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La Polizia dell’Africa Italiana
(d’ora in poi P.A.I.) era un organo
di polizia coloniale, costituito nel 1937, dipendente-dal
Ministero per l'Africa Italiana, ma che era
a tutti gli effetti, come indicato all’articolo
2 del Decreto Legge[1]
istitutivo, “organizzato militarmente, forma il nucleo essenziale e
principale della forza pubblica nell'Africa Italiana, fa parte delle Forze
armate dello Stato e concorre alle operazioni militari di polizia e di guerra.
Per meglio comprendere la struttura ordinativa
dei Reparti della P.A.I. dislocati in
A.O.I. è opportuno fare riferimento all’articolo 15 del Decreto, che stabiliva
la costituzione e i compiti, nel quale era indicato: “I Comandi del Corpo della polizia coloniale si distinguono in fissi e
mobili. I Comandi fissi sono i seguenti:
a)
il Comando generale che costituisce uno degli uffici centrali nei quali è
ripartito il Ministero dell'Africa Italiana;
b)
gli Ispettorati generali alle dipendenze rispettivamente del governatore
generale dell'A.O.I. e del governatore generale della Libia;
c)
le Questure alle dipendenze rispettivamente dei governatori dell'A.O.I., del
governatore di Addis Abeba e dei commissari provinciali della Libia;
d)
gli Uffici commissariali di polizia alle dipendenze dei commissari di governo;
e)
le Sezioni di polizia alle dipendenze dei residenti;
f)
le Stazioni ed i Posti di polizia alle dipendenze dei Viceresidenti o, in
mancanza, dei residenti.
Il successivo articolo 16 dettagliava la tipologia dei Comandi e degli organi alle loro dipendenze: I Comandi mobili, permanenti o temporanei, sono costituiti da:
a)
Distaccamenti di polizia coloniale
b)
Bande di polizia coloniale e altre formazioni similari composte di indigeni e
inquadrate da ufficiali e sottufficiali della polizia coloniale.
Per
far fronte a eventuali gravi esigenze di ordine pubblico, a calamità o ad
avvenimenti eccezionali, possono essere costituiti reparti di maggiore entità
denominati colonne di polizia coloniale.
I
Comandi mobili permanenti sono istituiti con provvedimento del Ministro per
l'Africa Italiana e quelli temporanei con provvedimento del governatore.
Dal
1938 erano stati inviati in A.O.I. sei Battaglioni di Polizia
Coloniale che per effetto di un decreto emanato l’11 aprile del 1938
vennero denominati:
-
Battaglione “Luigi
Amedeo di Savoia” assegnato al Governo
di Addis Abeba (poi divenuto Governo
dello Scioa);
-
Battaglione “Giuseppe
Giulietti” assegnato al Governo
dell’Eritrea;
-
Battaglione “Antonio
Cecchi” assegnato al Governo della
Somalia;
-
Battaglione “Gaetano
Casati” assegnato al Governo
dell’Amara;
-
Battaglione “Eugenio
Ruspoli” assegnato al Governo
dell’Harar;
-
Battaglione “Vittorio
Bottego” assegnato al Governo del
Galla Sidama.[2]
A
queste unità si aggiungevano le Questure, ubicate nelle sedi dei rispettivi Governi, i Commissariati e le Stazioni
dislocate nei centri più piccoli dell’A.O.I. [3] Art. 18.
In
previsione dell’entrata in guerra vennero costituite in diverse zone dell’A.O.I.,
per far fronte ad eventuali impieghi bellici, le seguenti unità:
-
la banda P.A.I. Uollo Jeggiù, formata dal
23 maggio 1940 nell’Amara, con una forza di: 3 Ufficiali, 3 guardie nazionali e
546 guardie coloniali;
-
la banda P.A.I. della Somalia, costituita il 25 maggio 1940 a Mogadiscio, con
1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 100 guardie coloniali;
-
un Reparto di polizia stradale, formato ad Addis Abeba dal 3 giugno 1940 e
posto alle dirette dipendenze del Comando
Superiore Forze Armate dell’Africa Orientale, con 1 Ufficiale e 56 tra
Sottufficiali, appuntati e guardie motociclisti nazionali;
-
il 1° Gruppo Motorizzato P.A.I., in corso
di costituzione ad Addis Abeba, articolato in:
·
Comando di Gruppo, con 1 Ufficiale, 4 tra Sottufficiali, appuntati
e guardie nazionali e 10 guardie coloniali;
·
compagnia motociclisti, con 4 Ufficiali, 63 tra Sottufficiali,
appuntati e guardie nazionali e 27 guardie coloniali;
·
1a banda autocarrata, con 1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 249
guardie coloniali;
·
2a banda autocarrata, con 1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 204
guardie coloniali;
·
un’autocolonna, con 1 Ufficiale, 1 guardia
nazionale 13 autocarri Ceirano, 7 furgoncini
1100, 6 motocarrelli e 2 spider.[4]
All’Asmara
era stato dato corso dall’8 giugno del 1940 alla costituzione del 2° Gruppo Motorizzato P.A.I. strutturato
su:
-
Comando di Gruppo, con 3 Ufficiali, 4 tra Sottufficiali, appuntati
e guardie nazionali e 10 guardie coloniali;
-
plotone motociclisti, con 30 tra Sottufficiali, appuntati, guardie
nazionali e guardie coloniali;
-
una banda autocarrata, con 1 Ufficiale e
circa 300 guardie coloniali.[5]
Nella
missiva, indirizzata al Comando
Scacchiere Nord, in cui si preannunciava la costituzione del 2° Gruppo Motorizzato P.A.I., si precisava che tutti i motociclisti e il
personale italiano sarebbero stati armati con Moschetto Automatico Beretta e il restante con il moschetto 91. Nel concludere la lettera,
con la richiesta di quattro mitragliatrici - che avrebbero dovuto equipaggiare
la banda (tre armi) e il plotone motociclisti (un’arma) -, si
preannunciava la costituzione a Cheren di un’altra banda con 250-300 coloniali effettivi. Il personale effettivo della
Polizia Africa Italiana al 1° giugno 1940 era quantificato in: 90 Ufficiali, 349 Sottufficiali, 1.341 guardie
nazionali e 4.601 guardie coloniali (totale generale 6.381 uomini).[6]
Nel
corso delle operazioni in Somaliland al Vicebrigadiere della P.A.I. Luigi Orecchioni venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare, unico milite del Corpo a cui fu assegnata
la massima onorificenza militare alla memoria.[7]
[1] Regio Decreto 10 giugno 1937, n. 1211 Regolamento organico del Corpo della polizia
coloniale pubblicato in GURI n.174 del 29 luglio 1937
[2] Piero CROCIANI, La Polizia dell’Africa Italiana (1937-1945), Ufficio Storico della
Polizia di Stato, Laurus Robuffo, Roma 2009, pp. 73-75
[3] L’articolo
18 del Regio Decreto 15 novembre 1937, n. 2708 sanciva che In ogni capoluogo di Governo è istituita una Questura a capo della
quale è posto un funzionario del Corpo della polizia coloniale di grado 6° o
7°. La Questura riceve direttive dalla Direzione degli affari politici e fa
capo alle Direzioni di Governo secondo la natura degli affari da espletare.
[4] Piero CROCIANI, La Polizia dell’Africa Italiana (1937-1945), op.cit., pp. 88-89
[5] Ivi, pp. 89-90
[6] Alberto ROVIGHI, Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940-novembre 1941). Volume
II. Documenti, op. cit., Documento 14 p. 57
[7] Arruolatosi
come Carabiniere nel 1932 veniva inviato nel giugno 1935 per l’Eritrea con 1’88ª
sezione CC.RR. da montagna mobilitata. Partecipava alla conquista
dell’Etiopia distinguendosi sull’Endertà e nella marcia su Addis Abeba,
rimpatriato nel febbraio del 1937 rientrava alla legione di appartenenza in
Cagliari. Nel 1938 si arruolava nel neocostituito Corpo di polizia coloniale
e con il grado di guardia venne destinato alla Questura di Addis Abeba.
Divenuto Vicebrigadiere, dopo aver partecipato al 1° Corso Allievi
Sottufficiali e trasferito alla Questura di Asmara. Allo scoppio della
guerra nel giugno 1940, chiedeva ed otteneva di essere assegnato alla 1ª
banda P.A.I. dell’Amara. Nel corso della campagna in Somaliland cadeva
colpito a morte durante uno scontro con forze avversarie; per il suo
comportamento gli veniva concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la
seguente motivazione:
“Alla vigilia della campagna contro la Somalia
inglese, rifiutava un urgente intervento chirurgico per seguire il suo reparto,
da lui guerrescamente addestrato, al battesimo del fuoco. Vice comandante di
una banda P.A.I. in aspro, lungo e violento combattimento contro forze
avversarie superiori per numero e per mezzi bellici, guidava la sua mezza
banda, attraverso una cortina di fuoco, con leonino coraggio e superbo sprezzo
del pericolo, su successive munitissime posizioni nemiche. Ferito ad un braccio
sdegnava qualsiasi assistenza. Con raddoppiato ardore, con azione personale
assaltava a bombe a mano un centro di resistenza nemico dotato di due armi
automatiche. Investito a bruciapelo da una raffica di mitragliatrice, cadeva
per rialzarsi morente e lanciare ancora una bomba contro il nemico, quale suo
estremo atto di dedizione, per aprire, alle armi della Patria, la via della
vittoria. Agli ascari accorsi in suo soccorso, con gli ultimi aneliti rivolgeva
parole di incitamento a perseverare nell’avanzata, di augurio e di fede per la
Patria ed il Corpo, ai quali dava in olocausto la propria giovinezza. Esempio
mirabile di virtù militari, di sublime sentimento di dedizione al dovere e di
amor di Patria” – Lafaruc, 17 agosto 1940.
http://www.istitutodelnastroazzurro.org
URL consultato il 25 gennaio 2023

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