venerdì 20 febbraio 2026
sabato 31 gennaio 2026
Infermiere nella Seconda Guerra Mondiale L'Onore del Dovere
Prof. Sergio Benedetto Sabetta
In questi freddi venti di guerra che aleggiano sulla Terra rinascono i ricordi e i racconti sulle guerre mondiali che travolsero l’Europa nel corso del Novecento, in particolare l’attività di infermiera di mia madre Mattiuzzo Rita Clementina e quello che mi raccontava.
Il 10 giugno del 1940 Mussolini dichiarava la guerra a Francia e Inghilterra, nel tentativo di potersi sedere da vincitore a fianco della Germania nella inevitabile Conferenza di pace che sarebbe seguita alla occupazione di Parigi.
Tuttavia il 14 giugno la flotta francese uscita da Tolone si presentò indisturbata innanzi a Genova e aprì il fuoco, causando pochi danni ma molto panico tra la popolazione, tanto che molte infermiere dell’Ospedale di S. Martino si dimisero rientrando nel basso Piemonte.
Caposala erano allora le suore rientranti nell’Ordine delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli, dette pure affettuosamente per il loro grande copricapo inamidato “suore cappellone”, queste chiesero alle infermiere rimaste se conoscevano persone fidate senza timore, disposte ad assumere immediato servizio.
In quel tempo lavorava quale infermiera nel guardaroba, dove venivano sterilizzati e cuciti gli indumenti ospedalieri, la sorella di mia madre Serafina, che da giovane era stata in collegio dalle suore a San Gallo in Svizzera dove aveva imparato elementi di sartoria, al ritorno era stata inviata, su interessamento del parroco, all’Ospedale S. Martino di Genova.
Il nonno Raimondo, loro padre, era stato artigliere in territori in stato di guerra per circa 10 anni, dalla guerra di Libia alla Grande Guerra, fino a che con la rotta di Caporetto il fronte dal novembre 1917 al novembre 1918 si stabilizzò sul Piave, i territori e la casa che erano sul Piave tra Nervesa della Battaglia, ai piedi del Montello, ed Arcade furono devastati dai combattimenti e dai bombardamenti otre che saccheggiati, la nonna con i figli si rifugiò dal proprio padre a Paese (TV), qui nel marzo del 1918 nacque mia madre.
Il dopoguerra fu estremamente difficile, andata a lavorare a tredici anni in filanda, dopo quattro anni fu chiamata a Genova dalla zia, che avendo aperto un esercizio alimentare a Di Negro per i lavoranti del porto, aveva bisogno di aiuto, dopo un ulteriore periodo presso i marchesi Maineri, nel giugno 1940 su segnalazione della sorella fu assunta in prova ,quale generica, presso l’Ospedale di S. Martino.
I bombardamenti aerei si succedevano e sui tetti dei padiglioni erano dipinte delle grandi croci rosse per segnalare il ruolo sanitario di ospedale, l’ordine era di portare nei rifugi i ricoverati che venivano molte volte portati a spalla per le scale, ma di restare a loro fianco se si rifiutavano di scendere, finché un giorno venne centrato in un bombardamento un padiglione e i ricoverati con le infermiere e un dottore rimasero sotto le macerie, da allora l’ordine fu di lasciare soli i ricoverati che si rifiutavano di scendere ai rifugi fino al cessato allarme, il trasporto a mano dei malati comportò negli anni una grave scogliosi ed una borsite al ginocchio.
Da Corso Firenze dove le due sorelle abitavano, all’Ospedale vi era un collegamento con mezzi pubblici, ma molte volte la guerra imponeva un percorso a piedi che a partire dall’8 settembre 1943 poteva risultare pericoloso per i vari blocchi di controllo dei tedeschi o delle milizie della RSI, le infermiere venivano quindi dotate della fascia bianca con croce rossa al braccio al fine di potere superare eventuali controlli e il blocco del coprifuoco notturno.
I bombardamenti si susseguivano e con essi gli allarmi aerei, si dormiva con la valigia pronta per correre ai rifugi finché, verso la fine della guerra, la stanchezza era tale che talvolta si preferiva restare a casa rischiando, piuttosto che correre al rifugio dovendosi alzare per il turno lavorativo.
In un bombardamento fu centrato l’accesso di una galleria, il fumo e l’esplosione determinò una ondata di panico che fece riversare le persone all’uscita, ci furono decine di morti per schiacciamento e soffocamento, i corpi furono deposti sul piazzale delle camere mortuarie a S. Martino dove venivano i parenti per il riconoscimento. (La tragedia della Galleria delle Grazie, 23 ottobre 1942, circa 354morti)
Altre volte dopo un bombardamento particolarmente cruento, il percorso verso l’Ospedale era costellato dai corpi di coloro che erano rimasti sotto le bombe e dall’opera dei Vigili del Fuoco che cercavano di spegnere gli incendi, aprendo varchi tra le macerie in nuvoli di polvere.
Vi era una carenza cronica di beni alimentari e la loro distribuzione mediante tessera annonaria era insufficiente, tra l’altro nella guerra molti erano gli sbandati, in questo mia madre era stata assegnata al reparto tubercolosi nel padiglione più a nord, isolato per timore del contagio, la sorella le ricordava sempre di lavarsi le mani e di non toccarsi la bocca, un ulteriore elemento di ansia, le disposizioni prevedevano che tutto il cibo che avanzava nella distribuzione avrebbe dovuto essere gettato, ma a lei ed alle altre infermiere sembrava un affronto alla fame, quindi veniva distribuito clandestinamente ai poveri che affluivano attraverso una porticina di servizio aperta appositamente.
La suora Caposala lo venne a sapere e chiese chiarimenti, le infermiere spiegarono che nella carenza di cibo in atto gettarlo via perché non assegnato sembrava loro una offesa al buon senso, la suora dopo una breve riflessione disse loro di continuare ma con prudenza, lei avrebbe fatto finta di non sapere altrimenti avrebbe dovuto intervenire.
I rapporti con le truppe tedesche e i raparti della RSI erano molto formali, per arrivare all’Ospedale di S. Martino si doveva passare davanti alla Casa dello Studente, una costruzione del ventennio destinata ad ospitare gli universitari fuori casa, durante l’occupazione divenne un luogo di detenzione per oppositori politici, circondata da filo spinato e sorvegliata da sentinelle.
Quando si passava davanti si sentivano i lamenti e le urla provenienti dai sotterranei dove erano torturati e rinchiusi gli oppositori, si doveva rimanere indifferenti e proseguire pena l’arresto se si mostrava curiosità o pietà, all’interno dell’Ospedale vi erano alcuni padiglioni riservati ai tedeschi e ai militi della RSI anche in questo caso vi doveva essere indifferenza, niente commenti o curiosità.
Al momento della liberazione ai primi spari la mamma con la sorella erano in servizio alla fine del turno le furono date da indossare le fasce per il braccio della croce rossa, tuttavia dovevano passare per Piazza Terralba da dove sparavano in continuazione sulla strada degli elementi fascisti asserragliati in una palazzina isolata a due piani, fino il caricatore veniva immediatamente sostituita l’arma per mantenere costante il volume del fuoco, non volevano arrendersi ai partigiani aspettando gli Alleati per la resa.
Per attraversare la strada sotto il fuoco costante occorreva aspettare i pochi secondi del cambio d’arma, sperando che il fuoco non fosse in quel momento alternato con una seconda arma.
Da una parte e dall’altra della strada vi erano due partigiani che controllavano il tiro proveniente dalla casa, nel momento che cessava ad un loro segno si attraversava correndo la strada, sperando che non vi fosse stato un errore e di non cadere, con il cuore in gola una sorella alla volta attraversavano correndo a perdifiato la strada.
Nell’Ospedale vi era un servizio di sorveglianza interna di guardie giurate che oltre all’entrata passavano di notte per i padiglioni, controllando che tutto procedesse tranquillo e che le infermiere non si addormentassero, facendo altrimenti rapporto alla Direzione, a tal fine nella sala infermiere queste si erano dotate di una caffettiera napoletana per la notte poteva accadere che prevalesse la stanchezza e ci si addormentasse con la testa sul tavolo.
Le medicine erano preziose ed erano quindi chiuse a chiave in un armadietto metallico, la quale era conservata dalla suora Caposala che provvedeva alla consegna delle medicine alle infermiere secondo il piano medico.
La stanchezza e la tensione continua della guerra poteva portare a compiere errori, alla fine della guerra l’atmosfera si fece più leggera, gli Alleati rifornirono di medicine l’Ospedale, affluirono cibo, vestiario e strumentazione si circolò senza la paura di improvvisi rastrellamenti, oltre alla fine dei bombardamenti, le giovani infermiere si fecero fotografare sorridenti sedute sull’erba nei giardini di S. Martino.
lunedì 19 gennaio 2026
Tesi di Laurea Dott Davide Corona
“DUELLO DI ARTIGLIERIE”
La Batteria dello chaberton nelle operazioni sul
Fronte alpino occidentale
10-25 giugno 1940
ANNO ACCADEMICO 2022/2023
PREMESSA
L’oggetto di questo studio trae origine dall’attrazione che da sempre lo Chaberton, icona unica tra le montagne dell’Alta Valle di Susa, ha esercitato sulle mie personali attività di ricerca e studio volte alla conoscenza storica degli avvenimenti succedutisi durante lo svolgimento delle operazioni militari legate alla campagna delle Alpi Occidentali del giugno 1940, tra l’Italia e la Francia.
Oggigiorno, a distanza di più di ottant’anni dai fatti di quel tragico 21 giugno, i resti di quella che fu “la batteria più alta d’Europa”, per il tempo di allora addirittura del “mondo”, non smettono di attirare le attenzioni e le curiosità di un folto e variegato pubblico che composto da studiosi, appassionati, ricercatori, alpinisti e semplici escursionisti ogni anno, ascendendone gli itinerari di salita, ne brulica letteralmente la vetta.
Situato all’estremo limite ovest della frontiera alpina sulla sinistra orografica del Colle del Monginevro, la mole piramidale del Monte Chaberton, dominante gli abitati di Cesana Torinese e di Claviere, sovrasta e controlla l’intera conca di Briançon: sin da subito, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, la sua cima fu oggetto di studio da parte della “Commissione Centrale di Difesa dello Stato” al fine di poterne valutare l’idoneità ad ospitare una batteria di artiglieria pesante il cui compito sarebbe stato quello di minacciare in profondità, con il fuoco dei propri pezzi, le difese transalpine posizionate a baluardo del primissimo tratto di territorio francese.
Certe della sua invulnerabilità derivante dalla quota e dalla ottimale posizione topografica le maestranze del Genio Militare italiano, dirette e coordinate dal brillante capitano modenese Luigi Pollari Maglietta diedero avvio, nel 1896, ai lavori di quella che sarebbe diventata la più alta “batteria autonoma ad azione lontana” d’Europa, da subito vanto dell’artiglieria da fortezza italiana ma, anche, principale fonte di preoccupazione per lo stato maggiore francese che vedeva in essa la più grave minaccia ad uno dei tratti di confine più delicati e, strategicamente importanti, dell’intero arco alpino occidentale.
“Distruggere lo Chaberton” rappresentò dunque una delle massime priorità per l’alto comando francese che non perse un attimo, sin dall’inizio dei lavori di costruzione, nell’avviare gli studi necessari all’approntamento e validazione dei piani di tiro che avrebbero dovuto condurne, nella prima occasione resasi utile, alla definitiva neutralizzazione.
Questa spasmodica ma al tempo stesso meticolosa ricerca di soluzioni fece giungere le lancette della storia al giugno 1940. Dopo la presa delle “decisioni irrevocabili” e la ripresa dei soffi di guerra sulle Alpi, ai francesi si presentò finalmente la tanto attesa occasione per chiudere definitivamente la partita con lo “scomodissimo” vicino.
Se alle 17.15 di quel fatale 21 giugno venne messa fine al mito dell’invulnerabilità del “forte delle nuvole”, da parte del violento bombardamento condotto dai mortai francesi, contestualmente si eresse agli onori delle cronache militari il sacrificio della 515a Batteria “Guardia alla Frontiera” che, pur provata da ingenti perdite (ben 10 Caduti tra cui la MOVM, sergente maggiore Ferruccio Ferrari) seppe condurre una strenua resistenza che suscitò l’ammirazione e la menzione degli stessi comandi che segnalarono “la condotta esemplare di questo reparto che in una lotta senza speranza, o quasi, ha difeso sino all’esaurimento dei mezzi la postazione affidata al suo onore”.
Giunti così, dopo soli ma cruenti 4 giorni di ostilità, all’armistizio del 25 giugno la batteria, seppur gravemente danneggiata nelle sue componenti attive e logistiche sopravvisse con il proprio presidio senza che essa entrasse mai più in azione. Dopo l’otto settembre, con l’abbandono italiano, la successiva presenza dei reparti tedeschi la trasformò in un semplice posto di osservazione per i movimenti nemici del fondovalle, in particolar modo durante la seconda fase della “battaglia delle alpi” nell’inverno-primavera 1944-45 per poi passare, in osservanza a quanto sancito nel Trattato di Pace del 1947, definitivamente in territorio francese.
Vendicando la “pugnalata alla schiena” di sette anni prima la Francia riuscì a realizzare, con l’inglobamento della batteria, parte dei suoi obiettivi di annessione territoriale definiti nel trattato motivati non tanto da ragioni militari, quanto da un ritrovato e riacquisito sentimento di “grandeur” nazionale, tipicamente transalpino: lo Chaberton, sotto questo punto di vista, non poteva non rappresentarne l’essenza.
sabato 10 gennaio 2026
Giovanni Riccardo Baldelli . La Polizia Africa Italiana
.
La Polizia dell’Africa Italiana
(d’ora in poi P.A.I.) era un organo
di polizia coloniale, costituito nel 1937, dipendente-dal
Ministero per l'Africa Italiana, ma che era
a tutti gli effetti, come indicato all’articolo
2 del Decreto Legge[1]
istitutivo, “organizzato militarmente, forma il nucleo essenziale e
principale della forza pubblica nell'Africa Italiana, fa parte delle Forze
armate dello Stato e concorre alle operazioni militari di polizia e di guerra.
Per meglio comprendere la struttura ordinativa
dei Reparti della P.A.I. dislocati in
A.O.I. è opportuno fare riferimento all’articolo 15 del Decreto, che stabiliva
la costituzione e i compiti, nel quale era indicato: “I Comandi del Corpo della polizia coloniale si distinguono in fissi e
mobili. I Comandi fissi sono i seguenti:
a)
il Comando generale che costituisce uno degli uffici centrali nei quali è
ripartito il Ministero dell'Africa Italiana;
b)
gli Ispettorati generali alle dipendenze rispettivamente del governatore
generale dell'A.O.I. e del governatore generale della Libia;
c)
le Questure alle dipendenze rispettivamente dei governatori dell'A.O.I., del
governatore di Addis Abeba e dei commissari provinciali della Libia;
d)
gli Uffici commissariali di polizia alle dipendenze dei commissari di governo;
e)
le Sezioni di polizia alle dipendenze dei residenti;
f)
le Stazioni ed i Posti di polizia alle dipendenze dei Viceresidenti o, in
mancanza, dei residenti.
Il successivo articolo 16 dettagliava la tipologia dei Comandi e degli organi alle loro dipendenze: I Comandi mobili, permanenti o temporanei, sono costituiti da:
a)
Distaccamenti di polizia coloniale
b)
Bande di polizia coloniale e altre formazioni similari composte di indigeni e
inquadrate da ufficiali e sottufficiali della polizia coloniale.
Per
far fronte a eventuali gravi esigenze di ordine pubblico, a calamità o ad
avvenimenti eccezionali, possono essere costituiti reparti di maggiore entità
denominati colonne di polizia coloniale.
I
Comandi mobili permanenti sono istituiti con provvedimento del Ministro per
l'Africa Italiana e quelli temporanei con provvedimento del governatore.
Dal
1938 erano stati inviati in A.O.I. sei Battaglioni di Polizia
Coloniale che per effetto di un decreto emanato l’11 aprile del 1938
vennero denominati:
-
Battaglione “Luigi
Amedeo di Savoia” assegnato al Governo
di Addis Abeba (poi divenuto Governo
dello Scioa);
-
Battaglione “Giuseppe
Giulietti” assegnato al Governo
dell’Eritrea;
-
Battaglione “Antonio
Cecchi” assegnato al Governo della
Somalia;
-
Battaglione “Gaetano
Casati” assegnato al Governo
dell’Amara;
-
Battaglione “Eugenio
Ruspoli” assegnato al Governo
dell’Harar;
-
Battaglione “Vittorio
Bottego” assegnato al Governo del
Galla Sidama.[2]
A
queste unità si aggiungevano le Questure, ubicate nelle sedi dei rispettivi Governi, i Commissariati e le Stazioni
dislocate nei centri più piccoli dell’A.O.I. [3] Art. 18.
In
previsione dell’entrata in guerra vennero costituite in diverse zone dell’A.O.I.,
per far fronte ad eventuali impieghi bellici, le seguenti unità:
-
la banda P.A.I. Uollo Jeggiù, formata dal
23 maggio 1940 nell’Amara, con una forza di: 3 Ufficiali, 3 guardie nazionali e
546 guardie coloniali;
-
la banda P.A.I. della Somalia, costituita il 25 maggio 1940 a Mogadiscio, con
1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 100 guardie coloniali;
-
un Reparto di polizia stradale, formato ad Addis Abeba dal 3 giugno 1940 e
posto alle dirette dipendenze del Comando
Superiore Forze Armate dell’Africa Orientale, con 1 Ufficiale e 56 tra
Sottufficiali, appuntati e guardie motociclisti nazionali;
-
il 1° Gruppo Motorizzato P.A.I., in corso
di costituzione ad Addis Abeba, articolato in:
·
Comando di Gruppo, con 1 Ufficiale, 4 tra Sottufficiali, appuntati
e guardie nazionali e 10 guardie coloniali;
·
compagnia motociclisti, con 4 Ufficiali, 63 tra Sottufficiali,
appuntati e guardie nazionali e 27 guardie coloniali;
·
1a banda autocarrata, con 1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 249
guardie coloniali;
·
2a banda autocarrata, con 1 Ufficiale, 1 guardia nazionale e 204
guardie coloniali;
·
un’autocolonna, con 1 Ufficiale, 1 guardia
nazionale 13 autocarri Ceirano, 7 furgoncini
1100, 6 motocarrelli e 2 spider.[4]
All’Asmara
era stato dato corso dall’8 giugno del 1940 alla costituzione del 2° Gruppo Motorizzato P.A.I. strutturato
su:
-
Comando di Gruppo, con 3 Ufficiali, 4 tra Sottufficiali, appuntati
e guardie nazionali e 10 guardie coloniali;
-
plotone motociclisti, con 30 tra Sottufficiali, appuntati, guardie
nazionali e guardie coloniali;
-
una banda autocarrata, con 1 Ufficiale e
circa 300 guardie coloniali.[5]
Nella
missiva, indirizzata al Comando
Scacchiere Nord, in cui si preannunciava la costituzione del 2° Gruppo Motorizzato P.A.I., si precisava che tutti i motociclisti e il
personale italiano sarebbero stati armati con Moschetto Automatico Beretta e il restante con il moschetto 91. Nel concludere la lettera,
con la richiesta di quattro mitragliatrici - che avrebbero dovuto equipaggiare
la banda (tre armi) e il plotone motociclisti (un’arma) -, si
preannunciava la costituzione a Cheren di un’altra banda con 250-300 coloniali effettivi. Il personale effettivo della
Polizia Africa Italiana al 1° giugno 1940 era quantificato in: 90 Ufficiali, 349 Sottufficiali, 1.341 guardie
nazionali e 4.601 guardie coloniali (totale generale 6.381 uomini).[6]
Nel
corso delle operazioni in Somaliland al Vicebrigadiere della P.A.I. Luigi Orecchioni venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare, unico milite del Corpo a cui fu assegnata
la massima onorificenza militare alla memoria.[7]
[1] Regio Decreto 10 giugno 1937, n. 1211 Regolamento organico del Corpo della polizia
coloniale pubblicato in GURI n.174 del 29 luglio 1937
[2] Piero CROCIANI, La Polizia dell’Africa Italiana (1937-1945), Ufficio Storico della
Polizia di Stato, Laurus Robuffo, Roma 2009, pp. 73-75
[3] L’articolo
18 del Regio Decreto 15 novembre 1937, n. 2708 sanciva che In ogni capoluogo di Governo è istituita una Questura a capo della
quale è posto un funzionario del Corpo della polizia coloniale di grado 6° o
7°. La Questura riceve direttive dalla Direzione degli affari politici e fa
capo alle Direzioni di Governo secondo la natura degli affari da espletare.
[4] Piero CROCIANI, La Polizia dell’Africa Italiana (1937-1945), op.cit., pp. 88-89
[5] Ivi, pp. 89-90
[6] Alberto ROVIGHI, Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940-novembre 1941). Volume
II. Documenti, op. cit., Documento 14 p. 57
[7] Arruolatosi
come Carabiniere nel 1932 veniva inviato nel giugno 1935 per l’Eritrea con 1’88ª
sezione CC.RR. da montagna mobilitata. Partecipava alla conquista
dell’Etiopia distinguendosi sull’Endertà e nella marcia su Addis Abeba,
rimpatriato nel febbraio del 1937 rientrava alla legione di appartenenza in
Cagliari. Nel 1938 si arruolava nel neocostituito Corpo di polizia coloniale
e con il grado di guardia venne destinato alla Questura di Addis Abeba.
Divenuto Vicebrigadiere, dopo aver partecipato al 1° Corso Allievi
Sottufficiali e trasferito alla Questura di Asmara. Allo scoppio della
guerra nel giugno 1940, chiedeva ed otteneva di essere assegnato alla 1ª
banda P.A.I. dell’Amara. Nel corso della campagna in Somaliland cadeva
colpito a morte durante uno scontro con forze avversarie; per il suo
comportamento gli veniva concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la
seguente motivazione:
“Alla vigilia della campagna contro la Somalia
inglese, rifiutava un urgente intervento chirurgico per seguire il suo reparto,
da lui guerrescamente addestrato, al battesimo del fuoco. Vice comandante di
una banda P.A.I. in aspro, lungo e violento combattimento contro forze
avversarie superiori per numero e per mezzi bellici, guidava la sua mezza
banda, attraverso una cortina di fuoco, con leonino coraggio e superbo sprezzo
del pericolo, su successive munitissime posizioni nemiche. Ferito ad un braccio
sdegnava qualsiasi assistenza. Con raddoppiato ardore, con azione personale
assaltava a bombe a mano un centro di resistenza nemico dotato di due armi
automatiche. Investito a bruciapelo da una raffica di mitragliatrice, cadeva
per rialzarsi morente e lanciare ancora una bomba contro il nemico, quale suo
estremo atto di dedizione, per aprire, alle armi della Patria, la via della
vittoria. Agli ascari accorsi in suo soccorso, con gli ultimi aneliti rivolgeva
parole di incitamento a perseverare nell’avanzata, di augurio e di fede per la
Patria ed il Corpo, ai quali dava in olocausto la propria giovinezza. Esempio
mirabile di virtù militari, di sublime sentimento di dedizione al dovere e di
amor di Patria” – Lafaruc, 17 agosto 1940.
http://www.istitutodelnastroazzurro.org
URL consultato il 25 gennaio 2023
mercoledì 31 dicembre 2025
Irma Bandiera, Medaglia d'Oro al Valore Militare
Alessia Biasiolo
Il
ricordo delle Medaglie al Valor Militare permette di mantenere il legame con
quella parte di vita vera che speriamo di non dover provare sulla nostra pelle:
persone che hanno dovuto affrontare problemi e incombenze alle quale mai
avrebbero pensato e che hanno stabilito il confine tra subire e voltarsi
dall’altra parte, oppure reagire, anche a costo della propria vita o di quella
dei propri cari.
Il
caso di Irma Bandiera è uno di quelli. Bolognese, classe 1915, apparteneva ad
una famiglia antifascista. Fidanzata con il militare Federico Cremonini di
stanza a Creta, se lo ritrovò fatto prigioniero dopo l’8 settembre e,
tragicamente, la nave che lo stava portando in un campo di prigionia verso il
Pireo venne bombardata dagli Alleati. Cremonini venne dato per disperso.
La
tragica situazione italiana e il dolore per la perdita di Federico, avvicinò
Irma ai resistenti che cominciò ad aiutare, entrando nel contempo nelle fila
del Partito Comunista.
Conosciuto
Dino Cipollani, noto con il nome di battaglia di Marco, Irma prese sempre più
parte attiva alla Resistenza diventando la sua staffetta con il nome di
battaglia di Mimma, fino al suo ingresso nella VII Brigata GAP di Bologna;
nella sua abitazione di Via Gorizia a Bologna allestì una base logistica
partigiana.
A
Funo, dove la donna aveva dei parenti che visitava di frequente, il 5 agosto
1944 venne ucciso un ufficiale tedesco e un comandante delle Brigate Nere: la
rappresaglia seguente portò all’arresto di tre partigiani e il 7 agosto anche
di Irma, che si era appena occupata di portare armi alla sua formazione. Venne
rinchiusa nelle scuole di San Giorgio di Piano separata dagli altri partigiani
arrestati, poi tradotta a Bologna e sottoposta a continue torture per sei
giorni per farle tradire i suoi compagni. Delle sevizie si occuparono i fascisti
della Compagnia Autonoma Speciale guidata dal capitano Renato Tartarotti. La
crudeltà nei confronti di Irma arrivò ad accecarla con una baionetta e, pur in
possesso di documenti cifrati, ella non rivelò i nomi dei suoi compagni oppure
la sede delle basi partigiane.
Il
14 agosto, in fin di vita e cieca, Irma venne portata sotto la sua abitazione
ancora nel tentativo di farla parlare. Date le inutili torture, i fascisti la
uccisero al Meloncello di Bologna.
I
familiari la cercarono ovunque, non avendo sue notizie: al centro di
smistamento delle Caserme Rosse in Via Coticella, o nel carcere bolognese di
San Giovanni in Monte; in Questura e al comando tedesco di Via Santa Chiara,
inutilmente.
Il
suo corpo venne ritrovato il 14 agosto sul selciato dello stabilimento di una
fabbrica di materiale sanitario dove doveva restare esposto per una giornata a
monito per chi sosteneva i partigiani.
Trasportato
il cadavere all’Istituto di Medicina Legale di Bologna, il custode scattò ai
poveri resti delle fotografie per testimoniare le torture alle quali era stata
sottoposta la donna.
Quindi
Irma Bandiera venne sepolta nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.
Il
Partito Comunista diramò un foglio clandestino per incitare ad intensificare
lotta contro gli occupanti, proprio in nome di Irma, e la formazione di
partigiani attivi a Bologna prese il suo nome: Prima Brigata Garibaldi “Irma
Bandiera”. Le venne intitolata una Brigata SAP e un Gruppo di Difesa della
Donna.
Al
termine del conflitto venne riconosciuta ad Irma Bandiera la Medaglia d’Oro al
Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: “Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome
della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento
dalle SS tedesche, sottoposta a feroci torture, non disse una parola che
potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata fu barbaramente
trucidata e il corpo lasciato sulla pubblica via. Eroina purissima degna delle
virtù delle italiche donne, fu faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi
nella guerra di liberazione”.
A Bologna la lapide in suo ricordo recita:
“Irma Bandiera/ Eroina nazionale/
1915 – 1944/ Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte/ La libertà e la
giovinezza offristi/ Per la vita e il riscatto del popolo e dell'Italia/ Solo
l'immenso orgoglio attenua il fiero dolore/ Dei compagni di lotta/ Quanti ti
conobbero e amarono/ Nel luogo del tuo sacrificio/ A perenne ricordo/ Posero”.
Lasciata Bologna, Renato Tartarotti si trasferì a Trieste. All’inizio del
1945, con gli uomini della sua Compagnia, si trovò a Vobarno (Brescia) dove
venne arrestato per estorsione e rapina e rinchiuso in carcere a Brescia.
Riuscito ad evadere, venne catturato il 16 maggio dai gappisti della
135esima Brigata Garibaldi in Val Trompia e riportato in carcere a Brescia.
Processato a Bologna dalla Corte d’Assise Straordinaria, venne condannato a
morte per fucilazione alla schiena. La sentenza venne applicata presso il
Poligono di Tiro di Bologna il 2 ottobre 1945, alle sei del mattino.
Alessia Biasiolo













