Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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domenica 31 gennaio 2021

Gino Tommasi Medaglia d'Oro

 


Gino Tommasi

Tenente colonnello di complemento artiglieria, nato ad Ancona nel 1895 Mathausen, 1944

 

Partecipò alla prima guerra mondiale come subalterno della milizia territoriale nel 1° reggimento artiglieria da montagna. Congedato nel novembre 1919, riprese a Bologna gli studi universitari interrotti e l'anno dopo conseguì la laurea in ingegneria. Dedicatosi in Ancona alla professione libera, fu promosso capitano nel 1933 e maggiore nel gennaio 1942. Durante la seconda guerra mondiale fu esonerato dal servizio in relazione agli incarichi affidatigli quale ispettore regionale del controllo dei combustibili. Dopo l'8 settembre 1943, venne incaricato dal C.L.N. di Ancona di assumere il comando dei primi nuclei partigiani del settore adriatico che costituirono il centro di formazione della Brigata garibaldina “Ancona” di cui assunse il comando col grado di tenente colonnello. Arrestato a Borghetto di Ancona il 10 febbraio 1944 e deportato in Germania, morì nel campo di Mauthausen il 5 maggio 1945. Medaglia d'Oro al Valor Militare. 


mercoledì 20 gennaio 2021

Osvaldo Biribicchi. La campagna d'Italia

 

1943-1945: il ruolo dei reparti regolari dell’Esercito nella Campagna d’Italia al fianco degli Alleati

di

Osvaldo Biribicchi

 

Nella primavera del 1943 le forze armate italiane, dopo la tragica ritirata dalla Russia e la resa in Nord Africa, il 12 maggio 1943, non erano più in grado di tener testa agli avversari. Di ciò erano consapevoli Mussolini, il Re e milioni di cittadini ormai stanchi di lutti ed inutili sacrifici. Prolungare un conflitto ormai perduto avrebbe significato solamente aggravare la già critica situazione economica e sociale, rinviare la sconfitta finale, esporre l’Italia ad ulteriori perdite di vite umane e distruzioni apocalittiche. Fu in questa atmosfera che gli anglo-americani si prepararono ad invadere la penisola. La caduta di Lampedusa e Pantelleria l’11 ed il 12 giugno 1943 fu la premessa dello sbarco degli Alleati in Sicilia, che avvenne il 10 luglio tra Siracusa e Licata, in attuazione della operazione Husky. Iniziava la cosiddetta Campagna d’Italia che per i tedeschi invece sarebbe iniziata la sera dell’8 settembre 1943 nel momento in cui Badoglio annunciò l’armistizio. Per entrambi terminerà il 2 maggio 1945 con la firma nella Reggia di Caserta della resa di tutte le forze tedesche in Italia. In Sicilia, il 12 luglio la linea di difesa costiera italo-tedesca fu sfondata. Pochi giorni dopo, il 19, Mussolini si incontrò a Feltre con Hitler con l’intenzione di esporre all’alleato la drammatica situazione in cui versava l’Italia e l’impossibilità a poter continuare la guerra. Di fronte a Hitler, determinato a proseguire ad oltranza la lotta fino alle estreme conseguenze, Mussolini che ormai aveva esaurito ogni energia non trovò la forza di esporre ciò che i suoi più stretti collaboratori, fra questi il Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio, gli avevano suggerito. Nelle stesse ore in cui si svolgeva quell’incontro, Roma veniva bombardata pesantemente (dalle ore 11,05 alle 14,20) da circa 200 bombardieri americani che, in sei successive ondate, colpirono i quartieri San Lorenzo e Tiburtino, sedi di importanti scali ferroviari, Prenestino, Tuscolano e Casal Bertone. Fu colpito anche il Cimitero del Verano. Le vittime accertate furono 1.486. L’impatto sul morale della popolazione già provata fu notevole; Pio XII uscì dal Vaticano e si recò nei luoghi del bombardamento invocando la pace e la fine del conflitto. In Sicilia le forze italo-tedesche continuavano a combattere contro gli anglo-americani che il 22 luglio entravano a Palermo, prima grande città europea ad essere liberata dagli Alleati. Due giorni dopo fu tenuto il Gran Consiglio del Fascismo[1] che si concluse a tarda notte con l’approvazione di un Ordine del Giorno (il cosiddetto Ordine del Giorno Grandi) in cui si imponeva al Capo del Governo di rimettere ogni potere nelle mani del Re. Tutti erano convinti che una volta rimosso Mussolini, eventualmente sostituto dallo stesso Grandi ex ambasciatore a Londra, ci sarebbero state concrete possibilità di intavolare trattative con gli Alleati per una pace onorevole, salvando l’integrità nazionale, la monarchia ed il fascismo stesso. Il 25 luglio, una data che rimarrà ben incisa nella storia recente d’Italia, Mussolini si recò presso la residenza del Re, a Villa Savoia, per partecipargli la decisione del Gran Consiglio. Vittorio Emanuele III, dopo oltre 22 anni di stretta collaborazione, lo fece arrestare dai carabinieri ed affidò il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, ex Capo di Stato Maggiore Generale, che nel suo proclama agli italiani dichiarò: «Per ordine di S.M. il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua […]  La consegna ricevuta è chiara e precisa […] chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito». In pratica si assistette ad un rivolgimento tutto interno all’ambiente monarchico-fascista, la monarchia abbandonava il fascismo a sé stesso, togliendogli ogni potere. Questo è uno dei punti cruciali di quello che sarà il momento delle scelte all’indomani della crisi armistiziale e delle sue tragiche conseguenze. Pietro Badoglio formò un governo di militari ed alti funzionari dello Stato, tutti fino a poche ore prima di “provata fede fascista”. Il comportamento ambiguo, le incertezze ed i ritardi con cui il governo Badoglio avviò contatti segreti per trovare un accordo con gli Alleati furono così tanti e persistenti da ingenerare in questi ultimi seri dubbi sulle reali intenzioni degli italiani. Badoglio, che non voleva rivelare ad Hitler le proprie intenzioni, non predispose nulla dal punto di vista militare per evitare l’afflusso in Italia, dopo la destituzione di Mussolini, di ingenti forze tedesche. Dal 26 luglio al 18 agosto, infatti, in attuazione del piano di operazioni Alarico[2] predisposto già da maggio del 1943, i tedeschi fecero affluire in Italia attraverso il Brennero, il Passo di Tarvisio e gli altri valichi alpini 17 divisioni e 2 brigate in rinforzo a quelle già presenti. Formalmente queste truppe scendevano nella penisola in aiuto degli italiani impegnati a contrastare gli anglo-americani in Sicilia[3], in realtà si predisponevano ad occuparla nel caso in cui il governo Badoglio si fosse ritirato dalla guerra. Il 31 luglio il governo italiano decideva segretamente di avviare colloqui attraverso i normali canali diplomatici con gli Alleati. Nelle ore pomeridiane del 3 settembre 1943, sotto una tenda piantata negli aranceti nella piana di Cassibile in Sicilia, veniva firmato l’armistizio, passato alla storia come Armistizio Corto, un documento ambiguo (tra l’altro non vi era alcun cenno al trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata), approvato da Badoglio il quale sperava di poterlo rinegoziare da posizioni migliori in futuro. Tale armistizio fu poi annunciato da Eisenhower da Radio Algeri alle ore 16,30 dell’8 settembre 1943. Badoglio, sconcertato in quanto si aspettava erroneamente l’annuncio non prima del 12 settembre, si risolse a proclamarlo con una trasmissione che l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, la progenitrice della odierna RAI) mise in onda alle 19,45. All’annuncio dell’armistizio, ai tedeschi non restò che mettere in atto senza più indugi il piano Alarico. In un clima di grandissima confusione, iniziò quella che è passata alla storia come la fuga di Pescara. Il Re, Badoglio ed i massimi vertici militari abbandonarono precipitosamente Roma alla volta di Pescara e subito dopo di Ortona per imbarcarsi sulla corvetta Baionetta. Gli Alleati intanto proseguivano la lenta ma inarrestabile risalita della penisola continuando ed intensificando i bombardamenti aerei; furono particolarmente colpite le città di Napoli, Salerno, Foggia, Bologna, Torino, Genova e soprattutto Milano[4]. Non solo le grandi, ma anche decine di piccole città e paesi che non erano sedi né di fabbriche né di caserme furono oggetto di bombardamenti aerei. A Frascati, piccolo centro dei Castelli Romani, ove si trovava il quartier generale di Kesselring, il giorno dell’armistizio 130 bombardieri americani sganciarono 1.300 bombe che causarono 500 morti tra i civili e 200 fra i militari tedeschi. Il tributo pagato dalla popolazione a causa dei bombardamenti aerei nel corso di tutta la Campagna d’Italia fu altissimo[5]. Nelle stesse ore in cui il convoglio con le massime cariche dello Stato si dirigeva indisturbato verso la costa adriatica le forze armate italiane, disorientate ed in mancanza di disposizioni operative chiare e precise, iniziavano a sfaldarsi progressivamente. La nuovissima corazzata Roma, con a bordo l’ammiraglio Bergamini, veniva affondata nelle vicinanze dell’Isola dell’Asinara in Sardegna da aerei tedeschi decollati da Istres in Francia; nella capitale avvenivano i primi scontri tra reparti del regio esercito e tedeschi; la 5a armata americana al comando del generale Clark sbarcava nel golfo di Salerno dove incontrava una accanita difesa tedesca. La mattina dell’11 settembre il Re e Badoglio sbarcarono a Brindisi, a partire da quel momento nacque il cosiddetto Regno del Sud al fine di garantire formalmente la continuità della sovranità dello Stato italiano[6]. Il giorno dopo, il 12 settembre, paracadutisti tedeschi liberavano Mussolini tenuto prigioniero in un albergo sul Gran Sasso in Abruzzo. Ebbene, in quel periodo convulso e travagliato gli Alleati acconsentirono non senza diffidenza e dietro insistente richiesta del governo Badoglio, che voleva concorrere attivamente alla liberazione del Paese dall’occupazione tedesca, alla costituzione di una unità combattente. Il 27 settembre 1943 in Puglia, diciannove giorni dopo l’armistizio, nasceva il 1o Raggruppamento Motorizzato, l’embrione del nuovo esercito, formato con unità prelevate dal LI Corpo d’Armata e dalle Divisioni “Legnano”, “Piceno” e “Mantova” oltre a 2 battaglioni e due sezioni Carabinieri. L’unità fu posta al comando del generale Dapino. Intanto, la situazione politico-militare progrediva rapidamente: il 29 settembre fu firmato l’Armistizio Lungo o armistizio di Malta l'atto con il quale vennero precisate le condizioni della resa senza condizioni già contenute genericamente nell'armistizio di Cassibile (armistizio corto) che rimarranno in vigore fino al 10 febbraio 1947 quando il Primo Ministro De Gasperi firmerà a Parigi il Trattato di pace. Con la firma del cosiddetto armistizio lungo l’Italia liberata fu costretta a fornire agli anglo-americani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed infrastrutturali. Il 13 ottobre il governo Badoglio, la cui attività amministrativa era stata sottoposta al diretto controllo anglo-americano, al fine di chiarire la propria condotta politico-militare dichiarò guerra alla Germania. A partire da questa data, il Regno del Sud assunse la posizione di cobelligerante ovvero non fu più considerato nemico ma neanche alleato nel senso stretto del termine. I tedeschi, a loro volta, riconobbero ai militari del Regno del Sud, fino a quel momento considerati alla stregua di banditi, lo status di combattenti nemici “legali”.             L’8 dicembre 1943, il 1o Raggruppamento Motorizzato ebbe il battesimo del fuoco a Monte Lungo in Campania. L’attacco non riuscì a conseguire l’obiettivo prefissato e fu ripetuto, questa volta con successo, il 16 dicembre con il supporto degli americani. Alla fine di gennaio 1944, il comando dell’unità operativa fu assegnato al generale Umberto Utili che il 31 marzo la guidò in un’altra battaglia importante della Campagna d’Italia quella di Monte Marrone della catena montuosa delle Mainarde al confine tra Lazio e Molise. Dopo i successi di Monte Lungo e di Monte Marrone gli Alleati autorizzarono la trasformazione del 1° Raggruppamento Motorizzato in una unità più consistente. Il 18 aprile 1944 nasceva il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) con una consistenza di 25.000 uomini, espressione della ferma volontà del Regno del Sud di impegnarsi al fianco degli Alleati contro i tedeschi. Il C.I.L. operò prima sulle Mainarde, inquadrato nel Corpo di Spedizione Francese, poi sul litorale adriatico alle dipendenze del V Corpo d’Armata britannico. Negli stessi giorni in cui il generale Utili assumeva il comando del 1° Raggruppamento Motorizzato il VI Corpo d’Armata americano sbarcava a sud di Roma tra Anzio e Nettuno. I tedeschi furono sul punto di ricacciare in mare gli Alleati i quali impiegarono più di quattro mesi prima di riuscire, il 4 giugno 1944, ad entrare a Roma distante solo una cinquantina di chilometri.

Il C.I.L. nel 1944 affrontò tre cicli operativi risalendo la penisola dal Sangro al Metauro. Il primo ciclo lo possiamo inquadrare nel periodo 18-31 maggio, nella zona delle Mainarde come detto. Il secondo dal 1° giugno al 16 agosto nel settore adriatico che si concretizzò in una avanzata di 350 chilometri. Nei giorni dall’8 all’11 giugno il C.I.L. liberò Chieti, successivamente raggiunse l’Aquila e Teramo, città sgomberate dai tedeschi poche ore prima dell’arrivo delle avanguardie italiane. Il 17 giugno passò alle dipendenze del Corpo d’Armata polacco; il giorno seguente venne liberata Ascoli Piceno, il 30 giugno Macerata. Nel periodo 6-9 luglio si svolse la battaglia di Filottrano propedeutica alla liberazione di Ancona che avvenne il 18 luglio. Il terzo ed ultimo ciclo, 17-31 agosto, fu caratterizzato dallo spostamento dei settori di combattimento verso la media ed alta collina marchigiana; tra il 28 ed il 30 agosto furono liberate Urbino e Pegli ove il C.I.L. concluse la sua attività operativa[7] ed il 24 settembre fu sciolto. Dai suoi reparti fu avviata la costituzione dei Gruppi di Combattimento «Legnano» e «Folgore» a cui si sarebbero aggiunti i Gruppi “Cremona”, «Friuli», «Mantova» e «Piceno», tutti armati ed equipaggiati con materiale inglese. Il 31 luglio 1944, infatti, la Commissione Alleata di Controllo aveva autorizzato la preparazione di sei Gruppi di Combattimento, unità di livello divisionale con un organico di circa 9.500 uomini. Il Gruppo di Combattimento «Piceno» fu trasformato in centro di addestramento complementi e pertanto non prese parte ai combattimenti. Dei cinque gruppi operativi, quattro: il «Cremona», il «Friuli», il «Folgore» ed il «Legnano», furono impiegati in combattimento nel periodo 14 gennaio –                                                          23 marzo 1945 mentre il «Mantova» rimase in riserva. Gli Alleati vi inserirono delle unità di collegamento, le British Liaison Units (B.L.U.), che avevano il duplice compito di facilitare tecnicamente le comunicazioni tra comandi anglo-americani ed italiani e controllare l’operato di questi ultimi verso i quali nutrivano ancora scarsa fiducia. Successivamente, di fronte all’impegno, al valore ed al sacrificio dei soldati italiani queste riserve furono spazzate via lasciando il posto ai più ampi attestati di stima ed amicizia da parte degli Alleati.                ...............................................................................................                        All’inizio del 1945 la sconfitta della Germania appariva ormai inesorabile. La Campagna d’Italia volgeva al termine ed uno degli obiettivi principali era quello di impedire, in vista del dopoguerra, che i tedeschi distruggessero ciò che di ancora efficiente era rimasto dell’apparato industriale nel nord Italia. Il piano alleato prevedeva di sfondare le difese della linea Gotica con una manovra a tenaglia su Bologna, l’infiltrazione rapida di truppe nel cuore della Valle Padana ed una contemporanea puntata offensiva su Venezia, Trieste, La Spezia e Genova. L’offensiva venne lanciata il 9 aprile 1945, preceduta da un intensissimo bombardamento di artiglieria ed aereo. Le difese tedesche, fisse ed ancorate al terreno, furono investite e travolte in più punti. Il 21 aprile Bologna fu raggiunta dalle unità polacche e dai Gruppi di Combattimento, la rotta tedesca assunse proporzioni sempre più gravi. Il 30 aprile gli Alleati entrarono a Torino, Milano e Venezia, due giorni dopo a Trieste. La progressione degli Alleati e la contemporanea convergenza di tutte le forze insurrezionali che liberarono le grandi città prima dell’arrivo degli anglo-americani, impedì la temuta distruzione generale minacciata dai tedeschi di ogni infrastruttura economicamente utile. L’annuncio della resa di tutte le forze tedesche in Italia, firmata il 29 aprile, fu annunciata il 2 maggio. La Campagna d’Italia terminava sei giorni prima della fine della guerra in Europa, convenzionalmente fissata l’8 maggio con la firma a Reims della resa generale tedesca, e una settimana dopo la fine della Guerra di Liberazione, conclusasi il 25 aprile nel giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale. Il senso della Campagna d’Italia vista dagli Alleati è racchiuso nelle parole del Generale Alexander: «Quali che siano le valutazioni che possono farsi sull’importanza della Campagna, esse vanno espresse non in termini di terreno conquistato, poiché il terreno non era vitale, nel ristretto senso della parola, né per noi né per il nemico, ma considerando le conseguenze che essa ebbe sulla guerra nel suo complesso. Le armate alleate in Italia non vennero impegnate contro le principali armate nemiche, e i loro attacchi non furono diretti, come lo furono quelli degli alleati a ovest e dei russi ad est, contro il cuore della Patria tedesca e i centri nevralgici dell’esistenza nazionale della Germania. Il nostro ruolo fu subordinato e preparatorio. Dieci mesi prima che da ovest venisse lanciato il grande assalto, la nostra invasione dell’Italia, all’inizio condotta con forze molto moderate, attirò in quelle remote regioni truppe che, se impiegate in Francia, avrebbero potuto far pendere la bilancia dall’altra parte. Col progredire della Campagna, un sempre crescente numero di forze tedesche affluì a contrastarci il passo. I supremi amministratori della strategia alleata ebbero sempre cura di provvedere affinché le nostre forze non superassero mai il minimo necessario a consentire di assolvere i nostri compiti; durante quei 20 mesi, non meno di 21 divisioni vennero sottratte al mio comando a beneficio di altri teatri d’operazioni. I tedeschi non operarono detrazioni paragonabili alle nostre. Tranne che per un breve periodo della primavera del 1944, essi ebbero in Italia un numero di formazioni sempre superiore al nostro, e noi sapemmo fare così buon uso di quel breve ed eccezionale periodo che nell’estate del 1944, il momento critico della guerra, i tedeschi furono costretti a dirottare otto divisioni verso il nostro teatro d’operazioni secondario. A quel tempo, quando l’importanza del nostro contributo strategico aveva raggiunto il suo punto massimo, 55 divisioni tedesche furono inchiodate nel Mediterraneo dalla minaccia, effettiva o potenziale, costituita dalle nostre armate in Italia. I dati comparati sulle perdite ci dicono la stessa storia. Da parte tedesca, esse ammontarono a 536.000 uomini. Le perdite alleate furono 312.000 uomini. La differenza è ancora più notevole se si considera che fummo sempre noi ad attaccare. Quattro volte effettuammo quella che è la più difficile operazione della guerra, uno sbarco anfibio. Tre volte lanciammo un’offensiva preordinata con la forza di un intero gruppo di armate. In nessun’altra parte di Europa i soldati affrontarono un terreno più difficile e avversari più decisi. La conclusione è che la Campagna d’Italia assolse la sua missione strategica».

 

 



[1] All’interno del Partito Nazionale Fascista si era creata una fronda che faceva capo a Ciano, Grandi e Bottai.

[2] Il piano Alarico a sua volta prevedeva una serie di specifiche operazioni: Schwarz, occupazione e controllo dei principali nodi stradali e ferroviari; Achse, occupazione della base navale di La Spezia; Student, occupazione di Roma e cattura del governo; Eiche, liberazione di Mussolini.

[3] L’operazione Husky,  iniziata il 10 luglio 1943, terminò il 16 agosto con l’ingresso degli Alleati a Messina.

[4] Milano fu bombardata da 916 bombardieri della RAF i quali sganciarono 4.284 tonnellate di bombe su tutta l’area della città nelle notti dell’8, del 13, del 15 e 16 agosto 1943. Fu colpito il 50% degli edifici; le vittime furono 2.000 ed oltre 250.000 gli sfollati. I principali monumenti milanesi furono semidistrutti, il teatro La Scala fu centrato in pieno da una bomba di grosse dimensioni.

 

[5] Secondo l’Istituto Centrale di Statistica, i morti civili per bombardamenti aerei furono 18.376 dal 10 giugno 1940 al 7 settembre 1943 e 41.420 dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

 

[6] Il 4 giugno 1944, con la liberazione di Roma, si concluse la breve parentesi del Regno del Sud.

 

[7]Complessivamente il Corpo Italiano di Liberazione nel periodo aprile-agosto 1944 ebbe 377 caduti e 880 feriti.

 

domenica 10 gennaio 2021

Pierivo Facchini. La Campagna di Tunisia. 1942-1943

PIERIVO FACCHINI, LA CAMPAGNA DI TUNISIA. 1942-1943, Roma, Società Editrice Nuova Cultura – Università Sapienza, Collana I Libri del Nastro Azzurro, Pag. 259, ISBN 978 88 61344471, Euro 18

 

Anno 1942, dopo quasi due anni si combattimento, il Teatro Mediterraneo e Nord africano”, considerato inizialemnte di secondaria importanza,diviene di primaria importanza pere entrambi i contendenti. Gli Alleati comprendo che l’Africa Settentrionale rappresenta l’ulteriore fronte che deve essere aperto allo scopo di distogliere le forze dell’Asse dagli altri fronti (come promesso a Stalin) e di fornire la penetrazione nel continente europeo (secondo l’approccio strategico “indiretto” tanto caro allo Stato Maggiore inglese). Di contro per le forze dell’Asse il controllo del Nord Africa rappresenta non solo la porta privilegiata per il Medio Oriente ed i suoi giacimenti ma soprattutto la possibilità di eliminare la minaccia alleata nel Mediterraneo e scongiurare uno sbarco nell’Europa meridionale. Il volume descrive l’ultima campagna combattuta dalle Forze Armate italiane in Africa, ove rifulse il valore e la capacita del Gen Messe e dei suoi uomini. L’autore, ufficiale superiore dell’Aeronautica, attualmente svolge incari di prestigio ed alta responsabilità al vertice della Forza Armata

 

Il volume è acquistabile in tutte le librerie. Oppure

Presso la Casa Editrice, (Società Editrice Nuova Cultura attraverso la email:

ordini@nuovacultua.it o il sito: www.nuovacultura.it/ collane scientifiche)

Presso la Segreteria dell’Istituto del Nastro Azzurro (segrreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

Informazioni e dettagli su www.cesvam.org

 


giovedì 31 dicembre 2020

Bilancio 2020 di accesso al Blog

 


Il presente blog in questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n.    59485    accessi

La media degli accessi al blog è stata:

I Trimestre  pari a 711

II Trimestre pari a 121

III Trimestre pari a 4

IV Trimestre pari a 25

La media degli accessi annua è di    118  elementi

I Post totali dalla apertura del blog  è pari a

I Trimestre  pari a 6,67

II Trimestre pari a 6

III Trimestre pari a 3,11

IV Trimestre pari a 5,17

La media dei post per l’anno 2020 è di   5,17  ogni mese

 

 

martedì 22 dicembre 2020

sabato 19 dicembre 2020

1944. La guerra di Liberazione all'estero. La Grecia Continentale III parte

 


Un altro aspetto della Guerra di Liberazione in Grecia fu la vicenda di numerosi soldati italiani che scelsero di non salire in montagna a combattere con i partigiani greci, oppure lavorare presso i contadini o girovagare per le campagne tendendo a raggiungere un porto per cercare di ritornare il Italia. Molti scelsero di nascondersi e confondersi fra la popolazione delle principali città greche, soprattutto Atene. All’inizio del 1944, accanto alle formazioni resistenziali greche, in cui operavano molto soldati italiani, sorsero due organizzazioni che, oltre a mettere in atto atti di sabotaggio e raccogliere informazioni, avevano come scopo l’assistenza ed il sostegno dei soldati italiani non aderenti Erano la O.L.I, Organizzazione Liberale Italiana, vicina all’ELAS fondata dal cap. Sebastiano Costantini, dal ten. Dei carabinieri Demetrio Crupi e dal ten. Vittorio Vicari Tra le tante azioni meritorie è da ricordare che il ten. Crupi riportò in Italia cucita sotto la fodera del soprabito, la bandiera del 3° Reggimento fanteria “Piemonte”, avita in custodia dal col. Pozzuoli che transitava per Atene diretto verso un campo di concentramento in Germania. Con le stesse finalità operò la C.O.I. Centro Organizzazione Italiana fondata ad Atene dal col. Giuseppe De Angelis. Questa organizzazione il 14 ottobre 1944 in occasione dell’ingresso delle truppe alleate ad Atene, sfilò per le vie della capitale accanto a formazioni di “andartes”.

 

La vicenda del richiamo del gen Infante in Italia è l’anticipo del clima che si instaurerà in Grecia nell’ambito della guerra civile tra le formazioni di sinistra e le formazioni monarchiche. Entrambe alimentano l’odio verso l’italiano aggressore ed occupatore, e questo odio è una delle componenti della guerra civile dimostrando che i responsabili greci non sono in grado di superare le tragedie proponendo soluzioni conciliative che avrebbero evitato ulteriori contrasti. Il gen Infante, come tanti altri ufficiali italiani era perseguito come “criminali di guerra”, anche se si erano dimostrati decisi fautori della lotta al tedesco. Infante, anche per ammissione degli stessi esponenti della Missione Militare Alleata in Grecia. Accompagnato dal cap. Philip Infante intraprese un lungo viaggio di oltre 200 chilometri per raggiungerà piedi l’Albania e di lì, il 5 febbraio 1944 per mezzo di un peschereccio battente bandiera americana raggiunse Brindisi. Ben presto fu nominato sottocapo di Stato Maggiore del Comando Supremo e dopo la liberazione di Roma fu nominato Primo Aiutante di Campo del Luogotenente Generale poi Re Umberto I. Infante, di sentimenti monarchici convinti, non abbandonò mai i soldati rimasti in Grecia. E fu grazie a lui che giunsero nel corso del 1944 e 1945 aiuti consistenti tramite le missioni militari alleate.

 

 La situazione in Grecia divenne quanto mai difficile con la ritirata tedesca. Nel settembre 1944 iniziò la evacuazione degli ospedali e delle strutture logistiche e del personale amministrativo tedesco da Atene e dalle altre città greche. Non fu una ritirata decente; anzi sembrò più una fuga frettolosa, quasi ignominiosa che colpi sia le truppe combattenti tedesche che la popolazione greca. Segni di disgregazione erano sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai soldati austriaci che facevano ogni sforzo per dimostrare che loro non erano tedeschi. Il 12 ottobre 1944 fu il giorno tanto sognato dai greci: i tedeschi sgombrarono Atene, il 13 i paracadutisti britannici occuparono l’aeroporto di Megara, il 14 occuparono Atene. Iniziarono tre giorni di grande festa. Al termine iniziarono i problemi. In breve giunsero dall’Egitto il Governo provvisorio ed il Re e tutti i funzionari che si erano rifugiati all’estero. La situazione era grave. Vi era apparsa di nuovo la fame, che non poteva essere contrastata dagli aiuti alleati. Iniziarono non solo ad Atene ma in tutto il paese le vedette, guidate dall’ELAS che si era messo alla caccia dei “quisling” greci; iniziavano i primi massacri, le epurazioni gli arresti arbitrari. Il porto di Velos divenne la meta di tantissimi italiani, che cercavano l’imbarco in Italia. In breve raggiunsero le migliaia; una relazione britannica riporta che dopo un mese dalle montagne della Tessaglia erano giunti a Velos circa 8500 italiani, che necessitavano di tutto ed erano alloggiati in quello che fu definito “il magazzino americano”. Gli imbarchi per l’Italia si susseguivano in base al naviglio disponibile, ma non sufficienti per trasportare tutti i presenti. Il 1944 si chiude in Grecia con una nuova ondata di paura e di disagi per i rimanenti italiani rimasti: i greci erano sprofondato in una paurosa guerra civile

 

 I precedenti articoli sono stati pubblicati in data 4 e 12 dicembre 2020

sabato 12 dicembre 2020

1944 La guerra di liberazione all'estero. Grecia. II Parte

 

 


Dei 170.000 soldati italiani in Grecia nel settembre 1943, circa 140.00o furono catturati dai tedeschi ed inviati in Germania. I 30.000 che riuscirono a sottrarsi alla cattura, una buona metà era composta dalla Divsione Pinerolo, l’altra metà aveva trovato nascondiglio nelle città, o presso i contadini nelle campagne, ed una aliquota girovagava per le campagne tentando di avvicinarsi alle coste dello Jonio per cercare un qualsiasi mezzo per raggiungere l’Italia

 

Al soldato italiano in quanto tale non si perdonava l’aggressione del 1940 e la successiva occupazione. Nessun greco aveva dimenticato la campagna dell’inverno del 1940 e 1941 quando l’esercito greco tenne testa a quello italiano fino al maggio del 1941, il valore espresso, l’orgoglio di resistere, e crollare non per mano italiana ma tedesca. L’occupazione fu anche peggiore in quanto oltre al solito corollario di incendi, fucilazione di ostaggi, rappresaglie eccidi, imperversò il mercato nero per carenza endemica di viveri che prostò il popolo greco. Tutto questo nel 1944 non era stato dimenticato. Anche se adesso il soldato italiano combatteva il tedesco per il greco era sempre un nemico. Da una parte occorre dire che la popolazione in quanto tale all’indomani dell’armistizio mostrò sentimenti umani e cercò di superare la comune sventura nei limiti consentiti dalle ristrettezze generali; il partigiano combattente, che era inasprito per una serie di lotte, rischi, fughe, sofferenze non riusciva a dimenticare; l’odio si era cristallizzato. Questo fece si che in Grecia non si costituì una unita partigiana italiana combattente, ad eccezione del T.I.M.O, di cui diremo come in Albania il Battaglione “Gramsci” o in Jugoslavia le divisioni “Italia” e Garibaldi”. Il disarmo degli italiani da parte dell’ELAS è il portato di tutti questi sentimenti

Il 1944 in Grecia era per gli Italiani quanto mai gravido di incertezze e di incognite.

Il T.I.M.O (Truppe Italiane nella Macedonia Orientale), posto alle dipendenze della 1° Divsione dell’ELAS, inizialmente era composto da circa 4000 militari, per poi scendere a circa 3000 unità. Era comandato dal maggiore Giuseppe Ramondo ed era ordinato su quattro battaglioni, ed ognuno di essi aveva mantenuto la sua struttura organizza del regio Esercito.

 

Scrive Giraudi:

Alla luce delle chiare testimonianze che abbiamo riportato si comprende perchè l’ELAS della Macedonia occidentale si sia sempre opposta alla decisione di disperdere gli italiani presso i civili, motivando tale opposizione con inesistenti motivi di sicurezza. Gli italiani servivano indiscutibilmente sul piano militare sia come partecipazione diretta ai combattimenti sia come supporto per i diversi servizi, né potevano rappresentare un grosso pericolo, venendo armati solo nelle circostanze volute dai greci.”[1]

 

Il T.I.M.O. riuscì a sopravvivere in quanto era vettovagliato dalla Missione Militare Alleata, altrimenti la sua esistenza sarebbe stata messa quotidianamente in forse. Oltre alle condizioni di vettovagliamento che erano precarie, anche le condizioni igienico-sanitarie erano pessime nella Macedonia Occidentale.

Nella primavera 1944 scoppio una epidemia di tifo esantematico. Solo nel campo di Duccicò morirono quattrocento soldati italiani; l’epidemia infurio per tutta la primavere e l’estate; poi fu seguita da un’altra ancora più dolorosa, la avitaminosi che dava luogo a dolorose cancrene che spesso portavano ad amputazioni eseguite in modo doloroso e stravaganze per mancanza di attrezzature sanitarie e medicinali Nella tarda primavera del 1944 con l’inizio dell’estate queste epidemie sembravano attenuarsi  quando si palesò un’latra grave minaccia  che sfocio nell’ennesima tragedia. I tedeschi, per via dell’andamento della guerra, stavano seriamente pensando nel luglio 1944 di evacuare la Grecia. Quindi era necessario mantenere aperte le vie di ritirata. Questa esigenza diede avvio alla operazione “Sparviero”. Di fronte alla offensiva tedesca le possibilità erano poche per i soldati italiani: o consegnarsi ai tedeschi, e questa fu scelta da pochissimi elementi, oppure raggiungere le bande partigiane operanti anche fuori della Macedonia occidentale, infime, quella che fu la soluzione adottata dalla maggior parte dei soldati ritirarsi sulle cime del Monte Smolikas, o mimitizzarsi nel folto dei boschi nella speranza di non essere scoperti. I rastrellamenti tedeschi distrussero tutti gli insediamenti ove era traccia della presenza di soldati italiani; distrussero o requisirono i magazzini viveri e di vestiario che incontrarono in pratica fecero tabula rasa di ogni struttura che poteva dare ricovero. Ritirati i tedeschi, i soldati italiani che ritornarono, trovarono tutto distrutto tanto che si cominciò a disperare per il futuro. Un altro inverno in quelle condizioni era impossibile passarlo. Per fortuna, dopo notizie più o meno confermate, si ebbe la certezza della ritirata tedesca. Ai primi di novembre pochi giorni dopo la constatazione che i tedeschi si stavano ritirando, gli uomini del T.I.M.O., sia quelli armati che quelli disarmati iniziarono il cammino di ritorno in patria avviandosi verso la pianura tessala ed il porto di Velos. 

 

 Giraudi traccia un ampio quadro delle formazioni di livello plotone/compagnia o minori che operarono nelle fila della resistenza greca. Oltre alla banda dei 18, ed al Gruppo dei 16, meritano di essere ricordati altri gruppi che operarono con elementi partigiani come la batteria someggiata da 75/13 del cap. Riccardi e del ten. Gattola, che combattè aggregata alla 13a Divsione ELAS fino al disarmo., il gruppo del s.ten Giacomo Baduini che riuscì ad aggregare oltre 200 uomini armati ed ad aggregarsi ad una formazione dell’ELAS. [2]

 

I soldati italiani in Grecia non aderenti, andavano incontro ad una sorte che in tanti casi era dettata dal caso o da circostanze fortuite, e meritano di essere ricordati. Come la vicenda delle due Medaglie d’Oro, il s.ten. della Guardia di finanza Attilio Corrubia ed al tenente medico col. della Marina Militare. Il s.ten. Corrubia era comandante del 1° plotone della 1a compagnia finanzieri di stanza nel Peloponneso; all’indomani della proclamazione dell’armistizio riuscì a raggiungere col suo plotone  una unità della resistenza greca, il battaglione “Elias” nei pressi di Kalavrita con il quale combattè fino al dicembre 1943, quando per la forte pressione tedesca, il battaglione fu sciolto  ed i militari italiani vennero inviati sulle montagne e suddivisi in diversi paesi oppure sparsi nella campagna presso i contadini. Corrubia fu indirizzato dove era in essere l’infermeria partigiana del battaglione “Elias” dislocato presso Arfarà Abele. Qui incontrò il tenente medico Giuli Venticinque, anche lui datosi alla macchia nei giorni dell’armistizio, sbancando dalla nave su cui era imbarcato per non aderire. Il 19 gennaio 1944 durante un rastrellamento, i tedeschi, probabilmente informati da una spia del luogo, circondarono in forze la casa ove era posta l’infermeria e catturarono i due ufficiali italiani e quattro greci. Portati a Aghion i due ufficiali italiani furono sottoposti a torture nella speranza di avere dati e notizie sulle formazioni partigiane. Il 23 gennaio, dopo il risoluto atteggiamento dei due italiani che non rilevarono nessun dato, li impiccarono nella piazza del paese. Il comportamento tenuto dai due Martiri suscitò l’ammirazione sia della popolazione che dei tedeschi.

 Un altro aspetto della Guerra di Liberazione combattuta fuori dal territorio italiano merita di essere sottolineato. In Grecia le forze partigiane erano composte sia da formazioni comuniste che da formazioni monarchiche, queste sostenute dagli alleati. Verso la meta del 1944 si delineava con crescenze intensità la possibilità che all’indomani della ritirata tedesca il fronte della resistenza, prima antitaliani, poi antitaliano e tedesco, poi solo antitedesco no mantenesse la propria unità e sfociasse in una vera e propria guerra fra greci. Le diverso formazioni spesso arrivarono anche nella tarda primavera del 1944 a scontrarsi. In queste formazioni contrapposte vi militavano dolati italiani che erano saliti in montagna. Quindi vi era la concreta possibilità che gli italiani combattessero tra loro per una causa a cui erano estranei. Onde evitare questa situazione la soluzione più adotta era quella di trasferire o far raggiungere altre formazioni greche in aree ove ancora non era iniziata la guerra civile greca, oppure vi erano solo formazioni di una determinata parte ed assenti quella dell’altra. Un ulteriore aggravio per i soldati italiani questo collasso del fronte della resistenza greca; in Italia, per inciso, il fronte della resistenza rimase unito e, tranne l’episodio di Porzus dovuto ad iniziative individuali, no in vi furono scontri fra formazioni di diverso colore politico in seno alla resistenza italiana. Parlare di guerra civile in Italia, se si tiene presente la situazione greca appare quanto mai azzardato.

( la prima parte è stata pubblica in data 5 dicembre, la terza parte sarà pubblicata in data 19 dicembre 2020)

[1] Giraudi G., La resistenza dei Militari Italiani all’estero. Grecia continentale e Isole dello Jonio, cit., pag224

[2] Giraudi G., La resistenza dei Militari Italiani all’estero. Grecia continentale e Isole dello Jonio, cit., pag. 248

 

sabato 5 dicembre 2020

1944 La guerra di liberazione all'estero Grecia Continentale I parte

 


4.5 Grecia continentale.

Nella Grecia continentale la sorte dei soldati italiani non è benigna. Dopo la triste vicenda della volontà greca di procedere al disarmo della Divisione Pinerolo, in cui superstiti furono raccolti nei campi di concentramento di Grevernà, Neraida e Karpenision.  Questi campi non avevano nulla da invidiare ai lager tedeschi, in quanto mancavano di tutto, sia in termini di viveri, di medicinali di vestiario, ove la mortalità raggiunse cifre considerevoli Dopo aver passato un inverno fra stenti e fame in condizioni allucinanti, i soldati italiani nella primavera del 1944 erano ridotti a larve umane. Per poter dare un certo aiuto a questi soldati, che nella sostanza erano, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania del 13 ottobre 1943, degli cobelligeranti se non alleati, la Missione militare alleata incaricò un ufficiale inglese, il maggiore Philipp Warrel della direzione e gestione dei campi stessi. Warell si rilevò un benemerito in quanto riuscì con la sua opera a salvare migliaia di prigionieri italiani. Riuscì’ ad avere denaro tanto che potè corrispondere al mese ad ogni soldato una sterlina e mezzo per poter acquistare per lo meno il necessario per sopravvivere. Ottenne anche di dislocare molti soldati presso le famiglie contadine che, in cambio di lavoro, corrispondessero vitto ed alloggio. La situazione era veramente grave, anche per l’azione tedesca che si sviluppava sia attraverso rastrellamenti violenti, dove non venivano risparmiati né feriti né moribondi, sia attraverso lusinghe ed promesse affinchè i soldati italiani scendessero dia monti dai loro nascondigli e si consegnassero ai presidi tedeschi.

 Il dramma dei soldati italiani nella Grecia continentale nasce dal fatto che i greci erano profondamente divisi ed il movimento partigiano era visceralmente frazionato e frammentato e le fazioni si facevano tra loro una guerra atroce e crudele, spesso senza senso. Ai greci interessava inizialmente non che il soldato italiano li aiutassero a sconfiggere i tedeschi occupatori, come accadeva in Albania ed in Jugoslavia, ma le armi, le munizioni, l’equipaggiamento e ogni bene utile; una volta disarmato e spogliato di tutto il soldato italiano diventava un peso inutile, oggetto solo di rancore per l’aggressione del 1940 e la relativa occupazione. Una situazione triste per questo paese le cui divisioni portarono ancora più lutti della guerra perduta e della occupazione italotedesca.

 

Anche per  tutto il 1944 al soldato italiano, in queste circostanze, si presentava che all’inizio era abbastanza favorevole: se armati potevano costituire una propria banda ribelle, sempre però integrata o in collegamento con una formazione greca dell’ELAS (Esercito popolare di liberazione greco) di ispirazione comunista, oppure dell’EDES, (Unione Nazionale greca democratica) di ispirazione monarchica, oppure singolarmente o in piccolissimi gruppi immessi nelle formazioni ribelli; se disarmati potevano aggregarsi alle formazioni partigiane come ausiliari svolgendo numerosi incarichi, oppure raggiungere la campagna e vivere come braccianti presso famiglie contadine in cambio di vitto ed alloggio. Nel 1944 le possibilità di scelta si erano alquanto ridotte e tutto dipendeva dalle circostanze, che, per via della frammentazione politica greca divenivano sempre più difficili. Via via che la lotta tra i greci si inaspriva, era sempre più difficile per gli italiani trovare la possibilità di combattere i tedeschi. Era prassi in tutte le unità greche sia comuniste che monarchiche di non costituire bande o reparti di soli italiani al comando di ufficiali italiani; si preferiva sempre suddividerli fra le proprie bande allo scopo di utilizzare meglio le loro professionalità militari. Un particolare aspetto poi è da considerare per i carabinieri, i finanzieri e le camicie nere. Era costante da parte dei greci cercarli in quanto erano fortemente animati dai rancori accumulati durante l’occupazione ed erano alla ricerca di vendette che spesso avevano motivazioni più presunte che reali. I nostri militari ebbero l’accortezza di lasciare quasi immediatamente le zone dove potevano essere riconosciuti; quei pochi malcapitati che incapparono nella furia della popolazione greca andarono incontro ad una atroce fine.


Massimo coltrinari


( seconda parte il 12 dicembre 2020)


domenica 29 novembre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero. Albania Il Battaglione Gramsci partecipa alla liberazione di Tirana 29 novembre 1944

 

La bandiera del Battaglione Gramsci sfila alla testa del battaglione
durante la parata della Vitoria a Tirana il 29 novembre 1944

Il Battaglione non ebbe anche nella primavera del 1944 ufficiali in posizione di comando ma scelse liberamente i suoi capi e nel febbraio-marzo si ricostituì come unità combattente. Al suo fianco si ricostruirono anche la 6a batteria Vito Menegazzi e la 9a batteria Filippo Cotta, entrambe della Divisione “Firenze”. Queste unità furono le sole unità di artiglieria dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese. Erano al comando di due ufficiali certamente non di sentimenti comunisti, ma che furono accettate in virtù del fatto che rappresentavano un elemento di forza di notevole spessore. Ancora una volta si dimostra che anche nella guerriglia l’elemento ideologico deve cedere il passo all’elemento tecnico non ideologizzato se si vuole raggiungere un superiore capacità operativa. La ricostruzione del Battaglione “Gramsci” è parallela a quella delle formazioni ribellistiche albanesi che iniziano con la buona stagione una crescente azione prima di disturbo poi di vere e proprie azioni di guerriglia contro le formazioni del Bali Komintar e contro i reparti tedeschi. In queste azioni si distinguono i soldati italiani perfettamente integrati nelle formazioni albanesi. In una azione di queste azioni cade, l’8 luglio 1944, Terzilio Cardinali, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare. [1]

Il Comando Italiano truppe alla Montagna, che non aveva avuto la possibilità di prendere contatto con le autorità italiane in Patria, all’inizio della primavera constata che le sue possibilità operative sono scarse. Tutte le armi e le munizioni, molto scarse, affluiscono all’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese e le formazioni dipendenti, in gran parte distrutte o disperse, via via nei loro elementi superstiti confluiscono nelle fila albanesi, ovvero nel Battaglione “Gramsci” e quindi si dissolvono. Nel mese di marzo ed aprile si constata che le uniche richieste che arrivano sono quelle di sostentamento in termini di viveri e vestiario; la situazione si accentua nel mese di maggio e giugno. Il gen Azzi ed il gen Piccini non possono far altro che constatare che ormai il Comando Italiano truppe alla Montagna ha esaurito la sua funzione. Anche per volontà dei responsabili albanesi questo comando non può continuare ad operare rappresentando, agli occhi degli stessi albanesi, una anomalia nel quadro della guerra di liberazione albanese. Il mito che poi si creerà del soldato italiano, da oppressore a combattente per la libertà, sarà solo creato per il Battaglione “Gramsci”. I soldati italiani fuori da questa formazioni non trovano spazio. La conseguenza immediata è che nel mese di giugno su un mezzo da sbarco per carri armati, il gen. Azzi e tutti i componenti del Comando Italiano Truppe alla Montagna rientrano in Italia, precisamente a Brindisi. Sono in uniforme italiana ed armati, testimonianza del fatto che l’8 settembre al momento dell’armistizio non sono scesi a patti con nessuno. Rimane in Albania, sempre in uniforme ed armato, il gen. Gino Piccini, già comandante della Divisione “Firenze” l’unica autorità italiana in Albania riconosciuta dai responsabili albanesi.

Chi sostituirà il Comando Italiano truppe alla Montagna nella sua funzione anche di tutela ed assistenza ai soldati ed ai cittadini italiani in Albania sarà il Circolo “Giuseppe Garibaldi” che si costituirà a Tirana e poi avrà sedi nelle principali città albanesi e che sarà veramente operativo all’indomani della liberazione.

La situazione generale sul finire dell’estate del 1944 nei Balcani per i tedeschi non è particolarmente rosea. È iniziato, per via della avanzata dell’Armata Rossa da oriente, il lento ripiegamento dalla Grecia. Infatti nell’agosto 1944 i Sovietici erano sulla Vistola, e la Romania era caduta. Se non si voleva rimanere tagliati fuori dalla madrepatria per i tedeschi era necessario iniziare a ritirarsi verso nord per poter mantenere aperti tutti i collegamenti. Le operazioni in Albania erano fortemente condizionate dall’andamento delle operazioni sul fronte orientale.

 Alla fine di ottobre i tedeschi diedero attuazione al piano di ripiegamento verso nord. Tirana diventava un obiettivo sempre più possibile alle forze portigiane. Ai primi di novembre 1944 a Tirana non vi erano più forze operative tedesche, ma solo addetti ai rifornimenti, alla logistica e circa 500 feriti nei vari ospedali. Nella prima decade di novembre tutti i tedeschi si ritirano nel quartiere “Nuova Tirana” (Tirana Ere) lasciando il resto della città nelle mani delle forze partigiane. Pr circa tre settimane si combattè per le strade di Tirana e forze operative tedesche organizzarono colonne mobili da Elbassan e da Durazzo per liberare i Tedeschi di Tirana. Nella terza settimana di novembre una colonna tedesca lasciò, protetta dalle forze operative, Tirana e si mise in marcia verso nord. La città subì per questi combattimenti notevoli danni. La battaglia per Tirana fu veramente violentissima e durante il suo svolgimento entrò in azione anche il Comitato Clandestino Italiano che fu protagonista della fase finale, svoltasi dal 14 al 17 novembre 1944, durante la quale elementi italiani organizzarono la popolazione a erigere barricare, ad organizzare posti di blocco, ad orientare i vari gruppi partigiani verso le posizioni di resistenza tedesche. Il 16 novembre 1944 i tedeschi, ormai sulla via della ritirata, compirono un ennesimo eccidio a danno degli italiani. Furono fucilati 45 ex militari italiani trattenuti inizialemnte come ostaggi. I nominativi dei Martiri furono pubblicati sul giornale “L’Unione” del Circolo Giuseppe Garibaldi di Tirana il 25 marzo 1945 e ricordati durante una solenne cerimonia. Fu l’ultimo eccidio tedesco in terra albanese in danno degli italiani. Alla battaglia finale per Tirana partecipò il Battaglione “Gramsci” con tutti i suoi effettivi e partecipò a tutti i combattimenti sia quelli iniziali che quelli finali dal 31 ottobre al 17 novembre ed ebbe la grossa soddisfazione di incontrarsi verso le cinque del pomeriggio del 17 novembre con quasi tutti gli effettivi a Piazza Skanderberg con le altre formazioni dell’Esercito Nazionale di Liberazione Albanese. Tirana è avvolta dagli incendi e le mine a scoppio ritardato poste dai tedeschi iniziano a brillare, ma ormai Tirana è conquistata anche con la partecipazione dei soldati italiani.

 Il 29 novembre si tiene a Tirana una parata, che fu definita della vittoria, in cui il Battaglione Gramsci al completo, comprese le batterie Cotta e Menegazzi, sfilano tra il consenso e gli applausi generali.

 

Il giorno successivo tutto il Battaglione e le artiglierie si incamminano verso nord ad incalzare i tedeschi, che sono in piena ritirata. Il gen Piccini con i suoi uomini si trasferisce a Tirana, ove il Comando Partigiano Albanese si trasforma in Governo provvisorio. Inizia in Albania il dopoguerra, in cui la situazione degli italiani era alquanto confusa, se non torbida. Coloro che avevano interesse a mantenere le proprie posizioni di privilegio presso la nascente dirigenza albanese erano gli stessi italiani che ben poco avevano fatto per aiutare i soldati italiani in difficoltà e senza appoggio alcuno. La necessità più urgente in quell’ultimo mese del 1944 è avere un quadro generale della situazione dei soldati italiani in Albania, le loro condizioni ed iniziare ad avviare le iniziative per un rimpatrio, che era desiderato da tutti, anche se in Italia la guerra era ancora in corso.[2]

 

(massimo Coltrinari)

[1] Una ampia descrizione delle operazioni in Albania a cui parteciparono i soldati italiani è stata ricostruita nei dettagli in Coltrinari M.,, La Resistenza dei Militari Italiani all’Estero, Albania., Roma, Ministero della Difesa, Commissione per lo studio della Resistenza dei Militari Italiani all’estero, Rivista Militare, 1999 pag.679-917. Anche in questa occasione si ribadisce l’approccio da noi adottato della Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti, evidenziando che le gesta e l’azione di Terzilio Cardinali e di tutti i soldati italiani combattenti in Albania contro i tedeschi difficilmente si potrebbero inquadrare nel riduttivo concetto che la guerra di liberazione intesa come lo scontro tra ribelli e repubblichini nel nord d’Italia

[2] Una ricostruzione in dettaglio delle operazioni finali e per la Battaglia di Tirana si trova in Coltrinari M.,, La Resistenza dei Militari Italiani all’Estero, Albania., cit, pag. 920-930