lunedì 9 settembre 2019
sabato 7 settembre 2019
Battaglia di San Pietro infine 7 -21 dicembre 1944
Il
Primo Raggruppamento motorizzato (IT)
Fu
costituito ufficialmente il 28 settembre 1943 a San Pietro Vernotico (LE)[i] ad
appena 20 giorni dall’Armistizio[ii],
dietro concessione della M.M.I.A. (Military
Mission to Italian Army). Contando circa 5.000 unità e avendo, quindi, la
consistenza di una brigata, fu costituito con reparti delle Divisioni
“Legnano”, “Mantova”, “Piceno”, del LI Corpo d’Armata e posto sotto il Comando
del Gen. Dapino. Il requisito iniziale era quello di definire una forza
italiana che operasse con gli alleati e che fosse costituita da circa 10
Divisioni (comunicazione, difesa costiera, contraerea e servizi). Emerge un
atteggiamento “misurato” da parte dello Stato maggiore italiano che, stanti le
difficoltà in termini di risorse e valutando che l’Unità dovesse essere inserita
nel contesto degli Alleati, fornì poche truppe combattenti.
Il
Raggruppamento aveva, dunque, una composizione molto eterogenea, poiché formato
da soldati di tutte le regioni d’Italia integrati da elementi (poco addestrati,
talvolta fisicamente o moralmente poco idonei) sia della Marina[iii] che
dell’Aeronautica e dotati, per di più, di uniformi logore e non adeguate alle
condizioni climatiche del periodo. Il I RM era dotato di armamento leggero, a
corto di munizionamento e carente, ab
initio, di autocarri peraltro non equipaggiati delle quattro ruote motrici.
Sul piano psicologico le forze soffrivano
molto del confronto con le altre forze alleate poiché ebbero modo di paragonare
le possibilità economiche e alimentari proprie con quelle delle truppe
americane.
[i] S.M.E. Ufficio Storico, Giuseppe
CONTI, Il Primo Raggruppamento Motorizzato, Roma 1984, Cap. II pag. 55 ove è riportato
l’organico del Raggruppamento in dettaglio.
[ii] Centro studi e ricerche storiche
sulla guerra di liberazione, Dalle Mainarde al Metauro il Corpo Italiano di
liberazione (C.I.L.) 1944, Atti del convegno di studi Corinaldo, 22-23-24 giugno
1994, Gen. Enzo Campanella a pag. 50: “Fa
impressione e tenerezza che il I RM sia stato costituito già venti giorni dopo
l’8 settembre 1943: vale a dire dallo sprofondo più nero alla pronta
riemersione, dal marasma che tutti noi, vecchia generazione, abbiamo visto
verso la luce”.
[iii] Centro studi e ricerche storiche
sulla guerra di liberazione, La riscossa dell’Esercito, il Primo Raggruppamento
Motorizzato Monte Lungo, Atti del convegno di studi Cassino, 6-7 dicembre 1993,
testimonianza dell’Amm. Antonio Fedele a pag. 327 ove si menziona la
partecipazione di nove Allievi della Regia Accademia Navale (di cui 5 caduti a
Monte Lungo).
mercoledì 4 settembre 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943
Le Forze tedesche
Sulla Winter Line,
a capo del XIV corpo d’armata corazzato vi era il Gen. F. von Senger und Etterlin
(succeduto ad Hube il 8 ottobre 1943), organico della X Armata del Gen. von
Vietinghoff.
Il XIV corpo
d’armata impiegava quattro divisioni permanentemente schierate per fronteggiare
le sette della Quinta Armata americana, ma manteneva tre divisioni mobili (la
29^, la 90^ Panzergrenadier e la “Hermann Göring”) in riserva di corpo
d’armata.
La divisione di fanteria costituiva il nerbo dell’esercito germanico
perché numerosa e ben armata era in grado di tenere il terreno, formata da tre
reggimenti granatieri (equivalenti a quelli analoghi americani e alla brigata
inglese). Ciascun reggimento era organizzato su tre battaglioni granatieri, con
vari reparti da
ricognizione, controcarro, trasmissioni e pionieri.
Il XIV Corpo
d’Armata era costituito dalle seguenti grandi unità:
-
94^ Divisione di
fanteria con una forza combattente di circa 7.500 uomini, al comando del Generale
Pfeiffer, schierata all’estrema destra partendo dal Tirreno, doveva anche
difendere la costa dalla foce del fiume Garigliano fino a Terracina;
-
15^ Divisione
Panzer Grenadier (chiamata anche Siziliendivision e raccoglieva rincalzi malati
e feriti provenienti dal fronte tunisino) con una forza combattente di circa 6.500
uomini, al comando del Generale Eberhardt Rodt, che difendeva punti vitali sul
piano strategico, quali monte Faito e le pendici occidentali del massiccio del
Camino e quindi sul lato sinistro della 94^;
-
3^ Divisione
Panzer Grenadier, comandata dal generale prussiano Fritz-Hubert Gräser
(invalido), nell’area Monte Lungo-Monte Sammucro era considerata inaffidabile
perché composta da personale tendenzialmente dal carattere arrendevole, poi
sostituita dalla 29^ Divisione Panzer Grenadier con una forza combattente di
circa 7.500 uomini, ai comandi del Generale Walter Fries. La 29^ Divisione fu l’unità
più coinvolta da parte tedesca nella battaglia di San Pietro Infine. Essa
era composta da due reggimenti granatieri corazzati (15° e 71°) e da uno di
artiglieria (29°). La copertura da attacchi aerei era garantita da un gruppo
contraereo su otto cannoni da 88
mm . e circa 40 mitragliere Mauser da 20 mm . Considerata tra le
migliori divisioni tedesche del mediterraneo. Era, grazie al proprio simbolo,
detta anche “Falke Division”;
-
26^ Divisione
Panzer, comandata dal Generale Smilo von Luttwitz, inserita tra la 3^ e la 305^
Divisione. Sopraggiunse per rafforzare.
A parte deve essere menzionata la 305^
divisione di fanteria con una forza combattente di circa 6.700 uomini,
rinforzata con speciali truppe di montagna, comandata dal Generale Haug, che
copriva l’estrema sinistra del XIV Corpo d’Armata ovvero il settore montagnoso
a est dello spartiacque appenninico. Detta divisione costituiva un gruppo
indipendente (Gruppo Hauck) deputato a fronteggiare la 78^ divisione (Br).
a.
Considerazioni riepilogative
Una prima considerazione
è legata all’assoluta superiorità nello spazio aereo da parte della Tactical
Air Force americana che, tuttavia, nella battaglia esaminata non poté
costituire elemento di vantaggio a causa dell’inclemenza meteorologica del
periodo. L’ulteriore sostegno non “fruito” da parte degli alleati era quello
che sarebbe derivato dalla maggiore quantità, in termini di massa, rispetto ai
tedeschi i quali avevano poche risorse aeree.
Inoltre, benché la
composizione organica delle divisioni di fanteria tra i due schieramenti non
fosse molto dissimile i tedeschi dimostrarono di avere una capacità difensiva
formidabile anche alla luce della scarsa “meccanizzazione” delle proprie
divisioni mobili. Detto elemento unito a una migliore gestione del fattore
“terreno” montuoso pose i tedeschi su un piano superiore.
Infine
le dotazioni, in termini di armamento leggero, piuttosto equivalenti non
giocarono un ruolo realmente distintivo al contrario di quelle di artiglieria
pesante che vedevano una maggiore disponibilità di pezzi da parte delle truppe
germaniche.
domenica 1 settembre 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 La situazione particolare
L’ambiente operativo
San Pietro Infine è un piccolo paese posto al margine nord
del Casertano, che per la sua particolare posizione geografica sembra fungere
da cardine a ben tre regioni: il Lazio, la Campania e il Molise.
Tale posizione nel territorio, dominata dai monti Sammucro,
Lungo e Cesima, era nel 1943 di principale importanza perché attraverso San
Pietro, e seguendo la Strada
n. 6 Casilina, si poteva accedere a tre importanti aree dell’Italia centrale:
la valle del Liri, la piana di Venafro e la pianura Campana.
La posizione di San Pietro Infine quindi, assieme a quella di Monte Lungo, fu subito notata dai comandanti della 5^ Armata americana, che risaliva la penisola in direzione di Roma. Essi, infatti, ancora totalmente all’oscuro di quanto i tedeschi stavano preparando a Cassino, ritenevano che una volta superata San Pietro Infine lo sbocco nella valle del Liri avrebbe consentito il raggiungimento della Capitale in tempi brevi.
La posizione di San Pietro Infine quindi, assieme a quella di Monte Lungo, fu subito notata dai comandanti della 5^ Armata americana, che risaliva la penisola in direzione di Roma. Essi, infatti, ancora totalmente all’oscuro di quanto i tedeschi stavano preparando a Cassino, ritenevano che una volta superata San Pietro Infine lo sbocco nella valle del Liri avrebbe consentito il raggiungimento della Capitale in tempi brevi.
Per parte tedesca, l’abitato di San Pietro Infine era stato
notato con intenzioni ben diverse. Lungo San Pietro Infine e Mignano Monte
Lungo correva la “Linea Reinhard”, o “Winter Line”, una serie di postazioni
difensive realizzate al fine di rallentare l’avanzata alleata, nell’attesa che
fossero ultimati i preparativi sul bastione principale rappresentato dalla
“Linea Gustav”, a Cassino.
L’area geografica interessata dalla citata linea difensiva, prevedeva
il presidio del massiccio di Monte Camino con i rilievi di Monte La Defensa , Monte Remantea e
Monte Maggiore, al fine di poter controllare la valle del Liri, la piana di
Venafro e la pianura Campana.
Era proprio qui, tra il piccolo paese e la stretta di Mignano
quindi, che doveva essere profuso il massimo sforzo per bloccare gli americani
prima di ritirarsi all’ombra del monastero di Cassino.
Poco prima di dicembre, pertanto, i tedeschi si attestarono
nel territorio di San Pietro Infine e lo munirono con postazioni protette da
vasti campi minati e filo spinato, ben decisi ad assolvere il compito assegnato,
ovvero fermare gli americani.
Nel periodo 8-16 dicembre 1943, l’abitato di San Pietro
Infine fu sottoposto a un incessante bombardamento d'artiglieria, al punto da
esserne pressoché distrutto totalmente.
lunedì 26 agosto 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 4 Le forze in campo
Le
forze tedesche
Nel dicembre del 1943 il lato destro del fronte tedesco sulla
Winter Line era tenuto dal XIV Corpo corazzato al comando di von Senger und
Etterlin. La Germania
schierava sulla “Linea d’inverno” soprattutto divisioni di fanteria e di
granatieri corazzati, e solo in un secondo tempo, sulla retrostante “Linea
Gustav”, sarebbero state impiegate anche altre specialità come i paracadutisti
e le truppe alpine.
Al XIV corpo, il cui comando era stato
assunto da von Senger l’8 ottobre 1943, erano aggregate le seguenti grandi
unità:
-
94ª
divisione di fanteria, con una forza combattente di 7.430 uomini, al comando
del generale Pfeiffer. Schierata all’estrema destra partendo dal Tirreno,
doveva anche difendere la costa dalla foce del fiume Garigliano fino a
Terracina;
-
sul
lato sinistro di questa unità era schierata la 15ª divisione granatieri
corazzati, che si era già battuto in Sicilia e Salerno, ed era comandato dal
generale Eberhard Rodt. Questa divisione aveva all’epoca 6.600 uomini. La 15ª
era stata formata nel maggio del 1943 con i rincalzi, i malati e i feriti evacuati dal fronte tunisino prima
della resa finale;
-
al
centro dello schieramento tedesco era dispiegata la 3ª divisione granatieri
corazzati del generale prussiano Fritz-Hubert Gräser. Era un’unità
inaffidabile, che già nella ritirata da Salerno aveva perso molti uomini,
arresisi con troppa facilità al nemico. Molti dei militari erano di origine
polacca, e avevano il morale a terra sia perché discriminati rispetto ai
tedeschi di madrelingua, sia perché temevano, dato l’andamento sfavorevole del
conflitto, le conseguenze per le loro famiglie di una sconfitta della Germania;
-
la
305ª divisione di fanteria copriva l’estrema sinistra del XIV corpo corazzato
con una forza di combattimento di 6.700 uomini ed era composta di elementi del
Baden e del Württemberg, apprezzati sulla base dell’esperienza fatta dalla
Prima guerra mondiale. Il comandante, il generale Haug, era considerato da von
Senger coscienzioso e molto attento a scegliere i comandanti di reggimento e
battaglione tra gli uomini con maggior esperienza di combattimento. Unico punto
di debolezza, come per tutte le divisioni di fanteria tedesche, era la scarsa mobilità
per i pochi mezzi di locomozione meccanici a disposizione, sostituiti da
animali da soma e da tiro, sia per le salmerie sia per il traino delle
artiglierie.
Durante la battaglia per la Winter Line , tra la 3ª
divisione granatieri corazzati e la 305ª di fanteria, fu inserita la 26ª
divisione corazzata, un’unità di livello superiore impiegata sul fronte di
Salerno e in azioni di retroguardia in Calabria dopo lo sbarco inglese del 3
settembre 1943. Era strutturata su due reggimenti di granatieri corazzati, il
9° e il 67°, e un reggimento carri, il 26°. Completavano gli organici della
grande unità il 93° reggimento artiglieria corazzato, il 26° gruppo esplorante,
il 304° gruppo flak (contraerea), un battaglione pionieri, due compagnie di
sanità.
Nel corso degli scontri, la 3ª granatieri corazzati fu poi sostituita
dall’ottima 29ª granatieri corazzati del generale Walter Fries. Questa, con una
forza di combattimento all’epoca di 7.460 uomini, era una delle migliori
divisioni tedesche nel teatro mediterraneo e si era battuta con efficacia in
Sicilia e a Salerno. La 29ª sarà l’unità più coinvolta da parte tedesca nella
battaglia di San Pietro Infine. La divisione era composta da due reggimenti
granatieri corazzati, il 15° e il 71°, e uno d’artiglieria, il 29°. I primi due
erano composti da tre battaglioni ciascuno, più una compagnia comando e una
batteria di pezzi d’accompagnamento da 105mm. Il primo battaglione di ciascun
reggimento era composto da tre compagnie di mezzi blindati trasporto truppa e
da una compagnia di armi pesanti per l’accompagnamento. Gli altri due erano
composti da tre compagnie ciascuno di granatieri corazzati, più una compagnia
di armi martedì 20 agosto 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 5 le forze in campo
Le
forze statunitensi
Le forze germaniche, che presidiavano la Winter Line , avevano
di fronte la 5^ armata americana del generale Mark W. Clark. La 5^ armata era formata da tre corpi: il X britannico,
comandato dal generale Richard McCreery, uomo di elevate capacità
professionali. Da lui dipendevano la 46ª
e la 56ª divisione di fanteria, che erano schierate sulla sinistra
dell’armata, dal mare al monte Camino. Alla destra del X corpo, dove la statale
n. 6 Casilina descrive un doppio tornante per infilarsi nel varco di Mignano,
cominciava la zona di schieramento del II Corpo americano, comandato del
generale Geoffrey T. Keyes, che teneva otto chilometri di fronte da monte
Camino all’altura di Cannavinelle, passando per monte Lungo, con le divisioni
3ª e 36ª e il primo Raggruppamento Motorizzato italiano.
L’estrema destra era tenuta dal VI corpo del generale
John P. Lucas, con le divisioni di fanteria 45ª e 34ª, che avevano competenze
su 24 chilometri
di fronte montagnoso, fino a Castel S. Vincenzo. La 2ª divisione marocchina, la
prima grande unità del corpo di spedizione francese del generale di corpo
d’armata Alphonse Juin ad arrivare in Italia, sostituì la 34ª tra il 9 e il 13
dicembre 1943. In
riserva d’armata vi era la 1ª divisione corazzata statunitense.
All’epoca, la divisione di fanteria statunitense era
organizzata su una struttura ternaria con tre reggimenti, ciascuno di tre
battaglioni con tre compagnie di tre plotoni. Ai singoli reparti erano
assegnate le armi da accompagnamento, come le mitragliatrici da 12,7 mm e i mortai da 60 mm . Ciascuna divisione era
poi dotata di un reggimento di artiglieria, basato su tre battaglioni di
artiglieria leggera, con 54 pezzi da 105 mm e un battaglione di artiglieria media
con 12 pezzi da 155 mm .
Alla divisione erano aggregati uno squadrone da ricognizione e un battaglione
di genieri con materiali da ponte e da sbancamento, un battaglione medico, una
compagnia di manutenzione, la compagnia trasmissione, la compagnia comando e il
plotone di polizia militare, che completavano l’organico con la banda musicale.
La divisione, che comprendeva circa 14.500 effettivi,
di cui solo 5.000 circa in prima linea, non aveva in dotazione i mezzi
meccanici per i rifornimenti, affidati all’armata da cui dipendeva.
La divisione di fanteria inglese impegnata nella
battaglia per la Winter
Line , era composta da tre brigate, ognuna su tre battaglioni
di fanteria, da un reggimento da ricognizione e da un battaglione mitraglieri.
Completavano gli organici di prima linea della grande unità tre reggimenti
campali di artiglieria, con 72 pezzi da 88 mm in carico, un reggimento controcarro con
32 pezzi da 57 mm
e 16 di calibro inferiore e un reggimento di artiglieria contraerea. La forza
totale era composta da 15.000 e 19.000 uomini, con circa 4.330 veicoli addetti
alla logistica della divisione.
La 46ª divisione di fanteria, al comando del generale
di divisione J. L. I. Hawkesworth, su tre brigate più servizi. Il comandante di
corpo McCreery preferiva usarla come unità di seconda linea, a beneficio della
56ª, che considerava di gran lunga migliore.
La 3ª divisione di fanteria statunitense era comandata
dal generale Lucian K. Truscott. Oltre che in Sicilia, aveva combattuto a
Salerno, ed ebbe il triste privilegio di essere la più tartassata nella
battaglia per la Winter
Line.
La 36ª divisione di fanteria statunitense, “T-patch”,
comandata dal generale di divisione Fred
Walker, era stata costituita nel 1917
a Camp Bowie, con elementi di Guardia Nazionale
dell’Oklahoma e del Texas. Costituita su un organico di tre reggimenti: il
141°, il 142° e il 143°, cui si aggiunsero tra battaglioni di artiglieria da 105 mm e uno da 155, più i
reparti logistici e da ricognizione, unitamente a due battaglioni carri e uno
di caccia carri. Tenuta come riserva della 5ª armata, sbarcò, il 9 settembre 1943, a Salerno, fu
duramente impegnata negli scontri sul litorale di Paestum e intorno ai paesi di
Albanella e Altavilla. Nel dicembre 1943 fu impegnata nei duri scontri sulla Winter
Line e, in particolare, sul monte Sammucro, a San Pietro Infine, su monte Lungo
e su Monte Maggiore.
Alla 36ª divisione di fanteria era aggregato il primo
Raggruppamento Motorizzato italiano, al comando del generale Vincenzo Cesare
Dapino, formato dal 67° reggimento di fanteria, dal 51° battaglione allievi
ufficiali bersaglieri, dall’11° reggimento artiglieria, dal 5° battaglione
controcarro.
La 34ª divisione statunitense, al comando del generale
di divisione Charles Ryder, era, come la consorella 36ª, un’unità della Guardia
Nazionale.
Anche la 45ª divisione, comandata dal generale di
divisione Troy Middleton, era formata da reparti della Guardia Nazionale.
mercoledì 14 agosto 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943
I piani operativi
Il II Corpo d’armata USA aveva ricevuto dalla 5^
armata il compito di conquistare Monte Sammucro e, ciò fatto, di difendere le
provenienze da Nord allo scopo di consentire l’immissione delle riserve
corazzate verso Cassino, che dovevano rompere la linea difensiva principale
tedesca. Il II Corpo inquadrava, oltre alla 36ª divisione di fanteria, anche la
3ª divisione di fanteria, la 1ª divisione corazzata e supporti di vario genere.
La pianificazione della
battaglia del II Corpo d’Armata per l’otto dicembre prevedeva di assolvere il
compito con la 36ª Divisione e di immettere successivamente le unità corazzate. In
particolare, esaminando i piani operativi della 36ª Divisione “Texas” sviluppati in preparazione
delle azioni condotte nel periodo in esame, si può evidenziare che la Divisione
prevedeva le seguenti azioni:
-
il 141° reggimento fanteria avrebbe continuato a
occupare Monte Rotondo con il II Battaglione e doveva appoggiare, con le
compagnie cannoni ed armi leggere, l’attacco del 143° reggimento, alla sua
destra, nella valle fra San Pietro e la Strada Statale n. 6
Casilina. Ad azione finita, doveva passare in riserva;
-
il 142° reggimento fanteria doveva mantenere le
posizioni su monte Maggiore e dare il cambio alle forze speciali impegnate su
Monte La Difensa. Doveva anche appoggiare con il fuoco l’attacco del primo
Raggruppamento nell’area compresa fra Monte Lungo e Monte Maggiore, rastrellare
Monte Maggiore ed occupare la linea del torrente Peccia;
-
il primo Raggruppamento doveva, nel settore compreso fra
Fosso del Lupo e la strada statale n. 6, attaccare, conquistare e mantenere
Monte Lungo, prendere contatto con il 143°, alla sua destra, in corrispondenza
della curva della statale e inoltre respingere eventuali contrattacchi
provenienti da Nord-Ovest;
-
il 143° fanteria doveva attaccare a Ovest dei pendii
meridionali di Monte Sammucro e conquistare San Pietro con un battaglione. Con
un altro battaglione doveva attaccare lungo il Ceppagna e occupare Colle
Masenardi, ad Ovest della sommità di Monte Sammucro. Doveva inoltre, su ordine,
conquistare San Vittore e l’altipiano a Nord e ad Est dell’abitato.
L’attacco doveva iniziare alle
06.15 (ora H) da parte dei due reggimenti statunitensi, mentre il primo
Raggruppamento doveva iniziare l’attacco alle H+15.
L’artiglieria
divisionale doveva effettuare la preparazione fra la ferrovia e la statale
dalle H-30 all’H, spostando il tiro su Colle San Giacomo all’inizio dell’attacco.
Il 443° battaglione armi automatiche doveva appoggiare i due reggimenti
statunitensi con priorità al 143°, sviluppando inoltre fuoco di massa sulla
zona di San Vittore. Il 636° battaglione anticarro doveva appoggiare l'azione
del 143° reggimento e, su richiesta, anche del 1° raggruppamento. A Sud-Ovest
di Venafro - Presenzano, venivano mantenuti in riserva per l'attacco a San
Vittore il 1° battaglione del 141° e il 735° battaglione carri.
A seguito del fallimento dell’8
dicembre, il comandante della 36ª
divisione ripianificò l’azione.
Le forze furono sostanzialmente
le stesse, con un più 504° gruppo di combattimento paracadutisti. Stessa anche
la dislocazione delle unità della 36ª
divisione e i settori d’azione a esse assegnati.
Diversa fu però la concezione della manovra,
articolata su più azioni scaglionate nel tempo. Una prima azione, il 15
dicembre, prevedeva di occupare San Vittore del Lazio con base di partenza su
Cascina Monticello, utilizzando il 143° rinforzato da unità carri che doveva
mantenere il contatto, con il 143° dislocato alla sua destra.
La seconda azione doveva aver luogo nella notte fra il
15 e il 16 dicembre, partendo da Monte Maggiore, per occupare con il 142° il
colle San Giacomo e le pendici Ovest di Monte Lungo.
La terza azione era affidata al primo Raggruppamento
che, a giorno fatto del 16, doveva attaccare le quote di Monte Lungo, occupando
q. 343. L’11° artiglieria doveva appoggiare l’attacco del giorno 15 con tiri di
neutralizzazione su Monte Lungo. Il piano del generale Dapino prevedeva una
sola colonna d’attacco con tre battaglioni in linea e uno in riserva.
Considerazioni riepilogative
Senza dilungarsi sulle tante
cause che, come vedremo, influirono sull’insuccesso tattico dell’azione dell’8
dicembre, si ritiene opportuno sottolineare due aspetti strettamente
tecnici-militari.
Il confronto fra le due
pianificazioni della 36ª divisione
(quella dell’8 e quella del 15-16 dicembre) evidenzia che:
-
la
prima azione fu pianificata frettolosamente, con traguardi piuttosto lontani e
una non sufficiente conoscenza del terreno e delle capacità operative
dell’avversario, che comportò, tra l’altro, l’assegnazione al primo
Raggruppamento di un compito al di sopra delle sue possibilità;
-
la
seconda azione appare più razionale, con una manovra quasi a tenaglia dei
reggimenti statunitensi e uno sforzo sussidiario condotto dal primo
Raggruppamento con un braccio molto più corto, al di là delle considerazioni
sulla possibile minore resistenza dell’avversario.
giovedì 8 agosto 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 7 Gli Avvenimenti a
Le operazioni di guerra
Come visto, nel dicembre del 1943 la 5^ Armata di Clark si trovava
di fronte alla Winter Line, linea di resistenza tedesca che partiva dalla foce
del Garigliano, passava per Mignano e proseguiva per Colli al Volturno e
arrivava all’Adriatico. Punto di forza di questa linea era la stretta di Monte
Lungo, attraverso la quale passava la strada statale n. 6 Casilina. Il piano di
sfondamento era suddiviso in tre fasi: per prima cosa doveva essere forzato il
fronte destro tedesco il cui punto di forza era il massiccio del Camino da
parte del X corpo armata britannico e da parte del II Corpo d’Armata US, poi
seguita dalla conquista e sgombero delle posizioni tedesche da parte del X
corpo d’armata e infine lo sfondamento definitivo al centro lungo la Casilina da parte del II Corpo.
La battaglia di San Pietro Infine: i combattimenti del
8-11 dicembre 1943
Dopo aver
preso il massiccio del Camino con la 56a Divisione britannica, il
Gen. Clark pensò fosse arrivato il momento di sfondare al centro della Winter
Line con un attacco simultaneo su Monte Lungo, su Monte Sammucro e San Pietro. Il
Gen. Walker, comandante della 36a Divisione Texas, sarebbe stato il
principale responsabile dell’esecuzione del progetto. Il 3 dicembre il I Raggruppamento Motorizzato italiano
fu posto alle dirette dipendenze del generale Walker e agli
Italiani fu assegnato il compito di prendere Monte Lungo, che si riteneva fosse
difeso da poche forze tedesche. In realtà, vi erano ben trincerati i 500
Tedeschi “jäger” (cacciatori, fanteria leggera) della 29° Divisione. Contemporaneamente
all’attacco italiano, fu previsto che il 3° Ranger e il 1° battaglione del 143°
reggimento della 36a divisione prendessero Monte Sammucro, mentre il 2° e 3° battaglione
dello stesso reggimento dovevano attaccare San Pietro Infine da nord-est. Il Sammucro
dominava il passaggio della sottostante Casilina ed era costituito da una serie
di picchi da quota
L’attacco
fu preceduto da un’intensa attività di pattuglie da parte del 143° reggimento
che portarono all’identificazione dei reparti nemici e alla valutazione
abbastanza precisa della loro consistenza. La facilità delle incursioni,
insieme al convincimento di avere di fronte truppe demotivate, fu una delle
principali cause del disastro che si verificò nei giorni successivi. Chi fece
l’errore più grossolano fu la sezione d’intelligence del reggimento, che si
basò su informazioni datate sugli effettivi dei Tedeschi.
Il
7 dicembre il 1° battaglione del 143° reggimento cominciò la scalata al Sammucro
partendo dal paesino di Ceppagna. Era l’avanguardia delle forze d’attacco e
aveva per obiettivo il picco più alto della montagna. La fortuna accompagnò gli
uomini che, nonostante la scarsa familiarità con il terreno montagnoso, riuscirono
ad avvicinarsi senza farsi avvistare alle linee tedesche.
Alle prime ore del mattino dell’8 dicembre una fitta
nebbia avvolgeva Monte Lungo; queste condizioni meteo avverse impedivano
l'osservazione del tiro di artiglieria per la fase di preparazione e ne
pregiudicarono l'efficacia, così come notevolmente ostacolato era il tiro
d’appoggio. Contestualmente però la nebbia che avvolgeva Monte Lungo nascondeva
alla vista del nemico i movimenti dei reparti di fanteria destinati
all'attacco.
Alle ore 5:35 l’artiglieria americana iniziava la preparazione di
fuoco. Alle ore 6:20 iniziava l'attacco del I Raggruppamento motorizzato
italiano. L'avanzata aveva inizialmente successo ma dopo poche ore di
combattimento l’avanzata era arrestata da un potente fuoco nemico che costringeva
le compagnie a ripiegare. Inoltre il 142º reggimento americano, che nel
frattempo avrebbe già dovuto conquistare Monte Maggiore, non era in posizione e
non riuscì, quindi, a coprire col fuoco l'attacco del Raggruppamento italiano.
La manovra di sfondamento centrale del raggruppamento italiano fallì. Sulla
destra dello schieramento il 143° reggimento conquistò delle posizioni che i
Tedeschi provarono a riprendere con un contrattacco a testa bassa.
Nella
notte tra il 9 e il 10 dicembre, il 133° battaglione artiglieria campale
costrinse i Tedeschi a sgombrare la sella tra le quote 950 e 1205 del Monte
Sammucro, con un concentramento di fuoco d’artiglieria insostenibile che
permise ai Ranger del 3° battaglione di dirigersi lungo il crinale che conduceva
a quota 950 e alle ore 7:50 di raggiungere la cresta, con un movimento
aggirante della sella.
Dall’11
al 13 dicembre i Tedeschi fecero tutto il possibile per riprendere il terreno
perduto che era prezioso, poiché dall’alto del Sammucro si controllavano il
sottostante paese di San Pietro Infine e le retrovie tedesche fino a Cassino. Tra
l’11 e il 13 dicembre i Ranger furono rilevati dal 504° reggimento
paracadutisti che prese in consegna il terreno tra Monte Corno e la cresta di Monte
Sammucro. A beneficiare della cosa, oltre ai Ranger, fu anche il 1° battaglione
del 143° che fu alleggerito di parte delle sue responsabilità su quel settore
del fronte. Dall’altra parte le posizioni tedesche rimanevano ben solide per la
fitta rete di difesa preparata con filo spinato e trappole esplosive. Dal
giorno 10 al 14 dicembre, mentre sul Sammucro si rafforzava l’occupazione
americana, sul fronte sottostante di San Pietro si procedeva al solo invio di
pattuglie per saggiare le posizioni dei granatieri corrazzati.
giovedì 1 agosto 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 8 Gli Avvenimenti b
La battaglia di San Pietro Infine: gli avvenimenti del
secondo attacco 15-17 dicembre 1943
I
presupposti del secondo attacco, resosi necessario dal fallimento del primo, erano
tutt’altro che promettenti. Sia il Generale Clark che Keyes ritenevano opportuno
approfittare del secondo attacco per impiegare per la prima volta i propri
carri armati. La decisione non era condivisa dal Comandante della Texas, che
valutava l’impiego dei carri del tutto inopportuno, viste le caratteristiche
del terreno di San Pietro Infine.
Il
nuovo piano d’attacco prevedeva le seguenti azioni:
-
entro l’alba del 15 dicembre il 1°
btg. del 143°
rgt. e del 2° btg. del
504° rgt.
paracadutisti dovevano lasciare le proprie posizioni sul Monte Sammucro e
dirigersi in direzione di San Vittore rispettivamente a quota 730 e quota 687.
Aggirando le difese tedesche, quindi, sarebbero state conquistate due posizioni
chiave per il controllo della via di rifornimento tedesco tra San Vittore e San
Pietro Infine;
-
il 2°
e 3° btg. del
143° rgt.
dovevano attaccare San Pietro dalle pendici del Monte Sammucro, supportato dal
753° btg.
carri. In modo coordinato il 2°
btg. del 141°
rgt. avrebbe invece attaccato il Paese da sud e sud est attraverso la cosiddetta
“Death Valley”, ovvero la vallata tra San Pietro Infine e Monte Rotondo.
La
prima azione, pur partendo come previsto, incontrò una strenua ed efficace
resistenza da parte dei Tedeschi, vista l’importanza decisiva che questi davano
al controllo della strada che avrebbe loro garantito una via di fuga verso
Nord. Le truppe statunitensi registrarono numerose perdite e nonostante le
Forze iniziali fossero state rimpiazzate da reparti freschi, la situazione sul
Monte Sammucro giunse ben presto a una condizione di completo stallo.
Sul
versante di San Pietro la situazione non era certo migliore. Un’approfondita
ricognizione del campo di battaglia compiuta dagli aerei da ricognizione confermò
le pessimistiche previsioni del Generale Walker riguardo alla fattibilità
dell’impiego degli Sheridan su un
terreno così poco adatto ai mezzi corazzati. Il Comandante del 753° btg. carri fu quindi costretto a impiegare
una stretta mulattiera che s’inerpicava a Nord, poiché questa era l’unica linea
di comunicazione relativamente sicura da sabotaggi nemici e percorribile dai
mezzi corazzati. Questa prima scelta si rivelò ben presto errata. Infatti, nonostante
i genieri dell’111° btg. avessero lavorato tutta
la notte dell’11 dicembre per rendere agibile il sentiero, alla prova dei
fatti, quando il primo carro percorse il tracciato, questo sprofondò nel
terreno reso morbido dalla pioggia.
Al
Generale Walker non restò quindi altra scelta che utilizzare la strada che
collegava Ceppagna a San Pietro. Questa opzione era stata in precedenza
scartata perché presentava notevoli fattori di vulnerabilità quali una serie di
curve a gomito e ponti e ponticelli che potevano essere facilmente e
irrimediabilmente sabotati. Per prevenire questa evenienza furono richiesti in
appoggio due carri gettaponte Valentine del X Corpo inglese.
Le
ostilità ebbero inizio alle 12:00 sul lato destro del fronte, con il 753° btg. carri che manovrò in avvicinamento
all’obiettivo con i due battaglioni di fanteria che lo affiancavano. I sedici
carri che formavano il btg. furono costretti a procedere in fila indiana vista
l’ampiezza ridotta del sentiero e divennero facile bersaglio delle granate
controcarro, delle mine e degli ostacoli del terreno. L’impiego dei corazzati
si rivelò un completo fallimento. All’imbrunire del primo giorno, quando fu ordinato
ai carri di ritirarsi, sui sedici iniziali solo quattro di loro e tredici
membri dell’equipaggio fecero ritorno.
Sul
versante sud-est l’attacco iniziò alle 12:53 da parte del 2° btg. del 141° rgt., partendo dalle
propaggini est di Monte Rotondo. Su questo versante la resistenza tedesca fu
durissima. I Tedeschi falciarono gli attacchi sia dai terrazzamenti
prospicienti il paese che dalle falde di Monte Lungo con mortai, artiglieria e
armi leggere. Le perdite americane divennero sempre più consistenti ed anche su
questo versante l’attacco si arenò. A questo punto il battaglione si
riorganizzò e nel pomeriggio riprovò l’attacco dal lato sud del paese,
supportato dall’intenso fuoco dell’artiglieria. Anche in questo caso la difesa
tedesca, compiuta attraverso i soliti colpi di mortaio, bombe a mano, granate e
una fitta rete di difese passive caratterizzate da filo spinato e trabocchetti
esplosivi, fu estremamente efficace e costrinse Maj. Milton Landry, Comandante
del 2° btg., a decidere di sferrare un terzo
attacco nella notte, considerato che tentare di scalare i terrazzamenti di
giorno era stato impossibile nei precedenti due attacchi.
Il
terzo attacco iniziò all’una di notte del 16 dicembre ed ebbe anche questa
volta un esito analogo ai precedenti. Le truppe statunitensi, arrivate a poche
centinaia di metri dal paese, non riuscirono ad avanzare oltre, sottoposte al
fuoco incrociato di armi leggere e dai colpi dei mortai, mentre le retrovie furono
bersaglio dell’artiglieria pesante. Al sorgere del sole era chiaro che
continuando così il battaglione sarebbe stato annientato per cui alle ore 9:40
di mattina fu ordinato di ripiegamento che terminò dopo sei lunghe ore e in
modo tanto disordinato che numerosi feriti furono lasciati sul terreno in balia
dei Tedeschi.
La
battaglia di San Pietro Infine non fu risolta da un attacco decisivo bensì
dalla faticosa conquista, da parte del 142° rgt. americano e del primo
Raggruppamento motorizzato italiano di Monte Lungo, nello stesso 16 dicembre.
La conquista di Monte Lungo, infatti, preceduta da quella di Monte Sammucro,
avrebbe permesso alle truppe del Texas di aggirare i Tedeschi per cui questi
ultimi, pur avendo difeso con successo la propria posizione a San Pietro,
furono costretti alla ritirata. Prima di dirigere verso San Vittore sferrarono
un ultimo sanguinoso contrattacco per coprirsi la successiva ritirata. Gli
uomini del 3° btg. del 143° rgt. che agiva sul fianco ovest di San
Pietro furono i bersagli di quest’ ultima azione nemica che, sferrata alle
19:00 del 16 dicembre, decimò le truppe americane. Subito dopo questo duro
scontro i Tedeschi si ritirarono da San Pietro Infine; all’una di notte del 17
dicembre i soldati del 141° e del 143° reggimento fecero finalmente il loro
ingresso in paese; la battaglia per San Pietro Infine era finita.
(2) Le operazioni navali
Gli scontri a Monte Lungo non furono accompagnati da un’azione
condotta da forze navali. In ogni caso, nell’ambito dell’attività di
pianificazione, fu supposta un'operazione anfibia diversiva a Gaeta allo scopo
di ingannare il nemico sulle intenzioni degli alleati.
(3) Le operazioni aeree
Il maggiore ostacolo all’impiego delle forze aeree fu
costituito dalle condizioni meteorologiche che non consentirono, durante il
mese di novembre, di effettuare le missioni di volo nel numero pianificato.
Gli obiettivi prioritari, nell’area di operazione,
erano costituiti dalle posizioni ove erano concentrate le forze nemiche con
relativi sistemi d’arma e installazioni e contro cui le forze aeree avrebbero
potuto intervenire con l’appoggio diretto. Alternativamente l’azione aerea
poteva trasformarsi in appoggio indiretto con cui si concentrava lo sforzo
sulle linee di comunicazione nemiche (strade, ponti e ferrovie), sui depositi e
sulle basi logistiche in un'area che partiva dalla linea di contatto fino al
nord di Roma concentrandosi, in particolar modo, sulla valle del fiume Liri.
Nel mese di dicembre le condizioni meteorologiche,
seppure migliorate, non permisero di realizzare le missioni di appoggio
diretto. Dunque, l'aviazione alleata si concentrò sull'appoggio indiretto
colpendo obiettivi schierati su un’area vasta che partiva dalla valle del Liri
senza però mai intervenire direttamente a supporto dell’azione condotta dalle
forze di terra.
venerdì 26 luglio 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 9 Gli Avvenimenti c.
Considerazioni riepilogative
La prima azione per
forzare la Winter Line
si rilevò, di fatto, un fallimento, ma il Comandante della 36^
Divisione ripianificò l’azione fondamentalmente con le stesse modalità: le
forze furono sostanzialmente le stesse, con in più il 504° gruppo di
combattimento di paracadutisti, la dislocazione delle unità e i settori
d’azione assegnati molto simili alla prima azione contro le stesse forze
nemiche. Diversa fu solo la concezione della manovra articolata su più azioni
scaglionate nel tempo. Inoltre il progetto di attaccare il paese con i carri si rilevò
immediatamente fallimentare e mostrò due evidenti errori di calcolo:
innanzitutto appoggiare il combattimento della fanteria all’interno di un
paesino alle pendici di un monte con strade strette, in genere gradinate e ostruite
dalle macerie, se era difficile per i soldati a piedi, per i mezzi blindati e
corazzati era addirittura impossibile. Circondare il paese con i carri era
impraticabile, poiché a nord c’era il Vallone Ovest che non era in nessun modo
carrabile.
L’impiego
dei mezzi blindati e corazzati era frutto di una concezione degli Alleati
risalente la Prima
guerra mondiale di appoggiare la fanteria con i mezzi corazzati a prescindere dalla
condizione del terreno. Concezione questa che si rivelò nella battaglia di San
Pietro e in altre battaglie un rovinoso errore. Da parte
loro, i tedeschi dimostrarono un’abilità magistrale nello sfruttare le macerie dell’abitato
come mezzo difensivo.
Un altro fattore che gli alleati non seppero ben analizzare al fine
della valutazione del morale del nemico, era il diverso trattamento che gli
eserciti contrapposti riservavano ai loro militari
colpiti da stress da
combattimento. Considerata la situazione ambientale, climatica e la tipologia
di scontri che si verificavano sul fronte italiano, le perdite per tale
sindrome erano molto alte.
domenica 21 luglio 2019
Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 10 Considerazioni finali
a.
Considerazioni finali riferite all’epoca del conflitto
Le operazioni sulla Winter
Line, condotte dal 15 novembre 1943 al 15 gennaio 1944, terminarono con la
conquista da parte degli alleati delle posizioni su entrambi i lati degli
Appennini. L’8^ Armata britannica a est aveva attraversato i fiumi Sangro e
Moro avanzando lungo la costa adriatica. Sul versante tirrenico la 5^ Armata di
Clark respinse i tedeschi fino alla linea Gustav raggiungendo la valle del Liri
e ponendo pertanto le premesse per aprire agli alleati la strada per Roma da
sud est. Per entrambi la possibilità di successo fu contrastata
dall’inaspettata e abile difesa tedesca che non si disintegrò mai sotto
l’attacco, dando l’opportunità agli alleati di sferrare un colpo decisivo per
aprire la strada lungo la Valle
del Liri o una manovra dal fianco nord est attraverso Ortona e quindi Roma.
Il successo della 5^ Armata non
è evidente se misurato in terreno effettivamente conquistato, considerato il
tempo impiegato di quasi due mesi per conseguire l’end state desiderato, la conquista di S. Pietro Infine. Tuttavia va
tenuto presente che i tedeschi difesero con le forze principali il più forte
sistema di fortificazioni finora incontrato nel corso della campagna,
mantenendo il vantaggio della scelta del campo. La stagione invernale, il
terreno difensivo ideale e la determinazione dei tedeschi resero l’avanzata
degli alleati un’operazione lenta e costosa, raggiunta attraverso successi
parziali, non sfruttati appieno per un’azione decisiva e ottenuti a caro prezzo.
Le perdite della 5^ Armata ammontarono a circa 16.000 uomini[i].
D’altra parte anche le forze tedesche subirono un logoramento al punto di non essere
in grado di lanciare una controffensiva decisiva. Gli effetti della guerra di
attrito si ripercossero sugli intendimenti dei belligeranti nel corso del 1944.
Ogni singolo successo degli alleati e la crescente pressione sul fronte
difensivo rese impossibile per il Comando Tedesco ritirare le ventidue divisioni
di Kesselring per contrastare gli alleati sul continente europeo.
Dalla ricostruzione degli
eventi, in particolare, emergono almeno due fattori chiave che ebbero peso
nella pianificazione e condotta delle operazioni offensive terrestri da parte 36^ Divisione del
II Corpo d’Armata: le condizioni del terreno e l’abilità dei tedeschi a
sfruttarlo a proprio favore in combattimenti d’arresto di fanteria, dove ebbero
un ruolo importante, oltre all’organizzazione difensiva, lo spirito combattivo
e il morale saldo. Tali fattori decisivi saranno di seguito analizzati per
trarre poi alcune considerazioni sull’attacco alla stretta di Mignano e sulle
conseguenze che ebbe sul successivo sviluppo della Campagna d’Italia.
(1) Il terreno difensivo
In corrispondenza della
stretta di Mignano, il terreno si era rivelato estremamente sfavorevole per gli
attaccanti. La Casilina
percorreva una valle larga poco più di un chilometro tra le quote dominanti dei
monti circostanti, con numerose pendici e alture e con l’abitato di S. Pietro
Infine posto a nord in posizione dominante. Le strade, molto strette, erano
minate e circondate da terrazzamenti coltivati o coperti da cespugli. Le
operazioni fuori strada erano ostacolate da torrenti, valloncelli e altre
irregolarità e dal fondo reso cedevole dalla pioggia. La scarsità di
comunicazioni stradali e ferroviarie aveva consentito al Genio tedesco di
procedere a demolizioni concentrate con economia di sforzi e imponendo, con
l’impiego delle mine, notevoli ritardi all’avanzata degli alleati.
Tali condizioni limitarono
la capacità di dispiegamento e di movimento delle forze alleate che, pur
disponendo di maggiore meccanizzazione e di mezzi corazzati in numero
superiore, dovettero portare quasi tutto il peso dei combattimenti sulla
fanteria. Per avere successo e conquistare terreno, ogni montagna doveva essere presa separatamente e ogni
valle rastrellata da ostinati attacchi di fanteria, per poi trovarsi di fronte
una nuova serie di ostacoli In particolare, l’utilizzo di carri per la
presa di S. Pietro Infine, secondo la concezione alleata di appoggiare i
combattimenti di fanteria, fu disastroso per la conformazione dell’abitato
arrampicato sulle pendici del Sammucro con strette vie di accesso e strade
interne difficilmente percorribili ai soldati per le macerie provocate dagli
stessi attaccanti con i bombardamenti. Anche l’accerchiamento del paese con
mezzi corazzati fu impossibile per la conformazione delle pendici circostanti.
Le condizioni del terreno sfavorevoli agli
attaccanti erano state peggiorate dalle condizioni atmosferiche. La pioggia
caduta ininterrottamente aveva reso impraticabili i sentieri utilizzati per i
rifornimenti sulle pendici dei rilievi. Per percorrere i pochi chilometri che
separavano le alture occorreva spesso un’intera giornata. Il lancio di
rifornimenti dall’aria non ebbe successo sia per la scarsa visibilità sia per
la difficoltà di ritrovare i materiali sul terreno accidentato e vicino alle
posizioni nemiche. Le condizioni meteorologiche
sfavorevoli non permisero tra l’altro di sfruttare l’appoggio diretto delle
operazioni aeree.
(2) La superiorità difensiva dei tedeschi
Le forze alleate attaccarono
il nemico su un fronte ampio con una superiorità di tre a uno nelle forze di
fanteria, per conseguire lo sfondamento e continuare la pressione sul fronte,
senza poter sfruttare la superiorità di aerei, mezzi corazzati, e di
artiglieria di cui disponevano. I tedeschi, viceversa, sfruttarono al massimo e
con abilità le caratteristiche fisiche lungo la linea di resistenza con una
campagna puramente terrestre fatta da azioni ritardatrici e ritirate parziali,
sfruttando le barriere naturali montuose e fluviali e fortificando i punti
critici non protetti. Le perdite conseguenti ad attacchi frontali contro le
zone fortificate e le posizioni sulle montagne circostanti indussero a cercare
linee di attacco meno evidenti. Emerse l’importanza di disporre in questi
teatri di operazioni di unità da montagna addestrate ed equipaggiate appoggiate
da truppe e da colonne di rifornimento. Già durante l’autunno del 1943 gli
alleati decisero di costituire reggimenti di artiglieria da montagna, che però
raggiunsero il teatro di operazioni nel luglio del 1943 per essere impiegati
sugli Appennini. La battaglia combattuta essenzialmente dalla fanteria fu
decisa da innumerevoli scontri combattuti su uno dei terreni europei più
difficili che favoriva pesantemente i difensori. Solo la conquista del Monte Lungo e del Monte Sammucro costrinse i
tedeschi a ritirarsi da S. Pietro Infine per prevenire l’aggiramento e lo
sbarramento della strada di collegamento con S. Vittore, nonostante la
posizione fosse stata difesa con successo e gli attaccanti respinti in
combattimenti al limite delle risorse fisiche e morali. La 36^ Divisione prese
S. Pietro Infine, ma per lo sforzo sostenuto oltre le aspettative fu ritirata
dal fronte per un periodo di riposo.
(3) I riflessi sulla Campagna d’Italia
Gli errori sul campo, poi ripetuti nelle successive azioni nel gennaio 1944 con il tentativo della stessa 36^ Divisione di attraversare il Fiume Rapido sotto
Montecassino per aprire la strada nella
Valle del Liri e nei tre assalti a Monte Cassino, così come il quasi fallito
sbarco ad Anzio, suggerirebbero una scarsa abilità da parte dei comandanti
alleati, anche se a loro discolpa vanno considerati i fattori limitanti di tipo
politico, logistico, e geografico presenti nella campagna d’Italia. In generale,
le battaglie per la Winter Line
evidenziano come la Campagna
d’Italia, concepita dagli alleati come uno sforzo sussidiario fatto di
“offensive minori” di “successo sicuro” in previsione dell’avvio delle
operazioni sul continente europeo di primaria importanza nella strategia
alleata (Overlord in Normandia e Anvil nel sud della Francia) era destinata a diventare
per i belligeranti una costante fonte di usura di uomini, mezzi e materiali. Dal
punto di vista del Comando tedesco, l’obiettivo di ritardare il più possibile
l’avanzata degli anglo-americani impegnando con il minore numero di reparti una grande quantità
di truppe nemiche, nell’ambito di un progetto generale di difesa del territorio
del Reich, ebbe sostanziale successo. Il Generale Kesselring aveva insistito
sulla possibilità di tenere una linea di difesa a sud di Roma per un lungo
tempo, e i fatti sembrano avergli dato ragione. Dopo avere bloccato gli
attacchi della 5^ Armata nel mese di novembre, egli poté difendere la Winter Line fino a
gennaio, oltre ogni previsione, non concedendo agli alleati di sferrare un
colpo decisivo che ne determinasse il crollo. Anche dopo l’apertura della strada verso Roma e la sua liberazione, la guerra
di attrito della Campagna d’Italia continuò per molti mesi in condizioni
analoghe.
[i] www.history.army.mil/books/wwii/winterline/winter-fm.htm
“Fifth
Army battle losses from 15 November to 15 January were 15,930 men. Over half
this number—8,844—came from American divisions and represented a casualty rate
of ten percent. Non-battle casualties were much higher, numbering nearly fifty
thousand for all the American elements of Fifth Army”.
- I
-
(
(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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