Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

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sabato 2 maggio 2015

La Guerra di Liberazione: una guerra su Cinque Fronti

1.3.  Il precedente: 
l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale

La partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale rappresenta il precedente della guerra di Liberazione. E’ lapalissiano che senza l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940 la sua evoluzione e la sua conclusione non ci sarebbe stata la Guerra di Liberazione.
Questa partecipazione è una lineare scelta del Governo fascista mussoliniano in coerenza con quelle effettuate in politica estera dal 1935 in poi; scelte avute tutte con l’avallo del Re, della Monarchia e della forse non fasciste ma che si riconoscevano in essa.  Tutto e tutti, nel 1940, erano fascisti o d’accordo con i fascisti e con questa politica; vi erano delle fronte, in quasi tutti gli ambienti anche di vertice, militare, politico, diplomatico, industriale, perfino nella stessa Casa Reale, ma era una fronda, non una opposizione politica tale da incidere nelle decisioni finali. L’opposizione al fascismo, a Mussolini, al regime fascista, come quella al Re alla Monarchia ante 1922, erano state tutte ridotte ai silenzio, all’impotenza, alla capacità di non incidere minimamente in nessuna decisione. Tutto il bene e tutto il male delle scelte del 1940 va accreditato a queste forze, a Mussolini, al PNF al fascismo in genere, al Re, alla Monarchia, alla classe che in essa si riconosceva.
La conduzione della guerra a livello strategico, strategico-operativo e tattico è tutto in mano al Governo fascista ed allo Stato Maggiore Generale delle Forze Armate, Stato Maggiore selezionato, scelto e orientato dal Governo mussoliniano. Per definizione i militari, come i diplomatici e come tutti gli esponenti della amministrazione dello Stato sono subordinati alle decisioni governative, al potere politico. Devono svolgere il loro compito al meglio delle loro possibilità, con le dovute correlazioni a seconda del livello decisionale, che più alto è più rimane in una corresponsione biunivoca con il potere politico tale da poter effettuare ad ogni scelta o decisione quella più aderente e giusta possibile. Non meri ricevitori ed esecutori di ordini da intelligenti operatori delle scelte politiche.
 In 39 mesi di guerra l’Italia raccolse solo sconfitte, perdendo credito non solo agli occhi del nemico, che in alcuni casi non ci considerò un nemico ne terribile ne preoccupante, ma anche agli occhi dei nostri alleati, soprattutto agli occhi dei tedeschi. Il discredito via via accumulato per la condotta della guerra, fa si che da una guerra parallela si passa ben preso ad una guerra subordinata, tanto che il nemico c dileggia nella sua propaganda con la frase, due popoli, un fuhrer, fino a diventare nella primavera-estate del 1943 in una guerra difensiva e da ultima spiaggia per la difesa del territorio metropolitano.
 Che i militari cerchino di reagire a questo desolante orizzonte esaltando il valore del soldato o dei reparti, e quindi addebitando in modo indiretto tutta la responsabilità al potere politico degli insuccessi , e quindi salvando se stessi serve solo a mascherare carenze ed errori a tuti i livelli. “Le scarpe di cartone….. in Russia, “Manco la fortuna non il valore” ecc. sono frasi queste che mascherano gravi errori tecnico-tattici; la condotta della guerra da parte dei Militari, da un angolo di vista molto critico e severo, non è stata delle migliori: non è stata vinta nessuna battaglia di ampio respiro; non vi è stata nessuna iniziativa che abbia attirato l’ammirazione di alleati e nemici, non v è stato nulla di cui in futuro andare orgogliosi, come ad esempio per i Tedeschi. I risultati conseguito dalla Regia Aeronautica sono stati, sul piano strategico, poca cosa; gli errori molti (basti pensare all’invio di formazioni aeree italiane nel 1940 in Belgio per l’attacco aereo all’Inghilterra e i risultati conseguiti; la partecipazione alla campagna di Russia ove i nostri aerei erano costretti a quelle latitudini a volare con il tettuccio aperto ecc.); la Regia Marina non ha vinto nessuna battaglia navale; a priori ha rinunciato alle portaerei, intendendo combattere ogni battaglia a contatto balistico; la notte di Taranto ove, in porto, perse tre corazzate ad opera di pochi biplani britannici è la somma di tutte le scelte fatte; il mancato impiego della flotta, poi, per la difesa del territorio metropolitano,poi, è stato giustificato con la carenza di carburate; ha conseguito vittorie solo con i suoi uomini rana (Gibilterra, Alessandria) che, da una parte suscita ammirazione per l’ardimento e il coraggio dall’altra solleva forti perplessità sull’impiego dello strumento nella sua totalità. Il Regio Esercito non ha vinto nessuna campagna a cui ha partecipato. L’elenco è lungo: tralasciando la campagna del giugno 1940 contro la Francia in cui, nel dichiara la guerra l’Esercito fu messo sulla difensiva, un assurdo sotto tutti i punti di vista, prendiamo in esame per tutte le campagne la Campagna di Grecia; le riflessioni sono veramente amare: attacco alla vigilia dell’inverno; la direzione principale dalla pianura alla montagna che favorisce certamente la difesa; impiego di divisioni binarie in montagna ed alta montagna quando queste erano state predisposte per la guerra di rapido corso in pianura, alleggerite per essere veloci; ignorata completamente la via di facilitazione più redditizia, quella verso Salonicco, tradizionale via per l’invasione della Grecia e scelta quella del Pinto; nessuna azione concorrente della Regia Marina (sbarchi, azioni di bombardamento contro costa, azione contro il traffico inglese in aiuto alla Grecia), quasi nullo l’apporto della Aeronautica; concetto operativo da guerra passata, di trincea, ostacolo e reticolato da superare. La risultante di tutto questo fu il tracollo ed il rischio di essere rigettati in mare con la perdita dell’Albania, ma soprattutto fu la perdita di tutta la credibilità fino a quel momento goduta.
Il prosieguo della guerra è un corollario di errori e sconfitte, ove emerge in modo vistoso la assoluta non cooperazione tra le forze armate, in cui emerge in modo masochistico il dissidio, che ancora oggi vena i rapporti tra loro, tra la Regia Marina (che non voleva le portaerei) e l’Aeronautica, tenacemente in difesa del principio che tutto quello che vola è di sua pertinenza. Così la guerra fu combattuta senza una Aviazione di Marina e senza una Aviazione per l’Esercito, che esistevano all’indomani della Prima Guerra Mondiale ma ferocemente cancellate dai quadri di battaglia a fine anni trenta.
Molto si è scritto in merito alla impreparazione dell’Italia. E’ un falso problema, una giustificazione posteriori, che maschera pesanti responsabilità del vertice sia politico che militare che diplomatico, propedeutico ad avalli di facili assoluzioni.
Un carro armato L3 è un mezzo valido e potente se impiegato ne tratturi delle ambe abissine; diventa un grottesco giocattolo espressione di impreparazione quando impiegato (Squadrone San Giorgio in Russia) nella pianura ucraina contro i T 34 Russi. L’aviazione tedesca nelle prime fasi della battaglia d’Inghilterra, nel luglio 1940, impiegò squadriglie di Stukas (J88) che erano reduci dalla spettacolare campagna contro la Francia di cui erano stati i protagonisti; furono sterminati dai Spitfire inglesi molto più potenti. Qualcuno ha mai parlato di imprecazione della Germania alla guerra? Occorre chiedersi, quando si parla di impreparazione, sempre con riferimento alla Russia, chi ha inviato quel genere di truppe in un teatro così lontano ed inutile agli interessi italiani come quello russo? Chi ha approntato le forze in questa maniera e per questo teatro? Chi ha impiegato sul terreno queste forze? Chi ha redatto ed approvato i piani operativi? Non è che si risolvono tante cose, ma è molto utile per capire che l’impreparazione centra poco o nulla. Una critica spietata e “feroce” della nostra partecipazione alla seconda guerra mondiale; uno studio virile e non giustificativo e autoreferenziale e nostalgico senza il manto del “valore del soldato italiano” e del “ noi non abbiamo colpa perché abbiamo ubbidito solo agli ordini” può aiutare a capire questi 39 mesi di guerra e di insuccessi. Stessa critica feroce dall’angolo politico e soprattutto dall’angolo diplomatico, branca questa della amministrazione dello Stato regina nel sottrarsi alle sue responsabilità.
Riassumendo, una guerra combattuta in contrapposizione all’alleato principale (non ci fu mai, come per gli Alleati, un Stato Maggiore integrato fra Italia e Germania, solo ufficiali di collegamento), con le tre Forze Armate rigorosamente separate, ognuno per conto suo a combattere la sua guerra, in una strategia assente in cui non era stato definito chiaramente l’obiettivo per cui si combatteva ( tanto è vero che ancora si cerca disperatamente di rispondere alla domanda: perché l’Italia è entrata in guerra?) .
La conclusione di questi 39 mesi sono la sconfitta e l’esaurimento delle capacità combattive dell’Italia. Come logico, in ogni guerra, si deve riconoscere la propria sconfitta e cercare di limitare al massimo le conseguenze della sconfitta stessa. Anche questa fase dal vertice Politico, dal Vertice Militare, ma soprattutto dal vertice Diplomatico è stata condotta in modo disastroso. Quello che doveva essere il termine della guerra o ancor più un rovesciamento delle Alleanze, operazioni queste in cui Casa Savoia costruì le sue fortune dal 1000 in poi, fu una tragedia in cui sprofondò l’Italia. Qualche anno fa si dibatté molto in questa che fu definita la crisi armistiziale se era “morta la Patria”, un dibattito tanto interessante quanto sterile se rapportato al termine al concetto di Nazione.
Una guerra, la Seconda Guerra Mondiale, dichiarata senza un chiaro obiettivo, condotta male, e conclusasi ancora peggio, è il precedente della Guerra di Liberazione.
(massimo.coltrinari@libero.it)


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