Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

Master di 1° Livello  in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960
Iscrizioni aperte. Info www.unicusano.it/master

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

Cerca nel blog

mercoledì 18 aprile 2012

Consiglio Nazionale Ordine del Giorno Chianciano 14-15 aprile 2012

ORDINE DEL GIORNO

Sabato 14 aprile 2012

ore 16:00  -          Apertura Consiglio Nazionale (Generale Senatore Luigi POLI);

ore 16:05  -          Onori al Medagliere (Colonnello Vittorio SCARLINO);

ore 16:15  -          Appello Soci deceduti anno 2011 e raccoglimento (lettura a cura dell’Ingegnere Giorgio PRINZI);

ore 16:20  -          Designazione del Presidente protempore dell’Assemblea, su  proposta del Presidente Nazionale;

5. ore 16:25  -  Il Presidente dell’Assemblea, al fine della validità della riunione, invita il Segretario Generale a procedere alla verifica del quorum dei Soci presenti o rappresentati per delega dai Presidenti di Sezione o Sottosezione (si accerta che siano presenti tanti Presidenti di Sezione o loro Delegati, il cui totale rappresentato raggiunga il numero della metà più uno dei Soci – Art. 16 dello Statuto);

ore 16:35  -          Comunicazione all’Assemblea dei risultati relativi alla validità della riunione  (a cura del Colonnello Vittorio SCARLINO);

 ore 16:40  -         Breve illustrazione delle operazioni di voto per il rinnovo delle cariche sociali (Colonnello Vittorio SCARLINO);

                8. ore 16:50   -     Attività di propaganda per coloro che intendono candidarsi per ricoprire cariche sociali;
                9. ore 17:30 -       Elezioni per il rinnovo delle cariche sociali;

                10. ore 18:15 -     Operazioni spoglio delle schede elettorali e compilazione verbale degli eletti;

                11. ore 18:40 -     Comunicazione dei risultati delle elezioni (Col. Vittorio SCARLINO);

                12. ore 18:50 -     Varie ed eventuali.
 
Domenica 15 aprile 2012

 13. ore 07:30  -   Santa Messa;

14. ore 08:00  -    Prima colazione;

15. ore 09:00  -    Ripresa riunione Consiglio Nazionale ed illustrazione delle

Relazioni riguardanti le varie attività dell’Associazione (a cura del Generale Senatore Luigi POLI);

16. ore 09:20  -    Attività di coordinamento fra le Sezioni e la Presidenza   Nazionale (a cura del Segretario Generale);

17. ore 09:45  -    Attività Centro Studi e Ricerche Storiche sulla Guerra di Liberazione 1943/1945 (a cura del Contrammiraglio Giuliano   MANZARI);

18. ore 10:20     Attività promozionali nelle Scuole Civili e Militari (relatori: Gen. C.A. Alberto ZIGNANI – Amb. Alessandro CORTESE de BOSIS – C.Amm. Giuliano MANZARI – Prof. Carmelo TESTA);

19. ore 10:45   Attività della Rivista “Il Secondo Risorgimento d’Italia” (a cura del Prof. Sergio PIVETTA);

20. ore 10:55 -     Attività  Editoriale a cura del Gen. D. Massimo COLTRINARI;

21. ore 11:00  -    BILANCI

-   Illustrazione Bilanci (Consuntivo 2011 e Preventivo 2012 (a cura del Colonnello Vittorio SCARLINO);

Relazione del Presidente del Collegio dei Sindaci (a cura del Dr. Enzo BARONE);

Discussione ed approvazione dei Bilanci (a cura del Presidente dell’Assemblea).

22. ore 11:40  -    Presentazione Mozioni dei Presidenti di Sezione e loro discussione;

23. ore 12:05  -    Relazione  Morale (Presidente Nazionale);

24. ore 12:30  -   Approvazione della Mozione Finale e chiusure dei lavori del Consiglio Nazionale (a cura dell’Amb. Alessandro CORTESE de BOSIS).

25. ore 13:30  Consumazione del pranzo sociale e rientro nelle rispettive sedi.

                                                                                                                                        

                                                                                                              IL PRESIDENTE NAZIONALE

                                                                                                                       (Gen. Sen. Luigi POLI)

lunedì 16 aprile 2012

Statuto della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate


Art. 1. - L’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate ha sede in Roma, Via Sforza n 4.        
Art. 2. - L’Associazione è apolitica e apartitica.
Art. 3. - L’Associazione si propone le seguenti finalità:
a)     mantenere vivo il culto dell’ideale di Patria e la memoria dei combattenti inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate nella Guerra di Liberazione;
b)     custodire ed esaltare il patrimonio spirituale rappresentato dalle azioni gloriose compiute dai reparti regolari delle Forze Armate nella Guerra di Liberazione;
c)     sviluppare i sentimenti di solidarietà e di fratellanza fra i soci, stabilire e consolidare rapporti di fraterna cordialità fra i soci ed i militari delle Forze Armate in servizio e in congedo;
d)     sviluppare rapporti di cordialità fra i soci propri e quelli di altre associazioni d’arma e combattentistiche;
e)     assistere moralmente e materialmente i soci e le loro famiglie;
f)      favorire l’elevazione spirituale e culturale dei soci mediante conferenze, pubblicazioni, manifestazioni celebrative nazionali e locali.
Art. 4. – Possono essere soci dell’Associazione tutti gli ex combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate dall’8 settembre 1943 all’8 maggio 1945.
Possono essere soci anche le vedove, i figli ed i fratelli dei militari, inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate, caduti nella Guerra di Liberazione o deceduti dopo l’8 maggio 1945.
Art. 5. - Non possono essere soci i condannati per motivi ledenti l’onore e coloro che comunque siano venuti meno alle leggi dell’onore.
Art. 6. - I soci possono essere:
a)     ordinari, che versano la quota annuale stabilita ogni anno dal Consiglio Nazionale;
b)     sostenitori, che versano, oltre la quota annuale, un contributo pari a quattro volte la quota annuale;
c)     vitalizi, che versano, una volta tanto, un contributo pari a venti volte la quota annuale;
d)     benemeriti, se si siano distinti per assiduità nell’opera svolta a favore dell’Associazione. Possono essere nominati soci benemeriti anche le persone e gli enti che con cospicui legati, oblazioni o donazioni, ovvero con opere o prestazioni abbiano procurato all’Associazione speciali benefici e vantaggi. La proclamazione di socio benemerito è effettuata dalla Presidenza Nazionale anche su proposta motivata dalle Sezioni e Sottosezioni, sentito il Consiglio Nazionale. 
e)     onorari: personalità delle Forze Armate che hanno onorato il Reparto di appartenenza per i fatti compiuti durante la Guerra di Liberazione. I soci onorari sono nominati dalla Presidenza nazionale di “motu proprio” e su proposta motivata dalle Sezioni e Sottosezioni, sentito il Consiglio Nazionale;
f)      collettivi: Comandi Reparti ed Enti che abbiano partecipato, anche indirettamente, alla Guerra di Liberazione ed Enti associativi  di Reduci di Reparti che abbiano partecipato alla Guerra di Liberazione. I soci collettivi dipendono dalla Presidenza Nazionale, a cui versano la quota associativa stabilita ogni anno dal Consiglio Nazionale.
La qualità di socio collettivo è riconosciuta esclusivamente all’Ente, rappresentato dal Comandante o dal Presidente in carica, e non ai singoli appartenenti.
La decisione di ammettere i soci compete alla Presidenza Nazionale d’iniziativa o in base a proposta documentata delle Sezioni e Sottosezioni.
Art. 7. - Possono essere iscritti all’Associazione quali “aggregati”, con le stesse modalità previste per i soci:
a)     i familiari dei soci viventi o deceduti;
b)     i militari che hanno prestato servizio in reparti aventi titolo di socio collettivo.
Gli aggregati non hanno diritto a voto e non possono ricoprire cariche sociali.
Art. 8. - Tutti i soci hanno diritto a voto e possono ricoprire cariche sociali.
Art. 9. - La qualità di socio si perde per:
-        dimissioni;
-        morosità;
-        indegnità.
Art.10. - Il socio che con parole o atti comprometta l’apoliticità dell’Associazione stabilita dall’art. 2 o contravvenga alle finalità stabilite dall’art. 3 o arrechi pregiudizio al buon nome o agli interessi dell’Associazione è punibile:
-        con richiamo da parte del Presidente della Sezione o Sottosezione, sentito il rispettivo Consiglio;
-        con la sospensione da due a sei mesi da parte della Presidenza Nazionale;
-        con l’espulsione da parte del Presidente Nazionale, sentito il Consiglio Nazionale e previo parere della Commissione Nazionale di disciplina di cui all’art. 27.
Contro il provvedimento di richiamo è ammesso il ricorso alla Presidenza Nazionale, contro la sospensione, al Consiglio Nazionale.
Art.11. - L’Associazione è costituita:
a)     dalla Presidenza Nazionale;
b)     dal Consiglio Nazionale;
c)     dal Comitato Centrale;
d)     dalle Sezioni, con almeno 25 soci;
e)     dalle Sottosezioni, con almeno 10 soci.
Art.12. – La Presidenza Nazionale, con sede in Roma, è costituita:
a)     dal Presidente Nazionale, che rappresenta l’Associazione a tutti gli effetti morali, legali ed amministrativi;
b)     da tre Vice Presidente Nazionali – uno per Forza Armata – che coadiuvano il Presidente Nazionale. In caso di sua indisponibilità lo sostituisce e lo rappresenta il più anziano di essi, secondo il criterio di cui al successivo art. 31;
c)     dal Segretario Generale.
Art. 13. - La Presidenza Nazionale provvede a tutto quanto si riferisce all’Associazione nel suo complesso; mantiene i necessari collegamenti con le Autorità Centrali; coordina l’attività delle Sezioni e delle Sottosezioni; promuove manifestazioni nazionali e locali, e tiene al corrente lo schedario dei soci.
Art.14. - Il Consiglio Nazionale è composto:
a)     dal Presidente Nazionale;
b)     dai Vice Presidenti Nazionali;
c)     dai Consiglieri del Comitato Centrale;
d)     dai Presidenti delle Sezioni e Sottosezioni (o loro delegati);
e)     dai Soci decorati di M.O.V.M.;
f)      dal Segretario Generale, senza diritto di voto.
Art.15. - Il Consiglio Nazionale è convocato in Roma dal Presidente Nazionale almeno una volta l’anno, con invito scritto diretto personalmente, almeno dieci giorni prima della data fissata per la riunione, ai singoli Presidenti delle Sezioni e delle Sottosezioni. Su argomenti di limitata importanza, il Presidente può invitare detto Consiglio e pronunciarsi per corrispondenza.
Può essere anche convocato quando richiesto da almeno un decimo dei componenti.
Le riunioni sono presiedute e dirette da un Presidente eletto di volta in volta.
Art.16. - Il Consiglio Nazionale è l’organo deliberativo e consultivo dell’Associazione e interviene su tutte le questioni che ne interessano la vita.
Fissa le quote annuali dei Soci ordinari e collettivi ed il contributo annuo (espresso in percentuale delle quote associative individuali), che le Sezioni e Sottosezioni debbono versare alla Presidenza Nazionale per il suo finanziamento.
Ogni anno, entro il primo trimestre, devono essere sottoposti al Consiglio Nazionale per l’approvazione, il bilancio consuntivo dell’anno precedente e quello preventivo dell’anno in corso.
Le riunioni del Consiglio Nazionale sono valide se sono presenti tanti Presidente di Sezione e Sottosezione (o loro delegati) che rappresentino almeno la metà dei soci dell’Associazione.
Per la validità delle deliberazioni occorre il voto favorevole della maggioranza dei componenti il Consiglio Nazionale (art. 14), aventi
diritto a voto, presenti.
Art.17. - Per assistere la Presidenza Nazionale nella normale amministrazione e per la soluzione di casi urgenti, che non consigliano la convocazione del Consiglio Nazionale, è istituito un Comitato Centrale composto:
a)     dal Presidente Nazionale, che lo presiede;
b)     dai tre Vice Presidenti Nazionali;
c)     da sette Consiglieri, eletti dal Consiglio Nazionale, di cui:
-        cinque dislocati rispettivamente nelle cinque Regioni Militari continentali, nell’ambito delle quali esercitano un’azione di coordinamento delle Sezioni e Sottosezioni e rappresentano la Presidenza Nazionale nei contatti con i Comandi militari della Regione;
-        due, con sede a Roma, rappresentati rispettivamente:
·          i soci collettivi e individuali che hanno partecipato alle reazioni opposte da Reparti delle FF.AA. alle aggressioni tedesche dopo l’annuncio dell’armistizio;
·          i soci collettivi e individuali che, inquadrati nelle Unità italiane, hanno partecipato alla Guerra di Liberazione a fianco delle Armate Alleate;
d)     dal Segretario Generale senza diritto di voto.
Le decisioni del Comitato Centrale sono messe a verbale e trascritte su apposito registro firmato dal Presidente e dal Segretario Generale.
Art.18. - Il Segretario Generale è nominato dal Presidente, che lo sceglie tra i soci.
Il Segretario Generale coadiuva il Presidente; redige e trascrive su appositi registri i verbali delle sedute del Consiglio Nazionale, il riassunto delle decisioni adottate nella convocazione per corrispondenza ed i verbali delle sedute del Comitato Centrale.
Cura, altresì, che sia tenuto al corrente lo schedario dei soci, amministra i beni dell’Associazione e ne rende conto; compila, per ogni anno solare, i bilanci preventivo e consuntivo, da presentare al Consiglio nazionale.
Art.19. - Le Sezioni sono rette da un Consiglio di Sezione costituito:
a)     da un Presidente;
b)     da:
-        un Vice Presidente e quattro Membri, se i soci non superano i 200;
-        due Vice Presidenti e cinque Membri, se i soci sono più di 200 ma non più di 500;
  -          tre Vice Presidenti e sei Membri, se i soci superano i 500;
c)     da un Segretario Amministrativo nominato dal Presidente.
Le Sezioni:
-        si accertano che i richiedenti l’ammissione a socio abbiano i requisiti prescritti ed inviano le proposte documentate alla Presidenza Nazionale;
-        provvedono di propria iniziativa alle varie attività;
-        conservano il patrimonio della Sezione, amministrano i fondi e approvano i bilanci annuali preventivo e consuntivo;
-        sottopongono alla Presidenza Nazionale la proposta di sospensione o di espulsione dei soci, a mezzo di una relazione corredata da elementi giustificativi della propria proposta;
-        sono autorizzate a pubblicare un proprio bollettino sociale.

Art.20. - Le Sottosezioni sono rette da un Consiglio si Sottosezione costituito da un Presidente e da due Membri, uno dei quali con funzioni di Segretario.
Le Sottosezioni hanno gli stessi compiti delle Sezioni.
Art.21. - I Presidenti di Sezione e di Sottosezione debbono convocare l’assemblea ordinaria dei soci almeno una volta l’anno, entro il primo bimestre, per l’approvazione del bilancio consuntivo dell’anno precedente e di quello preventivo dell’anno in corso, e per l’esame di tutte le questioni interessanti la vita e lo sviluppo della Sezione o della Sottosezione.
Assemblee straordinarie possono essere convocate su deliberazione dei Presidenti, dei Consigli o su richiesta di un decimo dei soci per la trattazione di particolari questioni da prospettarsi nell’avviso di convocazione.
Le Sezioni debbono tenere:
a)     un archivio;
b)     un ruolo dei soci;
c)     un registro dei verbali e delle deliberazioni;
d)     un registro di cassa;
e)     un registro degli inventari;
f)      un elenco dei soci in ordine alfabetico.
Le Sottosezioni debbono tenere almeno l’archivio, il ruolo dei soci, i registri di cassa e degli inventari.
Art.22. - Le entrate della Presidenza Nazionale sono costituite:
a)     dai contributi annui delle Sezioni e Sottosezioni, di cui al presente art. 16 e delle quote associative dei soci collettivi;
b)     da eventuali donazioni, legati, elargizioni, oblazioni fatte da enti o da privati;
c)     da proventi di manifestazioni promosse dalla Presidenza;
d)     dalle rendite del patrimonio sociale e dell’eventuale fondo sociale.
Art.23. - Le entrate delle Sezioni e delle Sottosezioni sono costituite:
a)     dalle quote associative dei soci ordinari, sostenitori e vitalizi e degli aggregati, dedotti i contributi annuali alla Presidenza Nazionale;
b)     da eventuali donazioni, legati, elargizioni, oblazioni o contributi straordinari dei soci;
c)     da proventi di manifestazioni promosse dalla Sezione o dalla Sottosezione;
d)     dalle rendite del fondo sociale.
Art.24. - L’Amministrazione centrale dell’Associazione, le amministrazioni delle Sezioni e quelle delle Sottosezioni sono autonome.
I bilanci consuntivi compilati dai predetti organi, per ogni anno solare debbono essere sottoposti a revisione da parte dei Collegi dei Sindaci.
I bilanci della Presidenza Nazionale sono sottoposti all’approvazione del Consiglio Nazionale.
Il bilancio della Sezione o della Sottosezione viene sottoposto all’approvazione della Assemblea dei soci della Sezione o della Sottosezione.
Art.25. - Tutte le cariche sono elettive, tranne le eccezioni previste nei precedenti art. 18 e 19. Gli eletti durano in carica tre anni e sono rieleggibili.
Nelle votazioni, a parità di voto, prevale quello del Presidente.
Il Presidente e i vice Presidenti Nazionali sono eletti dal Consiglio Nazionale.
Il Presidente, i Vice Presidenti ed i Membri del Consiglio di Sezione, il Presidente e i Membri del Consiglio di Sottosezione sono eletti dall’Assemblea dei soci, a maggioranza assoluta.
L’Assemblea è valida in prima convocazione se è presente almeno la metà dei soci in regola con il pagamento della quota annuale; in seconda convocazione è valida qualunque sia il numero dei soci presenti.
Fra la prima e la seconda convocazione deve intercorrere almeno un’ora.
Art.26. - Il Collegio dei Sindaci, composto da un Presidente, da due Membri effettivi e da uno supplente, è eletto:
-        per la Presidenza Nazionale, dal Consiglio Nazionale;
-        per le Sezioni e Sottosezioni, dalle rispettive assemblee.
I componenti del Collegio dei Sindaci possono intervenire alle sedute del Consiglio nazionale e dei Consigli sezionali, senza diritto di voto.
Le loro dichiarazioni ed osservazioni sono messe a verbale.
Art.27. - La Commissione Nazionale di Disciplina è composta da un Presidente, da due Membri effettivi e da uno supplente.  Tutti    sono eletti dal Consiglio Nazionale e sono scelti tra i soci residenti in Roma, ma che non rivestano cariche direttive nell’Associazione.
Art.28. – Ai fini della validità delle convocazioni del Consiglio Nazionale (art. 16), anche se effettuate per corrispondenza ciascun Presidente di Sezione o Sottosezione rappresenta il numero dei suoi soci in regola con il versamento della quota annuale.
Entro il mese di gennaio di ogni anno, ogni Presidente di Sezione o di Sottosezione deve trasmettere alla Presidenza Nazionale una dichiarazione firmata dal Presidente o dal Segretario Amministrativo, attestante il numero dei soci in regola con il versamento della quota sociale al 31 dicembre dell’anno precedente. Da tale dichiarazione si rileva il valore ponderale della Sezione o della Sottosezione, da valere per tutte le votazioni dell’annata.
Art.29. - Le cariche elettive son sono retribuite.
Al Segretario Generale ed ai Segretari Amministrativi possono essere assegnati dal Presidente Nazionale o da quelli di Sezione i rimborsi di spese sostenute per lo svolgimento della loro attività.
Art.30. - La Presidenza Nazionale ha la facoltà di dichiarare disciolto un Consiglio di Sezione o Sottosezione, nei cui confronti fosse contestata una grave infrazione o inadempienza ai fini morali dell’Associazione oppure per persistente inattività, ovvero irregolarità di carattere amministrativo. In ogni caso la Presidenza Nazionale nomina un Commissario il quale, entro tre mesi, deve procedere alla nuova elezione delle cariche sociali.
Analogamente si procede per il caso di dimissioni del Consiglio di Sezione.
Art. 31. - Nel caso di dimissioni del Presidente Nazionale, il Vice Presidente più anziano in carica o (nel caso in cui tale anzianità sia uguale) il più anziano di età assume le funzioni di presidente fino alle successive elezioni, da effettuarsi entro due mesi. Nel caso di dimissioni del Presidente e dei tre Vice Presidenti, il Consiglio Nazionale è entro due mesi convocato dal Consigliere più anziano (secondo il criterio innanzi accennato) per procedere alle nuove elezioni.
Art. 32. -  Se, per dimissioni o altra causa, il numero dei componenti il Consiglio di Sezione si riduce alla metà del numero stabilito dall’art. 19, l’Assemblea della Sezione, convocata in via straordinaria, entro due mesi, deve procedere alla elezione di un nuovo Consiglio. Durante l’assenza del Presidente di Sezione (o di Sottosezione), il Vice Presidente (o il Membro più anziano di età) ne fa le veci.
Qualora però tale assenza si prolunghi oltre sei mesi o, comunque, in caso di dimissioni del Presidente, il Vice Presidente (o il Membro più anziano di età) deve convocare entro due mesi l’Assemblea, per la nomina del nuovo Presidente.
Art. 33. - Ogni anno, entro il mese di febbraio, ogni Sezione e Sottosezione trasmette alla Presidenza Nazionale:
-        una relazione riassuntiva sull’attività svolta nell’anno precedente e sui risultati conseguiti;
-        un elenco dei nomi dei soci ammessi nell’anno e dei soci dimessi o defunti o resisi morosi o espulsi;
-        estratto del bilancio dell’anno precedente, per conoscenza;
-        eventuali considerazioni di carattere generale e proposte.
Entro il mese di aprile di ciascun anno, la Presidenza Nazionale compila la relazione annuale riassuntiva sull’attività svolta, nella quale viene esposto il bilancio consuntivo revisionato dal Collegio dei Sindaci ed approvato dal Consiglio Nazionale.
Art.34. - L’Associazione, le Sezioni e le Sottosezioni sono autorizzate ad usare nelle cerimonie ufficiali la bandiera nazionale (dimensioni cm. 99 x 99), con la denominazione su nastro azzurro, applicato all’asta:
Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate – Sezione (o Sottosezione) . . . . . . . . . . . . . .
La Presidenza Nazionale è autorizzata a portare, nelle cerimonie ufficiali, il labaro dei decorati di medaglia d’oro al V.M. conforme al modello di cui all’allegato I  del decreto del Presidente della Repubblica 23-6-1964, n. 643.
La scorta alla bandiera e al labaro è costituita da due componenti dell’Associazione.
I soci sono autorizzati a portare il distintivo sociale all’occhiello della giacca. Detto distintivo è conforme al modello riprodotto nell’allegato 2 al Decreto del Presidente della Repubblica 23 giugno 1964, n. 643.
In occasione di manifestazioni ufficiali, alle quali intervengano in corpo, con bandiera, i soci indossano il fazzoletto sociale (di colore azzurro, con striscia a due centimetri dal bordo, riproducendo il tricolore della Bandiera Nazionale) e il copricapo dell’Arma di appartenenza.
Le Sezioni e le Sottosezioni possono intitolarsi al nome di un reparto o di un eroico caduto. Il provvedimento relativo deve essere sanzionato dal Consiglio Nazionale.
Art.35. - Le tessere sociali, di modello unico, compilate dalla Presidenza Nazionale e firmata dal Presidente Nazionale, debbono essere distribuite ai nuovi soci dai Presidenti di Sezione e Sottosezione.
Trimestralmente le Sezioni e le Sottosezioni devono trasmettere alla Presidenza Nazionale l’elenco dei soci ai quali nel trimestre è stata distribuita la tessera, riportando nell’elenco, a fianco di ciascun nome, il numero distintivo della tessera stessa, il grado militare, la classe di leva e l’indirizzo.
Art.36. - Le modifiche al presente statuto possono essere proposte per iniziativa della Presidenza Nazionale o di una Sezione o Sottosezione.
Quando almeno un terzo delle Sezioni o Sottosezioni, interpellate con referendum per corrispondenza, esprima parere favorevole, dette modifiche debbono essere discusse e deliberate dal Consiglio Nazionale, con la presenza di tanti Presidente di Sezione e di Sottosezione o loro delegati che, rappresentino almeno tre quarti dei
soci dell’Associazione e con il voto favorevole della maggioranza dei componenti il Consiglio Nazionale (art. 14), aventi diritto a voto,
presenti, prima di essere sottoposte alla prescritta approvazione secondo le norme di legge.
La durata dell’Associazione è a tempo indeterminato.
In caso di scioglimento il fondo sociale sarà devoluto secondo le deliberazioni del Consiglio Nazionale riunito in assemblea straordinaria. Le deliberazioni sono valide se adottate con la presenza ed il voto di tanti Presidenti di Sezione e di Sottosezione (o loro delegati) che rappresentino almeno i tre quarti dei soci dell’Associazione.
Art.37. – L’eventuale regolamento per l’applicazione del presente statuto sarà sottoposto all’approvazione del Ministro della Difesa.

per informazioni: risorgimento23@libero.it            

martedì 28 febbraio 2012

Il Caso India-Italia.

Roma 26 febbraio 2010. Il gruppo facebook “Riportiamo a casa i due militari prigionieri” pone l’enfasi sulla paradossale vicenda dei due nostri fanti di marina, consegnati per “grazioso gesto di cortesia”, che ora non ci viene ricambiato. Anzi ....!


«Una situazione parossistica - tuona Fernando Termentini - soprattutto se paragonata all’imputazione contestata all’ex comandante di nave Costa Concordia, indagato per omicidio colposo plurimo per i 32 tra morti e dispersi a seguito del naufragio provocato dall’urto contro gli scogli dell’Isola del Giglio. Ai due fucilieri della Marina, probabilmente estranei all’evento della morte dei due indiani, periti sotto colpi di calibro 0.54 pollici riconducibile ad una sola ed unica arma inglese della Seconda guerra mondiale, forse in possesso della malavita locale, e non alle armi in dotazione ai nostri militari, la Procura di Roma, attivata dalla Farnesina e da un suo “discutibile” rapporto, ha aperto un fascicolo nei confronti dei due fucilieri per omicidio volontario».

«Non si comprende la posizione di basso profilo adottata dalle Autorità italiane - interviene Giacomo Caruso - che ufficialmente sembrano ignorare il caso, se si esclude il sito della Marina Militare Italiana, che ha il caso in evidenza».

«Tutta la vicenda si caratterizza per aspetti illogici ed incomprensibilmente dilettanteschi - incalza Giorgio Prinzi - peraltro in stridente contrasto con quanto previsto dalla vigente legislazione in materia e, ancora più grave, nella completa mancata osservanza di quanto sancito dalla nostra Costituzione e ribadito da più Sentenze della Corte Costituzionale»

Proprio su questi aspetti giuridici il gruppo facebook “Riportiamo a casa i due militari prigionieri” richiama l’attenzione su un argomentato articolo al riguardo pubblicato da Agenzia Radicale e consultabile alla pagina web http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13596&Itemid=50.

AMMINISTRATORI DEL GRUPPO

Fernando Termentini, Generale di Brigata (ris.): 338.24.52.071 - http://fernandotermentini.blogspot.com/ www.fernandotermentini.it

Giorgio Prinzi, animatore e promotore del gruppo: 06.7049.6222 e 339.12.67.704 - email giorgioprinzi@aruba.it
Gioacomo Caruso, Modellista militare e dirigente sodalizio modellisti: giacomo_123@libero.it

lunedì 30 gennaio 2012

Il Movimento di renitenza alla Leva nel Regno del Sud 1943-1944

Non si parte!”
Il 23 novembre 1944 viene pubblicato sui quotidiani l’annuncio del bando di “Presentazione alle armi “ per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione di quella del 1924, rispondente all’esigenza di completare l’organico delle forze impegnate sul campo e che avrebbe dovuto trovare realizzazione a cominciare dal Lazio e dalla Campania per concludersi in Sicilia.

Con tale provvedimento sarebbero stati chiamati a servire nell’esercito del Re, sia quanti si erano sbandati dopo l’annuncio dell’armistizio, sia quanti, fino ad allora, non avevano prestato servizio, come nel caso degli universitari fino ai 26 anni, che il regime aveva esonerato dal servizio militare. Il rinvio venne confermato ancora solo per gli studenti di medicina, farmacia e veterinaria.

Analogamente sarebbero ora stati chiamati alle armi anche i cittadini di razza ebraica, per i quali però l’esonero dal servizio militare, stabilito dal regime in conseguenza delle leggi razziali, era stato abrogato già nel marzo del 1944.

Si trattava in sostanza di continuare nell’azione di ricostituzione dell’esercito, intrapresa dal governo subito dopo il trasferimento a Brindisi, e che si era resa necessaria in seguito allo sbandamento dei soldati seguito all’armistizio.

In Sicilia, però, la reazione al provvedimento in questione non si fece attendere e, sui muri di ogni centro dell’isola, presero a comparire scritte di aperta disapprovazione per lo stesso, cui presto si accompagnò la diffusione di manifesti che sollecitavano a non rispondere al richiamo e nei quali si sottolineava il bisogno, che la Sicilia stessa aveva, di giovani di cui servirsi per ricostruire quanto era andato distrutto e per rifondare su valori nuovi e diversi lo spirito della sua popolazione martoriata dal recente conflitto. Era dunque impensabile, in una situazione del genere, che questi accettassero di buon grado di andare in guerra.

Alla necessità dello Stato di tenere fede agli impegni contratti con gli Alleati, con la quale pure si voleva giustificare il richiamo alle armi, si rispondeva che comunque la nostra era una nazione vinta e che quegli stessi Alleati che ci avrebbero potuto aiutare a ricostruirla non avrebbero certo potuto dimenticare facilmente le tante perdite che avevano subito nella guerra combattuta, fino ad allora, sul nostro territorio.

Considerazione amara e polemica dalla quale pare trasparire una non totale fiducia a proposito del reale atteggiamento che gli Alleati potevano adottare nei nostri confronti.

Di diverso tono le ragioni di coloro che ritenevano che le condizioni poste con l’armistizio dell’8 settembre fossero tanto indegne da non poter trovare ulteriori legittimazione nella presentazioni alle armi, considerando, invece, come unica condizione valida perché si tornasse a combattere, il riconoscere l’Italia come un vero e proprio paese alleato.

Non mancarono poi appelli di chiara matrice politica.

Nel considerare quanto accadde tra il 1944 ed il 1945 in Sicilia non si può infatti sorvolare sul ruolo svolto in proposito dai fascisti che, nel malcontento popolare, speravano di trovare terreno fertile per il progetto di una loro riorganizzazione, ora che il duce, libero e a capo della RSI sostenuta dai tedeschi, aveva ripreso fiato ed annunciava potersi ancora, riequilibrare, prima, la situazione bellica e poi modificarla di nuovo a tutto vantaggio dell’Asse, il che avrebbe dovuto avere conseguenze facilmente intuibili sulle sorti politiche italiane.

Come vedremo in seguito, un sicuro ruolo in ciò accadde in Sicilia in questo periodo, fu ricoperto anche dal separatismo, che non mancò di approfittare del malcontento popolare che il richiamo alle armi aveva suscitato per trovare ulteriori adesioni alla sua linea politica. Non bisogna però sottacere il fatto che lo stesso movimento di renitenza alla leva, così come nel fascismo clandestino – che rappresentava un valido sostegno alla loro scelta di renitenza- trovò anche nel separatismo un forte alleato nella conduzione della sua opposizione al governo. Pertanto pur non escludendolo, non possiamo comunque parlare a priori di un orientamento politico – in senso separatista o fascista- alla base della scelta maturate da quanti decisero di non rispondere al bando di richiamo.

Possiamo invece ritenere più realistica l’ipotesi – anche in considerazione, specie con riferimento al separatismo, della modesta estrazione sociale della gran parte dei richiamati – che l’adesione all’uno o all’altro progetto politico, vista la loro comune posizione nei confronti del governo che aveva disposto il richiamo, fosse prima di tutto funzionale alla ricerca di un sostegno alla loro scelta di non rispondere al bando di presentazione alle armi.

Per diverso tempo, la contestazione originata dal bando di richiamo mantenne un carattere non violento ma, in seguito, degenerò in atti che di pacifico avevano ben poco. Così il 14 dicembre la popolazione insorge a Catania, in risposta all’uccisione di un giovane dimostrante, colpito dai militari.

Il “ Tempo “ del 15 dicembre 1944 titola: “Manifestazioni di studenti contro il richiamo alle armi - Molti edifici pubblici tra i quali il Municipio, il Tribunale , e l’Ufficio Leva incendiati “.

L’insurrezione continua fino al giorno successivo, quando esercito e polizia riassumono finalmente il controllo della situazione.

Diversi quotidiani si occuparono di tale episodio sia ricostruendone la dinamica che commentandolo nel merito, seguendo, nel far ciò, una linea comune, ponendo cioè l’accento su quanto importante fosse, in quel momento, preoccuparsi della ricostruzione civile, materiale e spirituale del paese, cui bisognava che tutti contribuissero senza lasciarsi andare a gesti istintivi ed incontrollati.

Il punto sui disordini cittadini viene fatto anche in un articolo de “L’Unità” – sempre del 15 dicembre – in un trafiletto del quale si riporta un comunicato diramato dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio che “(…) deplora il tentativo di sabotare la guerra liberatrice, tanto più esecrabile ove si consideri che nel resto d’Italia l’arruolamento procede regolarmente e che nelle regioni ancora occupate i patrioti offrono spontaneamente il loro contributo di sangue e di martirio nell’impari lotta contro il nemico (…)” e che si conclude con un appello alla “(…) generosa popolazione siciliana perché, raccolta nelle sue organizzazioni politiche e sindacali, collabori con le pubbliche autorità per mantenere nell’isola le nobili tradizioni di solidarietà nazionale (…)”.

Nello stesso periodo violenti scontri si ebbero anche in altre zone dell’isola, nonostante l’Alto Commissario per la Sicilia - nel tentativo di prevenire ulteriori disordini - avesse disposto il divieto di riunione e di assembramento nei luoghi pubblici e presto la rivolta popolare si estese a ben cinque province dell’isola.

Uno dei luoghi più “caldi” fu certamente Ragusa, dove, dopo l’arrivo delle prime cartoline di richiamo, la popolazione venne chiamata ad una riunione e si procedette ad istituire un comitato che elaborasse un piano di azione.

Tra i motivi che spingevano i richiamati ragusani a non presentarsi alle armi era di non poco conto il fatto che molti di loro avevano in precedenza militato nelle fila degli armati della RSI - anzi Ragusa, per la resistenza opposta al governo, sembra essersi meritata la medaglia d’oro della Repubblica di Salò - e pertanto, ora, ritenevano di non poter rispondere ad un provvedimento che, inevitabilmente, li avrebbe messi contro coloro al fianco dei quali avevano in precedenza combattuto.

Tuttavia ci riserviamo di assumere con il beneficio del dubbio l’assunto della loro supposta fedeltà a Mussolini e al governo di Salò.

Anche in questo caso l’esito era scontato, grazie all’intervento immediato ed efficace delle forze di polizia. La città fu riconsegnata all’ordine e si avviò subito il rastrellamento dei quartieri nei quali aveva avuto origine la sommossa. L’operazione si concluse con l’arresto di molti dei protagonisti dei moti e con il loro invio al confino nell’isola di Ustica, che poterono abbandonare solo nel luglio 1946 in seguito all’amnistia disposta dalla Repubblica.

A dicembre anche Palermo insorse.

La sommossa palermitana aveva, però, avuto un drammatico precedente nella strage del 19 ottobre 1944, quando i soldati – pure in seguito ad una aggressione di cui vennero fatti oggetto – spararono sulla folla che manifestava contro il carovita in contemporanea con lo sciopero degli impiegati comunali.

Due mesi dopo, il 15 dicembre 1944, appunto, studenti universitari manifestarono contro il richiamo alle armi, contestazione che venne subito negativamente giudicata e dal C.L.N. e dalla locale sezione del Movimento Giovanile Comunista.



Il ruolo del separatismo



Tra i separatisti c’erano delle componenti il cui primario intento era quello di non consentire lo sviluppo ulteriore dei partiti impegnati nella guerra che si facevano portatori di istanze popolari e che così grande consenso erano già riusciti a conseguire tra le masse.

Nel movimento separatista – che sembra, però, fosse riuscito a trovare sostenitori anche fra gli studenti, militavano infatti per lo più elementi della grande borghesia agraria, la cui preoccupazione principale era la difesa del diritto di proprietà il che, evidentemente, li rendeva “nemici naturali“ del partito comunista che tanta parte ricopriva nella guerra di liberazione - e che in Sicilia era il più grande partito di massa - lasciando così supporre che , una volta che il governo dell’Italia liberata fosse riuscito ad estendere la sua giurisdizione sul resto del paese, questo si sarebbe visto riconosciuto il contributo a ciò fornito con “ricompense “ di natura politica.

Col nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Aldisio - che sostituiva l’ex Prefetto di Palermo, Francesco Musotto, che della stessa carica era stato in precedenza investito su decisione degli Alleati e che si distingueva dal primo per le sue simpatie socialiste - era giunta al potere la Democrazia Cristiana il che si ritenne potesse aprire delle strade ad un’azione anticomunista svolta dall’interno delle istituzioni.

Ma in tal modo, offrendo ai grandi proprietari una garanzia al mantenimento del proprio status economico - il che aveva una valenza politica rilevantissima, dato che permetteva di incanalare e di controllare le tendenze eversive che questi, con la loro presenza nel movimento separatista, sembravano sostenere - si rendeva possibile adottare, ora, anche nei confronti del separatismo una politica di opposizione più decisa e severa rispetto a quanto non si fosse potuto fare con Musotto il quale - per ovvie ragioni politiche - non poteva che mostrarsi disponibile ad una azione cauta e di compromesso.

Sul tema del separatismo interviene in quei giorni la “Voce Repubblicana“ che nel precisare come “(...) il nome stesso del movimento separatista è un errore, tanto più grave perchè per molti è un equivoco (...)“, ridimensiona - o almeno tenta di farlo - il carattere di estremismo per cui il movimento si era distinto.

L’autore dell’articolo in proposito sostiene che il sentimento diffuso nell’isola è quello repubblicano, non volendo più la Sicilia sentire parlare di Savoia e di monarchia, che le ricordano una gestione accentratrice e “coloniale “, un regime ed una guerra che le ha portato solo lutti.

Era da questa istituzione, deludente e poco responsabile, che ci si doveva allontanare e non dall’Italia.

E’ certo, comunque, che il Governo dell’Italia liberata prese atto dell’insofferenza che cresceva nell’isola a riguardo e dell’esigenza, che andava facendosi sempre più sentita, di affidarne l’amministrazione non più ad autorità a tale scopo inviate in Sicilia in rappresentanza dello Stato centrale ma a personale del luogo che, della propria terra, conoscesse tutte le ricchezze, i problemi e le potenzialità.

Per quanto riguarda nello specifico il movimento separatista propriamente inteso, è certo che i suoi membri agirono da protagonisti nelle vicende contestuali al richiamo alle armi, traendo dalle sollevazioni popolari un vigore tale da portarli a sostenere che lì a poco - queste le voci che circolavano – si potesse giungere a proclamare l’indipendenza dell’isola.





Le repubbliche del 1944 – 45. La Repubblica di Comiso e quella di Piana degli Albanesi.



Così a Comiso, dove sembrava che i tempi fossero ormai maturi perchè si potesse realizzare il progetto - preparato già da tempo - dell’on. La Rosa che aveva cercato e trovato l’appoggio dei separatisti del luogo per far partire, non appena ci fosse stato il richiamo alle armi, una rivolta che si sarebbe poi dovuta estendere al resto della Sicilia.

E così nel dicembre del 1944, gli studenti del paese, ricevuta la cartolina di richiamo, iniziarono una protesta nella quale subito coinvolsero il resto della popolazione che prese a guardare ad essi come a dei “benemeriti “.

Vennero organizzati comizi e dimostrazioni in cui i giovani intervenivano facendosi portatori del sentimento di delusione che tanti aveva assalito al momento dell’annuncio, da parte del Governo, del cambiamento di fronte. Ed ora finalmente, anche per quanti ritenevano che i morti amaramente pianti, la fame e gli stenti giustificassero la protesta molto più di qualunque scelta politica, era arrivato il tempo di ergersi contro chi a quelle durissime condizioni di vita li voleva ulteriormente costringere, piuttosto che agire concretamente per porvi rimedio.

Fu anzi addirittura necessario che gli studenti, ritenendo che non fosse ancora il momento giusto, placassero gli animi di tutti quelli che, esasperati, avrebbero voluto subito ricorrere alla forza.

Niente fu lasciato al caso. Si procedette a rifornire gli uomini di tutte le armi che fu possibile rastrellare, venne istituito un “ Comitato del Popolo” che dichiarò decaduta l’autorità dello Stato e costituita, di contro, la Repubblica di Comiso alla quale sembra che Mussolini avrebbe conferito la medaglia d’argento della RSI.

Per diversi giorni i comisani riuscirono a respingere tutti i tentativi fatti dai militari di riconquistare le loro posizioni e ripristinare l’ordine pubblico nel paese. Tutto questo sarebbe costato ai ribelli morti e feriti ma ciò non li fece desistere dall’intento di impedire il rientro nella città di un Governo che essi non riconoscevano più, tanto più che si sperava, in un repentino intervento delle forze del Nord .

Arrivò tuttavia il momento della resa. La prospettiva di vedere il paese raso al suolo, come era stato minacciato, costrinse i comisani a considerare più oculatamente il da farsi. Venne costituito pertanto un comitato parlamentare che avrebbe dovuto giungere ad un “armistizio”.

Non fu tuttavia possibile realizzare tale proposito ponendo la controparte, come unica condizione alla rinuncia a rappresaglia nei confronti della popolazione, l’accettazione della resa incondizionata.

Nel pomeriggio del 10 gennaio le forze governative rientrarono a Comiso, senza peraltro che agli abitanti venisse risparmiata - come pure era stato promesso - una violenta persecuzione che portò in carcere la gran parte di quanti avevano partecipato ai moti e costrinse molti giovani a presentarsi alle armi.La Repubblica Popolare di Piana degli Albanesi

Anche a Piana degli Albanesi, il 31 dicembre del 1944, era stata proclamata la “Repubblica Popolare”, che restò in piedi fino alla fine di febbraio del 1945 quando, con l’arrivo in forza dei militari, l’ordine pubblico venne ristabilito e la repubblica soppressa.



Le conseguenze della mancata risposta al richiamo e i problemi posti nel

caso di presentazione alle armi.



Questa dunque la situazione in Sicilia fra il 1944 ed il 1945.

Ma l’ondata di contestazione al provvedimento di richiamo investì tutte le zone della penisola che da esso furono interessate e, di ciò, dovettero prendere atto le autorità competenti investite del compito di presiedere alla presentazione alle armi.

Nei rapporti inviati dalle Regie Prefetture al governo si documenta con precisione questo stato di cose sottolineando anche che la mancata risposta all’appello ben si comprendeva, visto che ciò avrebbe significato, per le popolazioni che ne sarebbero state interessate, andare incontro ad ulteriori sacrifici.

E’ da sottolineare però che la resistenza opposta al richiamo alle armi poteva finire col danneggiare l’immagine dell’Italia, agli occhi degli Alleati.

La mancata affluenza di grandissima parte dei richiamati rappresentava, comunque, un enorme perdita per l’esercito, in termini di potenziale, tanto che il Ministero della Guerra si vide costretto, ai primi di gennaio del 1945, a ripresentare il bando, stabilire nuovi termini per la presentazione, promettendo che non si sarebbe dato corso ad alcun procedimento penale per quanti non avevano ancora risposto al richiamo purchè, ovviamente, decidessero di farlo allora.

La nuova chiamata del gennaio 1945 riguardò anche il secondo scaglione della classe 1924 ed il primo di quella 1925 - ultima classe utile per la leva- nel tentativo di rimediare alla scarsa affluenza in precedenza registrata.

Ma ancora una volta non si ottennero i risultati sperati tanto che, nel febbraio dello stesso anno c’era chi auspicava, per porre finalmente riparo a questa situazione, il ricorso a soluzioni drastiche che avrebbero dovuto colpire direttamente la massa dei richiamati distogliendoli dal proposito, eventualmente maturato, di opporre resistenza al provvedimento prospettando loro, come conseguenze di tale malaugurata decisione, la cancellazione dalle liste politiche o l’eliminazione dagli studi.

C’erano però anche problemi di altro genere da affrontare, che riguardavano quanti, invece, ai bandi di richiamo decidevano di rispondere, presentandosi così ai distretti.

Da alcuni telegrammi, inviati nel febbraio 1945 alle autorità competenti dall’Alto Commissario Aldisio, si desume che il trattamento ad essi riservato nei campi di raccolta non era certo tale da confermarli nella scelta fatta né, tantomeno, tale da poter incentivare altri richiamati a partire, in tal modo ponendo, evidentemente, nel nulla gli sforzi operati dalle autorità civili e militari in questa direzione.

Non mancavano infatti notizie di diserzioni nei campi di raccolta dei richiamati, nei quali si viveva in pessime condizioni..

Era naturale, dunque, che Aldisio avvertisse la necessità di informare chi di dovere su quanto stava accadendo, chiedendo un intervento immediato perché si provvedesse ad occuparsi in maniera adeguata dei richiamati.

Conclusioni

Il quadro che emerge dall’analisi delle vicende registratesi in Sicilia tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, non sembra essere minimamente rispondente all’idea, che generalmente si è abituati a condividere, di un movimento resistenziale che ha visto impegnati sul fronte della lotta contro il nazifascismo tutte le forze “vive e sane” del nostro paese e a cui sarebbe stato dato un sostanziale apporto dalle masse popolari, spontaneamente impegnatesi nella lotta contro il tedesco invasore e nell’estirpazione della “mala pianta” del fascismo.

L’Italia dell’ultimo anno di guerra fu, invece, anche il Paese dei renitenti alla leva, delle donne pronte a sfidare le autorità per impedire la partenza per il fronte dei loro figli e dei loro compagni, di quanti vivevano la frustrazione conseguente alle misere condizioni di vita cui erano costretti, di quanti si mantennero estranei all’attivismo politico, perché ormai convinti dell’inutilità di continuare a riporre fiducia in coloro che si proponevano per l’amministrazione della cosa pubblica, ogni volta promettendo risposta alle istanze più urgenti dell’isola che restavano però sistematicamente irrisolte, di quanti, invece, alla vita politica parteciparono in prima persona, tentando però la via delle Repubbliche popolari in polemica – e a volte violenta – replica all’immobilismo delle autorità competenti.

Tutto ciò a riprova dell’esistenza di una situazione diversa da quella largamente propagandata e che però, non per questo, sembra essere meno attendibile pur essendo meno eroica e meno adatta alla costruzione del mito della partecipazione di massa per la rinascita del Paese alla vita democratica.

Le motivazioni con cui si giustificava la renitenza alla leva erano principalmente di carattere pratico, mentre ruolo minore sembrano aver avuto quelle di carattere essenzialmente politico ed ideologico. In tali condizioni non sembra possibile considerare disonorevole la decisione di anteporre le preoccupazioni quotidiane, gli affetti e gli interessi personali al dovere di continuare a combattere. Quella in cui fino ad allora ci si era impegnati era stata una guerra che aveva arrecato solo lutti e miserie, e sul prosieguo della quale non si era autorizzati a nutrire speranze di positivi esiti.

La volontà di proporre, come alternativa alla continuazione della guerra stessa, l’impegno per la ricostruzione civile ed economica della propria terra era lì a testimoniare il dinamismo e non l’inerzia, la determinazione e non la mancanza di volontà di quanti ritenevano fosse giunta l’ora di offrirle, finalmente, nuove opportunità.

mercoledì 28 dicembre 2011

Montelungo 8 dicembre 2011

Il Gen Poli tra i Sindaci


Il Medagliere della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione si avvia a prendere posizione lungo la scalea del Cimitero Monumetale
Il Medagliere della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione con l'Alfiere Pasquale de Cataldis, Presidente della Sezione di Matino

martedì 6 dicembre 2011

Il Risorgimento in Umbria: il 1860

Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli e proclamava chiaramente che dopo il potere borbonico avrebbe abbattuto il potere temprale dei Papi, ovvero marciare e conquistare Roma. Il processo unitario italiano (lastrina 2) aveva avuto la sua nascita nel 1799 con la formazione delle repubbliche filofracensi ( lastrina3 e 4). A Vienna veniva ripristinato il potere temporale dei Papi (lastrina5), ma il sentimento nazionale si sviluppo per tutta la prima metà dell’ottocento. (lastrina 6) Sconfitto nel 1848-49, si sviluppò attraverso quello che fu definito il decennio di preparazione. (lastrina 7) Papa Pio IX (Lastrina 8 e 9) con gli altri regni conservatori (lastrina 10-11) si opponeva ad ogni forma di unità nazionale. Nel 1859 La Francia scese in campo per aiutare i protagonisti del processo unitario (lastrina 12) e con l’Armistizio di Villafranca sembra tutto compromesso.(lastrina 12) Ma l’iniziativa Garibaldinia, voluta dal partito progressista altera ogni cosa. ( lastrina13 e 14)). Napoli in mano garibaldina apre nuovi scenari (Lastrina 15 e 16)

L’equilibrio europeo poteva essere fortemente alterato da questa iniziativa. La Francia, e soprattutto, l’Austria, non avrebbero permesso un simile affronto al Soglio pontificio ed erano pronte ad intervenire. (lastrina 17) Era necessario fermarlo. (Lastrina 18)

Cavour colse questa occasione che l’iniziativa progressista e rivoluzionaria gli offriva e offri a Napoleone III la soluzione per mantenere la situazione in equilibrio. (Lastrina 19)Ottenuta l’approvazione francese, il Cavour operò immediatamente, in una situazione ad alto rischio in quanto non si era certi dell’atteggiamento dell’Austria. Posto a difesa della Lombardia e del restante territorio sabaudo il grosso dell’Esercito (147.000 uomini) incaricava Manfredo Franti di organizzare una forza di invasione che doveva conquistare, in una prima fase le marche e l’Umbria, e successivamente scendere nel meridione per andare incontro a Garibaldi e fermarlo. (Lastrina 20)

Fanti organizzò questa forza su due Corpi d’Armata (Lastrina 21) il IV, al comando di Enrico Cialdini ( 20.000 uomini) che doveva operare lungo la litoranea adriatica con obiettivo Ancona; il V, al comando di Enrico Morozzo della Rocca, (15.000 uomini) che doveva invadere l’Umbria con obiettivo Perugia nella loro marcia dovevano conquistare e rendere inoffensive le piazzaforti pontificie catturane le guarnigioni, sostituendole con forze sarde. La 13a Divisione, al comando di Raffaele Cadorna, doveva operare lungo la dorsale appenninica con compiti di collegamento e raccordo con i due Corpi d’Armata. (Lastrina 22)

LA difesa pontificia era in mano al generale francese Cristoforo de La Moricière, l’eroe di Costantina e l’inventore del corpo coloniale degli Zuavi. (Lastrina 23) Il piano di difesa approntato nel maggio-giugno 1860 prevedeva di lasciare Roma e il Lazio alla difesa delle truppe francesi (Gen. Goyon, 15 uomini), mentre tutte le forze operative pontificie furono stanziate in Umbria sull’asse terni, Spoleto, Foligno perugia. La 1a Brigata (3500 uomini, al comando del Gen. De Pimodan, a terni; la Brigata di Riserva ( 3000 uomini, gen. Cropt, a Spoleto-Foligno, la 2a Brigata (3000 uomini, gen.Schimdt, quella che si era resa protagonista delle sanguinose giornate del 1859 a Perugia passate alla storia come “le stragi di Perugia) tra Foligno Città della Pieve e Perugia. Quartier Generale, baricentro, a Spoleto. La 3a Brigata operativa ( 3500 uomini, al comando del gen. De Courthen), a Macerata ed Ancona con elementi irradianti in tutte le Marche per controllare il territorio da ogni insorgenza e per assicurare i collegamenti con Ancona e quindi con l’Austria. La minaccia principale era l’azione garibaldina da sud, materializzatesi alla fine di agosto, e tutto il dispositivo sia operativo che quello ancorato sulle piazzeforti era orientato a sud.

In caso di attacco, la Francia e l’Austria sicuramente sarebbero accorse e compito dell’esercito pontificio era resistere quel lasso di tempo per permettere alle truppe francesi, via Tolone-Civitavecchia, e austriache, via Trieste-Ancona, di portare aiuto e soccorso.(Lastrina 24)

L’11 settembre, dopo un ultimatum di Torino al Governo Pontificio, naturalmente respinto, iniziano le operazioni di invasione, al comando del Fanti ( Lastrina 25) mentre la Flotta al comando del Persano lascia Napoli destinazione Ancona. Cialdini in breve si rende padrone di Pesaro e Fano e macia su Senigallia che raggiunge il 14 settembre.

Le truppe del V Corpo d’Armata, non da meno, operarono celermente. Varcato il confine con la Toscana, primo obiettivo era occupare Città di Castello, che fu conseguito alla sera del 12 settembre; senza por tempo in mezzo le forze di Morozzo della Rocca puntarono su Fratta che fu investita e conquista nella giornata del 13. A sera le truppe sarde erano in grado di minacciare Perugia.

A fronteggiarle si era diretta la Brigata del gen. Schimdt pontificia, ma presto dovette ritornare su i suoi passi e rinserrarsi a Perugia.

Intanto le forze pontificie stanziate in Umbria, si erano radunate, nei giorni 11 e 12 settembre e avevano preso la strada per Macerata ed Ancona, via Colfiorito, tanto che alla sera del 13 settembre l’Umbria non aveva più truppe operative pontificie. Il loro intento era di raggiungere Ancona, rinserrarsi e dare vita ad un assedio, per permettere ad Austria e Francia di intervenire. Durante la marcia su Ancona, De La Moricière riceve un dispaccio da Roma che lo informa che “L’Imperatore ha dato ordine a truppe di fanteria di imbarcarsi a Tolone”. Questo viene interpretato come il primo segnale dell’intervento francese. In realtà tali truppe servono solo a rinforzare la guarnigione francese di Roma.

Certo che i Francesi non si sarebbero mossi dal Lazio, Morozzo della Rocca il 14 settembre diede l’assalto a Perugia, alla fortezza Paolina che, in virtù dell’ardimento e del valore del I Reggimento Granatieri, ove trovo gloriosa morte il cap. Ripa di Meana, medaglia d’oro alla memoria, fu conquistata. La guarnigione pontificia si arrese e Morozzo della Rocca potè comunicare a Fanti che il suo obiettivo era stato raggiunto. Ma la situazione era in movimento e tutto il V Copro d’Arma, oltrepassa perugia e il 15 settembre raggiunge Foligno. Qui si riordina e organizza colonne di marcia per raggiungere, via Colfiorito, sulle orme delle truppe pontificie, Ancona. Mentre inizia a valicare l’Appennino, Morozzo della Rocca distacca un colonna, al comando del generale Brignone, con il compito di conquistare Spoleto.

La Rocca spoletina è difesa da un battaglione di Irlandesi, il Battaglione San Patrizio. Cattolici ferventi e determinati, oppongono una serie resistenza, e solo dopo reiterati assalti, il 17 settembre 1860, Brignone si rese padrone di Spoleto.

Con la conquista di Spoleto e il passaggio dell’Appennino da parte del V Corpo d’Armata, che aveva lasciato guarnigioni nelle principali piazzeforti pontificie conquistate, si completa il passaggio dell’Umbria dallo stato preunitario allo stato nazionale; in pratica viene a finire il potere temporale dei Papi, iniziato dieci secoli prima.

Contemporaneamente, il 18 settembre i pontifici furono sconfitti a Castelfidardo (Lastrina 26) e, con i due corpo d’armata convergenti su Ancona, la piazzaforte cadde il 29 settembre (Lastrina 27), in virtù anche dell’Azione del Cialdini (Lastrina 28) e del Persano (Lastrina29) Il re arrivò ad Ancona il 3 ottobre e con questo gesto la campagna di invasione per l’annessione dell’Umbria e delle Marche ebbe termine. ( Lastrina 30-31)

Fatto l’Italia occorreva fare gli Italiani e in questo ruolo si distinsero le Forze Armate che nei 50 anni successivi cementarono il sentimento di unità nazionale e che messo a dura prova nella Prima Guerra Mondiale, si affermò definitivamente, al costo di gravi sacrifici, con la vittoria del 1918. ( Lastrine 32-35)

lunedì 21 novembre 2011

Forum dell'Innovazione

ANNUNCIO DI INIZIATIVA ITALO - RUSSA


Con la presente, pensando che possa essere di Vostro interesse, siamo lieti di inviare il Programma provvisorio di una rilevante iniziativa italo-russa che si svolgerà al Palazzo del Rettorato della Università La Sapienza a Roma il prossimo 12-13-14 dicembre 2011.
Si tratta del FORUM ITALO - RUSSO DELL'INNOVAZIONE che è promosso dal Centro di Studi Russi (Direttrice Natalia Fefelova) e dalla Università La Sapienza (ProRettore prof. Antonello Biagini), in collaborazione con Eurispes.
Il Forum intende offrire agli operatori italiani una opportunità di confronto con primari operatori pubblici e privati della Federazione Russa allo scopo di favorire eventuali collaborazioni e partnership future.
Il Programma (provvisorio) prevede una Cerimonia di apertura, il giorno 12 dic., seguita da tre Sessioni, il giorno 13 dic.: una Sessione introduttiva, illustrativa degli strumenti nazionali di supporto alle collaborazioni economiche; una Sessione dedicata allo Sviluppo Industriale Territoriale (articolata in tre Tavoli tematici); una Sessione dedicata ai progressi nel mondo della medicina.
Le relazioni hanno un solo scopo introduttivo per meglio individuare le aree di interesse ed utilità reciproca: il vero obbiettivo del Forum è infatti favorire il confronto diretto e approfondito tra gli operatori italiani e russi.
Con questa iniziativa, il Centro di Studi Russi e la Università La Sapienza intendono aprire uno scenario di approfondimenti e scambi, come contributo al rafforzamento delle opportunità di sviluppo e crescita comuni, per l'Italia e per la Russia. Sono previste, infatti, ulteriori iniziative in questa direzione. .
In allegato sono inviate:

La partecipazione al Forum è libera. Quanti sono interessati a prendere parte sono pregati comunque di dare conferma, via email e fax, al fine di favorire la migliore organizzazione dell'evento.
Antonello Folco Biagini

Pro Rettore per la Cooperazione e i Rapporti Internazionali
Sapienza Università di Roma
P.le Aldo Moro 5, 00185 Roma
T (+39) 06 49913415 49910021