Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

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mercoledì 10 novembre 2021

L'Italia in guerra: le forze predisposte

 

IL QUADRO DI BATTAGLIA DELL’ESERCITO ITALIANO NEL 1940

 Luigi Marsbilio

Il Regio Esercito era inteso come l’esercito del Regno d’Italia e tale denominazione venne mantenuta dal maggio 1861 al giugno 1946. Questo strumento militare fu impiegato in tutte le vicende belliche che hanno coinvolto il nostro Paese, in particolare nella 1ª e nella 2ª Guerra Mondiale. E’ stato inoltre protagonista del colonialismo italiano. Assunse il nome di Esercito Italiano con la fine del regno dei Savoia.

Nel settembre del 1939, quando la Germania invase la Polonia, l'Italia dichiarò la propria "non belligeranza". Benito Mussolini, conscio del fatto che i conflitti di Etiopia e Spagna avevano pesantemente intaccato le scorte dell'esercito e bloccato il suo ammodernamento, decise dunque di non intervenire.

A fronte di tale sensata scelta, il Duce, impressionato dai folgoranti successi tedeschi e persuaso che il conflitto non sarebbe durato a lungo, fece il possibile per accelerare i tempi per l’entrata in guerra dell’Italia, che avvenne il 10 giugno 1940.

L’aspetto non trascurabile era che il Regio Esercito, pur avendo il consistente organico di 75 divisioni, presentava gravi carenze nei settori dell'armamento e dei materiali. In particolare:

          i pezzi di artiglieria erano ancora quelli impiegati nel primo conflitto Mondiale;

          i carri armati erano leggeri con corazza ed armamento inadeguati;

          le mitragliatrici erano quantitativamente insufficienti;

          i reparti erano carenti di automezzi;

          le uniformi erano di pessima qualità;

          mancavano gli equipaggiamenti e le attrezzature adatte alle aree dove le unità avrebbero operato (cioè in Libia, Unione Sovietica, Albania e Grecia).

Secondo lo storico Giorgio Spini, una delle cause di tale situazione deficitaria era da attribuirsi al fatto che la cosiddetta “sbirrocrazia di Mussolini”, come egli definì  il fascismo, rivelò la propria debolezza proprio nelle Forze Armate, in quella realtà che la retorica del regime avrebbe voluto organica al proprio disegno totalitario; contrariamente a quello che era avvenuto negli anni trenta nel settore degli armamenti, allorquando le ricerche nel campo militare avevano dato buoni frutti.

L'Italia infatti possedeva bocche da fuoco di ottima qualità, inserite tra le migliori del conflitto, ma pochissimi esemplari furono prodotti e distribuiti. Anche l'armamento individuale era degno di nota con il moschetto automatico Beretta (usato da truppe speciali come la 185ª Divisione Paracadutisti Folgore), la mitragliatrice Breda mod. 37 o la pistola Beretta M34 per ufficiali. All'entrata in guerra i carri armati disponibili erano di tipo leggero e con armamento fisso, il carro medio era decisamente inferiore a quelli avversari. Per quello che riguarda i carri pesanti, praticamente ne fu prodotto un solo esemplare prima dell'8 settembre 1943. Vennero invece prodotti molti esemplari di un semovente, il 75/18, che dimostrò potenza e affidabilità anche dopo il 1943, nonostante l'arrivo di nuovi carri messi in campo dall'Asse e dagli Alleati.

Veniamo ora alla situazione dei reparti. Il Regio Esercito, nella seconda guerra mondiale utilizzò diversi tipologie di Divisioni, per la maggior parte di fanteria. La divisione era l'unità di base.

Il 10 giugno 1940, le 75 divisioni erano così ripartite:

59 di fanteria, 3 della milizia, 2 coloniali libiche, 5 di alpini, 3 celeri, 3 corazzate e 2 motorizzate.

La gran parte di queste grandi unità erano dislocate nel territorio metropolitano o in Libia, e solo due erano in Africa Orientale Italiana (la cui guarnigione era composta in gran parte da unità di Camicie Nere e da brigate coloniali).

La riorganizzazione del 1938 aveva portato alla costituzione di divisioni di fanteria cosiddette binarie, poiché erano composti da 2 reggimenti di fanteria (invece dei precedenti tre), oltre ad uno di artiglieria.

Alla maggior parte di queste unità, successivamente, venne aggregata una Legione d'Assalto di Camicie Nere. A queste, occorre poi aggiungere un battaglione di mortai da 81, una compagnia con artiglieria anticarro, una compagnia del genio, una mista con telegrafisti e marconisti, oltre a diverse sezioni (fotoelettricisti, sanità, sussistenza e pesante).

Per quanto concerne la forza organica ed i materiali, una divisione di questo tipo risultava composta da circa 13 mila uomini ed equipaggiati con 60 pezzi di artiglieria, 156 mortai e 350 mitragliatrici. Per il trasporto erano disponibili circa tremila cinquecento animali, 154 carri, 153 biciclette, 71 motocicli e 131 mezzi di vario tipo. L'effettiva assegnazione avvenne abbastanza a rilento per problemi addestrativi e per la limitata disponibilità di materiali, ed era ancora largamente incompleta al momento dell'entrata in guerra.

Numerose sulla carta, in realtà al momento della dichiarazione di guerra la maggior parte delle divisioni italiane erano incomplete sia in termini di uomini che di materiali, difatti su 75 divisioni appena 35 potevano considerarsi pienamente operative. Questa situazione non venne mai interamente rettificata durante il corso della guerra, e una parte considerevole delle divisioni sul territorio metropolitano o impegnate in compiti di guarnigione in Francia e nei Balcani, rimasero incomplete dal punto di vista dei materiali, dovendo anzi spesso cedere parte delle proprie dotazioni per sostenere le divisioni impegnate nelle zone di operazioni.

Successivamente all'ingresso in guerra, vennero costituite numerose altre unità di livello divisionale. Tra queste, vi erano anche Divisioni di paracadutisti (due, con una terza mai completata) ed oltre 20 Divisioni costiere. Queste ultime erano essenzialmente di reparti di seconda linea, di consistenza variabile a seconda della zona di impiego.

Nei mesi precedenti alla dichiarazione di intervento, il Duce, pur perfettamente consapevole della situazione deficitaria dello strumento militare italiano, continuava ad esprimersi con grande fiducia sullo sviluppo che avrebbero avuto gli eventi. Purtroppo, nessuno dei responsabili delle forze armate, i marescialli Badoglio e Graziani, l’ammiraglio Cavagnari ed il generale Pricolo osava contraddirlo. Solo il maresciallo Badoglio, a fine maggio, in occasione di un incontro a palazzo Venezia, aveva osato fargli presente che non c’erano carri armati  ed aerei sufficienti, né camicie per i soldati. Perciò, riteneva opportuno un differimento dell’intervento al fine di prepararvisi un po’ meglio. Mussolini, rimbeccando l’alto generale, ritenne la sua valutazione semplicemente “poco esatta” ed affermò che a fine estate tutto sarebbe finito e che vi era solo la necessità di alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace come belligerante. Nonostante le palesi carenze e l’impreparazione organizzativa, i nostri soldati, i marinai e gli avieri, non si sottrassero al loro dovere. Come ben sappiamo, attraverso innumerevoli difficoltà ed indicibili sofferenze, essi combatterono strenuamente fino all’estremo sacrificio, mantenendo sempre saldo il principio del valore militare.

 

Gen. Luigi Marsibilio.

 

 

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