mercoledì 31 marzo 2021
Lo Sbarco di Anzio. Iconografia
sabato 20 marzo 2021
mercoledì 10 marzo 2021
Lo sbarco di Anzio 22 gennaio -28 maggio 1944
Progetto Dizionario minimo della Guerra di Liberazione Draft:
Nel
momento in cui gli Alleati furono fermati a nord nella loro avanzata verso
Roma, con l’inoltrarsi della stagione invernale, presero coscienza che le
operazioni in Italia non sarebbero state facili. A Tunisi, dove Wiston
Churchill era trattenuto per motivi di salute, maturò l’idea di tentare uno
sbarco nel retro delle difese tedesche di Cassino e quindi farle cadere per
manovra. IL piano era sostenuto dai Britannici ma era osteggiato dagli
Statuinitensi, che vedevano in questa operazione solo un inutile spreco di
uomini e di risorse, essendo loro entrati ormai nell’ottica strategica che
tutto doveva essere messo a disposizione di Overlord. Nelle discussioni
relative questi dissidi tra gli alleati pesarono molto, in quanto si crearono
false aspettative e tutto sembrava facile. Una volta sbarcati, superate le
difese costiere si era convinti di arrivare ai Colli Albani e addirittura
conquistare Roma con un semplice sforzo. Alla fine prevalse la volontà di
Cherchill el’operazione fu approvata. Si doveva sbarcare a sud di Roma, in
quanto questa era il limite della aviazione, limite grave in quanto gli aerei
alleati potevano rimanere sul cielo di Anzio solo una decina di minuti, poi
dovevano rientrare alla base per rifornirsi. Pertanto la più retributiva area
di Civitavecchia, che prestava condizioni di sbarco ottimali (oltre alle difese
di Cassino anche Roma sarebbe caduta per manovra) soprattutto per la
disponibilità del porto che era veramente notevole, non fu presa in
considerazione. Non conoscendo questo dato i tedeschi avevano rafforzato le
difese a nord di Roma e quindi nell’area di Civitavecchia, mentre avevano
lasciato completamente indifese le zone di sbarco a sud di Roma, lungo il
litorale Laziale. L’unico punto utile era l’area a ridosso di Anzio, che aveva
un porto sufficiente per l’alimentazione logistica delle truppe sbarcate.
L’operazione
ebbe inizio il 22 gennaio e non trovò nessuna resistenza; la sorpresa fu
totale. Raggiunti nel primo giorno tutti gli obiettivi, anziché proseguire
verso l’interno e puntare su Colle Albani per tagliare le vie di comunicazione
verso sud, il gen. Luca, che comandata la forza sbarcata, memore dei precedenti
della Sicilia e di Salerno, dedicò tutto il tempo disponibile a dotare la testa
di ponte del maggior numero di materiali, anche perché sapeva che i mezzi da
sbarco gli sarebbero stati sottratti dal 5 febbraio per essere messi a
disposizione di Overlord. Passarono così tre giorni importanti in cui la testa
di ponte si allargò verso l’interno ma permisero ai tedeschi, che nell’area non
avevano truppe di far affluire ingenti forze che riuscirono ad attestarsi a difesa
dal quarto giorno in poi. Le difese tedesche divennero sempre più robuste e
quando gli americani tentarono una punta in avanti con formazioni di Rangers,
fu un disastro. Praticamente i due reggimenti impiegati furono distrutti, e
solo sei uomini ritornarono alla base, gli altri o caduti o feriti o nella
maggior parte fatti prigionieri. Ai
primi di febbraio i tedeschi lanciarono una controffensiva che fu fermata a
stento. Ormai la situazione era compromessa: da una parte gli alleati che
facevano affluire mezzi ed uomini dall’altra i tedeschi che tentarono in tre
offensive lanciate nel corso del mese di febbraio di rigettare a mare gli
alleati. Ai primi di marzo la situazione entrò in stallo: in pratica sei
divisioni alleate erano sulla testa di ponte con le formazioni tedesche che
presidiavano le posizioni per tenere aperte le vie verso Cassino. In sostanza
lo sbarco fu un fallimento e non raggiunse lo scopo strategico che si era
prefisso. Occorrerà aspettare la caduta del fronte di Cassino affinchè le forze
sbarcate ad Anzio potessero partecipare alle operazioni per la conquista di
Roma e l’avanzata verso nord.
domenica 28 febbraio 2021
sabato 20 febbraio 2021
mercoledì 10 febbraio 2021
1944 Le quattro battaglie di Cassino
Nota a Margine del Progetto 2016/1 "Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione " Draft.
Agli
inizi del 1944 il gen. Eisenhower e il gen. Montgomery fino ad allora assoluti protagonisti delle
operazioni in Italia, vengono chiamati in Gran Bretagna per occuparsi
direttamente della operazione Overlord. E’ un momento strategico significativo.
Ormai il teatro mediterraneo deve lasciare il passo a quello occidentale, dove
ogni risorsa dovrà essere destinata alla apertura del secondo fronte. Gli
uomini che sostituiscono Eisenhower e Montgomery sono uomini di secondo piano,
come di secondo piano diviene il fronte italiano. Si assisterà ad un continuo
ritiro di forze alleate, destinate in Gran Bretagna, ed ad un costante
rimpiazzo di queste con forze provenienti dai quattro angoli dell’impero e dal
resto del mondo: oltre agli indiani, arriveranno i polacchi, i brasiliani, i
neozelandesi, mentre lasciano l’Italia, anche perché il loro comportamento non
è stato irreprensibile, anzi molto discutibile e biasimevole, le unità del
Corpo di spedizione francese, composto per la maggior parte da truppe
coloniali. Questa politica strategica, nella seconda metà del 1944 favorirà
proprio di Italiani, che, mentre nella prima metà dell’anno sono visti ancora
come nemici vinti e, soprattutto da parte britannica, da impiegare solo nel
settore logistico, con l’operazione Anvil - Dragoon e tenendo presente il
favorevole sviluppo delle operazioni in Francia, nella seconda metà dell’anno
saranno chiamati a dare consistenti forze combattenti per tenere il fronte
italiano. Sarà la trasformazione del Corpo Italiano di Liberazione, ritirato
dalla linea nel settembre del 1944, quando aveva raggiunto il Metauro, nei
Gruppi di Combattimento, ovvero unità combattenti a livello divisione che
porterà le forze combattenti italiane a 250.000 mila effettivi.
Gli
Alleati erano convinti che la risalita della penisola italiana fosse
relativamente agevole, ma la battaglia di Ortona nel dicembre 1943 dimostrò che
i tedeschi, con la tattica dell’arresto momentaneo su posizioni prestabilite, reazioni
dinamiche immediate e sganciamento preventivo dopo che l’attacco alleato era
stato montato su posizioni arretrate già organizzate a difesa, potevano
mantenere il loro potenziale di difesa, senza impiegare ulteriori forze. La
speranza alleata di alleggerire il fronte orientale si dimostrò vana, tanto che
il Maresciallo Stalin non considerò mai il fronte italiano come il secondo
fronte in Europa, anche se i tedeschi dovettero impegnare circa 30 divisioni
tra il fronte e le retrovie, che però nel bilancio generale della guerra ebbero
poco peso.
All’inizio
del 1944. Gli Alleati, nella loro progressione verso nord, il due gennaio
diedero inizio a quella che poi fu chiamata la battaglia di Cassino, che
sviluppatesi in quattro fasi, si concluderà il 24 maggio: Cassino era il perno
della difesa, sovrastata dalla maestosa ed imponente abbazia benedettina, che
però dal punto di vista militare non aveva alcun valore e praticamente
insignificante. Il suo valore, più che altro deterrente, era di caratteri
piscologico e morale. Il terreno era quanto mai difficile ed adatta più alla
difesa che all’attaco; non era possibile impegare le forze corazzate a massa,
mentre la artiglieria aveva buon gioco più nella difesa che nell’attacco.
L’aviazione tattica era limitata sia dalle postazioni in caverna o al riparo
della difesa che dalla identificazione degli obiettivi difficilmente
individuabili e perseguibili. Gli alvei
dei fiumi Liri, Rapido e Garignano rappresentavano punti critici per
l’attaccante, e appigli tattici abbastanza buoni per il difensore; i sistemi
montuosi degli Aurunci e di monte Trocchio erano altrettanti pilastri di difesa
che, a posteriori, permettono di dire che la loro difesa bloccò l’avanzata
alleata, data da tutti certa e sicura, fu bloccata per cinque mesi.
Le
forze contrapposte vedevano da una parte i tedeschi, al saldo e preciso comando
del gen. Kesserling, che disponeva di 10 divisioni, non tutte al massimo della
efficienza, ma con personale deciso, di sicuro affidamento e di grande
esperienza. Gran parte di queste forze erano ordinate nella X Armata al comando
del gen. Wietingoff, che aveva la diretta responsabilità del fronte tirrenico.
Di fronte gli alleati schieravano il II C.d.A. del gen. Keyes, inquadrato nella
V Armata al comando del gen. Clark.
Nel
momento in cui furono investite le posizioni tedesche, le zone di protezione e
di frenaggio funo facilmente superate. Il 15 gennaio fu investita la posizione
di resistenza e l’azione, protattasi per giorni, con attacchi sul Garigliano e
sul Rapido, con la protezione sul fianco del Corpo di Spedizione Francese,
doveva essere aiutata dalla azione concorrente della operazione “Schingle”. Il
22 gennaio 1944 il VI C.D.A. che comprendeva anche forze britanniche, sbarcava
a sud di Roma, nel litorale laziale con l’obiettivo di tagliare ogni
alimentazione e quindi accerchiare le forze tedesche schierate sulla linea
Gustav. Cassino quindi doveva cadere dalle azioni combinate di attacco da sud e
aggiramento mediante lo sbarco ad Anzio. Entro in azione anche il X C.d.A.
britannico al comando del generale Mc Creery, che superò il Garigliano, e
conquistò la località di Minturno.
Nella
prima metà di febbraio il Comando alleato constatò che lo sbarco ad Anzio era
stato bloccato e le offensive contro la linea Gustav non avevano dato i
risultati sperati. Kesserling, peraltro, fu costretto a chiamare in Italia tre
divisioni, per sostenere il fronte di Cassino, ed altre due, poi tre per
bloccare e cercare di eliminare o bloccare la testa di ponte di Anzio.
Convinti
che l’Abazia di Monte Cassino fosse utilizzata dai tedeschi, in violazione agli
accordi internazionali di neutralità) era considerato territorio del Vaticano,
Stato neutrale) gli alleati decisero di bombardarla. Fu un grave errore tattico
e piscologico. I tedeschi si installarono subito fra le rovine, ed ebbero
ulteriori osservatori sul campo di battaglia. L’attaco lanciato in
contemporanea al bombardamento dai neozelandesi, il cui comandante gen. Freyberg
aveva insistentemente voluto il bombardamento della abbazia, fu respinto.
Un
lungo periodo di maltempo bloccò ogni operazione sul fronte di Cassino per
diverse settimane. Il 15 marzo l’attaco fu di nuovo tentato. Iniziò con un
potente bombardamento aereo (oltre 1000 tonnellate di bombe furono lanciate)
seguito da un fuoco di sbarramento di artiglieria, finito il quale la fanteria
iniziò ad avanzare, appoggiata dai mezzi corazzati. Le unità impiegate erano
sempre neozelandesi, affiancate dalle truppe indiane del generale Turker. Alla
fine della giornata metà della cittadina di Cassino era in mano alleata: il il
giorno successivo i paracadutisti tedeschi della 1° Divisione passarono al
contrattacco e ristabilirono le posizioni. Ancona una volta gli alleati erano
stati fermati.
All’inizio di maggio venne messo allo studio
un nuovo piano di attacco per superare le difese tedesche di Cassino. Attacco
frontale che doveva essere sostenuto da
azioni concorrenti, come quella di puntare al di là del Garigliano ed avere
come obiettivo Valmontone. Gli alleati schierarono se divisioni, di cui 12 ( inglesi, 4 francesi, 2
americane, e 2 polacche per l’attaco frontale) e le altre 4 per che dovevano
bloccare le divisioni tedesche per
aggiramento ed impedire loro di raggiungere le posizioni arretrate) contro le
sette divisioni tedesche, che comprendevano oltre a quelle della X Armata anche
quelle della XIV Armata. L’11 maggio inizio il fuoco dell’artiglieria con oltre
2000 pezzi, a cui si sovrappose i bombardamenti della aviazione tattica. Le
sorti della battaglia rimasero incerte per oltre tre giorni. Il 14 maggio le
divisioni francesi conquistarono il monte Faito ed il Monte Maio, raggiungendo
Ausonia. Il 15 gli attacchi americani lungo il litorale tirreno ebbero esito
favorevole, ed il XIII C.d.A. prese Pignataro, che con la sua ala destra potè
dare un valido contributo alla azione del Corpo Polacco, la cui progressione
verso l’area della Abazia si sviluppo nei giorni successivi. Ormai le difese
tedesche erano ovunque attaccate e si cominciarono a sgretolarsi. Dopo un
ulteriore sforzo, il 18 maggio i Polacchi piantarono la loro bandiera sulle
rovine dell’Abazia, e la situazione si sbloccò sull’intero fronte.. La
battaglia per Cassino era termina
domenica 31 gennaio 2021
Gino Tommasi Medaglia d'Oro
Gino Tommasi
Tenente colonnello di complemento artiglieria, nato ad
Ancona nel 1895 Mathausen, 1944
Partecipò alla prima guerra mondiale come subalterno della
milizia territoriale nel 1° reggimento artiglieria da montagna. Congedato nel
novembre 1919, riprese a Bologna gli studi universitari interrotti e l'anno
dopo conseguì la laurea in ingegneria. Dedicatosi in Ancona alla professione
libera, fu promosso capitano nel 1933 e maggiore nel gennaio 1942. Durante la
seconda guerra mondiale fu esonerato dal servizio in relazione agli incarichi
affidatigli quale ispettore regionale del controllo dei combustibili. Dopo l'8
settembre 1943, venne incaricato dal C.L.N. di Ancona di assumere il comando
dei primi nuclei partigiani del settore adriatico che costituirono il centro di
formazione della Brigata garibaldina “Ancona” di cui assunse il comando col
grado di tenente colonnello. Arrestato a Borghetto di Ancona il 10 febbraio
1944 e deportato in Germania, morì nel campo di Mauthausen il 5 maggio 1945.
Medaglia d'Oro al Valor Militare.
mercoledì 20 gennaio 2021
Osvaldo Biribicchi. La campagna d'Italia
1943-1945: il ruolo dei reparti
regolari dell’Esercito nella Campagna d’Italia al fianco degli Alleati
di
Osvaldo Biribicchi
Nella primavera del 1943 le forze
armate italiane, dopo la tragica ritirata dalla Russia e la resa in Nord Africa,
il 12 maggio 1943, non erano più in grado di tener testa agli avversari. Di ciò
erano consapevoli Mussolini, il Re e milioni di cittadini ormai stanchi di
lutti ed inutili sacrifici. Prolungare un conflitto ormai perduto avrebbe
significato solamente aggravare la già critica situazione economica e sociale,
rinviare la sconfitta finale, esporre l’Italia ad ulteriori perdite di vite
umane e distruzioni apocalittiche. Fu in questa atmosfera che gli
anglo-americani si prepararono ad invadere la penisola. La caduta di Lampedusa
e Pantelleria l’11 ed il 12 giugno 1943 fu la premessa dello sbarco degli Alleati
in Sicilia, che avvenne il 10 luglio tra Siracusa e Licata, in attuazione della
operazione Husky. Iniziava la
cosiddetta Campagna d’Italia che per
i tedeschi invece sarebbe iniziata la sera dell’8 settembre 1943 nel momento in
cui Badoglio annunciò l’armistizio. Per entrambi terminerà il 2 maggio 1945 con
la firma nella Reggia di Caserta della resa di tutte le forze tedesche in
Italia. In Sicilia, il 12 luglio la linea di difesa costiera italo-tedesca fu
sfondata. Pochi giorni dopo, il 19, Mussolini si incontrò a Feltre con Hitler
con l’intenzione di esporre all’alleato la drammatica situazione in cui versava
l’Italia e l’impossibilità a poter continuare la guerra. Di fronte a Hitler,
determinato a proseguire ad oltranza la lotta fino alle estreme conseguenze,
Mussolini che ormai aveva esaurito ogni energia non trovò la forza di esporre
ciò che i suoi più stretti collaboratori, fra questi il Capo di Stato Maggiore Generale
Ambrosio, gli avevano suggerito. Nelle stesse ore in cui si svolgeva
quell’incontro, Roma veniva bombardata pesantemente (dalle ore 11,05 alle
14,20) da circa 200 bombardieri americani che, in sei successive ondate,
colpirono i quartieri San Lorenzo e Tiburtino, sedi di importanti scali
ferroviari, Prenestino, Tuscolano e Casal Bertone. Fu colpito anche il Cimitero
del Verano. Le vittime accertate furono 1.486. L’impatto sul morale della
popolazione già provata fu notevole; Pio XII uscì dal Vaticano e si recò nei
luoghi del bombardamento invocando la pace e la fine del conflitto. In Sicilia
le forze italo-tedesche continuavano a combattere contro gli anglo-americani
che il 22 luglio entravano a Palermo, prima grande città europea ad essere
liberata dagli Alleati. Due giorni dopo fu tenuto il Gran Consiglio del
Fascismo[1]
che si concluse a tarda notte con l’approvazione di un Ordine del Giorno (il
cosiddetto Ordine del Giorno Grandi) in cui si imponeva al Capo del Governo di
rimettere ogni potere nelle mani del Re. Tutti erano convinti che una volta
rimosso Mussolini, eventualmente sostituto dallo stesso Grandi ex ambasciatore
a Londra, ci sarebbero state concrete possibilità di intavolare trattative con
gli Alleati per una pace onorevole, salvando l’integrità nazionale, la monarchia
ed il fascismo stesso. Il 25 luglio, una data che rimarrà ben incisa nella
storia recente d’Italia, Mussolini si recò presso la residenza del Re, a Villa
Savoia, per partecipargli la decisione del Gran Consiglio. Vittorio Emanuele
III, dopo oltre 22 anni di stretta collaborazione, lo fece arrestare dai
carabinieri ed affidò il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, ex
Capo di Stato Maggiore Generale, che nel suo proclama agli italiani dichiarò:
«Per ordine di S.M. il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese,
con pieni poteri. La guerra continua […]
La consegna ricevuta è chiara e precisa […] chiunque si illuda di
poterne intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine
pubblico, sarà inesorabilmente colpito». In pratica si assistette ad un
rivolgimento tutto interno all’ambiente monarchico-fascista, la monarchia
abbandonava il fascismo a sé stesso, togliendogli ogni potere. Questo è uno dei
punti cruciali di quello che sarà il momento delle scelte all’indomani della
crisi armistiziale e delle sue tragiche conseguenze. Pietro Badoglio formò un
governo di militari ed alti funzionari dello Stato, tutti fino a poche ore
prima di “provata fede fascista”. Il comportamento ambiguo, le incertezze ed i
ritardi con cui il governo Badoglio avviò contatti segreti per trovare un
accordo con gli Alleati furono così tanti e persistenti da ingenerare in questi
ultimi seri dubbi sulle reali intenzioni degli italiani. Badoglio, che non
voleva rivelare ad Hitler le proprie intenzioni, non predispose nulla dal punto
di vista militare per evitare l’afflusso in Italia, dopo la destituzione di
Mussolini, di ingenti forze tedesche. Dal 26 luglio al 18 agosto, infatti, in
attuazione del piano di operazioni Alarico[2]
predisposto già da maggio del 1943, i tedeschi fecero affluire in Italia
attraverso il Brennero, il Passo di Tarvisio e gli altri valichi alpini 17
divisioni e 2 brigate in rinforzo a quelle già presenti. Formalmente queste
truppe scendevano nella penisola in aiuto degli italiani impegnati a
contrastare gli anglo-americani in Sicilia[3],
in realtà si predisponevano ad occuparla nel caso in cui il governo Badoglio si
fosse ritirato dalla guerra. Il 31 luglio il governo italiano decideva
segretamente di avviare colloqui attraverso i normali canali diplomatici con
gli Alleati. Nelle ore pomeridiane del 3 settembre 1943, sotto una tenda
piantata negli aranceti nella piana di Cassibile in Sicilia, veniva firmato
l’armistizio, passato alla storia come Armistizio
Corto, un documento ambiguo (tra l’altro non vi era alcun cenno al
trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata), approvato da Badoglio il
quale sperava di poterlo rinegoziare da posizioni migliori in futuro. Tale
armistizio fu poi annunciato da Eisenhower da Radio Algeri alle ore 16,30
dell’8 settembre 1943. Badoglio, sconcertato in quanto si aspettava
erroneamente l’annuncio non prima del 12 settembre, si risolse a proclamarlo con
una trasmissione che l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, la
progenitrice della odierna RAI) mise in onda alle 19,45. All’annuncio
dell’armistizio, ai tedeschi non restò che mettere in atto senza più indugi il
piano Alarico. In un clima di
grandissima confusione, iniziò quella che è passata alla storia come la fuga di
Pescara. Il Re, Badoglio ed i massimi vertici militari abbandonarono
precipitosamente Roma alla volta di Pescara e subito dopo di Ortona per
imbarcarsi sulla corvetta Baionetta. Gli
Alleati intanto proseguivano la lenta ma inarrestabile risalita della penisola
continuando ed intensificando i bombardamenti aerei; furono particolarmente
colpite le città di Napoli, Salerno, Foggia, Bologna, Torino, Genova e soprattutto
Milano[4].
Non solo le grandi, ma anche decine di piccole città e paesi che non erano sedi
né di fabbriche né di caserme furono oggetto di bombardamenti aerei. A Frascati,
piccolo centro dei Castelli Romani, ove si trovava il quartier generale di
Kesselring, il giorno dell’armistizio 130 bombardieri americani sganciarono 1.300
bombe che causarono 500 morti tra i civili e 200 fra i militari tedeschi. Il
tributo pagato dalla popolazione a causa dei bombardamenti aerei nel corso di
tutta la Campagna d’Italia fu altissimo[5].
Nelle stesse ore in cui il convoglio con le massime cariche dello Stato si
dirigeva indisturbato verso la costa adriatica le forze armate italiane,
disorientate ed in mancanza di disposizioni operative chiare e precise,
iniziavano a sfaldarsi progressivamente. La nuovissima corazzata Roma, con a bordo l’ammiraglio Bergamini,
veniva affondata nelle vicinanze dell’Isola dell’Asinara in Sardegna da aerei
tedeschi decollati da Istres in Francia; nella capitale avvenivano i primi
scontri tra reparti del regio esercito e tedeschi; la 5a armata
americana al comando del generale Clark sbarcava nel golfo di Salerno dove
incontrava una accanita difesa tedesca. La mattina dell’11 settembre il Re e
Badoglio sbarcarono a Brindisi, a partire da quel momento nacque il cosiddetto Regno del Sud al fine di garantire formalmente la continuità della sovranità
dello Stato italiano[6].
Il giorno dopo, il 12 settembre, paracadutisti tedeschi liberavano Mussolini
tenuto prigioniero in un albergo sul Gran Sasso in Abruzzo. Ebbene, in quel
periodo convulso e travagliato gli Alleati acconsentirono non senza diffidenza e
dietro insistente richiesta del governo Badoglio, che voleva concorrere
attivamente alla liberazione del Paese dall’occupazione tedesca, alla
costituzione di una unità combattente. Il 27 settembre 1943 in Puglia,
diciannove giorni dopo l’armistizio, nasceva il 1o Raggruppamento
Motorizzato, l’embrione del nuovo esercito, formato con unità prelevate dal LI
Corpo d’Armata e dalle Divisioni “Legnano”, “Piceno” e “Mantova” oltre a 2 battaglioni e due sezioni
Carabinieri. L’unità fu posta al
comando del generale Dapino. Intanto, la situazione politico-militare
progrediva rapidamente: il 29 settembre fu firmato l’Armistizio Lungo o
armistizio di Malta l'atto con il quale vennero precisate le condizioni della
resa senza condizioni già contenute genericamente nell'armistizio di Cassibile
(armistizio corto) che rimarranno in vigore fino al 10 febbraio 1947 quando il
Primo Ministro De Gasperi firmerà a Parigi il Trattato di pace. Con la firma
del cosiddetto armistizio lungo l’Italia liberata fu costretta a fornire agli
anglo-americani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed
infrastrutturali. Il 13 ottobre il governo Badoglio, la cui attività amministrativa
era stata sottoposta al diretto controllo anglo-americano, al fine di chiarire
la propria condotta politico-militare dichiarò guerra alla Germania. A partire
da questa data, il Regno del Sud assunse la posizione di cobelligerante
ovvero non fu più considerato nemico ma neanche alleato nel senso stretto del
termine. I tedeschi, a loro volta, riconobbero ai militari del Regno del Sud,
fino a quel momento considerati alla stregua di banditi, lo status di
combattenti nemici “legali”. L’8
dicembre 1943, il 1o Raggruppamento Motorizzato ebbe il battesimo del fuoco a Monte Lungo in
Campania. L’attacco non riuscì a conseguire l’obiettivo prefissato e fu
ripetuto, questa volta con successo, il 16 dicembre con il supporto degli
americani. Alla fine di gennaio 1944, il comando dell’unità operativa fu
assegnato al generale Umberto Utili che il 31 marzo la guidò in un’altra
battaglia importante della Campagna d’Italia quella di Monte Marrone della
catena montuosa delle Mainarde al confine tra Lazio e Molise. Dopo i successi
di Monte Lungo e di Monte Marrone gli Alleati autorizzarono la trasformazione
del 1° Raggruppamento Motorizzato in una unità più consistente. Il 18 aprile
1944 nasceva il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) con una consistenza di 25.000 uomini,
espressione della ferma volontà del Regno del Sud di impegnarsi al fianco degli
Alleati contro i tedeschi. Il C.I.L. operò prima sulle Mainarde, inquadrato nel
Corpo di Spedizione Francese, poi sul litorale adriatico alle dipendenze del V
Corpo d’Armata britannico. Negli stessi giorni in cui il generale Utili
assumeva il comando del 1°
Raggruppamento Motorizzato il VI Corpo d’Armata americano sbarcava a sud di Roma tra Anzio e Nettuno. I tedeschi furono
sul punto di ricacciare in mare gli Alleati i quali impiegarono più di quattro
mesi prima di riuscire, il 4 giugno 1944, ad entrare a Roma distante solo una
cinquantina di chilometri.
Il C.I.L. nel
1944 affrontò tre cicli operativi risalendo la penisola dal Sangro al Metauro.
Il primo ciclo lo possiamo inquadrare
nel periodo 18-31 maggio, nella zona delle Mainarde come detto. Il secondo dal 1° giugno al 16 agosto nel
settore adriatico che si concretizzò in una avanzata di 350 chilometri. Nei
giorni dall’8 all’11 giugno il C.I.L. liberò Chieti, successivamente raggiunse
l’Aquila e Teramo, città sgomberate dai tedeschi poche ore prima dell’arrivo
delle avanguardie italiane. Il 17 giugno passò alle dipendenze del Corpo
d’Armata polacco; il giorno seguente venne liberata Ascoli Piceno, il 30 giugno
Macerata. Nel periodo 6-9 luglio si svolse la battaglia di Filottrano
propedeutica alla liberazione di Ancona che avvenne il 18 luglio. Il terzo ed ultimo ciclo, 17-31 agosto, fu caratterizzato
dallo spostamento dei settori di combattimento verso la media ed alta collina
marchigiana; tra il 28 ed il 30 agosto furono liberate Urbino e Pegli ove il C.I.L.
concluse la sua attività operativa[7] ed il 24 settembre fu sciolto. Dai suoi reparti
fu avviata la costituzione dei Gruppi di Combattimento «Legnano» e «Folgore» a
cui si sarebbero aggiunti i Gruppi “Cremona”, «Friuli», «Mantova» e «Piceno», tutti
armati ed equipaggiati con materiale inglese. Il 31 luglio 1944, infatti, la
Commissione Alleata di Controllo aveva autorizzato la preparazione di sei
Gruppi di Combattimento, unità di livello divisionale con un organico di
circa 9.500 uomini. Il Gruppo di Combattimento
«Piceno» fu trasformato in centro di addestramento complementi e pertanto non
prese parte ai combattimenti. Dei cinque gruppi operativi, quattro: il
«Cremona», il «Friuli», il «Folgore» ed il «Legnano», furono impiegati in
combattimento nel periodo 14 gennaio –
23 marzo 1945 mentre il «Mantova» rimase in riserva. Gli Alleati vi
inserirono delle unità di collegamento, le British Liaison Units (B.L.U.), che
avevano il duplice compito di facilitare tecnicamente le comunicazioni tra comandi
anglo-americani ed italiani e controllare l’operato di questi ultimi verso i
quali nutrivano ancora scarsa fiducia. Successivamente, di fronte all’impegno,
al valore ed al sacrificio dei soldati italiani queste riserve furono spazzate
via lasciando il posto ai più ampi attestati di stima ed amicizia da parte
degli Alleati. ............................................................................................... All’inizio del 1945 la
sconfitta della Germania appariva ormai inesorabile. La Campagna d’Italia
volgeva al termine ed uno degli obiettivi principali era quello di impedire, in
vista del dopoguerra, che i tedeschi distruggessero ciò che di ancora efficiente
era rimasto dell’apparato industriale nel nord Italia. Il piano alleato
prevedeva di sfondare le difese della linea Gotica con una manovra a tenaglia
su Bologna, l’infiltrazione rapida di truppe nel cuore della Valle Padana ed
una contemporanea puntata offensiva su Venezia, Trieste, La Spezia e Genova.
L’offensiva venne lanciata il 9 aprile 1945, preceduta da un intensissimo
bombardamento di artiglieria ed aereo. Le difese tedesche, fisse ed ancorate al
terreno, furono investite e travolte in più punti. Il 21 aprile Bologna fu
raggiunta dalle unità polacche e dai Gruppi di Combattimento, la rotta tedesca
assunse proporzioni sempre più gravi. Il 30 aprile gli Alleati entrarono a
Torino, Milano e Venezia, due giorni dopo a Trieste. La progressione degli Alleati
e la contemporanea convergenza di tutte le forze insurrezionali che liberarono
le grandi città prima dell’arrivo degli anglo-americani, impedì la temuta
distruzione generale minacciata dai tedeschi di ogni infrastruttura
economicamente utile. L’annuncio della resa di tutte le forze tedesche in
Italia, firmata il 29 aprile, fu annunciata il 2 maggio. La Campagna d’Italia
terminava sei giorni prima della fine della guerra in Europa, convenzionalmente
fissata l’8 maggio con la firma a Reims della resa generale tedesca, e una
settimana dopo la fine della Guerra di Liberazione, conclusasi il 25 aprile nel
giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava
l’insurrezione generale. Il senso della Campagna d’Italia vista dagli Alleati è
racchiuso nelle parole del Generale Alexander: «Quali che siano le valutazioni
che possono farsi sull’importanza della Campagna, esse vanno espresse non in
termini di terreno conquistato, poiché il terreno non era vitale, nel ristretto
senso della parola, né per noi né per il nemico, ma considerando le conseguenze
che essa ebbe sulla guerra nel suo complesso. Le armate alleate in Italia non
vennero impegnate contro le principali armate nemiche, e i loro attacchi non
furono diretti, come lo furono quelli degli alleati a ovest e dei russi ad est,
contro il cuore della Patria tedesca e i centri nevralgici dell’esistenza
nazionale della Germania. Il nostro ruolo fu subordinato e preparatorio. Dieci
mesi prima che da ovest venisse lanciato il grande assalto, la nostra invasione
dell’Italia, all’inizio condotta con forze molto moderate, attirò in quelle
remote regioni truppe che, se impiegate in Francia, avrebbero potuto far
pendere la bilancia dall’altra parte. Col progredire della Campagna, un sempre
crescente numero di forze tedesche affluì a contrastarci il passo. I supremi
amministratori della strategia alleata ebbero sempre cura di provvedere
affinché le nostre forze non superassero mai il minimo necessario a consentire
di assolvere i nostri compiti; durante quei 20 mesi, non meno di 21 divisioni
vennero sottratte al mio comando a beneficio di altri teatri d’operazioni. I
tedeschi non operarono detrazioni paragonabili alle nostre. Tranne che per un
breve periodo della primavera del 1944, essi ebbero in Italia un numero di
formazioni sempre superiore al nostro, e noi sapemmo fare così buon uso di quel
breve ed eccezionale periodo che nell’estate del 1944, il momento critico della
guerra, i tedeschi furono costretti a dirottare otto divisioni verso il nostro
teatro d’operazioni secondario. A quel tempo, quando l’importanza del nostro
contributo strategico aveva raggiunto il suo punto massimo, 55 divisioni
tedesche furono inchiodate nel Mediterraneo dalla minaccia, effettiva o
potenziale, costituita dalle nostre armate in Italia. I dati comparati sulle
perdite ci dicono la stessa storia. Da parte tedesca, esse ammontarono a
536.000 uomini. Le perdite alleate furono 312.000 uomini. La differenza è
ancora più notevole se si considera che fummo sempre noi ad attaccare. Quattro
volte effettuammo quella che è la più difficile operazione della guerra, uno
sbarco anfibio. Tre volte lanciammo un’offensiva preordinata con la forza di un
intero gruppo di armate. In nessun’altra parte di Europa i soldati affrontarono
un terreno più difficile e avversari più decisi. La conclusione è che la
Campagna d’Italia assolse la sua missione strategica».
[1]
All’interno del
Partito Nazionale Fascista si era creata una fronda che faceva capo a Ciano,
Grandi e Bottai.
[2] Il piano Alarico a sua volta prevedeva una serie
di specifiche operazioni: Schwarz,
occupazione e controllo dei principali nodi stradali e ferroviari; Achse, occupazione della base navale di
La Spezia; Student, occupazione di
Roma e cattura del governo; Eiche,
liberazione di Mussolini.
[3]
L’operazione
Husky, iniziata il 10 luglio 1943, terminò il 16
agosto con l’ingresso degli Alleati a Messina.
[4]
Milano fu
bombardata da 916 bombardieri della RAF i quali sganciarono 4.284 tonnellate di
bombe su tutta l’area della città nelle notti dell’8, del 13, del 15 e 16
agosto 1943. Fu colpito il
50% degli edifici; le vittime furono 2.000 ed oltre 250.000 gli sfollati. I
principali monumenti milanesi furono semidistrutti, il teatro La Scala fu
centrato in pieno da una bomba di grosse dimensioni.
[5]
Secondo
l’Istituto Centrale di Statistica, i morti civili per bombardamenti aerei
furono 18.376 dal 10 giugno 1940 al 7 settembre 1943 e 41.420 dall’8 settembre
1943 al 25 aprile 1945.
[6]
Il 4 giugno 1944, con la liberazione
di Roma, si concluse la breve parentesi del Regno del Sud.
[7]Complessivamente il Corpo Italiano di Liberazione nel periodo
aprile-agosto 1944 ebbe 377 caduti e 880 feriti.
domenica 10 gennaio 2021
Pierivo Facchini. La Campagna di Tunisia. 1942-1943
PIERIVO FACCHINI, LA CAMPAGNA DI TUNISIA. 1942-1943, Roma,
Società Editrice Nuova Cultura – Università Sapienza, Collana I Libri del
Nastro Azzurro, Pag. 259, ISBN 978 88 61344471, Euro 18
Anno 1942, dopo quasi due
anni si combattimento, il Teatro Mediterraneo e Nord africano”, considerato
inizialemnte di secondaria importanza,diviene di primaria importanza pere
entrambi i contendenti. Gli Alleati comprendo che l’Africa Settentrionale rappresenta
l’ulteriore fronte che deve essere aperto allo scopo di distogliere le forze
dell’Asse dagli altri fronti (come promesso a Stalin) e di fornire la
penetrazione nel continente europeo (secondo l’approccio strategico “indiretto”
tanto caro allo Stato Maggiore inglese). Di contro per le forze dell’Asse il
controllo del Nord Africa rappresenta non solo la porta privilegiata per il
Medio Oriente ed i suoi giacimenti ma soprattutto la possibilità di eliminare
la minaccia alleata nel Mediterraneo e scongiurare uno sbarco nell’Europa
meridionale. Il volume descrive l’ultima campagna combattuta dalle Forze Armate
italiane in Africa, ove rifulse il valore e la capacita del Gen Messe e dei
suoi uomini. L’autore, ufficiale superiore dell’Aeronautica, attualmente svolge
incari di prestigio ed alta responsabilità al vertice della Forza Armata
Il
volume è acquistabile in tutte le librerie. Oppure
Presso
la Casa Editrice, (Società Editrice Nuova Cultura attraverso la email:
ordini@nuovacultua.it
o il sito: www.nuovacultura.it/
collane scientifiche)
Presso
la Segreteria dell’Istituto del Nastro Azzurro (segrreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
Informazioni
e dettagli su www.cesvam.org
giovedì 31 dicembre 2020
Bilancio 2020 di accesso al Blog
Il presente blog in
questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n.
59485 accessi
La media degli
accessi al blog è stata:
I Trimestre pari a 711
II Trimestre pari a
121
III Trimestre pari a 4
IV Trimestre pari a
25
La media degli
accessi annua è di 118 elementi
I Post totali dalla
apertura del blog è pari a
I Trimestre pari a 6,67
II Trimestre pari a 6
III Trimestre pari a
3,11
IV Trimestre pari a
5,17
La media dei post per
l’anno 2020 è di 5,17 ogni mese
martedì 22 dicembre 2020
sabato 19 dicembre 2020
1944. La guerra di Liberazione all'estero. La Grecia Continentale III parte
Un
altro aspetto della Guerra di Liberazione in Grecia fu la vicenda di numerosi
soldati italiani che scelsero di non salire in montagna a combattere con i
partigiani greci, oppure lavorare presso i contadini o girovagare per le
campagne tendendo a raggiungere un porto per cercare di ritornare il Italia.
Molti scelsero di nascondersi e confondersi fra la popolazione delle principali
città greche, soprattutto Atene. All’inizio del 1944, accanto alle formazioni
resistenziali greche, in cui operavano molto soldati italiani, sorsero due
organizzazioni che, oltre a mettere in atto atti di sabotaggio e raccogliere
informazioni, avevano come scopo l’assistenza ed il sostegno dei soldati
italiani non aderenti Erano la O.L.I, Organizzazione Liberale Italiana, vicina
all’ELAS fondata dal cap. Sebastiano Costantini, dal ten. Dei carabinieri
Demetrio Crupi e dal ten. Vittorio Vicari Tra le tante azioni meritorie è da
ricordare che il ten. Crupi riportò in Italia cucita sotto la fodera del
soprabito, la bandiera del 3° Reggimento fanteria “Piemonte”, avita in custodia
dal col. Pozzuoli che transitava per Atene diretto verso un campo di
concentramento in Germania. Con le stesse finalità operò la C.O.I. Centro
Organizzazione Italiana fondata ad Atene dal col. Giuseppe De Angelis. Questa
organizzazione il 14 ottobre 1944 in occasione dell’ingresso delle truppe alleate
ad Atene, sfilò per le vie della capitale accanto a formazioni di “andartes”.
La
vicenda del richiamo del gen Infante in Italia è l’anticipo del clima che si
instaurerà in Grecia nell’ambito della guerra civile tra le formazioni di
sinistra e le formazioni monarchiche. Entrambe alimentano l’odio verso
l’italiano aggressore ed occupatore, e questo odio è una delle componenti della
guerra civile dimostrando che i responsabili greci non sono in grado di
superare le tragedie proponendo soluzioni conciliative che avrebbero evitato
ulteriori contrasti. Il gen Infante, come tanti altri ufficiali italiani era
perseguito come “criminali di guerra”, anche se si erano dimostrati decisi
fautori della lotta al tedesco. Infante, anche per ammissione degli stessi
esponenti della Missione Militare Alleata in Grecia. Accompagnato dal cap.
Philip Infante intraprese un lungo viaggio di oltre 200 chilometri per
raggiungerà piedi l’Albania e di lì, il 5 febbraio 1944 per mezzo di un
peschereccio battente bandiera americana raggiunse Brindisi. Ben presto fu
nominato sottocapo di Stato Maggiore del Comando Supremo e dopo la liberazione
di Roma fu nominato Primo Aiutante di Campo del Luogotenente Generale poi Re
Umberto I. Infante, di sentimenti monarchici convinti, non abbandonò mai i
soldati rimasti in Grecia. E fu grazie a lui che giunsero nel corso del 1944 e
1945 aiuti consistenti tramite le missioni militari alleate.
La situazione in Grecia divenne quanto mai
difficile con la ritirata tedesca. Nel settembre 1944 iniziò la evacuazione
degli ospedali e delle strutture logistiche e del personale amministrativo
tedesco da Atene e dalle altre città greche. Non fu una ritirata decente; anzi
sembrò più una fuga frettolosa, quasi ignominiosa che colpi sia le truppe
combattenti tedesche che la popolazione greca. Segni di disgregazione erano
sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai soldati austriaci che facevano ogni
sforzo per dimostrare che loro non erano tedeschi. Il 12 ottobre 1944 fu il
giorno tanto sognato dai greci: i tedeschi sgombrarono Atene, il 13 i
paracadutisti britannici occuparono l’aeroporto di Megara, il 14 occuparono
Atene. Iniziarono tre giorni di grande festa. Al termine iniziarono i problemi.
In breve giunsero dall’Egitto il Governo provvisorio ed il Re e tutti i
funzionari che si erano rifugiati all’estero. La situazione era grave. Vi era
apparsa di nuovo la fame, che non poteva essere contrastata dagli aiuti
alleati. Iniziarono non solo ad Atene ma in tutto il paese le vedette, guidate
dall’ELAS che si era messo alla caccia dei “quisling” greci; iniziavano i primi
massacri, le epurazioni gli arresti arbitrari. Il porto di Velos divenne la
meta di tantissimi italiani, che cercavano l’imbarco in Italia. In breve
raggiunsero le migliaia; una relazione britannica riporta che dopo un mese
dalle montagne della Tessaglia erano giunti a Velos circa 8500 italiani, che
necessitavano di tutto ed erano alloggiati in quello che fu definito “il
magazzino americano”. Gli imbarchi per l’Italia si susseguivano in base al
naviglio disponibile, ma non sufficienti per trasportare tutti i presenti. Il
1944 si chiude in Grecia con una nuova ondata di paura e di disagi per i
rimanenti italiani rimasti: i greci erano sprofondato in una paurosa guerra
civile
sabato 12 dicembre 2020
1944 La guerra di liberazione all'estero. Grecia. II Parte
Dei
170.000 soldati italiani in Grecia nel settembre 1943, circa 140.00o furono
catturati dai tedeschi ed inviati in Germania. I 30.000 che riuscirono a
sottrarsi alla cattura, una buona metà era composta dalla Divsione Pinerolo,
l’altra metà aveva trovato nascondiglio nelle città, o presso i contadini nelle
campagne, ed una aliquota girovagava per le campagne tentando di avvicinarsi
alle coste dello Jonio per cercare un qualsiasi mezzo per raggiungere l’Italia
Al
soldato italiano in quanto tale non si perdonava l’aggressione del 1940 e la
successiva occupazione. Nessun greco aveva dimenticato la campagna dell’inverno
del 1940 e 1941 quando l’esercito greco tenne testa a quello italiano fino al
maggio del 1941, il valore espresso, l’orgoglio di resistere, e crollare non
per mano italiana ma tedesca. L’occupazione fu anche peggiore in quanto oltre
al solito corollario di incendi, fucilazione di ostaggi, rappresaglie eccidi,
imperversò il mercato nero per carenza endemica di viveri che prostò il popolo
greco. Tutto questo nel 1944 non era stato dimenticato. Anche se adesso il
soldato italiano combatteva il tedesco per il greco era sempre un nemico. Da
una parte occorre dire che la popolazione in quanto tale all’indomani
dell’armistizio mostrò sentimenti umani e cercò di superare la comune sventura
nei limiti consentiti dalle ristrettezze generali; il partigiano combattente,
che era inasprito per una serie di lotte, rischi, fughe, sofferenze non
riusciva a dimenticare; l’odio si era cristallizzato. Questo fece si che in
Grecia non si costituì una unita partigiana italiana combattente, ad eccezione
del T.I.M.O, di cui diremo come in Albania il Battaglione “Gramsci” o in
Jugoslavia le divisioni “Italia” e Garibaldi”. Il disarmo degli italiani da
parte dell’ELAS è il portato di tutti questi sentimenti
Il
1944 in Grecia era per gli Italiani quanto mai gravido di incertezze e di
incognite.
Il
T.I.M.O (Truppe Italiane nella Macedonia Orientale), posto alle dipendenze
della 1° Divsione dell’ELAS, inizialmente era composto da circa 4000 militari,
per poi scendere a circa 3000 unità. Era comandato dal maggiore Giuseppe
Ramondo ed era ordinato su quattro battaglioni, ed ognuno di essi aveva mantenuto
la sua struttura organizza del regio Esercito.
Scrive
Giraudi:
“Alla luce delle chiare testimonianze che
abbiamo riportato si comprende perchè l’ELAS della Macedonia occidentale si sia
sempre opposta alla decisione di disperdere gli italiani presso i civili,
motivando tale opposizione con inesistenti motivi di sicurezza. Gli italiani
servivano indiscutibilmente sul piano militare sia come partecipazione diretta
ai combattimenti sia come supporto per i diversi servizi, né potevano
rappresentare un grosso pericolo, venendo armati solo nelle circostanze volute
dai greci.”[1]
Il
T.I.M.O. riuscì a sopravvivere in quanto era vettovagliato dalla Missione
Militare Alleata, altrimenti la sua esistenza sarebbe stata messa
quotidianamente in forse. Oltre alle condizioni di vettovagliamento che erano
precarie, anche le condizioni igienico-sanitarie erano pessime nella Macedonia
Occidentale.
Nella
primavera 1944 scoppio una epidemia di tifo esantematico. Solo nel campo di
Duccicò morirono quattrocento soldati italiani; l’epidemia infurio per tutta la
primavere e l’estate; poi fu seguita da un’altra ancora più dolorosa, la
avitaminosi che dava luogo a dolorose cancrene che spesso portavano ad
amputazioni eseguite in modo doloroso e stravaganze per mancanza di
attrezzature sanitarie e medicinali Nella tarda primavera del 1944 con l’inizio
dell’estate queste epidemie sembravano attenuarsi quando si palesò un’latra grave minaccia che sfocio nell’ennesima tragedia. I
tedeschi, per via dell’andamento della guerra, stavano seriamente pensando nel
luglio 1944 di evacuare la Grecia. Quindi era necessario mantenere aperte le
vie di ritirata. Questa esigenza diede avvio alla operazione “Sparviero”. Di
fronte alla offensiva tedesca le possibilità erano poche per i soldati
italiani: o consegnarsi ai tedeschi, e questa fu scelta da pochissimi elementi,
oppure raggiungere le bande partigiane operanti anche fuori della Macedonia
occidentale, infime, quella che fu la soluzione adottata dalla maggior parte
dei soldati ritirarsi sulle cime del Monte Smolikas, o mimitizzarsi nel folto
dei boschi nella speranza di non essere scoperti. I rastrellamenti tedeschi
distrussero tutti gli insediamenti ove era traccia della presenza di soldati
italiani; distrussero o requisirono i magazzini viveri e di vestiario che
incontrarono in pratica fecero tabula rasa di ogni struttura che poteva dare
ricovero. Ritirati i tedeschi, i soldati italiani che ritornarono, trovarono
tutto distrutto tanto che si cominciò a disperare per il futuro. Un altro
inverno in quelle condizioni era impossibile passarlo. Per fortuna, dopo
notizie più o meno confermate, si ebbe la certezza della ritirata tedesca. Ai
primi di novembre pochi giorni dopo la constatazione che i tedeschi si stavano
ritirando, gli uomini del T.I.M.O., sia quelli armati che quelli disarmati
iniziarono il cammino di ritorno in patria avviandosi verso la pianura tessala
ed il porto di Velos.
Giraudi traccia un ampio quadro delle
formazioni di livello plotone/compagnia o minori che operarono nelle fila della
resistenza greca. Oltre alla banda dei 18, ed al Gruppo dei 16, meritano di
essere ricordati altri gruppi che operarono con elementi partigiani come la
batteria someggiata da 75/13 del cap. Riccardi e del ten. Gattola, che combattè
aggregata alla 13a Divsione ELAS fino al disarmo., il gruppo del s.ten Giacomo
Baduini che riuscì ad aggregare oltre 200 uomini armati ed ad aggregarsi ad una
formazione dell’ELAS. [2]
I
soldati italiani in Grecia non aderenti, andavano incontro ad una sorte che in
tanti casi era dettata dal caso o da circostanze fortuite, e meritano di essere
ricordati. Come la vicenda delle due Medaglie d’Oro, il s.ten. della Guardia di
finanza Attilio Corrubia ed al tenente medico col. della Marina Militare. Il
s.ten. Corrubia era comandante del 1° plotone della 1a compagnia finanzieri di
stanza nel Peloponneso; all’indomani della proclamazione dell’armistizio riuscì
a raggiungere col suo plotone una unità
della resistenza greca, il battaglione “Elias” nei pressi di Kalavrita con il
quale combattè fino al dicembre 1943, quando per la forte pressione tedesca, il
battaglione fu sciolto ed i militari
italiani vennero inviati sulle montagne e suddivisi in diversi paesi oppure
sparsi nella campagna presso i contadini. Corrubia fu indirizzato dove era in
essere l’infermeria partigiana del battaglione “Elias” dislocato presso Arfarà
Abele. Qui incontrò il tenente medico Giuli Venticinque, anche lui datosi alla
macchia nei giorni dell’armistizio, sbancando dalla nave su cui era imbarcato
per non aderire. Il 19 gennaio 1944 durante un rastrellamento, i tedeschi,
probabilmente informati da una spia del luogo, circondarono in forze la casa
ove era posta l’infermeria e catturarono i due ufficiali italiani e quattro
greci. Portati a Aghion i due ufficiali italiani furono sottoposti a torture
nella speranza di avere dati e notizie sulle formazioni partigiane. Il 23
gennaio, dopo il risoluto atteggiamento dei due italiani che non rilevarono
nessun dato, li impiccarono nella piazza del paese. Il comportamento tenuto dai
due Martiri suscitò l’ammirazione sia della popolazione che dei tedeschi.
Un altro aspetto della Guerra di Liberazione
combattuta fuori dal territorio italiano merita di essere sottolineato. In
Grecia le forze partigiane erano composte sia da formazioni comuniste che da
formazioni monarchiche, queste sostenute dagli alleati. Verso la meta del 1944
si delineava con crescenze intensità la possibilità che all’indomani della
ritirata tedesca il fronte della resistenza, prima antitaliani, poi antitaliano
e tedesco, poi solo antitedesco no mantenesse la propria unità e sfociasse in
una vera e propria guerra fra greci. Le diverso formazioni spesso arrivarono
anche nella tarda primavera del 1944 a scontrarsi. In queste formazioni
contrapposte vi militavano dolati italiani che erano saliti in montagna. Quindi
vi era la concreta possibilità che gli italiani combattessero tra loro per una
causa a cui erano estranei. Onde evitare questa situazione la soluzione più
adotta era quella di trasferire o far raggiungere altre formazioni greche in
aree ove ancora non era iniziata la guerra civile greca, oppure vi erano solo
formazioni di una determinata parte ed assenti quella dell’altra. Un ulteriore
aggravio per i soldati italiani questo collasso del fronte della resistenza
greca; in Italia, per inciso, il fronte della resistenza rimase unito e, tranne
l’episodio di Porzus dovuto ad iniziative individuali, no in vi furono scontri
fra formazioni di diverso colore politico in seno alla resistenza italiana.
Parlare di guerra civile in Italia, se si tiene presente la situazione greca
appare quanto mai azzardato.
[1]
Giraudi G., La resistenza dei Militari Italiani
all’estero. Grecia continentale e Isole dello Jonio, cit., pag224
[2]
Giraudi
G., La resistenza dei Militari Italiani all’estero. Grecia continentale e Isole
dello Jonio, cit., pag. 248
















