperiale, al generale Alexander. Nella lettera si faceva riferimento a recenti telegrammi ufficiali in merito alle prossime operazioni, e alcune frasi aggiunte in calce lasciavano intendere che gli Alleati si stavano preparando a sbarcare in Sardegna e in Grecia, e che con il loro piano di copertura, speravano di convincere il nemico che il loro vero obiettivo era la Sicilia. Il cadavere e la lettera rientravano in un ingegnoso piano ideato da una sezione del servizio segreto inglese per mettere fuori strada i tedeschi. Lo stratagemma fu attuato così bene che i capi del servizio segreto tedesco non dubitarono neppure della autenticità dei documenti. Anche se non valse a modificare la convinzione dei capi italiani e di Kesserling che la Sicilia sarebbe stato il prossimo obiettivo degli Alleati, a quanto pare questo episodio esercitò una forte impressione su Hitler.

Eppure, attraverso i bollettini informazioni emanati dal Comando 6a Armata, cioè dal Comando Forze Armate della Sicilia, in data 2 e 4 luglio, si evinceva esattamente la data di inizio dell’operazione.

Il comando italiano previde pure che l’attacco sarebbe stato diretto contro la Sicilia. Infatti, il Bollettino informazioni del 2 luglio riportava:

 “le notizie concordano per un attacco contro la Sicilia e la Sardegna, ma le maggiori probabilità sono per la Sicilia”.

Mentre in quello del 4 luglio era scritto:

 “I tedeschi propendono a credere che l’attacco sia in preparazione contro tre obiettivi: Sardegna, Sicilia, Grecia simultaneamente e che perciò non possa essere sferrato ora. Però è un fatto che contro la Sicilia potrebbe esserlo anche oggi. “

Inoltre, il bollettino del 5 luglio riportava testualmente: “l’8a armata è dislocata tra Tripoli e la Tunisia meridionale; è quindi destinata ad agire contro la Sicilia: sintomo molto grave e decisivo. Il pericolo di un attacco imminente si accentua”.

Alle ore 9 del 9 luglio lo Stato Maggiore della 6a armata concluse un suo commento alla situazione:

“È evidente che si sta aumentando la potenzialità di Malta e che dobbiamo attenderci che di là muova l’offensiva, la quale perciò sarà orientata sulla zona orientale: Gela – Catania.”

 

Dunque, il comando italiano aveva previsto esattamente data, zona dello sbarco e che lo stesso sarebbe avvenuto su un’ampia fronte. Si disse che lo sbarco in Sicilia poté avvenire per deficienze dell’organizzazione difensiva e per insufficiente resistenza delle truppe. È indubbio che l’organizzazione difensiva e la disponibilità di truppe per la difesa fossero decisamente inferiori alle necessità. Come fu altrettanto certo che la battaglia difensiva fu condotta in condizioni di assoluta inferiorità, non fosse altro per l’assoluto dominio del cielo posseduto dalle forze aeree anglo-americane e l’impossibilità per quelle italo - tedesche di intervenire per proteggere le truppe dai continui attacchi avversari. Ma è altrettanto certo che queste deficienze non dipesero tanto dagli uomini, quanto dalle circostanze e dal logorio subìto in oltre tre anni di guerra, e che comunque, l’operazione anfibia anglo-americana avrebbe avuto successo, come ebbero successo tutte le operazioni analoghe effettuate fra il 1942 ed il 1945.

 

Tre quarti delle coste della Sicilia, e cioè oltre 800 Km. erano favorevoli a sbarchi; tremiladuecento cannoni e una ventina di divisioni costiere avrebbero consentito di organizzare una difesa appena efficiente: quattro cannoni e 150 fanti per ogni chilometro di spiaggia. Ma dove trovare 3.200 cannoni e 120 mila uomini, naturalmente dotati delle armi indispensabili? Non avrebbero comunque potuto respingere uno sbarco, ma soltanto ostacolarlo. Sarebbero poi state necessarie truppe in riserva sufficienti per quantità e idonee per armamento e mobilità per affrontare su una fronte ampia un paio di centinaia di chilometri ben sette divisioni di fanteria e due corazzate, oltre a truppe non indivisionate corrispondenti almeno ad un’altra divisione, e cioè tante quante furono impiegate dagli anglo-americani. E poiché ciascuna divisione alleata era (lo scrisse Churchill) corrispondente a due divisioni tedesche e italiane, sarebbero state necessarie almeno 17-18 divisioni.

Invece le divisioni costiere in Sicilia consentirono di avere, nel settore attaccato (che era il più fortemente organizzato) e comprese le unità in riserva che entrarono in azione il primo giorno, meno di 100 uomini per chilometro e 3 cannoni ogni 5 chilometri!

Le forze anglo-americane costituenti il XV Gruppo d’armate (gen. Alexander) consistevano in sette divisioni di fanteria, più una brigata “commandos” e “rangers”; due divisioni corazzate, due aviotrasportate, alle quali si contrapponevano 14 battaglioni di fanteria costiera con 133 cannoni e 5 Gruppi mobili, ciascuno corrispondente a un battaglione, con 28 cannoni in totale. Nel retroterra, le forze di riserva erano costituite da due divisioni italiane (Napoli e Livorno) e due tedesche (Göring e 15ª). Altre due divisioni italiane (Aosta e Assietta) erano dislocate nell’occidente dell’isola.

 

Complessivamente si trovarono di fronte, nei primi due giorni (10 e 11 luglio): 8a armata 66.000 u., tedeschi 8.800 u., 7ª armata 72.700 u. , italiani 69.000 u. per un totale 138.700 u.

 

Le forze aeree alleate disponevano di 3.680 aerei bombardieri, siluranti, caccia e parecchie centinaia di aerei da trasporto e servizi vari; in totale, secondo fonti anglo-americane, circa 5.000 aeromobili. Le forze aeree italo - tedesche esistenti in tutto il bacino del Mediterraneo disponevano di 389 aerei italiani e di 500 tedeschi efficienti, tuttavia, a partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono stati sottoposti ad attacchi così massicci e continui che quando venne il D-Day solo poche piste sussidiarie erano ancora utilizzabili. Pertanto la caccia era nell’impossibilità di proteggere i bombardieri e gli aerosiluranti, i quali dovettero agire contro le navi nemiche senza scorta di caccia e perciò in condizioni pessime. Naturalmente, gli aerei da caccia non furono nemmeno in gradi di proteggere le truppe italo - tedesche sul terreno, che dovettero sostenere il peso della lotta sottoposte all’azione efficacissima degli aerei nemici, senza mai vedere un proprio aereo.

La parte navale dell’operazione fu preparata e condotta sotto la direzione dell’ammiraglio sir Andrew Cunningham. Pur comportando una complicata serie di movimenti destinata a concludersi con uno sbarco notturno, essa procedette dall’inizio alla fine con una perfetta regolarità che fece onore tanto a chi l’aveva preparata quanto a chi l’aveva eseguita.

 

Impiegare la flotta italiana nelle acque della Sicilia era esporla all’annientamento. Gli stessi che criticano i responsabili per non aver inviato le navi all’estremo olocausto, molto probabilmente oggi li accuserebbero di avere con somma incoscienza sacrificato migliaia di vite per compiere un gesto, indubbiamente glorioso, ma fine a sé stesso.

Il mattino del 9 luglio 411 bombardieri, 168 caccia e 78 caccia bombardieri attaccarono ancora gli aeroporti, lo Stretto e Messina. Al tramonto 107 bombardieri attaccarono Siracusa, Caltanissetta, e Catania. Nel pomeriggio del 9 luglio si levò improvvisamente un forte vento e in breve il mare si ingrossò in modo tale da mettere in difficoltà le imbarcazioni più piccole e minacciare di disorganizzare gli sbarchi. Per fortuna il vento calò di intensità prima di mezzanotte e sebbene al momento degli sbarchi il mare fosse percorso da fastidiose onde lunghe, solo poche delle imbarcazioni d’assalto raggiunsero in ritardo le spiagge. Tutto sommato, i guai che l’improvviso fortunale provocò agli attaccanti furono più che compensati dalla misura in cui esso indirettamente indebolì i difensori. Infatti, sebbene nel pomeriggio al largo di Malta fosse segnalata la presenza di cinque convogli in navigazione verso nord, ed entro sera una serie di altri preoccupanti rapporti raggiungesse l’Alto Comando, i messaggi di preavviso che questo diramò non raggiunsero o comunque non impressionarono i comandi inferiori. Mentre tutte le truppe tedesche di riserva furono messe in stato di allarme appena un’ora dopo la prima segnalazione, in generale gli italiani schierati lungo le coste pensarono che il forte vento e il mare grosso avrebbero garantito loro almeno un’altra notte di tranquillità. Nel suo rapporto l’ammiraglio Cunningham rilevò giustamente che a causa delle sfavorevoli condizioni atmosferiche “gli italiani, stanchi per le tante notti trascorse all’erta, ringraziando il cielo se ne andarono a letto dicendo: questa notte comunque non possono venire. E invece essi arrivarono”. La loro riluttanza a resistere fu accentuata quando, alle prime luci del 10 luglio, poterono vedere l’impressionante schieramento di navi che riempiva il mare fino all’orizzonte e il continuo flusso di mezzi da sbarco.

La forza d’attacco orientale (ammiraglio B. H. Ramsay) con 895 navi e 715 mezzi da sbarco, trasportava l’8a Aarmata  britannica verso quattro gruppi di spiagge fra Cassibile e la penisola di Capo Passero. La Forza d’attacco Occidentale (ammiraglio H. K. Hewitt) con 580 navi e 1.124 mezzi da sbarco trasportava la 7ª armata americana verso tre gruppi di spiagge, fra Punta Braccetto e Torre di Gaffe (a ovest di Licata). Un battaglione di fanteria di marina britannico sbarcò nella penisola della Maddalena e si impadronì delle batterie che lì erano in posizione. Prima delle ore 2 dalle navi ancorate al largo incominciò il varo dei mezzi da sbarco e il trasbordo delle truppe; la prima ondata di mezzi da sbarco giunse su alcune spiagge verso le ore 3, su altre un’ora più tardi. Le artiglierie costiere non aprirono il fuoco contro le navi; infatti queste erano troppo al largo per essere colpite da pezzi che avevano una gittata massima di 8 Km.. Spararono però contro i mezzi da sbarco, purtroppo, non appena si rivelavano erano controbattute e distrutte dalle artiglierie delle navi. Più ad oriente lo sbarco fu meno contrastato, tuttavia sulla spiaggia di Falconara sparavano mitragliatrici e cannoni. Sul terreno, alle cinque del mattino arrivarono i primi rapporti che segnalavano lanci di paracadutisti nella regione di Comiso, a San Pietro, fra Caltagirone e la costa. Alianti nemici erano atterrati presso Augusta. La divisione “Hermann Göring” segnalò che venti navi da trasporto stavano scaricando truppe nemiche presso Gela. La predetta divisione era entrata in azione secondo i piani, ma non era riuscita a ributtare in mare l’avversario. Ciò era dovuto in parte ai paracadutisti nemici atterrati nel settore d’attacco della divisione che in nessun punto entrarono in azione in formazioni compatte, ma tuttavia esercitarono una notevole azione di disturbo, dovuto in parte al terreno a terrazze, coltivato a ulivi, che ostacolava i movimenti dei mezzi corazzati al punto di impedirne l’impiego in formazioni compatte. Comunque, le difese furono travolte con estrema facilità e le sofferenze che molti uomini delle formazioni d’assalto avevano patito per il mal di mare, furono ampiamente compensate dalla esiguità delle perdite provocate dal fuoco nemico quando finalmente arrivarono a terra.

 

L’andamento della prima fase dell’invasione fu riassunto dal generale Alexander in due frasi: “Le divisioni costiere italiane, le cui capacità di combattimento non era stata mai giudicata molto alta, si disintegrarono senza quasi sparare un solo colpo. E anche le divisioni di manovra, incontrate successivamente, si dispersero come foglie al vento”. Pertanto, fin dal primo giorno, il peso della difesa ricadde quasi interamente sulle spalle delle 2 improvvisate divisioni tedesche, alle quali se ne aggiunsero poi altre 2. Verso mezzogiorno, quando cominciò a delinearsi lo sviluppo della situazione, il comandante in capo della 6a armata italiana, d’intesa con il generale von Senger, decise di richiamare la 15a divisione granatieri da ovest. Il giorno dopo due gruppi da combattimento della 15a divisione Panzer Grenadier provenienti dalla Sicilia occidentale arrivarono dopo una marcia a tappe forzate davanti al fronte americano, ma nel frattempo la divisione “Hermann Göring” era stata spostata più a est nel tentativo di arginare l’avanzata delle forze inglesi, che in quel momento sembrava la più pericolosa: risalendo metà della costa orientale dell’isola, infatti, essa era già arrivata nei pressi della città portuale di Catania, mentre le tre teste di sbarco americane erano ancora poco profonde e separate l’una dall’altra. Come quelli americani, anche gli sbarchi inglesi non avevano incontrato alcuna seria opposizione, ma nel loro caso in assenza di tempestivi contrattacchi, l’operazione poté svilupparsi con maggiore facilità. Dopo il primo giorno gli attacchi aerei furono più frequenti, ma poiché anche la copertura aerea era più consistente ed efficace, le perdite di unità navali furono quasi altrettanto irrisorie quanto quelle registrate nei settori americani. In realtà, per quanti avevano vissuto i precedenti anni della guerra del Mediterraneo sembrò, come ebbe a dire l’ammiraglio Cunningham “quasi un sogno che flotte di quelle dimensioni potessero restarsene ancorate lungo la costa del nemico, subendo così pochi attacchi aerei e perdite così irrilevanti”. Questa sostanziale immunità dalla minaccia aerea fu uno dei fattori chiave del successo nell’invasione anfibia, che però nella fase successiva fu messa in seria difficoltà da un diverso tipo di azione aerea.

Poiché nei primi tre giorni le forze inglesi avevano sgomberato l’intera parte sud-orientale dell’isola, Montgomery decise di compiere uno sforzo massiccio per irrompere nella Piana di Catania dalla zona di Lentini, e ordinò un attacco su grande scala per la notte del 13 luglio. Il problema chiave era la conquista del ponte di Primosole sul fiume Simeto, alcuni chilometri a sud di Catania, e per risolverlo si pensò di impiegare una brigata di paracadutisti. Sebbene solo metà di essa fosse stata lanciata nel posto giusto, il ponte cadde in mano inglese intatto. La fase successiva può essere riassunta citando il resoconto che ne diede il generale Student, comandante dell’XI corpo aereo, comprendente le truppe aviotrasportate tedesche. Le sue 2 divisioni erano state dislocate da Hitler nel sud della Francia, in modo che fossero pronte a raggiungere in volo la Sardegna qualora, come Hitler prevedeva, gli Alleati fossero sbarcati là. Ma, come dimostra il racconto di Student, le truppe aviotrasportate costituiscono una riserva strategica molto flessibile, che si presta a essere agevolmente spostata da un punto all’altro per fare fronte a situazioni impreviste:

“Il 10 luglio, quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, io proposi subito di sferrare un immediato contrattacco con ambedue le mie divisioni. Ma Hitler respinse questa proposta, osteggiata in particolare da Jodl. Pertanto in un primo tempo ci si limitò a trasportare in volo la 1a divisione paracadutisti dal sud della Francia in Italia, in parte a Roma e in parte a Napoli, mentre la 2a divisione paracadutisti rimase a Nimes con me. Gli uomini della 1ª divisione paracadutisti, tuttavia, furono ben presto inviati in Sicilia, per essere impiegati come truppe di terra destinate a dare manforte alle scarse forze tedesche che vi si trovavano quando gli italiani cominciarono a cedere en masse.

 

Parte della divisione fu trasportata a destinazione con una specie di ponte aereo e lanciata dietro il nostro fronte nel settore orientale a sud di Catania. Io avrei voluto che essa fosse lanciata dietro il fronte alleato. Il primo contingente fu lanciato circa 3 chilometri dietro il nostro fronte, e per una strana coincidenza toccò terra quasi simultaneamente ai paracadutisti inglesi lanciati dietro il nostro fronte per impadronirsi del ponte sul fiume Simeto. I nostri paracadutisti sopraffecero quelli inglesi e riconquistarono il ponte. Ciò accadde il 14 luglio.”[1]

 

Dopo tre giorni di duri combattimenti, il grosso delle forze inglesi, sopraggiunte nel frattempo, riuscì poi a riconquistare il ponte e a riaprire così la via d’accesso alla piana di Catania, ma il tentativo di proseguire la marcia verso nord fu bloccato dalla crescente resistenza opposta dalle riserve tedesche che stavano ormai affluendo nella zona per sbarrare la rotabile costiera verso Messina (distante ancora 100 Km.), dove l’angolo nord-orientale della Sicilia è separato solo da uno stretto braccio di mare dalla punta estrema della penisola italiana. L’insuccesso di questo tentativo fece cadere la speranza di una rapida conquista della Sicilia. Montgomery fu costretto a spostare a ovest il grosso dell’8a armata per fargli compiere una più tortuosa avanzata attraverso le colline dell’entroterra e aggirare l’Etna, congiuntamente all’avanzata verso est della 7a armata, la quale raggiunse la costa settentrionale e occupò Palermo il 22 luglio: troppo tardi comunque per intercettare la ritirata verso est delle truppe motorizzate del nemico. Il nuovo piano comportò un importante mutamento di ruolo per l’armata del generale Patton. La sua funzione di scudo protettivo del fianco di quella che avrebbe dovuto essere la decisiva penetrazione dell’8ª armata verso Messina, e di elemento di disturbo avente lo scopo di impedire al nemico di concentrare tutte le sue riserve, fu estesa in quella di leva offensiva; e addirittura, alla fine, in quella di punta di diamante dell’intera operazione.

Per il nuovo sforzo offensivo che avrebbe dovuto iniziare il 1º agosto, dall’Africa furono trasportate in Sicilia 2 nuove divisioni di fanteria (la 9a americana e la 78a inglese), portando così il totale a 12. Intanto i tedeschi avevano ricevuto di rinforzo la 21a divisione Panzer Grenadier e il comando del XIV corpo corazzato del generale Hube, che aveva assunto il comando delle operazioni. Suo compito era non già di difendere ad oltranza la Sicilia, bensì soltanto di condurre un’azione di disturbo abbastanza efficace da consentire l’evacuazione delle forze dell’Asse. A questa decisione Guzzoni e Kesserling erano arrivati, ciascuno per proprio conto, dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio e prima che gli Alleati riprendessero l’offensiva.

Un’azione ritardante di questo genere non poteva che essere molto agevolata dalla natura impervia e dalla stessa forma della Sicilia nord-orientale: un triangolo di terreno montagnoso. Mentre la sua natura favoriva la difesa e ogni passo indietro comportava un accorciamento del fronte, così da rendere necessario un minor numero di difensori, per gli Alleati diventava sempre più difficile dispiegare le loro armate in modo da sfruttarne appieno la grande superiorità. Tre volte Patton tentò di accelerare l’avanzata mediante piccoli balzi anfibi – uno sbarco a Sant’Agata la notte fra il 7 e l’8 agosto, un secondo a Brolo il 10-11 e un terzo a Spadafora il 15 – 16 – ma in tutti e tre i casi l’azione si dimostrò troppo tardiva per essere efficace. Anche Montgomery tentò una piccola azione analoga il 15 – 16, ma ormai la retroguardia del nemico si era già spostata più a nord, e il grosso delle sue truppe aveva già attraversato lo Stretto di Messina portandosi sulla terraferma.

L’evacuazione della Sicilia fu portata a termine quasi interamente nel corso di soli sei giorni (e sette notti), grazie a un’abile organizzazione e alla mancanza di qualsiasi serio tentativo di interferenza da parte delle forze aeronavali alleate. Quasi 40 mila soldati tedeschi e più di 60 mila soldati italiani furono portati in salvo.

 

Anche se gli italiani si lasciarono alle spalle tutto l’equipaggiamento, eccettuati non più di 200 automezzi, 47 carri armati, 94 cannoni e 17 mila tonnellate di rifornimenti e di equipaggiamento.  

Hube prese posto sull’ultima imbarcazione che salpò dall’isola poco prima dell’alba del 17 agosto. Verso le ore 6.30 la prima pattuglia americana entrò a Messina e poco dopo vi fecero la loro comparsa anche gli inglesi – salutati con gioiose grida: “dove andate, voi turisti?”.

Alla luce del pieno successo che aveva coronato la ritirata tedesca dalla Sicilia, ben povere di contenuto suonarono le parole con cui quel giorno Alexander informò il primo ministro inglese della conclusione della campagna: “Entro le 10 di oggi, 17 agosto 1943, l’ultimo soldato tedesco è stato cacciato fuori dalla Sicilia… Si può ritenere che tutte le forze italiane presenti nell’isola il 10 luglio siano state annientate, anche se è possibile che qualche unità abbia raggiunto, malconcia, la terraferma”.

Per quanto si può dedurre dai documenti disponibili, i soldati tedeschi in Sicilia erano circa 60 mila e quelli italiani 195 mila. Dei soldati tedeschi, tolti quelli fatti prigionieri ed i feriti, quelli uccisi non superarono le poche migliaia. Complessivamente le perdite alleate ammontarono a circa 23 mila. Non si trattò di un prezzo molto elevato in rapporto ai grandi risultati politici e strategici della campagna – un evento che provocò la caduta di Mussolini e la capitolazione dell’Italia. Certamente gli Alleati avrebbero potuto realizzare un più sostanzioso “carniere” di tedeschi, e quindi spianarsi il lungo cammino che ancora li attendeva, applicando con maggiore energia e tempestività la tattica delle mosse aggiranti anfibie. Questa era l’opinione dell’ammiraglio Cunningham, e nel suo rapporto egli affermò esplicitamente che dopo i giorni di apertura: “L’8ª armata non fece nulla per sfruttare le occasioni che le si presentarono di effettuare attacchi anfibi. I primi mezzi da sbarco di fanteria furono tenuti a disposizione appunto per questo scopo, e per avere i necessari mezzi da sbarco sarebbe bastato richiederli. Certo ci dovettero essere valide spiegazioni militari per il mancato impiego di quello che era uno strumento di valore incalcolabile sul piano sia della potenza navale che dell’elasticità di manovra: in futuro, comunque, sarà bene tenere presente questo aspetto della questione e chiedersi se per caso non sarebbe possibile risparmiare tempo ed evitare combattimenti sanguinosi con mosse aggiranti che, anche se condotte su scala limitata, hanno sicuramente l’effetto di molestare il nemico”.[2]

 

Con grande sollievo di Kesserling, l’Alto Comando alleato non aveva tentato uno sbarco in Calabria, alle spalle delle sue forze in attesa in Sicilia, per bloccarne la ritirata attraverso lo stretto di Messina. Fin dall’inizio della campagna di Sicilia egli aveva temuto che da un momento all’altro giungesse a segno un colpo di questo genere, un colpo che egli non avrebbe avuto alcuna possibilità di parare. A suo avviso: “un attacco secondario in Calabria avrebbe permesso di trasformare lo sbarco in Sicilia in una schiacciante vittoria alleata”. Fino alla conclusione della campagna di Sicilia e al felice esito della ritirata delle 4 divisioni tedesche impegnate sull’isola, Kesserling non ebbe a disposizione che 2 divisioni tedesche per guarnire l’intera Italia meridionale.

 

La situazione venutasi a creare in Sicilia, per i tedeschi, dopo lo sbarco degli alleati, è la rappresentazione delle correnti di pensiero esistenti allora presso lo stato maggiore nazista. La prima considerava in partenza priva di speranze un’opposizione a uno sbarco in larga scala. La seconda riteneva che fosse possibile infliggere all’avversario, mediante provvedimenti tattici, un colpo mortale nell’attimo in cui la crisi di quest’ultimo avesse raggiunto l’apice. Nelle direttive diramate il 22 giugno, Hitler non fece capire per quale delle due tesi propendesse.

 

Il fatto però che sia il feldmaresciallo Keitel sia soprattutto il generale Warlimont si siano limitati a dare solo direttive riguardanti lo sgombero, fa arguire che nemmeno Hitler credesse in una difesa duratura della Sicilia. D’altra parte tutto fa ritenere che il feldmaresciallo Kesserling sperasse di conquistare in Sicilia, nella sua qualità di comandante in capo, il primo vistoso successo nella difensiva, e che perciò parteggiasse per la seconda tesi, per cui l’avversario doveva essere “ributtato in mare” dopo lo sbarco. Questa tesi era molto diffusa nelle forze armate tedesche, specialmente nei comandi inferiori. Essa era il riflesso diretto di una debolezza profondamente radicata nella tradizione del pensiero militare tedesco, basato quasi esclusivamente sulla guerra terrestre. Gran parte della cerchia dirigente politica e militare tedesca era in grado di ragionare solo in termini di operazioni terrestri, non già nelle tre dimensioni della guerra moderna. Questo atteggiamento portava a una sopravvalutazione della difesa costiera, ma anche alla sopravvalutazione delle difficoltà che l’avversario, pur superiore nell’aria e sul mare, avrebbe incontrato. Un attacco scatenato da un apparato bellico moderno composto da tutti e tre gli elementi principali (esercito, aviazione, marina) contro un avversario equipaggiato solo per la guerra sulla terraferma ma inferiore sul mare e nell’aria, presenta in realtà minori difficoltà e maggiori probabilità di successo che non un puro attacco terrestre contro una linea di resistenza. Chi attacca dal mare ha il vantaggio della sorpresa. Tuttavia lo sbarco in Sicilia, come generali italiani prigionieri rivelarono a Eisenhower, non fu una sorpresa totale. Ciò che sarà sempre una sorpresa, invece, è il punto preciso dello sbarco, l’ampiezza della testa di ponte e il procedimento tattico impiegato. In Sicilia i tedeschi restarono per molto tempo nell’incertezza se lo sbarco del 10 luglio non sarebbe stato seguito da altri in altri punti. Sotto questo punto di vista lo sbarco tra Siracusa e Licata fu una sorpresa, così come fu una sorpresa l’assenza di ulteriori sbarchi nella parte occidentale dell’isola o sulla costa settentrionale. Per quanto riguarda l’attacco dal mare, un fattore ancora più importante della sorpresa è la possibilità di neutralizzare l’avversario a terra con il fuoco delle artiglierie navali. Queste dispongono sempre di calibri superiori a quelli delle artiglierie dell’esercito, appostate temporaneamente, a scopi difensivi, sulla striscia costiera. Le artiglierie navali sono soprattutto più mobili dell’artiglieria del difensore. Il difensore non può combattere efficacemente le artiglierie navali. In Sicilia la difesa non oppose praticamente alcun ostacolo alle artiglierie dell’attaccante.

Le forze aeree alleate poterono distruggere le forze aeree tedesche a terra, ma il tentativo di accelerare l’esito della battaglia con l’impiego di truppe aviotrasportate fallì. La distruzione delle forze aeree tedesche a terra fu opera di esperti bombardieri. L’impiego di truppe aviotrasportate fu una novità. Le truppe aviotrasportate, che nell’insieme assommavano a una divisione, impiegate contro i campi d’aviazione nella parte sudorientale dell’isola, non poterono portare a termine il loro compito. L’artiglieria contraerea tedesca, ancora molto forte, inflisse a esse sensibili perdite. Tuttavia riuscirono a rallentare l’avanzata della divisione Hermann Göring. Comunque, per capire la portata della superiorità degli alleati che attaccava dal mare bisognava averla vista con i propri occhi. Ed è ciò che capitò al generale Eisenhower e che godendosi lo spettacolo affermò:

 

“Devo dire che la vista di centinaia di navi, con mezzi da sbarco ovunque, che operavano lungo la costa da Licata verso est, era uno spettacolo indimenticabile”.

 

Al termine di questa esposizione, si preme sottolineare che una parte degli episodi descritti provengono dalle affermazioni contenute nel libro “History of United States Naval Operations in World War II”[3] (¹) che è una pubblicazione ufficiale, affinché sia una volta per sempre sfatata la stolta leggenda che gli italiani non combatterono in Sicilia. Essi fecero ciò che le forze disponibili, le circostanze, le deficienze di armamento, la potenza nemica consentirono di fare.



[1] B.H. Liddell Hart, The other side of the Hill, p.355.

[2] Rapporto dell’Ammiraglio Cunningham

[3] Morison, S.E., History of United States Naval Operations in World War II, Vol. IX

 

 

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