Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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lunedì 20 gennaio 2025

Riconoscimento del Valore Militare

 

SIGNIGICATO ED ESSENZA DELL’EMBLEA ARALDICO DELL’ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO

 

Massimo Coltrinari

All’indomani della conclusione del nostro processo unitario, con la vittoria nella Grande Guerra, si sentì la necessità di un ‘ulteriore presenza dello Stato, espressione della Nazione Italiana, nella società civile nei più variegati campi, soprattutto quello economico, industriale, sociale. Da questa necessità l’intervento dello Stato si è manifestato attraverso la costituzione di “Istituti” che accogliessero le migliori energie e le personalità di spicco affinche, in parallelo con l’organizzazione statuale, raggiungessero determinati obiettivi, fondamentali per il progresso della Nazione.

 E’ il prosieguo del progresso unitario che si attua in modo particolare. Sono così creati, L’Istituto Nazionale della Ricostruzione Industriale (I.R.I), L’Istituto Nazionale della Vasca Navale, L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), L’Istituto di Storia del Risorgimento, L’Istituto delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, L’Istituto Nazionale per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO), Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valore Militare. Dal Nome di questi Istituti si evince la finalità per cui sono stati costituiti.

L’idea ispiratrice della costituzione dell’Istituto del Nastro Azzurro fra combattenti decorati al Valore Militare  è quella napoleonica della Legion d’Onore, che voleva raccogliere attorno alla bandiera tricolore francese il meglio dei Cittadini, in sostituzione della aristocrazia nobiliare medioevale e  dell’Ancien Regime spazzata via dai principi di uguaglianza e fratellanza della Rivoluzione Francese. L’Istituto del Nastro Azzurro fra combattenti decorati al Valor Militare nasce quindi come una Elite, in cui criterio base è la dimostrazione sul campo del Valore Militare, la cui azione è incardinata sul quello che si intendeva e si intende come Codice d’Onore. Nei primi decenni i criteri di ammissione furono rigidi: non solo si doveva essere decorati, ma la decorazione doveva essere conseguita in presenza del nemico. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, con criteri via via meno rigidi, non si ammettevano soci le cui motivazioni di concessione della Medaglia al Valore militare erano per altri fatti, quali l’ordine pubblico, l’ardimento, e aspetti sociali.

 

Per sottolineare tutto questo è dare ulteriore spessore a questa impostazione dell’Istituto del Nastro si credette opportuno dare manifesta immagine del Valore Militare, creando di fatto una “nobiltà” basata sul Codice d’Onore, e sui valori fondanti l’Istituto, con un riconoscimento ufficiale.

Vittorio Emanuele III  con Regio decreto, quindi,  dispose che i Soci dell’Istituto  del Nastro Azzurro  possano fregiarsi del diritto di far uso di un emblema araldico sulla base delle decorazione ricevuta. In sostanza questo riconoscimento vuole dare un riconoscimento ufficiale di Nobiltà all’atto di Valore compiuto

Con Regi Decreti 7 ottobre 1926, 17 novembre 1927 e 19 dicembre 1935, con cui si conferiva l’Emblema Araldico ai Soci dell’Istituto decorati di Croce di Guerra al Valore Militare,  è stato concesso all’Istituto  ed ai  suoi  Soci  l’uso  di  un  Emblema  Araldico    concessione confermata in epoca repubblicana  in  approvazione  dello  Statuto  dell’Istituto,  con  D.P.R.  del  10.1.1966,  n.158

Viene rilasciato dalla Presidenza Nazionale ai  Soci  che  ne  fanno  domanda tramite le rispettive Sezioni e Federazioni, dietro versamento dell’importo previsto.

L’Emblema Araldico alla Memoria viene rilasciato a titolo gratuito, su domanda del congiunto più vicino o della Federazione competente, alla memoria dei decorati Caduti   sul Campo o morti in seguito a ferite o invalidità contratte in guerra o in missioni per il   mantenimento della pace. Ai Soci d’Onore l’Emblema Araldico viene rilasciato a titolo gratuito.

L’Emblema deve essere autenticato con l’apposizione del timbro a secco.

IL  distintivo dell’Istituto da portarsi all’occhiello della giacca è costituito: – per  i  Soci  Ordinari  dallo  scudo  dell’Emblema  Araldico con  riportati  i  simboli    delle decorazioni di cui il Socio o il congiunto del Socio è insignito; – per i Soci Sostenitori da uno spillo  con Emblema Araldico generico  .

Oggi  la concessione dell’Emblema Araldico ha assunto un ulteriore significato: quello di ricordare ai posteri, ed ai congiunti le gesta e la figura del loro parente, al fine di mantenere vivo nella società, attraverso il passaggio generazionale, il ricordo e le gesta di chi ha dato “di più” alla Patria. E’ quindi un veicolo fondamentale della missione dell’Istituto nella società civile, sempre basato su quel novero di regole non scritte ma basilari per un vivere sereno e collettivo che è il Codice d’Onore.

 

 

venerdì 10 gennaio 2025

La Campagna d'Italia. LO sbarco a Salerno 9 settembre 1943

 

1.3.  Lo sbarco a Salerno. 9 settembre 1943

 

Lo scenario politico – militare.

All’inizio del 1944 la situazione bellica vedeva gli alleati avanzare progressivamente, mentre le forze dell’Asse erano in affanno: si stavano preparando le condizioni favorevoli alla definitiva sconfitta del Terzo Reich. Infatti, negli ambienti politico-militari degli Alleati, prendeva sempre più consistenza la percezione che ormai Hitler non possedeva più le risorse di uomini e mezzi necessari per ottenere la mobilità strategica su larga scala.

Nel corso dell’anno precedente, si era verificata la svolta a favore degli Alleati. Infatti, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 le truppe anglo-americane avevano preso il controllo del nord Africa, mentre sul fronte orientale, a seguito della vittoria di Stalingrado, le truppe sovietiche avevano iniziato la controffensiva, culminata nel gennaio del ’44 nella liberazione di Ucraina e Crimea.

Sulla scia dei successi conseguiti nel Maghreb, nel gennaio del 1943 a Casablanca, in occasione di una conferenza a cui presero parte il Presidente americano F. D. Roosevelt ed il Primo Ministro inglese sir Winston Churchill, venne concordata l’opportunità di aprire un ulteriore fronte in Italia. Tale decisione, da un punto di vista strettamente militare, era sostenuta dalla considerazione della relativa semplicità che lo sbarco in Sicilia avrebbe presentato, partendo dalla ormai conquistata Tunisia. Inoltre, Roosevelt e Churchill avevano ben chiaro lo stato di crisi del regime fascista che era ormai delegittimato dalla perdita di consenso. Pertanto, l’intervento avrebbe causato la resa del regno d’Italia e la sua conseguente uscita dall’Asse. Vi erano poi altre ragioni di natura strategica: le rotte del Mediterraneo sarebbero state finalmente transitabili, e ciò avrebbe comportato il risparmio di un enorme quantità di naviglio mercantile; l’invasione del territorio italiano avrebbe impegnato diverse divisioni tedesche sul fronte meridionale, alleggerendo così la presenza dei nazisti in Francia, il che avrebbe agevolato il decisivo e futuro sbarco sulle coste normanne che venne approvato durante la conferenza di Teheran nel dicembre del 1943.

L’apertura del fronte italiano ebbe inizio il 10 luglio 1943 con l’operazione “Husky”, l’approdo in Sicilia delle truppe anglo-americane comandate rispettivamente dal generale Montgomery e dal generale Patton. Come era stato previsto, la scarsa resistenza opposta dalle forze tedesche permise una rapida occupazione dell’intera isola. Tale situazione consentì agli alleati di mettere in atto le operazioni per il successivo sbarco, quello di Salerno, che avvenne il giorno dopo la divulgazione della firma dell’armistizio di Cassibile.

 

Operazione “Avalanche”.

Nel luminoso e multicolore crepuscolo dell’8 settembre  1943 circa 700 natanti, tra navi e mezzi da sbarco, solcavano le acque del mar Tirreno e di lì a qualche ora sarebbero state inghiottite dall’oscurità notturna. Tali mezzi trasportavano 55 mila soldati per lo sbarco iniziale e altri 115 mila per gli sviluppi successivi dell’operazione. Lo sbarco doveva essere effettuato dalla 36ª divisione di fanteria americana sulla destra (zona di Paestum) e dalle divisioni inglesi 46ª e 56ª sulla sinistra, mentre parte della 45ª divisione di fanteria americana sarebbe rimasta in riserva. Queste divisioni furono raggruppate rispettivamente nel VI corpo d’armata americano (generale Dawley) e nel X corpo d’armata inglese (generale R.L. McCreery).

 

Quest’ultimo sarebbe sbarcato su un tratto di circa 11 Km. delle spiagge situate appena a sud di Salerno, con il compito di raggiungere l’aeroporto di Montecorvino e Battipaglia, nei pressi della principale strada per Napoli, strada che attraversa l’attaccatura della montagnosa penisola sorrentina passando per il varco di Cava, un valico non molto alto ma disagevole. Era quindi di importanza vitale che tale grande unità riportasse un rapido successo, sia per aprire la via d’accesso più diretta al grande porto di Napoli sia per impedire l’arrivo di rinforzi tedeschi da nord. Proprio per facilitarne il compito, 2 unità commandos inglesi e 3 battaglioni di Rangers americani avrebbero dovuto impadronirsi con la massima tempestività di questa strettoia e del valico di Chiunzi, su una strada vicina. Fra X e VI corpo esisteva un “vuoto” di 13 chilometri in corrispondenza del corso del fiume Sele. Il principale convoglio inglese salpò da Tripoli il 6 settembre e quello americano da Orano la sera precedente. Altri convogli minori salparono da Algeri, Biserta e dai porti di Palermo e Termini Imerese. In tutto 30 mila britannici e 24 mila americani stavano per sbarcare su una fronte, da Maiori a Paestum, di circa 40 Km. dove erano già schierati 20 mila tedeschi e dove potevano giungerne in un paio di giorni altri 50 mila. Imponente era lo schieramento delle forze navali ed aeree: due “Forze d’attacco”, una settentrionale (appoggio al X corpo) e l’altro meridionale (appoggio al VI corpo); le navi di appoggio a rangers e commandos; cinque portaerei inglesi di scorta per la protezione aerea del convoglio e delle spiagge, due incrociatori e dieci cacciatorpediniere al comando dell’ammiraglio Vian. Vi era poi la “Forza H”, al comando dell’ammiraglio Willis, costituita da 4 corazzate, 2 portaerei (“Illustrious” e “Formidable”), 4 incrociatori e 20 cacciatorpediniere, che aveva il compito di “protezione” del complesso. L’imponente schieramento delle forze aeree era costituito da oltre 2.700 aerei da combattimento (di cui una metà erano bombardieri pesanti e l’altra metà caccia e caccia-bombardieri) e circa 400 da trasporto.

In Sicilia sette divisioni di fanteria erano sbarcate su 210 chilometri di fronte mentre a Salerno 4 divisioni dovevano sbarcare su una fronte di circa 40 chilometri. Sembrerebbe che il comando anglo-americano, con la concentrazione dello sforzo su una fronte ristretta, si fosse assicurato un elemento di successo, favorì invece il nemico perché gli consentì di fronteggiare le forze anfibie su una fronte continua, costringendole ad effettuare attacchi frontali in un terreno dominato dal difensore. Il comando alleato non aveva apprezzato abbastanza il vantaggio che si era assicurato in Sicilia sbarcando su una fronte amplissima, che aveva impedito ai difensori di costituire una linea di difesa continua, se non ripiegando nell’interno dell’isola, tanto più che le forze mobili disponibili nei primi tre giorni in Sicilia erano inferiori di numero e di consistenza a quelle che il maresciallo Kesselring poté raccogliere nei primi tre giorni sul campo di battaglia di Salerno. Inoltre, mentre le forze aeree anglo-americane non avevano trovato in Sicilia un efficace contrasto, per l’impossibilità di far agire sull’isola l’aviazione da caccia italo - tedesca, causa l’impraticabilità dei campi, gli aerei tedeschi ebbero a Salerno possibilità di intervento e anche con una certa efficacia. E ancora: mentre lo stretto di Messina impedì di inviare in Sicilia i rinforzi che sarebbero stati necessari per fronteggiare l’imponente schieramento avversario, divisioni tedesche poterono agevolmente raggiungere la zona di Salerno, fino a determinare un soddisfacente equilibrio fra gli avversari. E’ quindi evidente che il maresciallo Kesselring impegnò e condusse la battaglia per Salerno in condizioni alquanto più vantaggiose di quelle nelle quali si era trovato il Comando delle Forze Armate della Sicilia, il quale aveva dovuto sostenere la lotta in condizioni di schiacciante inferiorità. Ciò malgrado, in meno giorni di quanti furono necessari agli anglo-americani per giungere a Messina, la 5ª armata del generale Clark giunse al Volturno. Nel primo pomeriggio del stesso giorno il passaggio dei convogli al largo delle coste occidentali e settentrionali della Sicilia fu avvistato e segnalato al quartier generale tedesco che entro le 15.30 mise in stato di allarme le proprie truppe, dando istruzioni affinché si tenessero pronte a fronteggiare il previsto sbarco.

 

Alle 18.30 Radio Algeri mise in onda il messaggio di Eisenhower che annunciava la firma dell’armistizio con l’Italia, il messaggio venne ripetuto poi alle 19.20 dalla BBC in un suo notiziario. L’una o l’altra di queste trasmissioni fu ascoltata dalle truppe alleate a bordo dei convogli e purtroppo, nonostante che alcuni degli ufficiali si dessero da fare per spiegare che ad aspettarli avrebbero trovato i tedeschi, tra i soldati si diffuse la convinzione che lo sbarco sarebbe stato una semplice passeggiata. Le loro speranze furono ben presto smentite e la stessa sorte toccò d'altronde alle ottimistiche previsioni degli strateghi alleati, secondo i quali Napoli sarebbe caduta entro tre giorni dallo sbarco: le forze di invasione vi sarebbero arrivate solo dopo tre settimane di lotta e dopo essere scampate per poco a un completo disastro. La stessa illusione fece gioire in quella sera gran parte del popolo italiano: tutti convinti che la guerra in Italia fosse finita. Era invece il prologo di una tragedia. Nel tardo pomeriggio, i convogli in navigazione verso il Golfo di Salerno furono oggetto di numerosi attacchi aerei, attacchi che i bombardieri ritentarono dopo il tramonto; per fortuna la grande flotta subì solo danni di poco conto. Poco dopo mezzanotte i primi mezzi trasporto truppe raggiunsero le zone previste per l’inizio delle operazioni di sbarco, a una distanza dalla costa di 13/ 16 chilometri e cominciarono a calare in mare i mezzi da sbarco. Verso le ore 3.30, l’ora H stabilita dal piano d’invasione, la prima ondata della forza da sbarco giunse a terra. Furono queste le prime imbarcazioni che i tedeschi avvistarono e contro le quali una batteria aprì il fuoco. Un mezzo che trasportava un reparto di rangers fu centrato in pieno, poi il cacciatorpediniere “Blakmore” con salve ben assestate fece tacere i cannoni insolenti. Altre artiglierie tuonavano più a sud contro il convoglio che trasportava il IV corpo americano. L’incanto della calma notte era spezzata ed era anche crollata l’illusione di poter sbarcare di sorpresa. Nemmeno più il dubbio sulla località prescelta per lo sbarco poteva a quell’ora sussistere nei comandi tedeschi, poiché era da escludersi che il convoglio potesse raggiungere prima del giorno fatto il golfo di Napoli e tanto meno la costa più a nord. D’altra parte la spiaggia di Salerno era già da parecchi giorni considerata l’obiettivo dell’operazione anfibia che i tedeschi sapevano in preparazione, tanto che avevano tentato di ritardarla bombardando le navi raccolte a Biserta, e dal 5 settembre avevano schierato a sud del fiume Sele la 16ª divisione corazzata. Eppure il generale Clark si era ostinato a non volere che le spiagge fossero bombardate prima dell’assalto. A tale riguardo egli ebbe una discussione sul ponte di comando dell’incrociatore “Ancon”, nave ammiraglia del comandante in capo della Western Naval Task Force, con l’ammiraglio Hewitt, quando le batterie tedesche incominciarono a sparare. Hewitt voleva ordinare l’apertura del fuoco e Clark si opponeva e continuò ad opporsi mentre le ondate di mezzi da sbarco già sciamavano verso le spiagge. Ormai i tedeschi erano pronti alla reazione. Benché fossero in stato di allarme e si attendessero l’attacco, le vedette sulla spiaggia non si erano accorte dei battelli segnalatori e della presenza al largo della flotta d’invasione, per cui i dragamine avevano assolto al loro compito senza essere avvistati e le ondate di mezzi da sbarco avevano iniziato la loro lunga corsa di quasi 20 chilometri su un mare calmissimo. Come è stato descritto all’inizio di questo paragrafo, una rapida avanzata su Napoli dipendeva dalla conquista della strada che da Salerno si spingeva a nord attraversando una fascia montuosa. Tale compito era stato affidato ai rangers americani i quali dopo essere sbarcati senza incontrare resistenza sulla piccola spiaggia di Maiori, in sole tre ore si impadronirono del valico di Chiunzi e si attestarono saldamente sulle alture che dominavano la strada principale per Napoli. Anche lo sbarco dei commandos inglesi a Vietri, dove la strada si allontana dalla costa e comincia a salire, avvenne senza difficoltà. Ma i tedeschi reagirono con prontezza, ritardando l’occupazione della cittadina e bloccando poi del tutto l’avanzata dei commandos appena a nord della stessa, in corrispondenza del basso valico di La Molina, all’imboccatura del varco di Cava. Anche a Marina di Vietri la situazione si fece difficile perché mortai e cannoni tedeschi sparavano sulle imbarcazioni che sopraggiungevano e mitragliatrici colpivano uomini sulla spiaggia. I loro progressi risentirono inoltre del fatto che, per errore, parte della 46ª divisione era finita sulle spiagge della sua vicina di destra, la 56ª, provocando confusione e congestione.

 

Pur spingendosi nell’entroterra per circa 3 chilometri con la loro avanguardia, gli inglesi subirono molte perdite e non riuscirono ad assicurarsi gli importanti obiettivi fissati per il D-Day: il porto di Salerno, il campo di aviazione di Montecorvino e i nodi stradali di Battipaglia ed Eboli. Inoltre, alla fine della giornata, c’era ancora un varco di oltre 11 chilometri tra il fianco destro inglese a nord del fiume Sele ed il fianco sinistro americano a sud del fiume. Gli sbarchi americani ebbero luogo su quattro spiagge vicino ai famosi templi greci di Paestum. Fu una prova durissima per le truppe della 36ª divisione, per le quali si trattava del battesimo del fuoco: già sottoposte, mentre si avvicinavano alla costa, al massiccio fuoco dei difensori senza avere alcun appoggio dalle proprie unità, dopo lo sbarco dovettero attraversare un’altra fitta cortina di fuoco e subire infine il martellamento di tutta una serie di attacchi aerei tedeschi. Per fortuna, quando ormai la situazione stava facendosi critica, in appoggio alla forza da sbarco intervennero i cannoni delle unità navali. Prezioso si dimostrò, in particolare, l’appoggio fornito, sia qui sia nel settore inglese, dai cacciatorpediniere che avventurandosi attraverso i campi minati per portarsi sottocosta, contribuirono in maniera rilevante a neutralizzare i contrattacchi di piccoli gruppi di carri armati tedeschi che, per gli invasori, rappresentavano la minaccia più grave. Le truppe furono costrette a scavare in tutta fretta buche nella sabbia, nelle quali ripararsi per cercare di sottrarsi al fuoco intenso, carri armati tedeschi si avvicinarono in alcuni punti fino a 200 metri dalla spiaggia, sparando sui mezzi da sbarco che stavano accostandosi. Nel settore inglese i combattimenti furono fin dall’inizio anche più duri che in quello americano; i battaglioni Hampshire, che erano sbarcati sulla spiaggia sbagliata, dovettero spostarsi di quasi due chilometri verso nord, in un terreno in cui si rivelavano mitragliatrici, cannoni, carri armati, contro i quali non disponevano ancora di armi adeguate. Sulla spiaggia la confusione era al colmo: genieri stendevano reti metalliche per agevolare il transito degli automezzi sulla sabbia, altri cercavano le mine, dovunque vi erano cataste di materiali e uomini ammassati. Non si può asserire che tutto andasse per il meglio; fra il materiale giunto sulla spiaggia c’era anche un pianoforte; automezzi e carri armati sbarcavano con appese intorno ceste di galline e in una gabbia vi era un grosso maiale allevato per una mensa ufficiali. I palloni da sbarramento, innalzati poco dopo i primi sbarchi, avevano già disturbato gli aerei tedeschi nelle loro incursioni lungo le spiagge; dopo l’alba questi si limitarono a fugaci apparizioni perché gli aerei imbarcati sulle portaerei avevano provveduto a mettere in atto “l’ombrello aereo”. Per quanto in quella prima giornata fossero stati raggiunti gli obiettivi indicati dal “piano”, e l’avanzata, specialmente sulla fronte del X corpo britannico, fosse stata limitata a una profondità di pochi chilometri, regnava nei Comandi alleati un certo ottimismo. La più grave preoccupazione era causata da quel vuoto di 11 chilometri fra i due corpi d’armata, che nessuno di essi era in grado di riempire, impegnati come erano sulla propria fronte. Se avessero avuto appena cognizione di ciò che Kesselring stava preparando, l’ottimismo sarebbe stato alquanto attenuato. Mentre la divisione “Goering” stava già entrando in azione contro le punte dei Rangers e dei commandos sui monti alla base della penisola di Sorrento, affluivano verso il campo di battaglia la 29ª divisione dalla Calabria, la 15ª dalla zona di Gaeta e successivamente la 3ª corazzata. L’ordine di Hitler era di “spazzare” gli anglo-americani dalla spiaggia di Salerno, ma la richiesta di Kesselring di ricevere rinforzi dal Gruppo Rommel, che era nell’Italia settentrionale, impegnato a catturare ed inviare in Germania le truppe italiane, non fu accolta. Hitler antepose “la punizione” dell’esercito ex alleato alla vittoria a Salerno, che forse Kesselring avrebbe potuto ottenere se il 13 e 14 settembre avesse avuto altre due divisioni a sua disposizione. Il secondo giorno, 10 settembre, la situazione si fece assai più calma nel settore americano in quanto la 16ª divisione corazzata aveva trasferito quasi tutte le sue poche forze verso il settore inglese, più a nord (proprio da qui infatti veniva la più grave minaccia strategica per il settore di Salerno). Gli americani approfittarono del momento di pausa per allargare la loro testa di ponte e per sbarcare il grosso della 45ª divisione, la loro riserva “galleggiante”.

 

Intanto la 56ª divisione inglese aveva occupato nella prima mattinata il campo di aviazione di Montecorvino e il centro di Battipaglia, da dove però dovette poi ritirarsi sotto l’incalzare di un energico contrattacco portato da due battaglioni di fanteria motorizzata tedeschi affiancati da alcuni carri armati, la cui apparizione provocò fenomeni di vero e proprio panico. I servizi segreti alleati avevano avuto notizia che l’aviazione tedesca possedeva un’arma nuova e micidiale: una bomba volante, guidata con onde radio e ne avevano informato le navi. Una fonte anonima aveva avuto l’idea che gli impulsi radio avrebbero potuto essere disturbati facendo funzionare rasoi elettrici, quando vi fosse stato motivo di sospettare che un aereo stava lanciando uno di quei ordigni. Non si sa se per effetto dei rasoi elettrici ma più probabilmente a causa di errori commessi da chi doveva “guidare” la bomba, la prima che fu lanciata, alle ore 19.30 del 10, andò a finire in acqua e non fece alcun danno. L’indomani mattina l’esito fu alquanto diverso: l’incrociatore “Savannah” fu colpito in pieno su una torretta. La bomba esplose nell’interno della nave, uccidendo un centinaio di uomini, aprì un largo foro sul fondo e sconquassò le giunture, facendo imbarcare tanta acqua che l’incrociatore si inclinò di prua. Le squadre di riparazione riuscirono però a turare le falle e l’imbarcazione poté essere rimorchiata a Malta. Il giorno precedente, con la stessa arma, essi avevano assestato un bel colpo alla flotta principale degli ex alleati italiani, quando questa era appena salpata da La Spezia per raggiungere le marine da guerra alleate, affondando la nave ammiraglia, la Roma.

La notte del 10 la 56a divisione sferrò un attacco con 3 brigate per impadronirsi del massiccio dominante di monte Eboli, ma realizzò solo esigui progressi (tra i quali il rientro a Battipaglia). La 46a divisione occupò Salerno, ma non fu possibile usufruire del porto per parecchi giorni perché l’artiglieria e i mitraglieri tedeschi lo tenevano sotto il loro fuoco; riuscì invece ad inviare una sua brigata a rilevare i commandos, ma non sviluppò una tempestiva azione verso nord. Commandos e rangers stavano intanto sostenendo una dura lotta sui monti, contro una parte della divisione “Goering”, riuscendo a conservare più o meno le posizioni raggiunte, sebbene a costo di forti perdite. Nel settore americano, la 45ª divisione, fresca di sbarco, risalì per circa 15 chilometri lungo la sponda orientale del Sele, passando per Persano e arrivando fin quasi al centro stradale di Ponte Sele: l’apice della linea che, secondo i piani, la testa di sbarco avrebbe dovuto raggiungere. Ma a questo punto un battaglione di fanteria motorizzata tedesco e 8 carri armati, riportati al di là del fiume dal settore inglese, sferrarono un contrattacco che costrinse gli americani dapprima a fermarsi e poi a ripiegare. Pertanto alla fine del terzo giorno le quattro divisioni e le unità supplementari, equivalenti ad una quinta divisione, sbarcate nel golfo di Salerno erano ancora confinate in due teste di sbarco poco profonde e separate, mentre i tedeschi avevano in mano sia le alture circostanti sia le vie d’accesso alla fascia costiera  pianeggiante. Le speranze di raggiungere Napoli entro il terzo giorno erano svanite. La 16ª divisione corazzata, la cui forza in unità da combattimento era appena la metà di quella di una divisione alleata, era riuscita ad arginare l’invasione e a guadagnare tempo in vista dell’arrivo di consistenti rinforzi tedeschi. I primi ad arrivare furono la 29ª Panzer Grenadier che stava già rientrando dalla Calabria, e un gruppo da combattimento (consistente in 2 battaglioni di fanteria e in circa 20 carri armati) che la rabberciata divisione Hërmann Goering era riuscita a mettere insieme. Questo gruppo da combattimento, proveniente dal settore di Napoli, contrattaccò e sfondò la linea inglese al di là del Passo di La Molina, spingendosi fin nei pressi di Vietri prima di essere fermato, il 13 settembre, dal rientro in scena dei commandos. Il Passo, comunque, era tornato saldamente in mano tedesca. Ormai era anche troppo chiaro che il X corpo inglese era virtualmente bloccato nella strettissima fascia costiera nei pressi di Salerno, con i tedeschi appostati al sicuro sulle alture circostanti. Nel frattempo l’iniziale fiducia del generale Clark veniva scossa da colpi ancora più duri nel settore meridionale, dove la 21ª divisione Panzer Grenadier, affiancata da una parte della 16ª corazzata aveva attaccato con decisione in corrispondenza della cerniera tra inglesi ed americani. La sera del 12 settembre l’ala destra inglese fu di nuovo ricacciata da Battipaglia e subì ingenti perdite, specialmente in prigionieri.

 

Il giorno 13 i tedeschi sfruttarono l’ampliamento del varco che separava i due Corpi alleati per colpire l’ala sinistra americana, ricacciandola da Persano e provocandone infine una ritirata generale. Nella confusione che fece seguito a questi drammatici sviluppi, i tedeschi sfondarono in parecchie località il fronte americano, in un punto arrivando addirittura a meno di un chilometro dalle spiagge. Quella sera la situazione appariva così precaria che nel settore meridionale le operazioni di scarico di tutti i mercantili furono sospese. Inoltre il generale Clark richiese con urgenza all’ammiraglio Hewitt di prepararsi a reimbarcare il comando della 5ª armata e di tenere pronti tutti i natanti disponibili per evacuare il VI corpo dalla sua testa di sbarco per trasportarlo nel settore inglese o, in via alternativa, per trasferire il X corpo a sud. Poiché un trasferimento di emergenza di simili proporzioni sarebbe stato inattuabile, la proposta suscitò indignate proteste da parte di McCreery e del suo collega della marina, commodoro Oliver, e provocò, quando fu riferita ai generali  Eisenhower e Alexander, una vera e propria costernazione ai vertici del comando. In realtà la notizia degli ordini dati da Clark a Hewitt giunse deformata al quartier generale di Eisenhower; occorsero alcune ore per chiarire che non si pensava a sgomberare la testa di sbarco e per dissipare la costernazione. Però essa ebbe il merito di accelerare l’invio di rinforzi, grazie soprattutto all’entrata in attività di 18 navi da sbarco per carri armati (LST), che erano in rotta per l’India e che furono immediatamente trasferiti nel golfo di Salerno. L’82ª divisione aviotrasportata fu messa a disposizione del generale Clark e, rispondendo con estrema prontezza alla urgente richiesta di aiuto da questi formulata nel pomeriggio, il generale Ridgway riuscì a lanciare un primo contingente sulla testa di sbarco meridionale quella sera stessa. Infatti, pochi minuti prima di mezzanotte fra il 13 e il 14, cannoni, mitragliatrici e mortai tacquero su tutta la testa di ponte, nella quale regnò un silenzio solenne. Il generale Ridgway non voleva che si ripetesse il caso di Gela, dove i cannoni delle navi avevano abbattuto la sera dell’11 luglio aerei ed alianti, scambiandoli per tedeschi, e aveva chiesto che, mentre i suoi paracadutisti si sarebbero calati a terra nessuno facesse fuoco. Quel silenzio generale fu rotto da un rombo di motori: che sia stato il caso o che i tedeschi avessero avuto sentore dei provvedimenti presi, fatto sta che per cinque minuti aerei della Luftwaffe andarono su e giù per la spiaggia bombardando le truppe terrorizzate da quella furia che si era scatenata e che non trovava contrasto alcuno. Furono cinque minuti infernali, poi 82 aerei da trasporto americani comparvero nel cielo e lanciarono 600 paracadutisti sul settore sinistro del VI corpo a sud del Sele. Era l’avanguardia dell’82ª divisione: il grosso (1.900 uomini) sarebbe giunto la notte successiva. Il giorno 15 settembre sulle spiagge del settore settentrionale ebbero inizio le operazioni di sbarco della 7ª divisione corazzata inglese. Ma il momento peggiore era ormai passato, grazie soprattutto al tempestivo appoggio di emergenza fornito dalle forze aeronavali alleate. Infatti il 15 fu una giornata di relativa stasi, con i tedeschi impegnati a riorganizzare le loro unità, uscite assai malconce dalla tempesta di bombe e di granate del giorno precedente, in vista di un nuovo attacco, al quale avrebbero dovuto prendere parte anche alcune unità sopraggiunte in rinforzo. La 26ª divisione corazzata, al momento ancora senza carri armati, era arrivata dalla Calabria, dopo essersi sganciata furtivamente dalle avanguardie della 8ª armata di Montgomery, secondo quanto ordinato dal generale Vietinghoff il giorno dello sbarco alleato a Salerno. Erano anche arrivati, rispettivamente da Roma e Gaeta, distaccamenti della 3ª e della 15ª divisione Panzer Grenadier. Ma anche con questi rinforzi i tedeschi potevano contare sull’equivalente di sole 4 divisioni, con poco più di un centinaio di carri armati, mentre il giorno 16 la 5ª armata aveva ormai a terra l’equivalente di 7 divisioni di maggiore consistenza, con circa 200 carri armati. Pertanto, l’unica cosa che poteva preoccupare il Comando alleato era l’eventualità di un cedimento del morale delle truppe prima che la loro netta superiorità facesse sentire i suoi effetti. Inoltre, l’8 armata era ormai così vicina da aumentare questo margine di superiorità e da minacciare il fianco del nemico.

 

Quella mattina, dopo aver effettuato la traversata da Biserta a bordo di un cacciatorpediniere e aver ispezionato di persona le teste di sbarco, il generale Alexander si recò a conferire con Clark, al quartier generale di quest’ultimo. Con il suo caratteristico tatto egli scartò l’idea di evacuare l’una o l’altra delle teste di sbarco. Un nuovo e sostanzioso rinforzo fu assicurato dall’arrivo, intorno alle ore 10, delle corazzate inglesi Warspite e Valiant, salpate da Malta il pomeriggio precedente con 6 cacciatorpediniere. A causa di difficoltà insorte nelle comunicazioni radio con gli osservatori avanzati, esse non entrarono in azione che sette ore più tardi, ma a partire da quel momento cominciarono a bombardare con le grosse granate dei loro cannoni da 381 mm. bersagli situati fino a 20 chilometri nell’entroterra, con effetti micidiali tanto sul piano materiale quanto su quello psicologico. La mattina del giorno 16 i tedeschi compirono un nuovo sforzo, iniziando nel settore inglese con un attacco da nord verso Salerno e un altro verso Battipaglia. Questi due tentativi furono però neutralizzati dall’azione congiunta dell’artiglieria, delle unità da guerra con i loro cannoni e dei carri armati. Questo insuccesso e l’avvicinamento dell’8ª armata spinsero Kesselring a concludere che la possibilità di ricacciare in mare gli invasori era ormai svanita, cosicché quella sera stessa egli autorizzò uno sganciamento sul fronte costiero e una graduale ritirata verso nord. La prima fase doveva essere costituita da un ripiegamento sulla linea del Volturno, 30 Km. a nord di Napoli, che egli intendeva difendere fin verso la metà di ottobre. Visto il modo in cui le cannonate delle unità da guerra alleate avevano sventato il loro contrattacco, anche se soprattutto prima che arrivassero sulla scena le unità più grosse, i tedeschi ebbero una certa consolazione quel pomeriggio quando una delle loro nuove bombe radioguidate plananti centrò in pieno la corazzata Warspite e la mise fuori combattimento. Una volta falliti gli sforzi per ricacciare in mare gli invasori, era evidente che ai tedeschi non restava altra alternativa che quella di ritirarsi da Salerno. Dopo aver fatto tutto il possibile per sfruttare l’occasione favorevole offertagli da quella che definì “la molto cauta avanzata di Montgomery”, Kesselring non poteva più correre il rischio di tenere impegnate le sue forze su questo tratto della costa occidentale ora che, uscita dalla stretta penisola calabra, l’8ª armata inglese era arrivata sulla scena e non avrebbe avuto difficoltà ad aggirare le sue posizioni avanzando attraverso le regioni dell’interno. Le truppe a sua disposizione erano di gran lunga troppo scarse per permettergli di coprire un fronte in progressiva espansione. Ma la minaccia non si sviluppò con rapidità sufficiente a mettere in pericolo o anche soltanto affrettare la ritirata tedesca. Infatti solo nel pomeriggio del giorno 20 settembre un’avanguardia canadese dell’8ª armata entrò a Potenza, il principale nodo stradale della “caviglia” dell’Italia, 80 chilometri nell’entroterra rispetto al Golfo di Salerno. Un centinaio di paracadutisti tedeschi, fatti affluire in tutta fretta a Potenza nel pomeriggio del giorno prima, avevano costretto gli attaccanti a sospendere la loro azione durante la notte per prepararsi a lanciare all’attacco un’intera brigata contro un manipolo di difensori la cui consistenza era pari ad appena un trentesimo della loro: un episodio che dimostra in modo significativo quale efficacia ritardante possa avere un’azione difensiva condotta con abilità in una situazione confusa. L’attacco che costrinse questo esiguo distaccamento a ritirarsi portò alla cattura di soli sedici tedeschi, mentre quasi 2.000 morti provocarono tra la popolazione civile gli attacchi aerei preliminari sulla città. Durante la settimana seguente pattuglie canadesi avanzarono con cautela, avendo solo sporadici contatti con le retroguardie nemiche e raggiunsero Melfi, 65 chilometri più a nord. Intanto il grosso dell’8ª armata, a corto di rifornimenti, si era fermato, in attesa che si organizzasse la nuova direttrice di rifornimento che partiva da Taranto e Brindisi, nell’angolo sud-orientale dell’Italia. In questa zona infatti, gli Alleati avevano potuto sbarcare senza incontrare la benché minima resistenza. Il porto di Taranto era stato uno dei possibili obiettivi presi in considerazione in giugno, quando i capi di stato maggiore congiunti avevano dato istruzioni a Eisenhower di preparare i piani delle operazioni che avrebbero dovuto seguire la conclusione della campagna di Sicilia.

 

Ma l’idea era stata scartata soprattutto perché non conforme al principio cardine, stabilito immediatamente dallo stato maggiore di Eisenhower, secondo il quale non si doveva tentare alcuno sbarco su una costa controllata dal nemico al di fuori della zona di copertura della caccia. Come Napoli, anche Taranto cadeva appena al di là dei 290 chilometri del raggio d’azione degli Spitfires operanti dai campi di aviazione della Sicilia nord-orientale, mentre Salerno era appena al di qua di questo limite. Il progetto di Taranto fu riesumato solo dopo la firma dell’armistizio con l’Italia, il 3 settembre. Esso fu aggiunto al piano di invasione come improvvisata mossa sussidiaria (denominata “Slapstick” – “Operazione Spatola di Arlecchino”) quando si venne a sapere che solo un pugno di truppe tedesche presidiava il “tallone” della penisola, e quando finalmente ci si rese conto che il porto di Napoli, una volta conquistato e rimesso in condizioni di funzionamento, non sarebbe bastato a sostenere un’avanzata simultanea tanto sul versante orientale quanto su quello occidentale degli Appennini. Due giorni dopo il successo di questa prima parte dell’operazione fu completato con l’occupazione di Brindisi (dove si erano rifugiati, provenienti da Roma, il re Vittorio Emanuele e il maresciallo Badoglio) e di Bari, 100 Km. più in su lungo la costa. In questo modo tre grandi porti erano caduti in mano alleata in questo settore, tre porti ampiamente sufficienti per alimentare un’avanzata su per la costa adriatica, molto tempo prima che anche un solo porto di importanza paragonabile fosse stato conquistato sulla costa occidentale; tra l’altro, era ormai anche troppo chiaro che, visto il ritardo con cui procedeva l’avanzata da Salerno a Napoli, i tedeschi avrebbero avuto tutto il tempo di distruggere le attrezzature di quel porto prima di abbandonarlo. Tuttavia, la splendida occasione venutasi così a creare sulla costa orientale andò sprecata per mancanza di previdenza e, in seguito, per l’inadeguatezza degli sforzi che si fecero per riacciuffarla.

Ma torniamo agli avvenimenti dello sbarco: alle ore 9 del 16 settembre l’ultima offensiva tedesca investì la testa di ponte. Sarebbe dovuto iniziare alle ore 6 ma furiosi bombardamenti navali e azioni di aerei a volo radente avevano immobilizzato i tedeschi nelle loro posizioni. Da Cava dei Tirreni tentò di avanzare la colonna della divisione “Goering”, al comando del colonnello Schmalz, ma fu arrestata dal fuoco di artiglieria campale, di incrociatori e cacciatorpediniere. Le navi erano il terrore dei tedeschi, i quali concentrarono disperatamente contro di esse ciò che di meglio avevano a disposizione in fatto di nuovo munizionamento (bombe radioguidate). A mezzogiorno il comandante dell’armata tedesca, il generale von Vietingof, ebbe la convinzione che la partita era ormai perduta. Col fuoco dei loro cannoni ed i loro aerei gli anglo-americani avevano acquisito l’assoluto dominio. I tedeschi erano paralizzati ed impotenti. Ormai venivano a mancare le condizioni sulle quali Kesselring aveva contato per risolvere a suo favore la situazione: battere la 5ª armata prima che sopraggiungesse l’8ª di Montgomery. Alle ore 14, le prime pattuglie dell’armata del generale britannico presero contatto, a 25 chilometri a sud di Agropoli, con pattuglie americane che erano andate loro incontro. Kesselring ordinò la ritirata, la battaglia per Salerno era vinta dagli Alleati.

 

venerdì 20 dicembre 2024

La Battaglia di Ancona del 17 -19 luglio 1944 ed il Corpo Polacco


Descrizione dell'impiego del II Corpo Polacca nel versante adriatico
 per la conquista del porto di Ancona




 

sabato 30 novembre 2024

Testo della sentenza della Corte di Cassazione. Cimitero Militare di Redipuglia Vilipendio

 

Corte di Cassazione

Penale Sentenza Sezione. 3 Numero. 24271 Anno 2024

Presidente: RAMACCI LUCA Relatore: CORBETTA STEFANO

Data Udienza: 09/05/2024


SENTENZA

sui ricorsi proposti da Owusu Frimpong Emmanuel, nato a Udine il 06/11/1993 Piras Matteo Antonio, nato a Latisana il 21/07/1994 avverso la sentenza del 11/07/2023 della Corte di appello di Trieste visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Stefano Corbetta; letta la requisitoria redatta ai sensi dell'art. 23 d.l. 28 ottobre 2020, n. 137, dal Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Pietro Molino, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi; lette memoria e le conclusioni del difensore degli imputati, avv. Daniele Vidal del foro di Udine, che insiste per l'accoglimento dei ricorsi; lette la memoria e le conclusioni del difensore della parte civile Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, avv. Laura Ferretti del foro di Pordenone, che chiede la conferma della sentenza impugnata, con condanna degli imputati al pagamento delle spese processuali, come da nota spese allegata.”


RITENUTO IN FATTO

1. Con l'impugnata sentenza, la Corte di appello di Trieste ha confermato la pronuncia emessa dal Tribunale di Gorizia all'esito di giudizio abbreviato e appellata dagli imputati, la quale aveva condannato Emmanuel Owusu Frimpong e Mattia Antonio Piras alla pena ritenuta di giustizia, condizionalmente sospesa subordinatamente alla corresponsione del risarcimento del danno liquidato in favore della costituita parte civile, in relazione al delitto di cui agli artt. 110, 408 cod. pen., perché, in concorso tra loro, in assenza di qualsivoglia autorizzazione, realizzando ed interpretando un video musicale che li ritraeva mentre erano intenti a ballare e a cantare una canzone dal titolo "CSI - Chi sbaglia paga" all'interno dell'area del Sacrario militare di Redipuglia, ed, in particolare, sopra i gradoni ove sono sepolti i resti dei soldati caduti nella prima guerra mondale, e, in seguito, pubblicandolo on line su un canale YouTube, vilipendevano le tombe e il luogo che è destinato a mantenere viva ed onorata la memoria dei militari caduti. 2. Avverso l'indicata sentenza, gli imputati, per il ministero del comune difensore di fiducia, con il medesimo atto hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo: - con un primo motivo, la violazione dell'art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in relazione all'art. 408 cod. pen. per errata valutazione dell'elemento soggettivo, in quanto la Corte di merito non ha affatto motivato in ordine alla sussistenza del dolo, essendosi unicamente focalizzata sulla conclamata sacralità del luogo in cui si è tenuta la condotta, e considerando la finalità di espressione artistica - e non già offensiva - che ha animato gli imputati; - con un secondo motivo, la violazione dell'art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in relazione all'art. 408 cod. pen. per errata valutazione dell'elemento oggettivo, mancando una condotta di vilipendio, posto che i gli imputati si sono limitati a cantare una canzone, il cui contenuto, peraltro, non ha nulla di offensivo o di dispregiativo; - con un terzo motivo, la violazione dell'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. in relazione all'art. 408 cod. pen., avendo la Corte d'appello fondato l'affermazione della penale responsabilità su elementi inconferenti, quali il pericolo di emulazione e la mancanza di autorizzazione alle riprese; - con un quarto motivo, l'illogicità della motivazione in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche, trattandosi di soggetti incensurati e non avendo la Corte di merito valutato la condotta dell'imputato Owusu, il quale, in seguito, sui canali sodali, ha manifestato le proprie scuse;


- con un quinto motivo, la mancata esclusione della parte civile Associazione del Nastro Azzurro, la quale non ha alcuna specifica finalità connessa con il sacrario di Redipuglia, né con la memoria dei caduti, e l'abnormità della quantificazione del risarcimento del danno, che non è sorretta da alcuna motivazione. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. I ricorsi sono, nel complesso, infondati. 2. Cominciando dal secondo e dal terzo motivo - che rivestono priorità logica essendo diretti a contestare la sussistenza dell'elemento oggettivo del reato - gli stessi sono infondati. 3. Il bene tutelato dalle fattispecie delittuose racchiuse nel Capo II del Titolo IV del Libro II del codice penale - ove è collocato l'art. 408 cod. pen. - va individuato, come chiaramente emerge dalla stessa intitolazione della rubrica, nella "pietà dei defunti", da intendersi nel senso di pietas: locuzione che designa quel diffuso e sentimento, individuale e collettivo, il quale si manifesta nel rispetto tributato ai defunti ed alle cose destinate al loro culto nei cimiteri e nei luoghi di sepoltura. La pietas per i defunti, in particolare, è un sentimento che attiene all'essere umano in quanto tale anche quando ha cessato di vivere, come proiezione ultraesistenziale della persona, e ciò indipendentemente dall'adesione a un particolare credo religioso, come, del resto, lascia chiaramente intendere la suddivisione dei Capi contenuti in questo Titolo, che distingue, appunto, i "Delitti contro le confessioni religiose" - rubrica introdotta dall'art. 10, comma 2, I. 24 febbraio 2006, n. 85, che ha sostituto la precedente "Delitti contro la religione dello Stato e dei culti ammessi" - dai "Delitti contro la pietà dei defunti". Se l'intero Capo ruota attorno al medesimo bene giuridico, emerge una partizione interna tra le prime incriminazioni (artt. 407 - 409 cod. pen.), il cui oggetto materiale è legato al culto dei defunti ed al sentimento di pietà che esso suscita, e le fattispecie successive (artt. 410-413 cod. pen.), poste a salvaguardia delle spoglie mortali e, quindi, del medesimo sentimento che le stesse evocano. In particolare, la condotta di vilipendio punita dall'art. 408 cod. pen. - che deve avvenire «in cimiteri o altri luoghi di sepoltura» - ha ad oggetto «tombe, sepolcri o urne», oppure «cose destinate al culto dei defunti», quali croci, cappelle, immagini, lampade, fiori e tutti gli oggetti finalizzati alla memoria del defunto, ovvero cose destinate «a difesa o ad ornamento dei cimiteri», come muri, porte, monumenti, piante dei viali.


Di conseguenza, oggetto specifico della tutela apprestata dall'art. 408 cod. pen. è quel profilo della pietà dei defunti, che si declina attraverso il rispetto della sacralità del luogo di sepoltura e delle cose mortuarie destinate al ricordo dei defunti. 4. L'elemento oggettivo del reato consiste in un'azione di "vilipendio", termine che compare in diverse disposizioni codicistiche di parte speciale - specie tra i delitti contro la personalità interna dello Stato (artt. 290, 291, 292), oltre che, appunto, tra i delitti raggruppati nel Titolo IV (oltre all'art. 402, dichiarato costituzionalmente illegittimo con sentenza n. 508 del 2000, gli artt. 403, 404 e 410)- , di cui però la legge non offre, in nessuna disposizione, la nozione. Come suggerito dalla Corte costituzionale con riferimento alla fattispecie prevista dall'art. 290 cod. pen., il termine "vilipendio" va inteso "secondo la comune accezione del termine", e "consiste nel tenere a vile", il che significa, con riferimento al delitto di vilipendio della Repubblica, "ricusare qualsiasi valore etico o sociale o politico all'entità contro cui la manifestazione è diretta sì da negarle ogni prestigio, rispetto, fiducia, in modo idoneo a indurre i destinatari della manifestazione (sent. n. 20 del 1974). Se, dunque, il vilipendio deve essere inteso nel suo significato letterale, le fattispecie che lo prevedono come elemento costitutivo del fatto sono delineate come reati a forma libera, stante la molteplicità di condotte attraverso cui può manifestarsi il sentimento di disprezzo, scherno o dileggio, cambiando unicamente, a seconda delle diverse disposizioni incriminatrici, l'oggetto su cui deve incidere la condotta di vilipendio.


5. Con specifico riguardo al delitto qui al vaglio, come questa Corte ha già avuto modo di rilevare, rientra certamente nell'ambito di operatività della fattispecie di cui all'art. 408 cod. pen. il compimento di atti di disprezzo su cose deposte nei luoghi destinati a dimora dei defunti ed aventi la funzione di evocare il sentimento di pietà nei loro confronti che rechino danno alle stesse, le lordino o vi imprimano segni grafici vilipendiosi ovvero ne comportino la rimozione, anche parziale, con eventuale sostituzione con altre diverse per significato, origine e rilevanza sociale (Sez. 3, n. 43093 del 30/09/2021, Albertario, Rv. 282298-01; Sez. 3 n. 4038, del 29/03/1985, Moraschi, Rv. 168901). Inoltre, come si desume dalla locuzione impiegata nell'art. 408 cod. pen. - la quale incrimina il vilipendio "di", e non "su", tombe, sepolcri o urne, cose destinate al culto dei defunti, ovvero a difesa o ad ornamento dei cimiteri - assumono penale rilevanza anche semplici espressioni verbali o comportamenti che non ricadano sulla cosa in modo tale da produrne una modificazione esteriore visibile, purché,ovviamente, meritino l'appellativo di "vilipendio", ossia esprimano disprezzo o profanazione verso le cose poste nei luoghi di sepoltura indicate dalla norma.


6. Va doverosamente precisato che spetta al giudice il compito di uniformare la previsione astratta di reato al principio di offensività: esigenza tanto più avvertita quanto più la condotta punibile sia individuata dal legislatore mediante l'impiego di termini aventi un'ampia latitudine semantica, quale certamente è il "vilipendio". Come costantemente predicato dalla Corte costituzionale, il principio di offensività - la cui matrice costituzionale è ricavabile dall'art. 25, secondo comma, Cost. (sentenza n. 211 del 2022), in una lettura sistematica cui fa da sfondo l'«insieme dei valori connessi alla dignità umana» (sentenze n. 225 del 2008 e n. 263 del 2000) - opera su due piani distinti: da un lato (offensività "in astratto"), come precetto rivolto al legislatore, il quale non può sottoporre a pena fatti che, nella loro configurazione astratta, non esprimano un contenuto offensivo di beni o interessi ritenuti meritevoli di protezione; dall'altro (offensività "in concreto"), come criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice, il quale, nella verifica della riconducibilità della singola fattispecie concreta al paradigma punitivo astratto, deve escludere dall'area del penalmente rilevante quei fatti che, sebbene formalmente conformi al tipo legale, in concreto si rilevino inidonei a ledere o a mettere in pericolo il bene tutelato (cfr., ex multis, sentenze n. 139 del 2023, n. 211 del 2022, n. 278 e n. 141 del 2019, n. 109 del 2016, n. 265 del 2005, n. 263 del 2000 e n. 360 del 1995). Di conseguenza, come affermato la Corte costituzionale, «il compito di uniformare la figura criminosa al principio di offensività nella concretezza applicativa resta affidato al giudice ordinario, nell'esercizio del proprio potere ermeneutico (offensività "in concreto"). Esso - rimanendo impegnato ad una lettura "teleologicamente orientata" degli elementi di fattispecie, tanto più attenta quanto più le formule verbali impiegate dal legislatore appaiano, in sé, anodine o polisense - dovrà segnatamente evitare che l'area di operatività dell'incriminazione si espanda a condotte prive di un'apprezzabile potenzialità lesiva» (sentenza n. 225 del 2008). Nella ricognizione, nel singolo caso, del "vilipendio" penalmente rilevante ai sensi dell'art. 408 cod. pen., il giudice deve perciò valutare la condotta con riferimento al bene giuridico tutelato dalla norma, come sopra definito, e accertare che i gesti o le espressioni, anche se non diretti immediatamente contro le res contemplate dalla norma, producano, in concreto, la lesione del rispetto del luogo di sepoltura e delle cose mortuarie, e, quindi, del senso di pietà ispirato dal ricordo del defunto che necessariamente ad esso consegue.


7. Venendo al caso in esame, la Corte di merito ha fatto corretta applicazione dei principi indicati, avendo ravvisato il "vilipendio" di tombe nel fatto — insindacabilmente accertato nel giudizio di merito - che due imputati aveva posto in essere un ballo a ritmo di rap sopra le tombe di centomila caduti di guerra, che trovano la loro collocazione funeraria nel sacrario di Redipuglia. Si tratta, all'evidenza, di una condotta che, anche in relazione alla specificità del luogo, avente natura di monumento nazionale della Grande Guerra, appare chiaramente e inequivocabilmente espressiva di un sentimento di disprezzo di quel luogo di sepoltura, concretamente lesivo del senso di pietà ispirato dal ricordo delle migliaia di soldati caduti in guerra, le cui spoglie ivi riposano.


8. In conclusione, deve perciò ritenersi che integra il delitto di cui all'art. 408 cod. pen. lacondotta di chi, all'interno di un sacrario militare monumentale, pone in essere un ballo a ritmo di rap sopra le tombe dei caduti cantando una canzone al fine di realizzare ed interpretare un video musicale poi diffuso attraverso Internet.


9. Il primo motivo è parimenti infondato.


9.1. Si rammenta che, come condivisibilmente affermato da questa Sezione, il reato di vilipendio delle tombe di cui all'art. 408 cod. pen. è punito a titolo di dolo generico, sicché basta la coscienza e volontà del vilipendio stesso insieme con la consapevolezza del particolare carattere del luogo richiesto dalla norma, quale cimitero o altro luogo di sepoltura, essendo pertanto irrilevante il movente dell'azione, né essendo necessaria l'intenzione di offendere la memoria di un determinato defunto (Sez. 3, n. 43093 del 30/09/2021, Albertario, Rv. 282298-02), e la circostanza che la condotta sia avvenuta non per arrecare offesa al defunto, ma alla persona che aveva fatto sistemare la tomba per onorarlo e ricordarlo (Sez. 3 n. 4038, del 29/03/1985, Moraschi, cit.). Invero, nella descrizione del fatto oggetto di incriminazione non compaiono segni linguistici che denotano il dolo specifico ("al fine di", "allo scopo di"), di talché la finalità perseguita dall'agente risulta del tutto ininfluente ai fini della sussistenza del reato, così come irrilevante è il movente dell'azione, che rimane confinato nella sfera interiore dell'agente e che può rilevare ex art. 133, comma 2, n. 1 cod. pen. Oltre a ciò, l'agente deve rappresentarsi che l'azione di vilipendio sulle res indicate dalla norma avviene «in cimiteri o altri luoghi di sepoltura», come espressamente prevede il testo dell'art. 408 cod. pen.

9.2. Facendo corretta applicazione del principio ora richiamato, la Corte di merito, con una motivazione che certamente non può dirsi manifestamente illogica, ha ravvisato il dolo, evidenziando che il contesto di particolare solennità del monumento, ricco di riferimenti storici ai fatti per i quali è stato istituito, non consente di ipotizzare che i due imputati potessero ignorare che ivi riposano migliaia di salme, alla cui memoria, appunto, è stato edificato il sacrario, e, dunque, che non avessero consapevolezza di trovarsi in un luogo di sepoltura, e del fatto che l'azione dagli stessi compiuta - ossia il ballare a ritmo di rap - era posta in essere sulle tombe dei soldati, a nulla rilevando l'asserita finalità di espressione artistica che avrebbe animato gli imputati. 10. Il quarto motivo è inammissibile. La Corte di merito ha motivatamente escluso i presupposti integranti i presupposti delle circostanze attenuanti ex art. 62-bis cod. pen., non ravvisando, nel caso concreto, alcun elemento tale da giustificare una mitigazione della pena, in ciò facendo corretta applicazione del principio, qui da confermare, secondo cui l'applicazione delle circostanze in esame non costituisce un diritto conseguente all'assenza di elementi negativi connotanti la personalità del soggetto, ma richiede elementi di segno positivo, dalla cui assenza legittimamente deriva il diniego di concessione delle stesse (Sez. 3, n. 24128 del 18/03/2021, De Crescenzo, Rv. 281590). Sul punto, il motivo è, oltretutto, generico, in quanto, per un verso, l'incensuratezza, per espresso dettato normativo, non può da sola giustificare l'applicazione delle attenuanti in esame, e, per altro verso, la circostanza che l'imputato avrebbe manifestato delle scuse tramite i canali social è smentito da quanto emerge dalla sentenza (cfr. p. 7), secondo cui, invece, gli imputati non hanno mostrato alcun segno di resipiscenza per l'accaduto, esprimendo, in più occasioni, la scarsa consapevolezza delle loro azioni.


Il quinto motivo (ricorso contro la costituzione dell’Istituto del Nastro azzurro a costituirsi parte civile) è inammissibile. Invero, premesso che non risulta - né i ricorrenti l'hanno anche solo allegato - che, con l'atto di appello, era stata impugnata l'ordinanza di ammissione di costituzione di parte civile, in ogni caso la Corte di merito ha evidenziato che lo statuto dell'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, eretto in Ente Morale con R.D. 31 maggio 1928, n. 1308, riporta, tra le finalità proprie dell'ente, la tutela delle virtù militari italiane, dell'amore per la Patria e la sensibilizzazione della coscienza dei doveri verso la Patria delle giovani generazioni, e, nell'ambito di tali scopi, rientra certamente la tutela del ricordo dei caduti per la Patria, oltre che il rispetto dei luoghi in cui sono sepolti i militari caduti per la Patria stessa.”


Quanto, infine, alla contestazione del quantum del danno, la Corte di merito, con una valutazione di fatto certamente non illogica, né arbitraria, ha ribadito la congruità dell'importo liquidato dal Tribunale sulla base sia dei connotati di grave offensività della condotta, realizzata all'interno di un momento storico nazionale, sia del fatto che il video, ritraente l'azione vilipendiosa, è stato poi diffuso sul web e così proposto a un numero illimitato di persone, con il rischio di condotte di emulazione. In ogni caso, i ricorrenti deducono censure di contenuto fattuale e, comunque, generiche, che, quindi, non possono trovare ingresso nel giudizio di legittimità 12.

Al rigetto dei ricorsi consegue, come per legge, la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento, nonché delle spese in favore della parte civile, che liquida in complessivi 3.686,00 euro, oltre oneri di legge.


P.Q.M.


Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.


Condanna, inoltre, gli imputati alla rifusione delle spese in favore della parte civile, che liquida in complessivi 3.686,00 euro, oltre oneri di legge. Così deciso il 09/05/2024.


mercoledì 20 novembre 2024

La Campagna d'Italia fino al 1941 Lo sbarco in Sicilia

 

1.2.  Lo sbarco in Sicilia

 

La conseguenza più importante della conclusione della campagna d’Africa, fu che essa privò Germania ed Italia della maggior parte delle truppe addestrate ed esperte di cui disponevano nel teatro del Mediterraneo, truppe che altrimenti esse avrebbero potuto impiegare per bloccare la prima e cruciale fase di rientro degli Alleati in Europa. In realtà questo primo rientro in Europa, che Winston Churchill già vagheggiava a fine 1942 e che aveva per meta la Sicilia, fu un balzo azzardato, pieno di incertezze, il cui successo deve essere in gran parte attribuito all’influenza di tutta una serie di fattori. Primo fra tutti al cieco orgoglio che spinse Hitler e Mussolini a tentare di “salvare la faccia” in Africa. Poi, ai sentimenti di gelosia e di timore che Mussolini nutriva verso gli alleati tedeschi e alla sua riluttanza a permettere loro di svolgere un ruolo preminente nella difesa del territorio italiano; all’ostinazione del Primo Ministro britannico che vinse le resistenze americane, sempre vive quando si profilava all’orizzonte il pericolo di lasciarsi impegnare nel Mediterraneo, a scapito dello sbarco oltre Manica. Infine, la convinzione di Hitler, non condivisa da Mussolini, che la Sicilia non fosse il vero obiettivo degli Alleati.

Oggi sappiamo che la decisione di invadere la Sicilia fu presa nella conferenza di Casablanca che si tenne fra il 12 ed il 26 gennaio 1943, e che nelle intenzioni degli Alleati, l'occupazione della maggiore isola italiana doveva rappresentare il proseguimento delle “operazioni nel Mediterraneo iniziate con lo sbarco in Africa” e al tempo stesso l’avvio della campagna d’Italia. Di fatto, la decisione presa dal presidente Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill, in accordo con i loro più importanti consiglieri ed il Combined Chiefs of Staff, dette il via ad una serie di avvenimenti concatenati che portarono infine all’invasione dell’Italia continentale, al crollo del regime fascista, alla resa dell’Italia.

Nel febbraio 1943, tre mesi prima della fine della battaglia di Tunisia, fu costituito ad Algeri un Ufficio piani, che poi si trasformò in comando del XV Gruppo d’Armate, col compito di pianificare l’Operazione HUSKY, cioè lo sbarco in Sicilia. La cuspide sud-orientale dell’isola, con al centro la penisola di Pachino, fu subito considerata la più favorevole per uno sbarco, ma l’opinione che fosse indispensabile impadronirsi al più presto di porti, fece prevalere l’idea di sbarcare fra Avola e Gela (per occupare i porti di Siracusa e Augusta) e fra Sciacca e Selinunte (per occupare l’aeroporto di Castelvetrano). Due giorni dopo (D + 2) due divisioni sarebbero sbarcate presso Palermo per conquistare il porto della città, il giorno successivo (D + 3) due divisioni e mezza sarebbero sbarcate vicino Catania. Il generale Montgomery si oppose a tale piano perché la sua 8ª Armata, sarebbe stata diluita su una fronte troppo vasta; sopravvenne una crisi che fu risolta, perché fu ammesso di poter rifornire per un certo tempo le truppe anche senza disporre dei porti di Catania e Palermo. Ormai, più che l’immediato possesso dei porti era importante l’acquisizione di aeroporti. Il piano che fu concordato il 3 maggio ed approvato il 13 maggio dallo Stato Maggiore combinato (anglo-americano), previde la effettuazione contemporanea degli sbarchi nel giorno “D”. L’8ª armata britannica (gen. Montgomery) doveva attaccare dal golfo di Noto alla Penisola di Pachino compresa; la 7ª armata americana (gen. Patton) fra Scoglitti e Licata (¹). Secondo il Morison (²) nessun’altra operazione anfibia era stata effettuata, né lo fu in seguito, su una fronte così ampia (210 Km.), e nessuna con tanto numerose forze impiegate inizialmente. Fin dal 13 aprile era stato deciso di effettuare lo sbarco nella notte dal 9 al 10 luglio, perché quella era l’unica notte nella quale sarebbe stato possibile conciliare le esigenze dei paracadutisti, che volevano lanciarsi col chiaro di luna, e delle forze terrestri che volevano sbarcare nell’oscurità. Infatti la luna sarebbe tramontata precisamente nel breve intervallo fra le due operazioni.

 

________________

(¹) vds cartina.

(²) S.E. Morison, History of United States Naval Operations in World War II, Vol. IX.

 

Cartina: Il rientro in Europa.

 

 

Con la scomparsa dalla scena delle 8 divisioni catturate in Tunisia, compresi quasi tutti i veterani di Rommel e la parte migliore dell’esercito italiano, l’Italia e le isole italiane rimasero quasi del tutto prive di copertura difensiva. Queste forze, infatti, avrebbero saputo difendere con grande energia le vie di accesso italiane all’Europa, e le probabilità di successo dell’invasione alleata sarebbero state scarse. Ma sebbene fin da gennaio avessero deciso che la mossa successiva sarebbe stata lo sbarco in Sicilia e Tunisi fosse caduta non molto dopo la scadenza prevista, gli Alleati non seppero agire con tempestività per cogliere il momento favorevole. Fortunatamente per loro, il momento favorevole fu prolungato da dissensi e divergenze di vedute ai vertici dei due paesi dell’Asse. A questo punto, infatti, entra in gioco un secondo fattore di grande importanza, per comprendere il quale possiamo rifarci, in particolare, alla testimonianza del generale Westphal, allora capo di stato maggiore del feldmaresciallo Kesserling, comandante in capo nel sud. Poiché l’Italia non aveva più forze meccanizzate, i suoi capi militari pregarono i tedeschi di inviare in Italia un consistente rinforzo di divisioni di tipo corazzato. Convinto dell’opportunità di soddisfare questa urgente esigenza, Hitler inviò a Mussolini un messaggio personale in cui gli comunicava di essere disposto a offrirgli 5 divisioni. Ma Mussolini, senza informare Kesserling, rispose a Hitler di volerne solo 3, il che significava solo una nuova divisione, oltre alle 2 che erano state improvvisate mettendo insieme i contingenti di reclute destinate all’Africa che al momento della resa in Tunisia erano di transito in Italia. Anzi, Mussolini esprimeva il desiderio che in Italia non fossero inviate altre truppe tedesche. Questa riluttanza ad accettare l’offerta avanzata da Hitler verso la metà di gennaio era dovuta a un misto di orgoglio e di timore. Mussolini non voleva che il mondo, e il suo stesso popolo, vedessero che egli era ridotto a dipendere dall’aiuto tedesco. Secondo il parere di Westphal: “Mussolini voleva che l’Italia fosse difesa da italiani, e chiudeva gli occhi di fronte al fatto che la situazione spaventosa in cui versavano le sue forze armate rendeva del tutto irrealizzabile una simile idea”. Ma c’era anche un’altra ragione: non gli sorrideva affatto l’idea che i tedeschi acquistassero in Italia una posizione dominante. Ansioso com’era di tenere lontani gli Alleati, egli era quasi altrettanto ansioso di tenere lontani i tedeschi. Il nuovo comandante dello stato maggiore dell’esercito, generale Roatta (già comandante in Sicilia), riuscì alla fine a convincere Mussolini che ingenti rinforzi tedeschi erano indispensabili se si voleva avere qualche probabilità di difendere con successo l’Italia e i suoi avamposti insulari, ed egli dovette quindi rassegnarsi ad accettare l’arrivo di altre divisioni tedesche (imponendo comunque la condizione che fossero subordinate alla direzione tattica dei comandanti italiani).

La guarnigione italiana in Sicilia consisteva soltanto in 4 divisioni da campagna e in 6 divisioni territoriali adibite alla difesa costiera e ancora più deboli, sia sul piano dell’equipaggiamento che su quello del morale, Queste grandi unità potevano svolgere nella migliore delle ipotesi soltanto compiti di sicurezza. I complementi tedeschi di transito in Italia, al momento del crollo in Tunisia, furono riuniti in una divisione denominata “15ª divisione granatieri corazzata”, era dislocata nella parte orientale dell’isola, però aveva una sola unità di carri armati. La divisione corazzata “Hermann Göring”, ricostituita in modo analogo, fu inviata in Sicilia verso la fine di giugno. Per i motivi sopra esposti, Mussolini non permise che queste 2 divisioni fossero riunite in un corpo d’armata affidato a un comandante tedesco, ma esse furono poste direttamente agli ordini del comandante d’armata italiano, generale Guzzoni e distribuite in 5 contingenti lungo i 250 Km. di diametro dell’isola, come riserve mobili. A disposizione del decano degli ufficiali di collegamento tedeschi, generale Frido von Senger und Etterlin, furono messi un piccolo stato maggiore operativo e una compagnia trasmissioni, in modo che in caso di emergenza egli potesse esercitare il comando. Mentre però Mussolini si andava convincendo della necessità di accettare un aiuto tedesco di maggiori proporzioni, Hitler stava diventando sempre più dubbioso sull’opportunità di fornirlo, ed inoltre sempre più propenso a credere che non fosse la Sicilia il punto su cui incombeva la minaccia maggiore e più immediata.

 

Da una parte egli sospettava che gli italiani avrebbero deposto Mussolini e fatto la pace (un sospetto di cui gli eventi avrebbero presto dimostrato la fondatezza), e per questa ragione esitava ad inviare altre divisioni tedesche in fondo alla penisola italiana, dove esse avrebbero potuto trovarsi tagliate fuori qualora gli alleati italiani fossero crollati o avessero addirittura deciso di schierarsi con gli Alleati. Dall’altra, come accennato, egli finì col pensare che Mussolini, l’Alto Comando italiano e Kesserling, sbagliassero nel ritenere che la prossima mossa alleata sarebbe stata costituita da un balzo dall’Africa alla Sicilia. Su quest’ultimo punto i fatti gli diedero torto. Secondo Hitler era più probabile che gli alleati preferissero la Sardegna alla Sicilia. La prima isola avrebbe infatti rappresentato un facile gradino per accedere alla Corsica e un trampolino di lancio piazzato in una posizione quasi ideale per consentire un balzo sulla terraferma francese o su quella italiana. Nello stesso tempo si prevedeva anche la possibilità di uno sbarco alleato in Grecia e Hitler desiderava tenere a portata di mano riserve da poter eventualmente spedire in tutta fretta in quella direzione. Hitler credette di vedere confermate queste sue idee quando agenti nazisti operanti in Spagna inviarono in Germania copie di documenti rinvenuti su un ufficiale inglese il cui corpo era stato sospinto dal mare su una spiaggia della costa spagnola. Tra queste carte figurava, accanto ad alcuni documenti di identità e a lettere di tipo personale, una lettera privata (di cui il morto era stato latore) scritta dal generale Nye, il vice capo dello stato maggiore generale imperiale, al generale Alexander. Nella lettera si faceva riferimento a recenti telegrammi ufficiali in merito alle prossime operazioni, e alcune frasi aggiunte in calce lasciavano intendere che gli Alleati si stavano preparando a sbarcare in Sardegna e in Grecia, e che con il loro piano di copertura, speravano di convincere il nemico che il loro vero obiettivo era la Sicilia. Il cadavere e la lettera rientravano in un ingegnoso piano ideato da una sezione del servizio segreto inglese per mettere fuori strada i tedeschi. Lo stratagemma fu attuato così bene che i capi del servizio segreto tedesco non dubitarono neppure della autenticità dei documenti. Anche se non valse a modificare la convinzione dei capi italiani e di Kesserling che la Sicilia sarebbe stato il prossimo obiettivo degli Alleati, a quanto pare questo episodio esercitò una forte impressione su Hitler.

Eppure, attraverso i bollettini informazioni emanati dal Comando 6a Armata, cioè dal Comando Forze Armate della Sicilia, in data 2 e 4 luglio, si evinceva esattamente la data di inizio dell’operazione.

Il comando italiano previde pure che l’attacco sarebbe stato diretto contro la Sicilia. Infatti, il Bollettino informazioni del 2 luglio riportava:

 “le notizie concordano per un attacco contro la Sicilia e la Sardegna, ma le maggiori probabilità sono per la Sicilia”.

Mentre in quello del 4 luglio era scritto:

 “I tedeschi propendono a credere che l’attacco sia in preparazione contro tre obiettivi: Sardegna, Sicilia, Grecia simultaneamente e che perciò non possa essere sferrato ora. Però è un fatto che contro la Sicilia potrebbe esserlo anche oggi. “

Inoltre, il bollettino del 5 luglio riportava testualmente: “l’8a armata è dislocata tra Tripoli e la Tunisia meridionale; è quindi destinata ad agire contro la Sicilia: sintomo molto grave e decisivo. Il pericolo di un attacco imminente si accentua”.

Alle ore 9 del 9 luglio lo Stato Maggiore della 6a armata concluse un suo commento alla situazione:

“È evidente che si sta aumentando la potenzialità di Malta e che dobbiamo attenderci che di là muova l’offensiva, la quale perciò sarà orientata sulla zona orientale: Gela – Catania.”

 

Dunque, il comando italiano aveva previsto esattamente data, zona dello sbarco e che lo stesso sarebbe avvenuto su un’ampia fronte. Si disse che lo sbarco in Sicilia poté avvenire per deficienze dell’organizzazione difensiva e per insufficiente resistenza delle truppe. È indubbio che l’organizzazione difensiva e la disponibilità di truppe per la difesa fossero decisamente inferiori alle necessità. Come fu altrettanto certo che la battaglia difensiva fu condotta in condizioni di assoluta inferiorità, non fosse altro per l’assoluto dominio del cielo posseduto dalle forze aeree anglo-americane e l’impossibilità per quelle italo - tedesche di intervenire per proteggere le truppe dai continui attacchi avversari. Ma è altrettanto certo che queste deficienze non dipesero tanto dagli uomini, quanto dalle circostanze e dal logorio subìto in oltre tre anni di guerra, e che comunque, l’operazione anfibia anglo-americana avrebbe avuto successo, come ebbero successo tutte le operazioni analoghe effettuate fra il 1942 ed il 1945.

 

Tre quarti delle coste della Sicilia, e cioè oltre 800 Km. erano favorevoli a sbarchi; tremiladuecento cannoni e una ventina di divisioni costiere avrebbero consentito di organizzare una difesa appena efficiente: quattro cannoni e 150 fanti per ogni chilometro di spiaggia. Ma dove trovare 3.200 cannoni e 120 mila uomini, naturalmente dotati delle armi indispensabili? Non avrebbero comunque potuto respingere uno sbarco, ma soltanto ostacolarlo. Sarebbero poi state necessarie truppe in riserva sufficienti per quantità e idonee per armamento e mobilità per affrontare su una fronte ampia un paio di centinaia di chilometri ben sette divisioni di fanteria e due corazzate, oltre a truppe non indivisionate corrispondenti almeno ad un’altra divisione, e cioè tante quante furono impiegate dagli anglo-americani. E poiché ciascuna divisione alleata era (lo scrisse Churchill) corrispondente a due divisioni tedesche e italiane, sarebbero state necessarie almeno 17-18 divisioni.

Invece le divisioni costiere in Sicilia consentirono di avere, nel settore attaccato (che era il più fortemente organizzato) e comprese le unità in riserva che entrarono in azione il primo giorno, meno di 100 uomini per chilometro e 3 cannoni ogni 5 chilometri!

Le forze anglo-americane costituenti il XV Gruppo d’armate (gen. Alexander) consistevano in sette divisioni di fanteria, più una brigata “commandos” e “rangers”; due divisioni corazzate, due aviotrasportate, alle quali si contrapponevano 14 battaglioni di fanteria costiera con 133 cannoni e 5 Gruppi mobili, ciascuno corrispondente a un battaglione, con 28 cannoni in totale. Nel retroterra, le forze di riserva erano costituite da due divisioni italiane (Napoli e Livorno) e due tedesche (Göring e 15ª). Altre due divisioni italiane (Aosta e Assietta) erano dislocate nell’occidente dell’isola.

 

Complessivamente si trovarono di fronte, nei primi due giorni (10 e 11 luglio): 8a armata 66.000 u., tedeschi 8.800 u., 7ª armata 72.700 u. , italiani 69.000 u. per un totale 138.700 u.

 

Le forze aeree alleate disponevano di 3.680 aerei bombardieri, siluranti, caccia e parecchie centinaia di aerei da trasporto e servizi vari; in totale, secondo fonti anglo-americane, circa 5.000 aeromobili. Le forze aeree italo - tedesche esistenti in tutto il bacino del Mediterraneo disponevano di 389 aerei italiani e di 500 tedeschi efficienti, tuttavia, a partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono stati sottoposti ad attacchi così massicci e continui che quando venne il D-Day solo poche piste sussidiarie erano ancora utilizzabili. Pertanto la caccia era nell’impossibilità di proteggere i bombardieri e gli aerosiluranti, i quali dovettero agire contro le navi nemiche senza scorta di caccia e perciò in condizioni pessime. Naturalmente, gli aerei da caccia non furono nemmeno in gradi di proteggere le truppe italo - tedesche sul terreno, che dovettero sostenere il peso della lotta sottoposte all’azione efficacissima degli aerei nemici, senza mai vedere un proprio aereo.

La parte navale dell’operazione fu preparata e condotta sotto la direzione dell’ammiraglio sir Andrew Cunningham. Pur comportando una complicata serie di movimenti destinata a concludersi con uno sbarco notturno, essa procedette dall’inizio alla fine con una perfetta regolarità che fece onore tanto a chi l’aveva preparata quanto a chi l’aveva eseguita.

 

Impiegare la flotta italiana nelle acque della Sicilia era esporla all’annientamento. Gli stessi che criticano i responsabili per non aver inviato le navi all’estremo olocausto, molto probabilmente oggi li accuserebbero di avere con somma incoscienza sacrificato migliaia di vite per compiere un gesto, indubbiamente glorioso, ma fine a sé stesso.

Il mattino del 9 luglio 411 bombardieri, 168 caccia e 78 caccia bombardieri attaccarono ancora gli aeroporti, lo Stretto e Messina. Al tramonto 107 bombardieri attaccarono Siracusa, Caltanissetta, e Catania. Nel pomeriggio del 9 luglio si levò improvvisamente un forte vento e in breve il mare si ingrossò in modo tale da mettere in difficoltà le imbarcazioni più piccole e minacciare di disorganizzare gli sbarchi. Per fortuna il vento calò di intensità prima di mezzanotte e sebbene al momento degli sbarchi il mare fosse percorso da fastidiose onde lunghe, solo poche delle imbarcazioni d’assalto raggiunsero in ritardo le spiagge. Tutto sommato, i guai che l’improvviso fortunale provocò agli attaccanti furono più che compensati dalla misura in cui esso indirettamente indebolì i difensori. Infatti, sebbene nel pomeriggio al largo di Malta fosse segnalata la presenza di cinque convogli in navigazione verso nord, ed entro sera una serie di altri preoccupanti rapporti raggiungesse l’Alto Comando, i messaggi di preavviso che questo diramò non raggiunsero o comunque non impressionarono i comandi inferiori. Mentre tutte le truppe tedesche di riserva furono messe in stato di allarme appena un’ora dopo la prima segnalazione, in generale gli italiani schierati lungo le coste pensarono che il forte vento e il mare grosso avrebbero garantito loro almeno un’altra notte di tranquillità. Nel suo rapporto l’ammiraglio Cunningham rilevò giustamente che a causa delle sfavorevoli condizioni atmosferiche “gli italiani, stanchi per le tante notti trascorse all’erta, ringraziando il cielo se ne andarono a letto dicendo: questa notte comunque non possono venire. E invece essi arrivarono”. La loro riluttanza a resistere fu accentuata quando, alle prime luci del 10 luglio, poterono vedere l’impressionante schieramento di navi che riempiva il mare fino all’orizzonte e il continuo flusso di mezzi da sbarco.

La forza d’attacco orientale (ammiraglio B. H. Ramsay) con 895 navi e 715 mezzi da sbarco, trasportava l’8a Aarmata  britannica verso quattro gruppi di spiagge fra Cassibile e la penisola di Capo Passero. La Forza d’attacco Occidentale (ammiraglio H. K. Hewitt) con 580 navi e 1.124 mezzi da sbarco trasportava la 7ª armata americana verso tre gruppi di spiagge, fra Punta Braccetto e Torre di Gaffe (a ovest di Licata). Un battaglione di fanteria di marina britannico sbarcò nella penisola della Maddalena e si impadronì delle batterie che lì erano in posizione. Prima delle ore 2 dalle navi ancorate al largo incominciò il varo dei mezzi da sbarco e il trasbordo delle truppe; la prima ondata di mezzi da sbarco giunse su alcune spiagge verso le ore 3, su altre un’ora più tardi. Le artiglierie costiere non aprirono il fuoco contro le navi; infatti queste erano troppo al largo per essere colpite da pezzi che avevano una gittata massima di 8 Km.. Spararono però contro i mezzi da sbarco, purtroppo, non appena si rivelavano erano controbattute e distrutte dalle artiglierie delle navi. Più ad oriente lo sbarco fu meno contrastato, tuttavia sulla spiaggia di Falconara sparavano mitragliatrici e cannoni. Sul terreno, alle cinque del mattino arrivarono i primi rapporti che segnalavano lanci di paracadutisti nella regione di Comiso, a San Pietro, fra Caltagirone e la costa. Alianti nemici erano atterrati presso Augusta. La divisione “Hermann Göring” segnalò che venti navi da trasporto stavano scaricando truppe nemiche presso Gela. La predetta divisione era entrata in azione secondo i piani, ma non era riuscita a ributtare in mare l’avversario. Ciò era dovuto in parte ai paracadutisti nemici atterrati nel settore d’attacco della divisione che in nessun punto entrarono in azione in formazioni compatte, ma tuttavia esercitarono una notevole azione di disturbo, dovuto in parte al terreno a terrazze, coltivato a ulivi, che ostacolava i movimenti dei mezzi corazzati al punto di impedirne l’impiego in formazioni compatte. Comunque, le difese furono travolte con estrema facilità e le sofferenze che molti uomini delle formazioni d’assalto avevano patito per il mal di mare, furono ampiamente compensate dalla esiguità delle perdite provocate dal fuoco nemico quando finalmente arrivarono a terra.

 

L’andamento della prima fase dell’invasione fu riassunto dal generale Alexander in due frasi: “Le divisioni costiere italiane, le cui capacità di combattimento non era stata mai giudicata molto alta, si disintegrarono senza quasi sparare un solo colpo. E anche le divisioni di manovra, incontrate successivamente, si dispersero come foglie al vento”. Pertanto, fin dal primo giorno, il peso della difesa ricadde quasi interamente sulle spalle delle 2 improvvisate divisioni tedesche, alle quali se ne aggiunsero poi altre 2. Verso mezzogiorno, quando cominciò a delinearsi lo sviluppo della situazione, il comandante in capo della 6a armata italiana, d’intesa con il generale von Senger, decise di richiamare la 15a divisione granatieri da ovest. Il giorno dopo due gruppi da combattimento della 15a divisione Panzer Grenadier provenienti dalla Sicilia occidentale arrivarono dopo una marcia a tappe forzate davanti al fronte americano, ma nel frattempo la divisione “Hermann Göring” era stata spostata più a est nel tentativo di arginare l’avanzata delle forze inglesi, che in quel momento sembrava la più pericolosa: risalendo metà della costa orientale dell’isola, infatti, essa era già arrivata nei pressi della città portuale di Catania, mentre le tre teste di sbarco americane erano ancora poco profonde e separate l’una dall’altra. Come quelli americani, anche gli sbarchi inglesi non avevano incontrato alcuna seria opposizione, ma nel loro caso in assenza di tempestivi contrattacchi, l’operazione poté svilupparsi con maggiore facilità. Dopo il primo giorno gli attacchi aerei furono più frequenti, ma poiché anche la copertura aerea era più consistente ed efficace, le perdite di unità navali furono quasi altrettanto irrisorie quanto quelle registrate nei settori americani. In realtà, per quanti avevano vissuto i precedenti anni della guerra del Mediterraneo sembrò, come ebbe a dire l’ammiraglio Cunningham “quasi un sogno che flotte di quelle dimensioni potessero restarsene ancorate lungo la costa del nemico, subendo così pochi attacchi aerei e perdite così irrilevanti”. Questa sostanziale immunità dalla minaccia aerea fu uno dei fattori chiave del successo nell’invasione anfibia, che però nella fase successiva fu messa in seria difficoltà da un diverso tipo di azione aerea.

Poiché nei primi tre giorni le forze inglesi avevano sgomberato l’intera parte sud-orientale dell’isola, Montgomery decise di compiere uno sforzo massiccio per irrompere nella Piana di Catania dalla zona di Lentini, e ordinò un attacco su grande scala per la notte del 13 luglio. Il problema chiave era la conquista del ponte di Primosole sul fiume Simeto, alcuni chilometri a sud di Catania, e per risolverlo si pensò di impiegare una brigata di paracadutisti. Sebbene solo metà di essa fosse stata lanciata nel posto giusto, il ponte cadde in mano inglese intatto. La fase successiva può essere riassunta citando il resoconto che ne diede il generale Student, comandante dell’XI corpo aereo, comprendente le truppe aviotrasportate tedesche. Le sue 2 divisioni erano state dislocate da Hitler nel sud della Francia, in modo che fossero pronte a raggiungere in volo la Sardegna qualora, come Hitler prevedeva, gli Alleati fossero sbarcati là. Ma, come dimostra il racconto di Student, le truppe aviotrasportate costituiscono una riserva strategica molto flessibile, che si presta a essere agevolmente spostata da un punto all’altro per fare fronte a situazioni impreviste:

“Il 10 luglio, quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, io proposi subito di sferrare un immediato contrattacco con ambedue le mie divisioni. Ma Hitler respinse questa proposta, osteggiata in particolare da Jodl. Pertanto in un primo tempo ci si limitò a trasportare in volo la 1a divisione paracadutisti dal sud della Francia in Italia, in parte a Roma e in parte a Napoli, mentre la 2a divisione paracadutisti rimase a Nimes con me. Gli uomini della 1ª divisione paracadutisti, tuttavia, furono ben presto inviati in Sicilia, per essere impiegati come truppe di terra destinate a dare manforte alle scarse forze tedesche che vi si trovavano quando gli italiani cominciarono a cedere en masse.

 

Parte della divisione fu trasportata a destinazione con una specie di ponte aereo e lanciata dietro il nostro fronte nel settore orientale a sud di Catania. Io avrei voluto che essa fosse lanciata dietro il fronte alleato. Il primo contingente fu lanciato circa 3 chilometri dietro il nostro fronte, e per una strana coincidenza toccò terra quasi simultaneamente ai paracadutisti inglesi lanciati dietro il nostro fronte per impadronirsi del ponte sul fiume Simeto. I nostri paracadutisti sopraffecero quelli inglesi e riconquistarono il ponte. Ciò accadde il 14 luglio.”[1]

 

Dopo tre giorni di duri combattimenti, il grosso delle forze inglesi, sopraggiunte nel frattempo, riuscì poi a riconquistare il ponte e a riaprire così la via d’accesso alla piana di Catania, ma il tentativo di proseguire la marcia verso nord fu bloccato dalla crescente resistenza opposta dalle riserve tedesche che stavano ormai affluendo nella zona per sbarrare la rotabile costiera verso Messina (distante ancora 100 Km.), dove l’angolo nord-orientale della Sicilia è separato solo da uno stretto braccio di mare dalla punta estrema della penisola italiana. L’insuccesso di questo tentativo fece cadere la speranza di una rapida conquista della Sicilia. Montgomery fu costretto a spostare a ovest il grosso dell’8a armata per fargli compiere una più tortuosa avanzata attraverso le colline dell’entroterra e aggirare l’Etna, congiuntamente all’avanzata verso est della 7a armata, la quale raggiunse la costa settentrionale e occupò Palermo il 22 luglio: troppo tardi comunque per intercettare la ritirata verso est delle truppe motorizzate del nemico. Il nuovo piano comportò un importante mutamento di ruolo per l’armata del generale Patton. La sua funzione di scudo protettivo del fianco di quella che avrebbe dovuto essere la decisiva penetrazione dell’8ª armata verso Messina, e di elemento di disturbo avente lo scopo di impedire al nemico di concentrare tutte le sue riserve, fu estesa in quella di leva offensiva; e addirittura, alla fine, in quella di punta di diamante dell’intera operazione.

Per il nuovo sforzo offensivo che avrebbe dovuto iniziare il 1º agosto, dall’Africa furono trasportate in Sicilia 2 nuove divisioni di fanteria (la 9a americana e la 78a inglese), portando così il totale a 12. Intanto i tedeschi avevano ricevuto di rinforzo la 21a divisione Panzer Grenadier e il comando del XIV corpo corazzato del generale Hube, che aveva assunto il comando delle operazioni. Suo compito era non già di difendere ad oltranza la Sicilia, bensì soltanto di condurre un’azione di disturbo abbastanza efficace da consentire l’evacuazione delle forze dell’Asse. A questa decisione Guzzoni e Kesserling erano arrivati, ciascuno per proprio conto, dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio e prima che gli Alleati riprendessero l’offensiva.

Un’azione ritardante di questo genere non poteva che essere molto agevolata dalla natura impervia e dalla stessa forma della Sicilia nord-orientale: un triangolo di terreno montagnoso. Mentre la sua natura favoriva la difesa e ogni passo indietro comportava un accorciamento del fronte, così da rendere necessario un minor numero di difensori, per gli Alleati diventava sempre più difficile dispiegare le loro armate in modo da sfruttarne appieno la grande superiorità. Tre volte Patton tentò di accelerare l’avanzata mediante piccoli balzi anfibi – uno sbarco a Sant’Agata la notte fra il 7 e l’8 agosto, un secondo a Brolo il 10-11 e un terzo a Spadafora il 15 – 16 – ma in tutti e tre i casi l’azione si dimostrò troppo tardiva per essere efficace. Anche Montgomery tentò una piccola azione analoga il 15 – 16, ma ormai la retroguardia del nemico si era già spostata più a nord, e il grosso delle sue truppe aveva già attraversato lo Stretto di Messina portandosi sulla terraferma.

L’evacuazione della Sicilia fu portata a termine quasi interamente nel corso di soli sei giorni (e sette notti), grazie a un’abile organizzazione e alla mancanza di qualsiasi serio tentativo di interferenza da parte delle forze aeronavali alleate. Quasi 40 mila soldati tedeschi e più di 60 mila soldati italiani furono portati in salvo.

 

Anche se gli italiani si lasciarono alle spalle tutto l’equipaggiamento, eccettuati non più di 200 automezzi, 47 carri armati, 94 cannoni e 17 mila tonnellate di rifornimenti e di equipaggiamento.  

Hube prese posto sull’ultima imbarcazione che salpò dall’isola poco prima dell’alba del 17 agosto. Verso le ore 6.30 la prima pattuglia americana entrò a Messina e poco dopo vi fecero la loro comparsa anche gli inglesi – salutati con gioiose grida: “dove andate, voi turisti?”.

Alla luce del pieno successo che aveva coronato la ritirata tedesca dalla Sicilia, ben povere di contenuto suonarono le parole con cui quel giorno Alexander informò il primo ministro inglese della conclusione della campagna: “Entro le 10 di oggi, 17 agosto 1943, l’ultimo soldato tedesco è stato cacciato fuori dalla Sicilia… Si può ritenere che tutte le forze italiane presenti nell’isola il 10 luglio siano state annientate, anche se è possibile che qualche unità abbia raggiunto, malconcia, la terraferma”.

Per quanto si può dedurre dai documenti disponibili, i soldati tedeschi in Sicilia erano circa 60 mila e quelli italiani 195 mila. Dei soldati tedeschi, tolti quelli fatti prigionieri ed i feriti, quelli uccisi non superarono le poche migliaia. Complessivamente le perdite alleate ammontarono a circa 23 mila. Non si trattò di un prezzo molto elevato in rapporto ai grandi risultati politici e strategici della campagna – un evento che provocò la caduta di Mussolini e la capitolazione dell’Italia. Certamente gli Alleati avrebbero potuto realizzare un più sostanzioso “carniere” di tedeschi, e quindi spianarsi il lungo cammino che ancora li attendeva, applicando con maggiore energia e tempestività la tattica delle mosse aggiranti anfibie. Questa era l’opinione dell’ammiraglio Cunningham, e nel suo rapporto egli affermò esplicitamente che dopo i giorni di apertura: “L’8ª armata non fece nulla per sfruttare le occasioni che le si presentarono di effettuare attacchi anfibi. I primi mezzi da sbarco di fanteria furono tenuti a disposizione appunto per questo scopo, e per avere i necessari mezzi da sbarco sarebbe bastato richiederli. Certo ci dovettero essere valide spiegazioni militari per il mancato impiego di quello che era uno strumento di valore incalcolabile sul piano sia della potenza navale che dell’elasticità di manovra: in futuro, comunque, sarà bene tenere presente questo aspetto della questione e chiedersi se per caso non sarebbe possibile risparmiare tempo ed evitare combattimenti sanguinosi con mosse aggiranti che, anche se condotte su scala limitata, hanno sicuramente l’effetto di molestare il nemico”.[2]

 

Con grande sollievo di Kesserling, l’Alto Comando alleato non aveva tentato uno sbarco in Calabria, alle spalle delle sue forze in attesa in Sicilia, per bloccarne la ritirata attraverso lo stretto di Messina. Fin dall’inizio della campagna di Sicilia egli aveva temuto che da un momento all’altro giungesse a segno un colpo di questo genere, un colpo che egli non avrebbe avuto alcuna possibilità di parare. A suo avviso: “un attacco secondario in Calabria avrebbe permesso di trasformare lo sbarco in Sicilia in una schiacciante vittoria alleata”. Fino alla conclusione della campagna di Sicilia e al felice esito della ritirata delle 4 divisioni tedesche impegnate sull’isola, Kesserling non ebbe a disposizione che 2 divisioni tedesche per guarnire l’intera Italia meridionale.

 

La situazione venutasi a creare in Sicilia, per i tedeschi, dopo lo sbarco degli alleati, è la rappresentazione delle correnti di pensiero esistenti allora presso lo stato maggiore nazista. La prima considerava in partenza priva di speranze un’opposizione a uno sbarco in larga scala. La seconda riteneva che fosse possibile infliggere all’avversario, mediante provvedimenti tattici, un colpo mortale nell’attimo in cui la crisi di quest’ultimo avesse raggiunto l’apice. Nelle direttive diramate il 22 giugno, Hitler non fece capire per quale delle due tesi propendesse.

 

Il fatto però che sia il feldmaresciallo Keitel sia soprattutto il generale Warlimont si siano limitati a dare solo direttive riguardanti lo sgombero, fa arguire che nemmeno Hitler credesse in una difesa duratura della Sicilia. D’altra parte tutto fa ritenere che il feldmaresciallo Kesserling sperasse di conquistare in Sicilia, nella sua qualità di comandante in capo, il primo vistoso successo nella difensiva, e che perciò parteggiasse per la seconda tesi, per cui l’avversario doveva essere “ributtato in mare” dopo lo sbarco. Questa tesi era molto diffusa nelle forze armate tedesche, specialmente nei comandi inferiori. Essa era il riflesso diretto di una debolezza profondamente radicata nella tradizione del pensiero militare tedesco, basato quasi esclusivamente sulla guerra terrestre. Gran parte della cerchia dirigente politica e militare tedesca era in grado di ragionare solo in termini di operazioni terrestri, non già nelle tre dimensioni della guerra moderna. Questo atteggiamento portava a una sopravvalutazione della difesa costiera, ma anche alla sopravvalutazione delle difficoltà che l’avversario, pur superiore nell’aria e sul mare, avrebbe incontrato. Un attacco scatenato da un apparato bellico moderno composto da tutti e tre gli elementi principali (esercito, aviazione, marina) contro un avversario equipaggiato solo per la guerra sulla terraferma ma inferiore sul mare e nell’aria, presenta in realtà minori difficoltà e maggiori probabilità di successo che non un puro attacco terrestre contro una linea di resistenza. Chi attacca dal mare ha il vantaggio della sorpresa. Tuttavia lo sbarco in Sicilia, come generali italiani prigionieri rivelarono a Eisenhower, non fu una sorpresa totale. Ciò che sarà sempre una sorpresa, invece, è il punto preciso dello sbarco, l’ampiezza della testa di ponte e il procedimento tattico impiegato. In Sicilia i tedeschi restarono per molto tempo nell’incertezza se lo sbarco del 10 luglio non sarebbe stato seguito da altri in altri punti. Sotto questo punto di vista lo sbarco tra Siracusa e Licata fu una sorpresa, così come fu una sorpresa l’assenza di ulteriori sbarchi nella parte occidentale dell’isola o sulla costa settentrionale. Per quanto riguarda l’attacco dal mare, un fattore ancora più importante della sorpresa è la possibilità di neutralizzare l’avversario a terra con il fuoco delle artiglierie navali. Queste dispongono sempre di calibri superiori a quelli delle artiglierie dell’esercito, appostate temporaneamente, a scopi difensivi, sulla striscia costiera. Le artiglierie navali sono soprattutto più mobili dell’artiglieria del difensore. Il difensore non può combattere efficacemente le artiglierie navali. In Sicilia la difesa non oppose praticamente alcun ostacolo alle artiglierie dell’attaccante.

Le forze aeree alleate poterono distruggere le forze aeree tedesche a terra, ma il tentativo di accelerare l’esito della battaglia con l’impiego di truppe aviotrasportate fallì. La distruzione delle forze aeree tedesche a terra fu opera di esperti bombardieri. L’impiego di truppe aviotrasportate fu una novità. Le truppe aviotrasportate, che nell’insieme assommavano a una divisione, impiegate contro i campi d’aviazione nella parte sudorientale dell’isola, non poterono portare a termine il loro compito. L’artiglieria contraerea tedesca, ancora molto forte, inflisse a esse sensibili perdite. Tuttavia riuscirono a rallentare l’avanzata della divisione Hermann Göring. Comunque, per capire la portata della superiorità degli alleati che attaccava dal mare bisognava averla vista con i propri occhi. Ed è ciò che capitò al generale Eisenhower e che godendosi lo spettacolo affermò:

 

“Devo dire che la vista di centinaia di navi, con mezzi da sbarco ovunque, che operavano lungo la costa da Licata verso est, era uno spettacolo indimenticabile”.

 

Al termine di questa esposizione, si preme sottolineare che una parte degli episodi descritti provengono dalle affermazioni contenute nel libro “History of United States Naval Operations in World War II”[3] (¹) che è una pubblicazione ufficiale, affinché sia una volta per sempre sfatata la stolta leggenda che gli italiani non combatterono in Sicilia. Essi fecero ciò che le forze disponibili, le circostanze, le deficienze di armamento, la potenza nemica consentirono di fare.



[1] B.H. Liddell Hart, The other side of the Hill, p.355.

[2] Rapporto dell’Ammiraglio Cunningham

[3] Morison, S.E., History of United States Naval Operations in World War II, Vol. IX