Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

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mercoledì 6 luglio 2011

La Lapide dei Giornalisti morti per la Patra I Guerra Mondiale

Questi i nomi degli 83 giornalisti morti combattendo per la Patria nella Prima Guerra Mondiale così come sono riportati sulla grande lapide in marmo, che misura cm. 170 di altezza, cm. 101 di larghezza e cm. 3 di spessore e che si trova oggi nello scantinato di un complesso INPGI a sud di Roma:





IN MEMORIA
DEI GIORNALISTI MORTI PER LA PATRIA
1915-1918


ALIOTTI EUGENIO “La Sicilia”



ASTOLFONI ANGELO “La Gazz di Venezia”



BATTISTI CESARE “Il Popolo” - medaglia d'oro



BATTISTIG ROMEO “La Patria del Friuli”



BERNASCONI NINO “Cronaca Prealpina”



BERTA LUIGI



BIAGI ASPROMONTE



BIANCONI GASPARE “L’Ordine” Ancona



BOCCACCINO GIOV. “Il Gazzettino”



BONACCI GIULIANO “Corr. della Sera”



BONO VLADIMIRO “Il Grido del Popolo”



BORELLA LUCIANO “La Libertà” Padova - Medaglia d'argento



BORGHI CESARE “La Nazione”



BORSI GIOSUE’ “Il Nuovo Giornale” - Medaglia d'argento



CACCIAMI VITTORIO “La Sera”



CAGGIANO VITTOR. “Il Commercio”



CANTAGALLI DEL ROSSO “Corr. di Livor” - Medaglia d'argento



CARAVAGLIOS NINO - Medaglia d'argento



CARONCINI ALBER “Resto del Carlino” - Medaglia d'argento



CARUSO ARTURO “L’Ordine” - Medaglia d'argento



CASOLI ALFRED “Corr. della Sera”



CASSAN CARLO CASTELLINI GUALTIERO “Idea Nazionale”



CERVI ANNUNZIO “Don Marzio”



CIPOLLA GIOVANNI “Idea Nazionale” - Medaglia d'argento



COTRONEI VITTOR “Il Mattino”



CROLLALANZA GIAC. “Il Secolo”



CRUDELI RACLIFF “Corr. di Livorno”



D’AGATA ETTORE “Giornale dell’Isola” - Medaglia di bronzo



D’ALFONSO PIETRO “Corr. di Livorno” - Medaglia d'argento



DEFFUNU ATTILIO “Popolo d’Italia”



DE MASI FELICE “Il Mattino”



DE PROSPERI LUIGI “Idea nazionale”



DE ROSA SALVAT. “Giornale di Sicilia” - Medaglia d'argento



FAURO RUGGERO “Idea Nazionale” - Medaglia d'argento



FAVA CARLO “Roma”, Napoli



FERRO IGNAZIO “Giornale dell’Isola”



FIGLIOLA FELICE “La Terra Italia”



FINOTTI PIERO “Corriere del Polesine”



FIORILLI RICCARDO



FIORINI MARIO “Il Messaggero” - Medaglia d'argento



(N.B. Al centro in fondo é stato posto):



RIDELLA CARLO “Prov. Pavese” - Medaglia d'argento



(N.B. Poi si é ripreso in ordine alfabetico):



FORNACIARI DINO "Corr. di Livorno”



FRANCESCHI GARIBALDI “Corr. di Livorno” - Medaglia d'oro



GALLARDI CARLO "La Sesia” - Medaglia d'oro



GEMINIANI PIETRO “La Patria del Friuli”



GIAMPIETRO MARIO “Don Marzio”



GIBELLI PAOLO “La Patria degli italiani”



GIOVANNETTI REN. "La Vita", Napoli



GRIFEO FEDERICO “Corr. di Livorno” - Medaglia d'oro



HENRY PAOLO "Agenzia Stefani"



LUCCHESI VEZIO “Corr. della Sera”



MARCIANO ROBERTO “L’Ora", Palermo



MAZZINI AMILCARE "La Stampa”



MORESCHI AUGUSTO “Il Cittadino”



OXILIA NINO “Gazz. di Torino” - Medaglia d'argento



PETRACCONE ENZO “Il Giorno", Napoli



PICARDI VINCENZO “Rass. Contem.” - Medaglia d'argento



PINTAURA MANLIO “Roma", Napoli



PITTERI GIULIO “Corr. del Mattino”



PORRY PASTOREL AMER. "Messaggero"



ROTELLINI AMERIGO "Il Fanfulla"



SAVINI EMILIO "L'Avv. d'Italia"



SCARIONI FRANCO "Gazz. dello Sport"- Medaglia d'argento



SERRA RENATO "La Voce"



SERRANI GAETANO "Il Popolo d’Italia"



SERRETTA SALVAT. "L'Ora" Palermo



SLATAPER SCIPIO "Resto del Carlino"- Medaglia d'argento



SOLDANI AUGUSTO "Il Corr. di Catania"- Medaglia d'argento



SOLDATI PIETRO "Corr. del Polesine" - Medaglia d'argento



SPALLANZANI GIOVANNI "Giorn. di Modena"



SPIRO XIDIAS "Idea Nazionale" - Medaglia d'oro



SVIGO FELICE "Corriere della Sera"



TALAMINI GIOV. "Il Gazzettino"



TAVERNITI ROBERTO "Terra Nostra"



TOSINI MARIO "Il Numero"



UMERINI UMBERTO "Il Sole" - Medaglia d'argento



VERSI ANGELO "Corr. di Livorno" - Medaglia d'argento



VIDALI GIUSEPPE



VIMERCATI ALDO



VITTA ZELMAN EMIL "Idea Nazionale" - Medaglia di bronzo



VIZZOTTO CARLO "La Lombardia"



TEVINI GEROLAMO "Il Piccolo", Trieste - Medaglia d'argento
RIEPILOGO DELLE DECORAZIONI CONFERITE AGLI 83 GIORNALISTI EROI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE RISULTANTI SULLA LAPIDE:

Medaglie d’oro n. 5
Medaglie d’argento n. 21
Medaglie di bronzo n. 2
Croci di guerra -
Totale dei giornalisti eroi medagliati n. 28
Totale decorazioni n. 28

ECCO, INVECE, COME DOVREBBE ESSERE LA LAPIDE OGGI CON NOMI, COGNOMI CORRETTI E REALI DECORAZIONI CONFERITE

N.B. I nominativi preceduti dall’asterisco indicano i 13 giornalisti riportati sulla lapide scoperta nello scantinato INPGI, ma sui quali per ora non si è trovato nulla o quasi. Di conseguenza sono possibili ulteriori modifiche.

1) * Eugenio ALIOTTI - “La Sicilia”

2) * Angelo ASTOLFONI - “La Gazzetta di Venezia”

3) Cesare BATTISTI - “Il Popolo” di Trento - medaglia d'oro al v. m. alla memoria

4) Romeo BATTISTIG - Giornalista de “La Patria del Friuli”

5) * Nino BERNASCONI - “Cronaca Prealpina”

6) Luigi BERTA - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria

N.B. La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide




7) Aspromonte BIAGI



8) Gaspare BIANCONI - “L’Ordine” - Ancona



9) * Giovanni BOCCACCINO - “Il Gazzettino”





10) Giuliano BONACCI - “Corriere della Sera” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria.

N.B. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.



11) Vladimiro o Valdimiro Carlo BONO - “Il Grido del Popolo” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e 2 medaglie di bronzo al v. m.

N.B. La medaglia d’argento e le 2 medaglie di bronzo non sono indicate sulla lapide.



12) Luciano BORELLA - “La Libertà” di Padova - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



13) Cesare BORGHI - “La Nazione”



14) Giosuè BORSI - “Il Nuovo Giornale” di Firenze - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



15) Vittorio CACCIAMI - "La Sera” - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria

N. B. La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide.





16) * Vittorio CAGGIANO - “Il Commercio”





17) * CANTAGALLI DEL ROSSO - “Corriere di Livorno”- Medaglia d'argento al v. m. alla memoria. Non si conosce ancora il suo nome di battesimo.





18) Antonino o Nino o Nino Florio CARAVAGLIOS - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria





19) Alberto CARONCINI - "Resto del Carlino" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



20) Arturo CARUSO - “L’Ordine” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria



21) Alfredo CASOLI - “Corriere della Sera”





22) Carlo CASSAN - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria



N.B. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.





23) Gualtiero CASTELLINI - “Idea Nazionale” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria e Croce al merito di guerra.

N.B. La medaglia d’argento al v. m. alla memoria e la Croce al merito di guerra non sono indicate sulla lapide.



24) Nunzio o Annunzio CERVI - “Don Marzio”- 2 medaglie d’argento al v. m. alla memoria.



N.B. Le 2 medaglie d’argento non sono indicate sulla lapide.





25) * Giovanni CIPOLLA - “Idea Nazionale” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria





26) Vittorio COTRONEI - “Il Mattino”





27) Giacomo CROLLALANZA - “Il Secolo” - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria.

N.B. La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide.



28) Rateliff (o Ratcliff o Racliff) CRUDELI - “Corriere di Livorno”





29) Ettore D’AGATA - “Giornale dell’Isola” di Catania - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria





30) Pietro D’ALFONSO - “Corriere di Livorno” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria





31) Attilio DEFFENU - “Popolo d’Italia” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria

N.B. La medaglia d’argento non é indicata sulla lapide.





32) * Felice DE MASI - “Il Mattino”





33) Luigi DE PROSPERI - “Idea nazionale”





34) Salvatore DE ROSA - “Giornale di Sicilia” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria





35) Gerolamo o Girolamo DE TEVINI (o TEVINI) - Il Piccolo - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



N.B. Negli atti ufficiali è conteggiato per errore 2 volte: nel Trentino a pag. 51 sotto il cognome DE TEVINI (cliccare su http://www.cadutigrandeguerra.it/Albo_Oro/Archivi/30%5C51.jpg), mentre tra gli Irredenti del Veneto a pag. 837 sotto il cognome TEVINI e il nome Girolamo (cliccare su http://www.cadutigrandeguerra.it/Albo_Oro/Archivi/27%5C837.jpg)





36) Carlo FAVA - “Roma” di Napoli





37) Ignazio FERRO - “Giornale dell’Isola”di Catania





38) Felice FIGLIOLIA - “La Terza Italia” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria



N.B. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.





39) Piero FINOTTI - “Corriere del Polesine”





40) Riccardo FIORILLI -





41) Mario FIORINI - “Il Messaggero” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria





42) Dino FORNACIARI - “Corriere di Livorno”





43) Garibaldi FRANCESCHI - Corriere di Livorno - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m.



N.B. La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide.





44) Carlo GALLARDI - "La Sesia" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria





45) Pietro GEMINIANI - “La Patria del Friuli”





46) Mario GIAMPIETRO - “Don Marzio”





47) Paolo GIBELLI - “La Patria degli italiani” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria

N. B. La medaglia d'argento non é indicata sulla lapide.





48) * Renato GIOVANNETTI - “La Vita, Napoli”





49) Federico GRIFEO - "Corriere di Livorno" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria + medaglia di bronzo al v. m.



N.B. La medaglia di bronzo non é indicata sulla lapide.





50) Paolo HENRY - Agenzia Stefani





51) Vezio LUCCHESI - “Corriere della Sera” - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria



N.B. La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide.





52) Roberto MARCIANO - “L’Ora” di Palermo





53) Amilcare MAZZINI - "La Stampa” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria.



N.B. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.





54) * Augusto MORESCHI - “Il Cittadino”





55) Angelo Nino OXILIA - “Gazzetta di Torino” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria.





56) Enzo (Vincenzo Maria) PETRACCONE - “Il Giorno" di Napoli - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria

n.b. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.





57) Vincenzo PICARDI - “Rassegna Contemporanea” - Medaglia d'argento al v. m. alla

memoria





58) Manlio PINTAURA - “Roma" di Napoli





59) * Giulio PITTERI - “Corriere del Mattino”





60) * Amerigo PORRY PASTOREL - "Il Messaggero"





61) Carlo RIDELLA - “Provincia Pavese” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e 2 medaglie di bronzo al v. m.



N.B. Le 2 medaglie di bronzo al v. m. non sono indicate sulla lapide.





62) Amerigo ROTELLINI - "Il Fanfulla" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



N.B. La medaglia d’argento al v. m. non é indicata sulla lapide.





63) Emilio SAVINI - "L'Avvenire d'Italia"



64) Francesco (Franco) SCARIONI - "Gazzetta dello Sport"- Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m.

N.B. La medaglia di bronzo non é indicata sulla lapide.



65) Renato SERRA - "La Voce" - medaglia d’argento al v. m. alla memoria

N.B. La medaglia d’argento non è indicata sulla lapide.





66) Gaetano SERRANI - "Il Popolo d’Italia"





67) Salvatore SERRETTA - "L'Ora" di Palermo - Medaglia di bronzo al v. m. e medaglia di bronzo al v. m. alla memoria.



N.B. Le 2 medaglie di bronzo non sono indicate sulla lapide.



68) Scipio SLATAPER - "Resto del Carlino"- Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



69) Augusto SOLDANI - "Il Corriere di Catania" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria



70) Pietro SOLDATI - Corriere del Polesine - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria





71) Giovanni SPALLANZANI - "Giornale di Modena"



72) Felice SUIGO - Corriere della Sera



73) Giovanni TALAMINI - "Il Gazzettino"



74) Roberto TAVERNITI - "Terra Nostra" - 2 medaglie d’argento al v. m. di cui una alla memoria.


N.B. Le 2 medaglie d’argento non sono indicate sulla lapide.



75) Ruggero TIMEUS, conosciuto anche come Ruggero FAURO e/o Ruggero FAURO TIMEUS e/o Ruggero TIMEUS FAURO e/o Ruggero TIMEUS (FAURO) - “Idea Nazionale” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria.

76) * Mario TOSINI - "Il Numero".

77) Umberto UMERINI - "Il Sole - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria

78) Angiolo (Angelo) VERSI - "Corriere di Livorno" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria

79) Giuseppe VIDALI - Croce di guerra al v. m. alla memoria

N.B. La decorazione con la croce di guerra alla memoria non é indicata sulla lapide.

80) Aldo VIMERCATI

81) Emilio VITTA-ZELMAN - "Idea Nazionale" - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria

82) Carlo VIZZOTTO - "La Lombardia".

83) Spiro (o Spiridione) Tipaldo XIDIAS - "Idea Nazionale" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m..

La medaglia di bronzo non è indicata sulla lapide.

RIEPILOGO DELLE DECORAZIONI CONFERITE AGLI 83 GIORNALISTI EROI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE:
Medaglie d’oro n. 5
Medaglie d’argento n. 35
Medaglie di bronzo n. 16
Croci di guerra n. 2
Totale dei giornalisti eroi medagliati n. 47 (n. 10 hanno ricevuto più di una decorazione)

Totale decorazioni n. 58

RIEPILOGO DELLE DIFFERENZE TRA LE DECORAZIONI CONFERITE AGLI 83 GIORNALISTI EROI DEDLLA PRIMA GUERRA MONDIALE E QUELLE RIPORTATE SULLA LAPIDE. RISULTANO MANCANTI RISPETTO ALLA REALTA':
Medaglie d’oro n. -
Medaglie d’argento n. 14
Medaglie di bronzo n. 14
Croci di guerra n. 2
Totale dei giornalisti eroi medagliati in più n. 19
Totale decorazioni in più n. 30.

In conclusione: su 83 giornalisti eroi ne sono stati decorati ben 47 (cioè il 56%): 5 medaglie d’oro, 35 medaglie d’argento, 16 medaglie di bronzo e 2 Croci di guerra. In totale 56 medaglie e 2 decorazioni. Viceversa sulla lapide risultano solo 5 medaglie d’oro, 21 medaglie d’argento e 2 medaglie di bronzo. Pertanto mancano in realtà la metà delle medaglie!


ECCO ORA ALCUNI ESEMPI DI COGNOMI SBAGLIATI O INCOMPLETI RIPORTATI SULLA LAPIDE:
CANTAGALLI DEL ROSSO: manca il nome di battesimo

DEFFUNU ATTILIO : é DEFFENU

FIGLIOLA FELICE : é FIGLIOLIA

FAURO RUGGERO : é TIMEUS RUGGERO (FAURO ERA IL SUO NOME D’ARTE O DI BATTAGLIA)

SVIGO FELICE : é SUIGO

TEVINI GEROLAMO: é DE TEVINI GEROLAMO

I Giornalisti morti nella I Guerra Mondiale




Identificati 70 degli 83 giornalisti Eroi di ogni parte d’Italia morti per la Patria nella 1^ Guerra Mondiale 1915-1918 indicati sulla grande lapide in marmo ritrovata in uno scantinato dell’INPGI.

Roma, 21 giugno 2011

Cari colleghi,
vi segnalo le ultime importanti novità, in parte già da me anticipate venerdì scorso in chiusura dei lavori dell’ultima seduta del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in merito al recente ritrovamento nello scantinato di un complesso a sud di Roma di proprietà INPGI (Istituto nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani "Giovanni Amendola" - Fondazione ex decreto legislativo n. 509 del 1994 - ente previdenziale privatizzato con sede in Roma via Nizza 35) di una grande lapide in marmo con impressi i nomi degli 83 giornalisti Eroi di ogni parte d’Italia morti per la Patria nella 1^ Guerra Mondiale 1915-1918.
Vi confermo innanzitutto che la lapide é un documento di straordinario valore e di grande importanza storico-culturale, e non solo per la nostra categoria. Un’epigrafe unica di cui non vi è - né vi era - alcuna traccia nei giornali, nei libri di storia, nelle biblioteche, né tantomeno su internet. Lo stesso mio giudizio mi è stato espresso ieri dal collega Mario De Renzis, consigliere nazionale dell’Ordine ed ex Vice Presidente dell’Associazione Stampa Romana, che sabato scorso non senza commozione ha scattato una serie di foto della lapide, restandone incantato dal suo fascino proprio per tutta la storia che racchiude (ovviamente vi invierò le foto appena saranno sviluppate).
Partendo dai soli dati ricavabili dalla lapide, cioè dal nome e cognome degli 83 colleghi che hanno dato la loro vita per la Patria (senza altri riferimenti, se non la testata giornalistica di appartenenza e/o le decorazioni guadagnate sul campo per gli atti di eroismo) sono riuscito in poco più di un mese di ricerche a tappeto su internet e su enciclopedie (soprattutto di notte) a trovare un discreto numero di dati e di informazioni abbastanza utili.
E’ stato un lavoro piuttosto faticoso, anzi una ricerca certosina (una specie di caccia al tesoro), che mi ha, però, particolarmente appassionato e coinvolto quanto una tesi di laurea. Ma mi ritengo, comunque, abbastanza soddisfatto dei suoi buoni frutti perché in poco più di 100 pagine sono riuscito a ricostruire l’identikit di ben 70 degli 83 eroi con i dati anagrafici salienti (luogo e data di nascita, paternità, ruolo svolto in guerra, data e luogo dell’eroica morte, decorazioni ottenute per il valore dimostrato sul campo, opere letterarie, scritti, foto, lapidi ed ogni altro interessante riferimento alla loro pur breve vita). Per 13 eroi, invece, ho purtroppo trovato per ora solo pochissimi elementi utili alla loro identificazione. Ma ciò, paradossalmente, avalla ancor di più l’importanza storica della lapide, perché dimostra che se non fosse stata mai scoperta sarebbe stato assolutamente impossibile ricostruire l’appartenenza alla nostra categoria di tutti gli 83 colleghi.
Sono poi giunto alla conclusione che sulla lapide mancano addirittura più della metà delle decorazioni effettivamente concesse dalle autorità militari. Infatti su 83 giornalisti eroi ne sono stati decorati ben 47 (cioè il 56%) con 5 medaglie d’oro, 35 medaglie d’argento, 16 medaglie di bronzo e 2 Croci di guerra. In totale 56 medaglie e 2 decorazioni (e potrebbero aggiungersene altre quando fossero tutti identificati). Viceversa sulla lapide risultano indicate solo 5 medaglie d’oro, 21 medaglie d’argento e 2 medaglie di bronzo. In totale 28 medaglie, cioè la metà!
Ho poi scoperto che gli 83 eroi (fanti, alpini, bersaglieri, artiglieri, bombardieri, granatieri e piloti) rappresentano praticamente tutte le Regioni (mancano solo il Molise e forse la Valle d'Aosta). La maggior parte di essi sono morti al fronte attaccando il nemico, altri in trincea, in aereo, in ambulanze, in ospedali da campo. C'é persino chi é annegato in mare per l’affondamento nel Mediterraneo della nave trasporto truppe silurata da un sommergibile tedesco. Tra gli 83 giornalisti ci sono addirittura colleghi della stessa testata morti incredibilmente a pochi metri e a poche ore di distanza tra loro! Solo pochissimi Eroi hanno avuto il privilegio di morire in casa o in un ospedale della propria città per malattia o ferite riportate al fronte.

Ho pertanto effettuato la suddivisione degli 83 giornalisti per Regione di appartenenza (o comunque con legami ivi esistenti) e con il curriculum di ognuno dei 70 sinora identificati. Per i rimanenti 13 si dovranno, invece, effettuare ulteriori e più approfondite ricerche in loco (vedere l’Allegato in calce).

Sulla lapide peraltro vi sono parecchi errori nei nomi e cognomi che risultano quindi sbagliati o incompleti. Ecco, ad esempio, i cognomi corretti di 5 degli 83 giornalisti: Attilio Deffenu (e non Deffunu), Felice Figliolia (e non Figliola), Ruggero Timeus (e non Fauro, che era il suo cognome d’arte o di battaglia), Felice Suigo (e non Svigo) e Gerolamo de Tevini (e non Tevini). Pertanto va anche ipotizzata l'eventualità di una nuova lapide in marmo aggiornata con nomi corretti non essendo possibile - anche per mancanza di spazio - provvedere direttamente alle rettifiche sulla vecchia lapide senza rischiare di danneggiarla.

Tra i 70 Eroi identificati vi sono almeno 35 personaggi (Direttori ed ex Direttori di giornali, il figlioccio di Carducci, il pupillo di Benedetto Croce, figli di deputati, senatori e ministri, nipoti di garibaldini della spedizione dei Mille, il segretario della Federcalcio, ecc.) appartenenti anche a religioni diverse e un paio nati all’estero sui quali poter andare a fondo nelle ricerche, incrementando il materiale da me già raccolto o individuato.

Ecco alcune sintetiche anticipazioni su 35 degli 83 eroi (per il dettaglio si rimanda allegato):


Cesare BATTISTI - “Il Popolo” di Trento - medaglia d'oro al v. m. alla memoria
Giornalista e Patriota. Irredento. Fi impiccato dagli austriaci nel castyello del buon Co nsiglio a Trento il 13 luglio 1916.


Romeo BATTISTIG - Giornalista de “La Patria del Friuli”
Veneziano di nobile famiglia goriziana poi trasferita a Udine. Irredentista, mazziniano, massone ed anticlericale friulano. Una figura storica di Libero Pensatore da non dimenticare. Suo padre fu cospiratore con i fratelli Bandiera.

Luigi BERTA - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria
Medico socialista di Torino e Direttore della rivista scientifica “L'Educazione sessuale”, pubblicata a Torino dalla Lega Neo Malthusiana che aveva lui stesso fondato. Fu processato in tribunale nel 1913 per oltraggio al pudore per la prefazione de “L'Arte di non far figli". Ma fu assolto e l’opuscolo al centro dello scandalo divenne un best-seller (ben 7 edizioni) per una tiratura complessiva di ben 85 mila copie.

Aspromonte BIAGI
Educatore toscano, garibaldino, giornalista, storico e poeta.

Gaspare BIANCONI - “L’Ordine” - Ancona
Umbro, scrisse dal fronte una toccante lettera appena tre giorni prima di morire.

Giuliano BONACCI - “Corriere della Sera” – Medaglia d’argento al v. m. alla memoria.
Fiorentino, ma di famiglia marchigiana originaria di Jesi. Volontario garibaldino in Grecia. Fu inviato nel Benadir, in Eritrea, in Somalia, poi in Libia, a Tunisi, in Russia e in Romania e infine in zona di guerra in Libia nel 1911. Suo padre Teodorico fu Senatore del Regno, deputato, Vice Presidente della Camera e due volte ministro Guardasigilli.

Vladimiro o Valdimiro Carlo BONO - “Il Grido del Popolo” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e 2 medaglie di bronzo al v. m.
Capitano medico torinese. E’ stato il più medagliato fra gli 83 Eroi.

Giosuè BORSI - “Il Nuovo Giornale” di Firenze - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Livornese. Scrittore, giornalista e poeta. Figlioccio di Carducci, che era amico del padre (anch’egli giornalista) e che fu suo compare di battesimo. Proprio in suo onore fu chiamato come lui. Fu Direttore del Nuovo Giornale di Firenze. Pochi giorni prima della fine aveva scritto a sua mamma: «Tutto dunque mi è propizio, tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l'occasione, l'età. Non potrei meglio coronare la mia vita ...»

Vittorio CACCIAMI - "La Sera” - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria
Romano di nascita, ma vissuto a Vercelli dove il padre, antico ufficiale garibaldino, fu per 20 anni Conservatore delle ipoteche. Suo nonno materno fu uno dei Mille.

Antonino o Nino o Nino Florio CARAVAGLIOS - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria
Nativo di Alcamo (Trapani). Fu avvocato, direttore d'orchestra, critico musicale e studioso di storia della musica, giornalista e agguerrito polemista. Suo padre Raffaele dirigeva la banda municipale di Napoli.

Alberto CARONCINI - "Resto del Carlino" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Studioso di problemi economici e nazionalista fu Vice Direttore del Resto del Carlino nel 1914.
Fu in rapporti di stretta amicizia con Giovanni Amendola che alla sua morte ne tracciò un commosso ritratto (a Giovanni Amendola fu poi intitolato l’INPGI - Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani).

Carlo CASSAN - Medaglia d’argento al v.m. alla memoria
Riminese, si trasferì ancora bambino con la famiglia a Padova dove divenne Presidente della sezione padovana della Società Trento e Trieste per l'italianità delle terre irredente.

Gualtiero CASTELLINI - “Idea Nazionale” - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria e Croce al merito di guerra.
Giornalista e uomo politico. Fu uno dei promotori del partito nazionalista fin dalla fondazione ed amico di altri due degli 83 Eroi, Vincenzo Picardi e di Ruggero Timeus Fauro. Era nipote del celebre Nicostrato Castellini (patriota, maggiore dei garibaldini nella spedizione dei Mille e medaglia d’oro al valor militare). Seguì come corrispondente la guerra libica e quelle balcaniche e nel 1914 fu un acceso interventista.

Nunzio o Annunzio CERVI - “Don Marzio”- 2 medaglie d’argento al v. m. alla memoria.
Poeta e scrittore sardo di Sassari morì a soli 26 anni e fu uno degli ultimi caduti della Grande Guerra. Fece parte del Cenacolo napoletano "La Diana", assieme a Giuseppe Ungaretti.

Attilio DEFFENU - “Popolo d’Italia” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Uomo politico sardo nativo di Nuoro. Partecipò al movimento sindacalista-rivoluzionario di Filippo Corridoni. Interventista, prese parte volontario alla prima guerra mondiale e vi trovò la morte in combattimento a soli 27 anni sul Piave. Gli fu intitolata nel 1927 una motonave postale-passeggeri poi trasformata dalla Regia Marina in incrociatore ausiliario all'inizio della II Guerra Mondiale ed affondata nel 1941 da un sommergibile britannico circa 3 miglia al largo di San Cataldo (Lecce) dove giace su un fondale sabbioso ad una profondità di 30 metri.

Gerolamo o Girolamo DE TEVINI (o TEVINI) - Il Piccolo - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria

Nato nel 1874 a Trento a palazzo Geremia. Negli atti ufficiali militari viene erroneamente conteggiato 2 volte: una nel Trentino con il cognome de Tevini, l’altra tra gli Irredenti del Veneto con il cognome Tevini.

Carlo FAVA - “Roma” di Napoli
Vittorio Locchi di Figline Valdarno, noto come il “poeta-soldato” per il poemetto “la Sagra di Santa Gorizia” (manoscritto, fatto pubblicare da Ada Negri, che ebbe uno straordinario successo tanto da essere letto in tutto il fronte, nelle prime linee e nelle retrovie e da giungere nel 1956 alla 14^ edizione). Il piroscafo "Minas" che li trasportava con un notevole contingente di truppe italiane, francesi e serbe diretto a Salonicco e fu infatti affondato da due siluri lanciati dal sommergibile tedesco U 39 a 180 miglia dalla costa nei pressi di Capo Matapan (punta estrema a sud della penisola del Peloponneso in Grecia). Sembra che a bordo vi fosse anche un notevole carico di lingotti d'oro (25 cassette), finito così in fondo al mar Egeo.


Carlo GALLARDI - "La Sesia" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria
Piemontese di Vercelli. Qualche giorno prima di cadere eroicamente al fronte aveva così scritto in una lettera a suo padre Ermenegildo facendogli coraggio per poter sorreggere la madre: «È venuto purtroppo il momento di fare appello a tutta la tua virtù, non solo e non tanto per vincere te stesso, quanto per il conforto della tua impareggiabile compagna, della povera mamma, altrettanto buona e sensibile, ma forse non sorretta da altrettanta forza d’animo [...] sappi tu infondere coraggio e rassegnazione alla più grande vittima dell’immensa sventura. Ad essa il mio reverente ossequio; a te un abbraccio»

Federico GRIFEO - "Corriere di Livorno" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m.
Conte fiorentino comandava il reparto Arditi dell'11° Reggimento Bersaglieri. Apparteneva ad una delle più antiche e nobili casate siciliane, i Grifeo di Partanna originaria del Mille. La moglie di suo bisnonno Benedetto VIII, Principe di Partanna, l’affascinante Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, dopo essere rimasta vedova risposò in seconde nozze morganaticamente il Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone (1770-1826), salito al trono nel 1759 all’età di appena 8 anni il quale era a sua volta rimasto vedovo della moglie Maria Carolina d’Asburgo sposata giovanissima per procura e da cui aveva avuto ben 17 figli.

Angelo Nino OXILIA - “Gazzetta di Torino” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria.
Torinese. Giornalista, scrittore, poeta, regista e sceneggiatore del cinema muto. Divenne famoso con la commedia “Addio giovinezza!”, scritta nel 1911 in collaborazione con Camasio, da cui furono tratti ben quattro film, il primo dei quali girato dallo stesso Oxilia. La canzone "Addio giovinezza" nacque, invece, nel 1909 con il titolo “Il Commiato”, come canto goliardico di addio agli studi degli universitari di Torino, dalla penna di Nino Oxilia e sulle note di Giuseppe Blanc, laureando in giurisprudenza e, allora, allievo del Liceo Musicale. Le parole gioiose e malinconiche di Oxilia celebravano la fine della spensierata età degli studi, ma anche le sue gioie, gli amori, il vigore e la spavalderia dell'aver vent'anni. Successivamente divenne l’inno degli Arditi (1917, anonimo-Blanc), quindi l’inno dei Battaglioni d’assalto (1918), poi l’inno degli Squadristi (1919, Manni-Blanc) e infine l’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista (1924, Gotta-Blanc). Fu una delle canzoni più diffuse della prima metà del XX secolo in Italia ed ebbe vasta eco anche all'estero.

Enzo (Vincenzo Maria) PETRACCONE -“Il Giorno" di Napoli - Medaglia d’argento al v. m. alla memoria
Nativo di Muro Lucano (Potenza). Scrittore, critico d’arte e giornalista. Fu grande amico e allievo di Benedetto Croce e lavorò al “Giorno”, diretto da Matilde Serao. Fu detto lo “scrittore-soldato”. Una delle più belle figure di eroi che la Basilicata abbia dato nella Grande guerra. Cadde da prode sul campo il 15 giugno 1918. In un primo tempo era stato dato per disperso. Il suo corpo fu poi ritrovato, ma solo dopo parecchi mesi. Benedetto Croce lo ricordò con queste parole:” Così questo giovane che non ciarlava di politica, che non portava sulle labbra parole enfatiche, che si ammantava volentieri di freddezza e asseriva di non credere a nulla, andò forte e sereno a dare la sua vita per la patria e la dette in una memorabile giornata nella quale, per opera sua e degli altri a lui simili, furono restaurati l’onore e la fortuna d’Italia”

Vincenzo PICARDI - “Rassegna Contemporanea” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Messinese. Fece parte del gruppo di Enrico Corradini, fondatore del movimento nazionalista nel 1910. Fu amico di Gualtiero Castellini e di Ruggero Timeus Fauro. Fu suo compagno di fede e d’armi il cognato Luigi Valli (allievo prediletto di Giovanni Pascoli). Suo padre Silvestro Picardi fu Senatore del Regno, Deputato al Parlamento per 5 Legislature consecutive (dalla XVII alla XXI) e Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio per due mesi dal 15 febbraio al 18 aprile 1901 nel Governo di Giuseppe Zanardelli di cui era molto amico. Anche il suo omonimo nonno Vincenzo Picardi fu Deputato per 6 Legislature (nella X e dalla XII alla XVI).

Il "nostro" Vincenzo Picardi fu Condirettore della rivista «Rassegna contemporanea». L'altro condirettore Giovanni Antonio Francesco Giorgio Landolfo Colonna, duca di Cesarò, fu invece uno dei principali divulgatori dell'antroposofia in Italia. Cesarò divenne poi Ministro delle Poste e Telegrafi dal 26 febbraio al 2 marzo 1922 nel primo governo Facta e, sempre con la stessa carica, anche nel Governo Mussolini dal 28 ottobre 1922 fino al 5 febbraio 1924, data in cui dette le dimissioni per l'impossibilità di partecipare alle elezioni del 1924 con il proprio partito. Fu poi tra i capi della secessione aventiniana insieme a Giovanni Amendola e De Gasperi fino al 1926, anno in cui il Parlamento fu sciolto. Successivamente Cesarò fu sospettato di essere l'organizzatore dell'attentato a Benito Mussolini compiuto da Violet Gibson.

Carlo RIDELLA - “Provincia Pavese” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e 2 medaglie di bronzo al v. m.
Patriota, avvocato e giornalista. Fu Direttore per alcuni anni della “Provincia Pavese”. Convinto interventista, dalle prime pagine del giornale si scagliò ripetutamente contro Giolitti e tutti i neutralisti ritenendo disonorevole il loro comportamento. Una volta che il Parlamento deliberò l’entrata in guerra, spronò i suoi lettori a partecipare vivamente e in qualunque modo al conflitto. “Ognuno che può sia soldato. Ognuno che non può essere soldato sia un fratello. In Italia ogni italiano in quest’ora deve essere superbo di fare il suo sforzo. Comunque. Col sangue, coll’opera, col denaro, con la fede.” Così scriveva nell’articolo di fondo de “La Provincia Pavese” di mercoledì 19 maggio 1915. Cinque giorni dopo l’Italia entrava in guerra e Ridella si arruolò volontario trovando la gloriosa morte combattendo in prima linea.

Amerigo ROTELLINI - "Il Fanfulla" - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Nato a San Paolo del Brasile da famiglia di origine mantovana. Dopo la sua morte nel 1917 sulla Bainsizza fu pubblicato un volumetto in suo ricordo. Successivamente nacque una Fondazione intitolata a suo nome come risulta nell'archivio della Camera e sulla Gazzetta Ufficiale.
Il Fanfulla della domenica su cui scriveva uscì per 40 anni fino al 1919 e detiene un primato: fu la prima pubblicazione periodica italiana a diffusione nazionale e fu anche il principale settimanale culturale dell'Italia post-unitaria. Tra le firme di maggior prestigio figurano Giosuè Carducci (fino al 1881), Matilde Serao, Emma Perodi, Grazia Deledda, Ruggiero Bonghi, Giovanni Verga (sulla rivista apparvero alcune sue novelle inedite), Luigi Capuana, Federico De Roberto (fino al 1890).


Francesco (Franco) SCARIONI - "Gazzetta dello Sport"- Medaglia d'argento al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m.
Milanese, Capitano pilota osservatore e Comandante della 31^ Squadriglia da Ricognizione, morì il 21 maggio 1918 a 34 anni in un incidente aereo a bordo di un Savoja- Pomilio S.P.3 sul campo di Castelgomberto (Vicenza) assieme al sottotenente pilota Lorenzo Marchese Cassolo.
Come giornalista sportivo de "La Gazzetta dello Sport", si specializzò in calcio , pugilato e nuoto. Ricoprì anche importanti incarichi organizzativi. Allestì nel 1910 i campionati militari di calcio. Fu inoltre Segretario della Federcalcio e della Federazione Italiana Rari Nantes, di cui pose in essere i campionati italiani di Passignano (1909) e Genova (1910). La sua più rilevante iniziativa ideata e realizzata furono le cosiddette Popolari di Nuoto, manifestazioni di massa tese alla promozione natatoria e aperte a tutti: una sorta di grande scuola di nuoto per i giovani e i non più giovani, che, invece delle odierne piscine, sfruttavano laghi, mari e fiumi d'Italia. La prima edizione ufficiale riusale al 1913. In undici anni le Popolari di Nuoto videro la partecipazione di ben 20 mila nuotatori e Milano, in memoria del loro ideatore, volle dedicargli un impianto che ha fatto la storia di questo sport: la Piscina Scarioni. Da anni si svolge invece la Coppa Scarioni, importante Trofeo di nuoto della Gazzetta dello Sport intitolato alla sua memoria. La sua prima edizione si svolse nel 1918 sulla distanza di mille metri, nelle acque del Naviglio Grande di Milano.

Renato SERRA - "La Voce" - medaglia d’argento al v. m. alla memoria
Scrittore, nativo di Cesena. E’ considerato tra i massimi critici letterari. Gianfranco Contini ha riconosciuto in lui elementi anticipatori della critica stilistica. Si laureò in Lettere con Carducci nel 1904 con una tesi sullo "Stile dei Trionfi del Petrarca", apprezzata ancora oggi per la larghezza dell'informazione erudita e la puntualità dell'esame filologico, condotto sulla falsariga del metodo carducciano.
Direttore della Biblioteca Malatestiana e della Biblioteca Piana, entrò in corrispondenza con Benedetto Croce, che apprezzava il suo ingegno.
Aderì alle posizioni interventiste del 1° conflitto mondiale. Serra considerava la guerra come un'esperienza di dolorosa unione con gli altri, cui l'intellettuale non poteva sottrarsi se non voleva essere accusato di astrattezza o di aristocraticismo. Richiamato alle armi come tenente di complemento nell'aprile 1915, appena tre mesi dopo cadde colpito a morte in combattimento davanti al monte Podgora, nei pressi di Gorizia, a soli 31 anni.

Scipio SLATAPER - "Resto del Carlino"- Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Nato a Trieste da genitori di stirpe slovena si formò culturalmente a Firenze. Poeta e scrittore, nel 1912 pubblicò un libro che gli diede una certa fama dal titolo “Il Mio Carso”. Allo scoppio della guerra si arruolò come volontario nei Granatieri. e combattè insieme al fratello Guido. Il 3 dicembre 1915 rimasero entrambi feriti sul Podgora. Ma la sua ferita alla gola risultò subito incurabile. Sua moglie che attendeva un figlio gli imporrà il nome di Scipio II. Entrambi i fratelli riceveranno poi la medaglia d'argento. Per Guido anche quella d'oro due anni dopo sul Monte Santo. I rispettivi figli Scipio II e Giuliano saranno poi decorati di medaglia d'oro alla memoria in Russia nella Seconda Guerra Mondiale.

Giovanni TALAMINI - "Il Gazzettino"
Era figlio di Gianpietro (Vodo di Cadore 1845 - Venezia 1934), che il 20 marzo 1887 fondò "Il Gazzettino" di Venezia (attualmente il giornale più venduto del Triveneto) di cui ne sarà Direttore per ben 47 anni. Così nel sito dell’”Associazione storico culturale del “Fronte del Piave” si dà notizia dell’eroica morte di Giovanni Talamini nella “Battaglia del Solstizio”:“Ci sono in giro due padri in cerca dei figli. Uno, il deputato Gambarotta, l’ha trovato che dormiva placidamente in trincea; l’altro Talamini, cadorino, direttore del Gazzettino, non lo troverà mai, perché è caduto eroicamente all'età di soli 23 anni il 17 giugno 1918, alla Fossetta. Ne cerca ora la salma, ma anche questa è dispersa. Passa fra i soldati chiuso nel suo dolore, col volto di uno stoico. La madre nulla sa ancora, e il padre si assideva i giorni scorsi a mensa, con simulata serenità, per brindare alla salute del figlio lontano...”

Roberto TAVERNITI - "Terra Nostra" - 2 medaglie d’argento al v. m. di cui una alla memoria.
Nativo di Pazzano, il paese più piccolo per numero di abitanti della Vallata dello Stilaro in provincia di Reggio Calabria, che nel periodo borbonico fu importante per essere il principale centro minerario di estrazione del ferro di tutto il Mezzogiorno, Roberto Taverniti pubblicò il suo primo articolo sul giornale "La Luce" il 27 Ottobre 1904, a soli 16 anni. Il giornalismo era talmente radicato nell'animo di Roberto che sarebbe lungo da riportare l’elenco dei giornali su cui egli scrisse.
A soli 23 anni divenne collaboratore e redattore capo per i servizi interni dell'Agenzia Stefani. Svolse questo incarico con grande passione mettendo in luce le sue spiccate qualità di ottimo giornalista. Nel 1911 fondò in Roma il giornale "Terra Nostra" per mezzo del quale era riuscito a porre l'attenzione di tutti i veri problemi della sua Calabria, come fossero parte integrante, fondamentale dei problemi italiani. Dal 1913 al 1915 furono pubblicati 40 numeri di “Terra Nostra” (Roberto Taverniti curava la pubblicazione del suo giornale anche quando era al fronte, quando le pause del combattimento glielo consentivano).
La sua intensa e feconda opera di pubblicista, nei suoi ultimi anni, é collegata con alcune questioni politiche, di carattere generale, sia calabresi che nazionali, da lui sollevata e sostenuta con convinzione dal suo grande amico Meuccio Ruini. Rientrano in questi dibattiti la costruzione dei laghi della Sila, che dovevano fornire l'energia elettrica per lo sviluppo industriale della Calabria, con al centro Crotone.
Dal fronte così scriveva al padre, il quale viveva momenti di angoscia e di tormento nel sapere che Roberto si trovava a combattere in prima linea, cercando di rincuorarlo ed assicurarlo:”se poi dovessi soccombere non vi addolorate troppo; pensate che avrò chiuso la mia vita nel modo più nobile e che la mia morte sui campi della gloria italica darà al nostro nome maggiore lustro ed onore di quanto potrebbero eventualmente dargli le lezioni della mia vita avvenire”. E in un'altra lettera al padre datata 21 Ottobre 1915 si legge: “Caro Papà, fra un'ora usciamo all'assalto. Se muoio vi prego di perdonarmi i dolori che vi ho dato, come io perdono a tutti il male che ricevo. Vi abbraccio con tutti i miei fratelli e le sorelle. Roberto”.
Alle ore 16 del 16 Settembre 1916 su quota 144, sulle alture di Monfalcone, una raffica micidiale di mitragliatrice austriaca pose fine alla sua vita eroica. Cinque giorni dopo sulla prima pagina de “Il Giornale d'Italia” il famoso giornalista Achille Benedetti, compagno di Università di Roberto, corrispondente di guerra, annunciava all'Italia che Roberto Taverniti era caduto in battaglia da eroe. Un giovane giornalista che aveva immolato la sua vita non solo per il Risorgimento socio-economico della sua Calabria, ma anche per la grandezza dell'Italia.

Ruggero TIMEUS, conosciuto anche come Ruggero FAURO e/o Ruggero FAURO TIMEUS e/o Ruggero TIMEUS FAURO e/o Ruggero TIMEUS (FAURO) “Idea Nazionale” - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria.
Saggista e scrittore fra i più noti irredentisti del suo tempo é considerato il più conseguente e intemerato fra i nazionalisti italiani.
Collaborò con una certa continuità a “L'Idea nazionale”, facendosi conoscere per il proprio acceso nazionalismo, che lo allontanò dagli irredentisti più moderati, come Scipio Slataper e Giani Stuparich, suo ex-compagno di classe a Trieste. Alla vigilia della prima guerra mondiale, pubblicò a Roma il saggio “Trieste” (1914) che ebbe ampia diffusione e che può essere considerato il suo testamento spirituale. Negli ultimi anni di vita si attribuì il cognome d’arte o di battaglia di Ruggero Fauro.

Umberto UMERINI - "Il Sole - Medaglia d'argento al v. m. alla memoria
Livornese.Fece parte come tenente della celebre Compagnia Alpini comandata dal capitano Cristoforo Baseggio, meglio nota come «Compagnia della Morte» o «Compagnia Baseggio», composta da circa 400 soldati con 13 ufficiali, "scelti uno ad uno, fusi in una disciplina non formalisticamente rigida, ma moralmente inflessibile, i quali tutto hanno sacrificato, con gesti eroici, o folli, che hanno del leggendario. Unica legge: il dovere”.
La gloriosa fine di Umberto Umerini viene raccontata nell’articolo di Luca Girotto “S. Osvaldo - 6 aprile 1916 - la fine della Compagnia della Morte”, pubblicato con foto e cartina geografica nel sito internet del Gruppo Alpini di Roncegno Terme.

Giuseppe VIDALI - Croce di guerra al v. m. alla memoria
Repubblicano istriano, giornalista, irredentista. Con Corridoni fu animatore dei Fasci interventisti milanesi e quindi volontario allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Fu compagno di studi di Nazario Sauro, altro eroe della 1^ Guerra Mondiale.

Emilio VITTA-ZELMAN - "Idea Nazionale" - Medaglia di bronzo al v. m. alla memoria
Nativo di Biella (Vercelli), di famiglia di origine ebraica. Morì il 29 novembre 1915 nell’Ospedale da campo di Sagrado (22^ Sezione di sanità) dopo essere rimasto gravemente ferito il giorno prima nella 4^ Battaglia dell’Isonzo. E’ sepolto nel Cimitero ebraico ad Acqui Terme (Alessandria).

Carlo VIZZOTTO - "La Lombardia".
Bolognese, librettista (autore e revisore di un gran numero di libretti per il teatro leggero), giornalista, storico dell'arte e critico musicale del «Resto del Carlino». Tra le sue operette si segnalano: “La duchessa del Bal Tabarin”, “La Casta Susanna” , ma soprattutto il “Birichino”, edita nel 1912 da Renzo Sonzogno e nata dal fortunatissimo incontro tra una favola di vizzotto con la musica del livornese Alberto Montanari. Il “Birichino” al Teatro Duse di Bologna (30 novembre 1912) fu un trionfo, che si ripeté anche sulle scene parigine, per non parlare della favorevolissima impressione che destò anche al Teatro Reinach. Tradotto in tedesco, approdò anche al Carltheatre di Vienna e fu portato da Sonzogno pure in Brasile e Argentina. Quest'operetta divenne anche un film. E con il “Birichino” nacque la soubrette italiana.

Spiro (o Spiridione) Tipaldo XIDIAS - "Idea Nazionale" - Medaglia d'oro al v. m. alla memoria e medaglia di bronzo al v. m..
Irredento. "Valorosissimo soldato, apostolo di italianità, propugnatore con la parola, con lo scritto, con il braccio, della redenzione del natio suolo triestino, durante l’intera campagna fu primo tra i primi nei pericoli, nei disagi, nella lotta. Cadde eroicamente durante l’avanzata sul Carso", così si legge nella motivazione del conferimento delal medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Fin qui questa prima carrellata sui principali personaggi che figurano sulla lapide.


Quanto al suo casuale ritrovamento sembra, da quanto ho appreso - ma non so quanto vi sia di vero o sia, invece, una leggenda metropolitana - che la lapide sarebbe stata esposta fino a circa 45 anni fa nelle vaste sale dell’Associazione Stampa Romana (sindacato unitario dei giornalisti del Lazio fondato nel 1877), che aveva sede a Palazzo Marignoli, imponente edificio quadrilatero costruito nel cuore di Roma alla fine dell’Ottocento tra via del Corso/via delle Convertite/piazza San Silvestro/Via di San Claudio (siamo a due passi da Palazzo Chigi e da Palazzo Montecitorio) prima di trasferirsi in piazaz San Lorenzo in Lucina e da qui - intorno al 1979 (durante la presidenza di Ettore Della Riccia, già Presidente dell’INPGI) - negli attuali locali di proprietà INPGI nella vicina piazza della Torretta 36. Evidentemente durante il primo trasloco del 1967 non si trovò posto per ricollocare la lapide che finì così in un grande scantinato che si era appena liberato in un complesso INPGI a sud di Roma nei pressi della via Cristoforo Colombo insieme a molti arredi, mobili, enciclopedie ed incartamenti vari dell’Assostampa Romana che tuttora sono lì ammassati. Ed é qui che è stata ritrovata dal Presidente della Commissione Assegnazione Alloggi e Affitto Immobili INPGI Massimo Signoretti e dal Dirigente del Servizio Immobiliare INPGI - settore tecnico - ing. Francesco Imbimbo, che ancora ringrazio di cuore per la sensibilità avuta nel segnalarmi l’importante scoperta.

Su Internet si è sinora parlato del ritrovamento di questa lapide sui seguenti siti:
http://www.giornalisticalabria.it/2011/05/11/83-giornalisti-eroi-della-%E2%80%9Cgrande-guerra%E2%80%9D/http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=6704
http://www.fnsi.it/cerca/detail.asp?itemNumber=0
http://www.ucsi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1164:prima-guerra-mondiale-1915-1918-dal-sito-fnsiritrovata-una-lapide-di-marmo-con-i-nomi-di-giornalisti-83-di-ogni-parte-ditalia-morti-per-la-patria-&catid=3:le-istituzioni&Itemid=7
http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2011/05/13/news/battisti-tutti-i-segni-che-lo-ricordano-4186288

http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?c=43630&f=43630&idd=9776211
nella-grande-guerra/

http://webpedia.altervista.org/post/130241/
http://miles.forumcommunity.net/?t=45661033

Per quanto riguarda le mie ricerche mi sono avvalso dei seguenti siti internet, che ringrazio sentitamente perché mi hanno aiutato in modo determinante sia per identificare i 70 giornalisti Caduti nella Prima Guerra Mondiale, sia per conoscere le motivazioni ufficiali del conferimento delle 5 medaglie d’oro, nonché ulteriori dettagli sui fanti italiani morti nel 1915-1918:
http://www.quirinale.it/elementi/Onorificenze.aspx
http://www.cadutigrandeguerra.it/

http://www.frontedelpiave.info/
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Un analogo ringraziamento va anche ad altri due interessanti siti di Associazioni combattentistiche:
http://www.nondimenticare.com/Altopiano%20dei%20sette%20comuni%20nel%20conflitto.html

http://www.altopiano-asiago.it/galleriafotografica/detail.asp?iPic=559&iType=30

nonché al sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per i Beni Librari, gli Istituti Culturali ed il Diritto d'Autore - ICCU - OPAC SBN - Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche:

http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp
Questo mio lavoro conclude la 1^ fase di un percorso che, come mi auguro vivamente, dovrebbe definirsi entro quest’anno con due contemporanei obiettivi: la ricollocazione della lapide (o con la collocazione accanto anche di una seconda nuova lapide con nomi esatti e decorazioni aggiornate) in un luogo istituzionale a conclusione di una pubblica cerimonia alla presenza delle più alte cariche dello Stato e la contestuale pubblicazione di un volume/strenna natalizia, magari accompagnato da un Cd/Dvd documentario che ricordi gli 83 giornalisti Eroi. La scoperta della lapide potrebbe anche stimolare tesi di laurea mirate nelle varie Scuole di Giornalismo operanti in Italia e riconosciute dall’Ordine.

Per la spesa necessaria per la stampa del libro/strenna natalizia con la storia degli 83 Eroi, accompagnata da una ricerca bibliografica dei loro scritti e da un documentario su Cd/Dvd, si potrebbe eventualmente attingere ai fondi messi annualmente a disposizione dell’INPGI da Unicredit e/o dalla Banca Popolare di Sondrio. In caso di vendita in libreria o in edicola l'intero ricavato dovrebbe essere, però, devoluto in beneficienza o al Fondo dei giornalisti disoccupati gestito dalla FNSI.


Quanto al luogo di ricollocazione della lapide (o delle 2 lapidi) ritengo che il più adatto potrebbe essere la Sala Stampa della Camera o quella del Senato, trattandosi di luoghi istituzionali frequentati in vita non solo da parecchi degli 83 giornalisti Eroi, ma anche e da alcuni loro genitori. In alternativa, il Vittoriano o Forte Bravetta a Roma dove furono fucilati dai nazisti il 2 febbraio 1944 i giornalisti Carlo Merli di Milano ed Enzio Malatesta di Carrara Apuania. Forte Bravetta, che è stato riaperto al pubblico proprio pochi giorni fa dal Sindaco Gianni Alemanno, è infatti destinato a diventare un polo storico-culturale sulla memoria degli eventi del 1900 e un simbolo per dire no alla pena di morte e alla tortura.

Scarterei, invece, l'idea di ricollocare la lapide (o le 2 lapidi) all'interno di locali degli enti di categoria (CNOG, FNSI, INPGI), ma tutti di proprietà INPGI, per le possibili e inevitabili discussioni e polemiche, legate alla disputa sull’appartenenza della lapide.

Suggerirei comunque la creazione all'interno dell’Ordine nazionale dei giornalisti, dell’INPGI e della FNSI di un apposito gruppo di lavoro composto da colleghi che volontariamente e senza particolari costi siano interessati a questa lodevole iniziativa e provvedano a coordinare al meglio in loco e in tempi brevi le ricerche a livello regionale (2^ Fase) e ad assemblarne i risultati (3^ Fase) in modo da poter già fissare sin d'ora la data della ricollocazione della lapide per il 4 novembre prossimo anche per sfruttare le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Propongo quindi di coinvolgere nell’importante iniziativa oltre ai Consiglieri nazionali dell’Ordine anche gli Ordini regionali, i Consiglieri generali INPGI, compresi i Fiduciari e vice Fiduciari, la FNSI e le Associazioni regionali Stampa, l’UNCI e i Sindacati regionali cronisti, l’UNGP e i Gruppi Pensionati regionali, i giornalisti pensionati, disoccupati o inoccupati, le Scuole e i Masters di Giornalismo, le Associazioni combattentistiche (come, ad esempio, “Cime e trincee”, “per non dimenticare”, ecc.), nonché la Fieg e le testate giornalistiche interessate, la Presidenza della Repubblica, il Ministero della Difesa, gli Uffici stampa di Camera e Senato, Regioni, Provincie e Comuni, gli studiosi e storici della Prima Guerra Mondiale e gli Archivi delle testate giornalistiche ancora esistenti.

Per facilitare la ricerca presso questi ultimi ecco l’elenco dei giornalisti Eroi con accanto la loro testata di appartenenza: Paolo Henry "Agenzia Stefani" (prima agenzia di stampa italiana nata a Torino nel 1853. Oggi la proprietà della testata appartiene all’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna e dà il nome al settimanale della scuola di giornalismo di Bologna); Giuliano Bonacci, Alfredo Casoli, Vezio Lucchesi e Felice Suigo, tutti e quattro del “Corriere della Sera”; Franco Scarioni de "La Gazzetta dello Sport"; Amilcare Mazzini de "La Stampa”; Umberto Umerini de "Il Sole"; Carlo Ridella della “Provincia Pavese”; Giovanni Boccaccino e Giovanni Talamini de “Il Gazzettino”; Gerolamo de Tevini de "Il Piccolo"; Emilio Savini de "L'Avvenire d'Italia"; Alberto Caroncini e Scipio Slataper de “Il Resto del Carlino”; Cesare Borghi de “La Nazione”; Mario Fiorini e Amerigo Porry Pastorel de “Il Messaggero”; Giacomo Crollalanza de “Il Secolo”; Vittorio Cotronei e Felice De Masi de “Il Mattino” e Salvatore De Rosa de il “Giornale di Sicilia”.

Concludendo questo mio lavoro, che metto liberamente a disposizione di tutti e che mi auguro possa essere di vostro gradimento, auspico davvero che questo mio sogno possa diventare presto realtà anche per riabilitare la nostra tanto bistrattata categoria agli occhi dell’opinione pubblica, sfruttando un’occasione da non perdere come le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Vi ringrazio per la cortese attenzione e, restando a disposizione per ogni eventuale chiarimento, vi invio i miei più cordiali saluti.
Pierluigi Roesler Franz





Consigliere nazionale dell’Ordine, Sindaco INPGI e Presidente del Gruppo Romano Giornalisti Pensionati

venerdì 27 maggio 2011

La Grande Tradizione Cattolica: Il Giubileo

Il Giubileo è l’evento con cui si è aperto il nuovo millennio. Sono nella mente di tutte le immagini del Papa che apre la Porta Santa e le tante cerimonie che sono state celebrate per l’occasione. Per ovvie ragioni, quindi noi immaginiamo il Giubileo come un avvenimento della cultura cristiano cattolica.


In realtà il Giubileo è la pratica del pellegrinaggio nasce in tempi molto antichi e non solo nel bacino Mediterraneo ma è presente anche in oriente.

Questo perché il pellegrinaggio rappresenta una componente millenaria nella cultura religiosa dei popoli e si possono trovare delle analogie tra Le pratiche del culto nonostante le diverse provenienze religiose.

Nel mondo orientale la diffusione di religioni come lo Shintoismo in Giappone e l’induismo in India favorirono i pellegrinaggi.

In Giappone il pellegrinaggio più importante era quello verso il tempio di ISE’ dedicato ad Amaterasu, la dea del sole. Tra i più popolari vi erano anche quelli ai 33 santuari di KWnnon, dea favorevole alle miserie umane e quello, ai FUJI-YAMA, la più alta montagna vulcanica del Giappone.

Il pellegrinaggio in Giappone si caratterizzava per l’enorme sacrificio che i pellegrini dovevano fare per arrivare alle mete poiché i santuari erano situati in luoghi molto alti e poco accessibili. I pellegrini si distinguevano perché erano vestiti di bianco e viaggiavano in piccoli gruppi. E quando poi arrivavano alla meta li celebravano digiuni e bagni rituali.

In India le catene montuose dell’Himalaya e del Kashmir ospitavano molti santuari. La divinità più diffusa era Siva ma vi erano altre divinità: Kalì, Visnu e Krsna. Tuttavia il pellegrinaggio tipico in India era quello verso i fiumi sacri il Gange, il Jumna, il Narbada: immergersi in queste acque signoficava cancellare le impurità del corpo e quelle dell’anima. Come testimonianza del pellegrinaggio compiuto si faceva un tatuaggio. Con la diffusione del buddismo mete di pellegrinaggi divennero i luoghi dove era stato buddha in particolare Kapavilastu dove nacque, Benares, dove predicò le quattro sante verità e Kusnagara dove morì.

Il culto di Buddha varcò i confini dell’India arrivando fino a Ceylon dove fu eretto un tempio dedicato ad un dente di Buddha e in Birmania dove fu costruita la pagoda di Shwe Dagon a Rangoon dove si conservano cento immagini di Buddha e la reliquia di otto suoi capelli. Questo posto divenne celebre non solo in Cina e in Siam ma anche in Giappone e Corea.

Spostandosi nell’area mediterranea già nel mondo antico troviamo tracce di pellegrinaggi .

Nel mondo greco vi erano molti templi e altrettante divinità; Pausania, uno scrittore vissuto nella seconda metà del II sec. d.l. scrisse un’opera dove Grecia” dove venivano indicati tutti i luoghi nei quali c’erano templi e santuari, statue di eroi e di divinità.

Anche a Roma erano diffusi i pellegrinaggi ai santuari degli eroi in particolare alla tomba e alla casa di Romolo e ai templi di tutte le divinità. Molto celebri furono quelli dedicati a Giove e alla Sibilla Cumana. Durante l’impero Roma si caratterizzò per il proselitismo religioso, nacquero e si diffusero templi di diverse divinità soprattutto quelle orientali. Ed è così che già ai tempi dell’antichità Roma assumeva la caratteristica di luogo privilegiato per il pellegrinaggio. Addirittura nei primi secoli dell’Impero si diffusero gli “Itinera”, dei libretti dove si indicavano tutte le strade per arrivare a Roma.

Intorno al 20 A.C. Augusto volle erigere nel Foro Romano sotto il tempio di Saturno il Miliario Aureo: era una colonna rivestita di bronzo dorato dove erano scritte le distanze tra la Capitale e le principali città dell’Impero. E in ogni grande città dell’Impero si conservava nel foro una pietra miliare d’oro dove era incisa la distanza della città da Roma.

Tutte le strade dell’Impero avevano la pietra miliare che segnavano il percorso miglio dopo miglio, inoltre avevano le stazioni di posta per permettere la sosta e il cambio dei cavalli corrieri imperiali.

Spostandoci in Medio Oriente vediamo come esso sia stato la culla della civiltà islamica. In questa religione è la legge islamica medesima a prevedere il pellegrinaggio alla Mecca dei credenti almeno una volta durante la vita purchè abbiano la salute fisica e le vie di comunicazione siano sicure.

Il pellegrinaggio alla Mecca raccoglieva un’antica tradizione: era uso recarsi al Santuario della Pietra nera per celebrare il culto della KA’BAH. Si credeva che il Santuario fosse stato costruito da Abramo e fosse stato il primo tempio eretto sulla terra per il culto di Dio.

Maometto istituì quindi, sulla base della precedente tradizione, il pellegrinaggio alla Mecca. Al ritorno il pellegrino riceveva un titolo onorifico di HAGG che di solito si premetteva al nome. Il pellegrinaggio fu sempre riconosciuto e sostenuto dai califfi e sultani di un tempo e lo è tuttora dai governi arabi.

Ma da dove deriva il Giubileo cristiano? Esso ha le sue origini nell’antico mondo ebraico. La prima testimonianza del Giubileo si ha nel Levitico (XXV-10):” – e santificherai l’anno cinquantesimo e annuncierai la remissione a tutti gli abitanti del tuo paese: poiché è il Giubileo….”

L’inizio dell’anno era annunciato da un corno di capra chiamato Yobel (da qui sembra essere derivato il termine Giubileo). Durante questo anno la terra non doveva essere seminata, gli uomini avrebbero vissuto di ciò che Dio avrebbe mandato loro. Ai debitori venivano rimossi i loro debiti e quelli che avevano venduto le proprietà ne tornavano in possesso così come ogni schiavo ebraico riacquistava la propria libertà.

Secondo l’erudito irlandese Usserio vissuto nel XVII Sec. il primo Giubileo celebrato dopo l’emanazione della legge di Mosè fu nell’anno del periodo Giuliano 3319 del mondo 2600 prima dell’era volgare 1395.
Il secondo nel 3367 al periodo di Giuliano, 2658 del mondo, 1346 prima dell’era volgare.
Il terzo 49 anni dopo anche fino all’avvento del cristianesimo.

mercoledì 25 maggio 2011

Interno e Dentro il CAnto degli Italiani



Di Annibale Ubaldo Santarelli



Introduzione

Chiamiamo il nostro Inno come vogliamo: “Fratelli d’Italia”, Inno d’Italia, Canto Nazionale, Canto degli Italiani, ma non Inno di Mameli e basta, parchè esso è opera di Goffredo Mameli e di Michele Novaro: non di uno solo!
Il Canto degli Italiani in questi mesi sta godendo di una generale, grandissima popolarità. Un quotidiano nazionale il 3 maggio scorso titolava l’articolo di commento al Concertone tenuto il 1° Maggio a Roma “Tutti pazzi per l’inno” e spiegava “che non era mai successo che il nostro canto nazionale risuonasse per tre volte al concertone del Primo maggio intonato da centinaia di migliaia di giovani”.

Vivissima è ancora, e lo sarà per molto tempo, l’eco dell’esecuzione del nostro Inno da parte di Roberto Benigni al Festival di Sanremo seguito da milioni di spettatori: senza musica, in tono sommesso, immaginando di essere un giovane soldato italiano, che di notte, negli anni che portavano al marzo del 1861, era di guardia, attento a cogliere eventuali pericoli che potessero venire dal nemico straniero.

Memorabile è la performance del maestro Giovanni Allevi che con la sua interpretazione, alla guida dell’orchestra RAI, onora il nostro Inno.

Ho letto anche i risultati di un recente sondaggio promosso dalla rivista LiMes: alla domanda “Ci può dire in che misura ciascuno dei seguenti aspetti la rende orgoglioso di essere italiano” gli Italiani nella percentuale del 67% dichiarano di sentirsi molto orgogliosi dell’Inno e del Tricolore. Una percentuale da 4° posto nelle risposte date, subito dopo- bisogna dirlo: non ci smentiamo mai!!- della cucina e dei prodotti alimentari, che conquistano un 71%!

In questo bellissimo clima di entusiasmo nazionale vorrei fare una breve ricognizione (che in termini aulici si chiamerebbe esegesi) intorno e dentro l’Inno, quasi come ha fatto Benigni a Sanremo. Vorrei riuscire a guidare i lettori a conoscere e capire meglio il Canto degli Italiani, per apprezzarlo e amarlo come merita.

Intorno al Canto degli Italiani

Che cosa succedeva, sotto il profilo storico-culturale, nel 1847, quando il ventenne genovese G.Mameli scriveva i versi di “Fratelli d’Italia”, per i quali il venticinquenne M.Novaro, anche lui genovese, provvedeva a scrivere la musica?

Tra il 1815 e il 1861 (17 marzo il 1° Parlamento nazionale proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della Nazione”) il bel corpo dell’Italia- secondo l’espressione di R.Benigni- era dilaniato e saccheggiato: in sostanza era una congerie di staterelli sui quali esercitava la sua egemonia la potenza reazionaria dell’Austria. La foto di quell’Italia, soggiogata e disprezzata “per la viltà della sua sottomissione” (come sostiene Paul Ginsborg nel suo ultimo libro “Salviamo l’Italia”), è scattata da Giacomo Leopardi, il quale nel 1818 nell’ode “All’Italia” lamenta che la nostra Patria, già “le genti a vincer nata/ e nella fausta sorte e nella ria”, ora “di catene ha carche ambe le braccia” e “siede in terra negletta e sconsolata,/ nascondendo la faccia/ tra le ginocchia, e piange.” Quell’Italia a P. Ginsborg sembra raffigurata dalla statua realizzata agli inizi dell’’800 da Antonio Canova e posta accanto alla tomba di Vittorio Alfieri nella Basilica di Santa Croce a Firenze.

Era fatale che allora nascesse una ribellione a quel desolante declino, che fosse incontenibile la voglia di far risorgere l’Italia: è il nostro Risorgimento, cioè- precisa lo storico Andrea Giardina- “un processo di graduale riscoperta e di sempre più netta rivendicazione della propria identità nazionale”, con il sogno di una “rinascita culturale e politica”. “Bisognava- come osserva ancora P.Gisborg- restituire dignità alla nazione, liberare il patrio suolo dal dominio straniero e dare agli italiani la possibilità di decidere del proprio destino.”

In questo processo risorgimentale, “senza il quale- sottolinea lo storico Giovanni De Luna- saremmo restati un’espressione geografica, fuori dalla competizione internazionale: politica, militare e d economica”, contano insurrezioni, guerre e, soprattutto, l’elaborazione di progetti politici, la definizione, cioè, di come si voleva sistemare l’Italia.

Mameli è affascinato dal progetto di Giuseppe Mazzini il quale vuol fare dell’Italia una nazione libera, unita e repubblicana. Egli, in sintesi, auspica “un popolo capace e voglioso di levarsi, combattere e vincere”, perchè “quando la protesta è continua Dio e i popoli decretano la vittoria”: è la famosa formula mazziniana “Dio e popolo”. Mazzini, in più, sogna un “intellettuale militante”, che incarni l’altrettanto sua famosa formula “pensiero e azione”: un intellettuale, cioè, che si assuma il “dovere patente” di “agire continuamente per creare quel fatto, quella vittoria”.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che nella prima metà dell’’800 la letteratura romantica italiana è essenzialmente militante. Nel 1816 Giovanni Berchet, in “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo”, afferma che “mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono, piangono, fremono e sentono le passioni tutte” e, perciò, esorta i letterati italiani: “Siate uomini e non cicale e i vostri paesani vi benediranno, e lo straniero ripiglierà modestia e parlerà di voi coll’antico rispetto.”

Mameli è un giovane poeta romantico-risorgimentale mazziniano, che esce dalla corte, si fa banditore di ideali patriottici, smette le vesti della cicala e indossa addirittura quelli del soldato: muore a 22 anni, nel 1849, alla difesa della Repubblica Romana, che era diventata il centro principale della rivoluzione democratica e il luogo d’incontro di esuli e cospiratori di tutta Italia.

Tra parentesi, una breve riflessione: davanti al testo del “Canto Nazionale” mettiamo da parte la saccente matita rossa e blu della critica letteraria, perché non stiamo leggendo una poesia concepita come il leopardiano L’infinito, e impariamo a leggervi la Storia che ci ha resi cittadini italiani.

Dentro il Canto degli Italiani

Il “Canto Nazionale” è scritto alla vigilia della 1° guerra d’indipendenza e quasi 100 anni dopo, esattamente il 12 ottobre del 1946 (cioè all’indomani del 2 giugno, in cui si era tenuto il referendum con la vittoria della Repubblica e c’era stata l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente), è scelto dal Governo come inno nazionale italiano: vincendo la concorrenza dell’Inno di Garibaldi, scritto da Luigi Mercantini, assurge a Canto degli Italiani. In sostanza, “il testo di un mazziniano repubblicano diventa il Canto, l’Inno della nostra Repubblica”! (Michele D’Andrea)

Il componimento è composto da 5 strofe di 8 senari (rimati secondo lo schema abcbdeef) e da un ritornello di 3 senari (i primi 2 in rima baciata, il terzo rimato con il verso tronco finale di ogni strofa).

La strofa ha un ritmo incalzante, che, ottenuto con l’uso di versi parisillabi e con l’accento sempre sulle sedi seconda e quinta (con alcuni versi ipermetri), sprona i lettori all’azione e facilita la memorizzazione di ideali, qui risorgimentali di conio mazziniano.

Propongo di seguito la parafrasi delle singole strofe con un brevissimo commento.

1-Fratelli d’Italia,/ l’Italia s’è desta, / dell’elmo di Scipio/ s’è cinta la testa./ Dov’è la vittoria?/ Le porga la chioma,/ chè schiava di Roma/ Iddio la creò.

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è svegliata (è pronta a combattere contro lo straniero per conquistare la libertà) e ha indossato l’elmo di Publio Cornelio Scipione (che nel 202 a.C. a Zama sconfisse il generale cartaginese Annibale). Dov’è la vittoria? Questa, creata da Dio come schiava di Roma, porga i suoi capelli all’Italia per essere afferrata.

Mameli scopre subito alcuni punti chiave del suo progetto politico: la centralità dell’Italia, il legame di fratellanza tra gli Italiani e la loro determinazione a combattere con la certezza della vittoria. Mazziniano è il richiamo alla eroicità dell’antica Roma repubblicana.


Rit. Stringiamci a coorte,/ siam pronti alla morte;/ l’Italia chiamò.

Attenzione: Mameli non scrive “Stringiamoci a corte”, ma “Stringiamci a coorte”. Cioè: non vuol dire “Stringiamoci come sardine in un cortile o in una reggia”, ma stringiamoci in formazione da combattimento (infatti la coorte era la decima parte della legione romana), siamo pronti alla morte, l’Italia ci ha chiamati.

Il poeta-soldato esorta gli Italiani a serrare le fila come in una coorte romana e a essere pronti anche a morire per la Patria.


2-Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi/ perché non siam Popolo,/ perché siam divisi:/ raccolgaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fonderci insieme/ già l’ora suonò.

Da secoli siamo calpestati e derisi, perché non siamo un popolo (cioè, un’unità etnica e politica legata da tradizioni storiche e religiose, da ordinamenti giuridici, dalla lingua), perché siamo divisi: ci raccolga una sola bandiera, una sola speranza: già è suonata l’ora di unirci, di fonderci in un unico organismo, di diventare un popolo.

Il poeta spiega che la triste, secolare condizione di sottomissione degli Italiani deriva dal fatto che essi non costituiscono un vero popolo e auspica che si fondano finalmente sotto una sola bandiera, una sola speranza.

3-Uniamoci, amiamoci,/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore;/ giuriamo far libero/ il suolo natio:/ uniti per Dio,/ chi vincer ci può?

Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore indicano ai popoli le missioni assegnate dal Signore; giuriamo di liberare la terra dove siamo nati: se siamo uniti nel nome di Dio, chi ci può vincere?

La strofa è la sintesi poetica del motto mazziniano “Dio e popolo”: nel rifiuto della lotta di classe, la liberazione e la redenzione della Patria sono missione del popolo, strumento del progetto divino.


4-Dall’Alpi a Sicilia/ dovunque è Legnano,/ ogn’uom di Ferruccio/ ha il core, ha la mano,/ i bimbi d’Italia/ si chiaman Balilla,/ il suon d’ogni squilla/ i Vespri suonò.

Dalle Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano (l’Italia si è trasformata in un campo di battaglia. A Legnano nel 1176 i Comuni della Lega lombarda sconfissero l’imperatore Federico Barbarossa), ogni uomo ha il coraggio e il valore di Francesco Ferrucci (morì nel 1530 mentre difendeva la Repubblica Fiorentina assediata dalle truppe dell’imperatore Carlo V), i bambini d’Italia si chiamano Balilla (così veniva chiamato Giovanni Battista Perasso, ragazzo genovese che nel 1746 diede il via alla rivolta della sua città, lanciando un sasso contro alcuni soldati austriaci che occupavano Genova), ogni campana ha suonato i Vespri Siciliani (ha dato il segnale della lotta, come accadde a Palermo il 30 marzo 1282, quando il suono delle campane chiamò la popolazione alla rivolta contro gli Angioni).

In questi 6 versi c’è la storia “di tutte le zone d’Italia sventrata dagli stranieri” (R.Benigni): ci sono i richiami all’Italia dei Comuni, alla repubblica fiorentina, alla rivolta genovese, alla insurrezione di Palermo contro gli Angioini. Una storia di stampo repubblicano e di rivolta contro lo straniero, quindi funzionale alla visione patriottica risorgimentale di matrice mazziniana.


5-Son giunchi che piegano/ le spade vendute:/ ah l’aquila d’Austria/ le penne ha perdute;/ il sangue d’Italia/ bevè, col Cosacco/ il sangue polacco:/ ma il cuor le bruciò.

Le spade dei mercenari sono come giunchi che si piegano: l’aquila, che campeggia sullo stemma dell’Austria, ha perso le penne; ha bevuto il sangue degli Italiani, ha bevuto il sangue dei Polacchi insieme ai Russi (nel 1772 la Polonia fu divisa tra Austria, Prussia e Russia): ma quel sangue le ha bruciato il cuore.

Nella prima stesura la censura eliminò questa ultima strofa perché i versi erano giudicati una provocazione troppo forte contro l’Austria. Le armi mercenarie degli oppressori si piegano; gli stemmi degli oppressori si deturpano, i loro cuori bruciano davanti alle rivendicazioni dei popoli oppressi, che versano il sangue cercando la libertà.


3-Partitura musicale del Canto degli Italiani

Il nostro Inno di solito, purtroppo, è ricordato con il solo nome del “paroliere”, mentre l’autore della musica è trascurato, forse perché la biografia di questi non è affascinante ed emotivamente coinvolgente come quella del poeta-soldato Mameli che muore combattendo.

Novaro era musicista di professione; era compositore e insegnante. Egli è ignorato, eppure sono state le note di Novaro “a far diventare una poesia di Mameli l’Inno di Mameli, a trasformare uno dei tanti testi patriottici nel simbolo della nostra Repubblica”. Ho sentito dire queste parole dall’esperto Michele D’Andrea durante una sua conferenza tenuta nel 2006 in Ancona. Riporto qui alcuni spunti del suo intervento di allora per capire che cosa caratterizza la partitura musicale del nostro Inno.

D’Andrea si domanda perché nella versione musicale del nostro Inno ogni strofa con il ritornello è ripetuta 2 volte e risponde seguendo la confessione dello stesso Novaro, riferita da Vittorio Bersezio in “I miei tempi”, una raccolta di memorie pubblicata a puntate sulla “Gazzetta del Popolo” nel 1899.

Novaro, accingendosi a comporre la musica per il testo di Mameli, immagina una scena maestosa in cui Pio IX (nel 1847 oggetto dell’entusiasmo popolare per le sue riforme e le sue concessioni: convocazione della Consulta dello Stato, istituzione della Guardia civica e attenuazione della censura sulla stampa) “parla e un intero popolo risponde”. Così nello spartito di Novaro si realizza un dialogo che si concretizza nella suddetta ripetizione. E’ come se si alternassero 2 voci: la prima, quella del Papa, “grave, solenne, lenta annunzia ai popoli la buona novella: Italia essersi desta, riprendere la gloriosa sua strada, doversi fare a lei schiava la vittoria”. E qui- nota D’Andrea- “la musica scorre con un andamento potente e solenne, perché immensa è la portata ideale del messaggio”. E non a caso nella partitura autografa di Novaro si legge l’indicazione “forte con molta energia”. E questa è la prima esecuzione della strofa, che dunque deve essere fatta in modo solenne, energico.

La seconda voce è quella del popolo italiano che, confuso e dubbioso all’annuncio, acquista a poco a poco sicurezza e consapevolezza, dopo essersi persuaso che “libertà significa anche mettere i gioco la propria vita”. Questo travaglio, questa maturazione psicologica si riversa nella partitura: si inizia, nella ripetizione della strofa e nella prima esecuzione del ritornello, con un “pianissimo e molto concitato” per passare, nella ripetizione del ritornello, a un “crescendo e accelerando fino alla fine” con il grido di quel “Sì” che, aggiungendo una sillaba al verso di Mameli, “suggella il giuramento finale”.

C’è il rammarico che spesso nelle esecuzioni di oggi sono tradite la sapienza compositiva e la tensione psicologico-narrativa che sostanzia la partitura originaria di Novaro. Comunque, “non abbiamo bisogno di un nuovo Inno- conclude D’Andrea-: basterebbe suonarlo come lo immaginò il suo autore.”


Conclusione

Qualcuno vorrebbe sostituire “Fratelli d’Italia” con il verdiano “Va’, pensiero”. Al riguardo mi limito a citare le parole del maestro Riccardo Muti: “Va’, pensiero è un canto di perdenti, è una lamentazione e una preghiera. Non ha il piglio e il vigore particolari che possiede “Fratelli d’Italia”. Teniamoci l’Inno di Mameli e che Dio ce lo conservi.”

Si può ricordare anche la scelta del maestro Ennio Morricone, il quale ha composto Elegia per l’Italia, in cui realizza l’intreccio tra il coro verdiano e il Canto degli Italiani proprio per contrastare il tentativo di qualsiasi “appropriazione indebita del “Va’, pensiero” e per dare a questo la sua giusta dimensione storica di canto legato all’unità d’Italia”.

Dio ci conservi a lungo il nostro Canto e la voglia di cantarlo con il giusto orgoglio di sentirci Italiani. Nonostante tutto e in qualunque regione ci troviamo!

venerdì 20 maggio 2011

Milano festeggia il 150° anniversario della costituzione dell’Esercito


L’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari della Guerra di Liberazione e il Comando Militare dell’Esercito Lombardia, hanno ricordato, lo scorso 4 maggio, il 150° anniversario della costituzione dell’Esercito, avvenuta, per l’appunto, il 4 maggio 1861, in seguito alla firma in Torino del decreto n° 76, da parte del ministro della guerra gen. Manfredo Fanti. Detto decreto recitava: “Vista la legge in data 17 marzo 1861, colla quale S. M. ha assunto il titolo di Re d’Italia, il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Corpi e Uffici militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di Armata Sarda”. Di conseguenza il neo costituito Esercito Italiano ha raccolto, sotto il Tricolore, uomini e reparti provenienti da ogni parte d’Italia e indossanti le più disparate uniformi, ossia forze borboniche, militari degli stati preunitari ed elementi garibaldini.

La cerimonia per onorare degnamente i 150 anni di Storia dell’Esercito Italiano ha avuto inizio alle ore 10, nella Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, simbolo dei Caduti per la Patria, gremita di fedeli e di ufficiali in alta uniforme, con cappelli, sciarpe, sciabole e decorazioni ed altri militari di ogni ordine e grado; fra le autorità civili spiccava il sindaco di Milano dott.ssa Letizia Moratti, rappresentanti della Magistratura, della Regione, della Provincia, del Corpo consolare e il presidente della Sezione Alpini di Milano Luigi Boffi. Erano altresì presenti bandiere di Associazioni Combattentistiche e d’Arma, labari e vessilli, fra cui quello dell’ANA cittadina il cui alfiere Giancarlo Piva era affiancato dal vice presidente vicario Giuseppe Donelli.

La santa Messa è stata solennemente celebrata da mons. Erminio De Scalzi, vescovo ausiliario dell’arcidiocesi di Milano; concelebranti due cappellani militari.

Mons. De Scalzi, nell’omelia, ha tra l’altro affermato: “Oggi ricordiamo i 150 anni spesi dall’Esercito nell’adempimento del proprio dovere; il mio pensiero è indirizzato a chi si è trovato faccia a faccia con il rischio della morte e a chi ha guardato la vita in una prospettiva più ampia: quella della Fede. Il secolo scorso - ha soggiunto - è stato caratterizzato da guerre che si sono rivelate una sconfitta per l’umanità, perciò dobbiamo pregare per mantenere la Pace. Essa è un dono di Dio e in quanto tale, dobbiamo custodirla ...”.

A conclusione dell’Eucaristia, il comandante dell’Esercito Militare Lombardia, gen. B. Camillo de Milato, ha ringraziato le autorità presenti: il Sindaco, le Forze Armate, il Corpo consolare, l’Ordine di Malta, la Croce Rossa, le Associazioni combattentistiche e d’arma, le Associazioni culturali e di volontariato, rammentando gli atti di eroismo delle unità dell’Esercito di Milano, dal Risorgimento al 2° conflitto mondiale: il 5° rgt. Alpini [il più decorato], il 3° rgt. Bersaglieri, il Savoia Cavalleria e le ‘Volòire’ (batterie a cavallo).

La preghiera del Soldato, inno al nostro amor patrio, è stata letta dalla M.A.V.M gen. C. A. Luigi Morena.

La cerimonia riprendeva nel pomeriggio, alle ore 18, nello stupendo salone Radetsky del palazzo Cusani, sede del Circolo di Presidio dell’Esercito Lombardia, ove hanno parlato i sottomenzionati eloquenti oratori:

- il gen. B. Camillo de Milato, nell’introdurre la ripresa dei lavori, metteva in risalto gli atti d’eroismo perpetrati dai Milanesi per il Risorgimento d’Italia, a partire dalle Cinque giornate, e ribadiva il fattivo apporto dato alla Patria dal 5° Alpini e dal 3° Bersaglieri, di stanza in città;

- il prof. Massimo De Leonardis, direttore del dipartimento Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente della Società italiana di Storia militare, nella sua prolusione, ha precisato che la ‘nostra Guerra di liberazione’, per gli Alleati, è semplicemente la ‘Campagna d’Italia’;

- il prof. Ernesto Damiani, docente nella facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, figlio di un combattente del Corpo Italiano di Liberazione, ha parlato degli universitari A.U.C. classe 1922 [commilitoni di suo padre], nella Guerra di liberazione, da Montelungo ai Gruppi di combattimento;

- il prof. Sergio Pivetta, ten. col. alpino e nostro socio, combattente del C.I.L., direttore di “Secondo Risorgimento”, organo ufficiale dell’Associazione combattenti forze armate regolari nella guerra di liberazione, ha illustrato la battaglia delle Mainarde, dalla conquista di Monte Marrone, all’aggiramento della linea Gustav in Val del Canneto;

- il gen. C. A. Luigi Morena, presidente della sezione locale dell’A.N.C.F.A.R.G.L., oltre a ricordare aneddoti e ìlari fatti personali, ha evidenziato lo sfondamento della linea gotica attraverso la breccia di quota 363 in Val d’Idice;

- il gen. B. Mario Sciuto, presidente dell’U.N.U.C.I. Lombardia, quale moderatore, ha presentato e introdotto gli oratori.

Agli interventi ufficiali, su specifiche domande poste da taluni uditori, sono seguiti dibattiti e precisazioni da parte degli oratori interessati, indi, seguendo una consolidata consuetudine, il Circolo di Presidio, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, ha offerto agli astanti un frugale rinfresco, comprendente pure un prelibato piatto di risotto allo zafferano ‘Cusani’.

Roberto Scloza

venerdì 6 maggio 2011

IL GEN C.A. MOVM ALBERTO LI GOBBI CI HA LASCIATO

                                        

Nato a Bologna il 10 giugno 1914, generale di Corpo d'Armata, Medaglia d'oro al valor militare.

"L'8 settembre 1943, pur sofferente per una grave ferita riportata in precedenti combattimenti, abbandonava la famiglia per raggiungere il proprio reggimento in lotta contro i tedeschi. Catturato e riuscito ad evadere attraversava le linee di combattimento e si offriva volontario per una importante, lunga e rischiosissima missione di guerra in territorio italiano occupato dai tedeschi. Durante un lungo eroico periodo, illuminato da purissima fede, prodigava il suo valore e la sua intelligenza ad organizzare e dirigere il movimento di liberazione della Patria, affrontando impavido il rischio di ogni ora e le certe insidie che lo avvolgevano e lo avrebbero travolto. Durante un feroce rastrellamento nemico, caduto in combattimento un valoroso ufficiale comandante di una formazione partigiana, presso la quale in quel momento si trovava, assumeva senza esitazioni il comando del gruppo, ne riuniva gli elementi già duramente provati, riuscendo a sottrarli alla morsa nemica con azioni episodiche, condotte con decisione ed abilità ammirevoli. Arrestato e trovato in possesso di documenti che costituivano inequivocabile condanna, fu sottoposto ad estenuanti interrogatori e ad inenarrabili torture. Ma il sentimento del dovere e dell'onore sorretti da sublime stoicismo, vinsero la ferocia teutonica: nessun segreto fu svelato, nessun compagno fu tradito. Avuta la possibilità di evadere vi rinunciava a favore di un compagno di lotta e di fede, la cui opera riteneva tornasse più vantaggiosa. Procrastinata la fucilazione cui era stato condannato, nei lunghi mesi di prigionia non manifestava debolezze, né recriminava la sua giovinezza sacrificata, lieto di averla donata alla Patria. Quando fortunate circostanze gli permisero di fuggire, riprendeva il suo posto di combattimento e si offriva di continuare ancora la sua missione. Fulgido esempio di assoluta dedizione alla Patria ed al dovere".

Con questa motivazione, alla fine della Guerra di liberazione, la massima onorificenza al valore si è aggiunta, sulla giubba dell'allora capitano di artiglieria Alberto Li Gobbi, a due Medaglie d'argento, due di bronzo e tre Croci di guerra, ottenute durante il secondo conflitto mondiale. Rientrato in servizio attivo dopo circa due anni di convalescenza, Li Gobbi ha fatto una brillante carriera militare. È stato, tra l'altro, insegnante di tattica alla Scuola di guerra, addetto militare a Washington, a Città del Messico, a Panama e a Cuba. Li Gobbi è stato anche comandante della 2a Brigata corazzata "Ariete", della Brigata paracadutisti "Folgore" e della Forza mobile aerotrasportabile di pronto intervento della NATO in Germania. Successivamente ha rappresentato l'Italia nel Comitato militare della NATO a Bruxelles e, infine, ha comandato le Forze terrestri alleate del Sud Europa. Lasciato il servizio attivo nel 1977.

il Generale Li Gobbi è stato Presidente onorario della Associazione nazionale combattenti della Guerra di Liberazione e socio onorario della sezione di Milano dell'Unione Nazionale Ufficiali in congedo d'Italia.

I funerali si sono tenuti a Milano venerdì 6 maggio alle ore 11,00 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie

        UN RICORDO AFFETTUTOSO
 AL PRESIDENTE ONORAZIO DELLA ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

venerdì 22 aprile 2011

I TEMPLARI

 ANTONIO TROGU
L’Ordine del Tempio è sempre stato ammantato dal mistero e realtà e leggenda, prosa e poesia dei Cavalieri templari si fondono e si confondono.

I templari erano un ordine cavalleresco monastico che segnò la storia medioevale, influenzando moltissimo la cultura del tempo. In un sistema sociale suddiviso fino ad allora in Ballatores (coloro che combattevano), Oratores (coloro che pregavano) e Laboratores (coloro che lavoravano) sorse un nuovo ordine che conciliava i principi base del monachesimo: povertà, castità, obbedienza all’uso delle armi a protezione dei pellegrini che si recavano nei luoghi santi, costituito quindi da monaci che erano al tempo stesso soldati.

Questi monaci soldati, nati con lo scopo di proteggere i pellegrini e non di cacciare i mussulmani da Gerusalemme e dalle altre zone sacre ad entrambe le religioni, erano dediti alla Cristianità ed alla Croce a cui rimasero fedeli fino alla fine.



Origine



Il 27 novembre 1095 Papa Urbano II, durante il Concilio di Clermont, fece un appello chiamando alle armi i cavalieri cristiani per una crociata che liberasse i luoghi santi in Palestina.

Gruppi di crociati iniziarono nell’agosto del 1096 il viaggio per Costantinopoli, dove giunsero in seguito gli altri gruppi per costituire un’unica forza combattente che, sottomessa l’intera regione al controllo cristiano, avrebbe marciato verso la Siria e la Palestina per conquistare Gerusalemme.

Gerusalemme fu conquistata nel 1099 e nel 1100 fu incoronato quale primo re cristiano della città Baldovino I. In quel periodo si trovavano con i crociati un gruppo di nove cavalieri francesi, capitanati da Ugo di Payns, che avevano pronunciato solenne promessa reciproca di castità, obbedienza e comunione di tutte le proprietà. Questi cavalieri erano giunti in Terrasanta per mettersi al servizio del re di Gerusalemme e, sotto la sua guida, avevano partecipato a molte battaglie. Durante la permanenza nei luoghi santi avevano visto le pessime condizioni in cui arrivavano le centinaia di pellegrini e quanti sulle strade polverose che conducevano a Gerusalemme continuavano a morire vittime delle aggressioni delle bande armate senza controllo nella regione e nel 1118 questo gruppo di cavalieri si presentò al re Baldovino II mettendosi a sua disposizione per la protezione dei pellegrini ed il pattugliamento delle strade a Gerusalemme e dintorni. A differenza degli altri cavalieri questi si presentarono al re senza vestiti sfarzosi o armature luccicanti ma coperti da un semplice mantello bianco. Baldovino II concesse loro come quartier generale un’ala del monastero fortificato di Nostra Signora di Sion, accanto a quello che era stato il Tempio di Salomone, e i cavalieri riunitisi in un ordine inizialmente chiamato i “Poveri Cavalieri di Cristo” cominciarono a pattugliare le strade. Dopo poco tempo, essendo aumentato il numero dei cavalieri, si spostarono occupando tutta l’area di quella che era la spianata del Tempio di Salomone, tra la Moschea della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa, ed il loro nome fu cambiato in “Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Gerusalemme” e da allora furono riconosciuti come “Templari”. L'uniforme era composta da un mantello bianco, arricchito da una croce rossa sul petto e sulla spalla destra. La forma della croce era greca (simmetrica) o latina (con la punta inferiore più lunga), con le punte che si allargano verso l'estremità terminando con un bordo dritto o, più raramente, concavo.



I templari nascevano quindi come un Ordine contemporaneamente monastico e militare: i monaci cosiddetti tradizionali pronunciavano tre voti, ossia obbedienza, povertà e castità: i templari, oltre a questi tre voti, ne pronunciavano anche un quarto, cioè lo "stare in armi", quindi il combattimento armato. Erano così dei veri e propri monaci guerrieri e questa situazione era abbastanza inusuale per la Chiesa, in quanto il voto dello "stare in armi" mal si conciliava con gli altri tre.

Era quindi necessario trovare una posizione chiara e precisa, ricercando anche una regola che si adattasse perfettamente alla situazione. Non è un caso se da questo momento entra nelle vicende Templari, uno dei personaggi più carismatici ed autorevoli del tempo: Bernardo di Chiaravalle. Monaco cistercense, fondatore della abbazia di Chiaravalle (1115), scrittore e successivamente Dottore della Chiesa San Bernardo, riprendendo il concetto della "guerra giusta" espresso da Sant'Agostino, considerò il voto templare dell'uso delle armi contro gli infedeli non una intenzione di "omicidio", ma una vera e propria azione contro il Male, ossia un "malicidio", come si può leggere nel "De Laude Novae Militiae Christi", scritta di suo pugno come l'intera Regola Templare. A questo punto, l'Ordine aveva bisogno di un "imprimatur" ufficiale da parte della Chiesa, e fu per merito di Bernardo di Chiaravalle che, nel corso del Concilio convocato dal Papa Onorio II a Troyes, in Francia, la nuova milizia viene ufficialmente riconosciuta grazie al 'De laude novae militiae' (elogio della nuova milizia),vero e proprio proclama di esaltazione dell'Ordine Templare "Una nuova cavalleria e' apparsa nella terra dell'Incarnazione... essa e' nuova, dico... che si combatta contro il nemico non meraviglia... ma che si combatta anche contro il Male e' straordinario... essi non vanno in battaglia coperti di pennacchi e fronzoli, ma di stracci e con un mantello bianco... essi non hanno paura del Male in ogni sua forma... essi attendono in silenzio ad ogni comando aiutandosi l'un l'altro nella dottrina insegnata dal Cristo... essi fra loro non onorano il più nobile, ma il più valoroso... essi sono i Cavalieri di Dio... essi sono i Cavalieri del Tempio".

Tutti gli Statuti dell'Ordine furono approvati e la Regola Templare in blocco fu sottoscritta da tutti e vi fu apposto il sigillo papale, mentre Hugues di Payns, anch'egli presente al Concilio, venne nominato Gran Maestro dell'Ordine.

A Troyes poi i Templari adottarono un motto: "Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", ossia "Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo nome da gloria". San Bernardo inoltre trasmise ai cavalieri la devozione a Maria e il grande rispetto per la donna, la Regola infatti cita: "Maria presiedette al principio del nostro Ordine, ne presieda anche, se questa sarà la volontà del Signore, la fine". Ancora l’ultimo Gran Maestro, sul rogo, pregò i suoi carnefici di legarlo con il viso rivolto verso Notre Dame.

Il primo sigillo del nuovo Ordine rappresentava da una parte la Cupola della Roccia e dall'altra due cavalieri su un cavallo che stava ad indicare la povertà iniziale dei cavalieri che erano costretti ad andare in due su un solo cavallo e il dualismo universale delle cose, a cui si rifà il loro ideale, cioè la convivenza pacifica in TerraSanta della cultura Cristiana e di quella Islamica. Nel 1139 vi fu la bolla "Omne datum optimum", di papa Innocenzo II che concesse all'Ordine la totale indipendenza, compreso l'esonero dal pagamento di tasse e gabelle, oltre alla direttiva secondo la quale l'Ordine non doveva rendere conto a nessuno del suo operato, tranne che direttamente al Papa, diventando così un organismo a parte con una posizione molto privilegiata.













Organizzazione e attività economiche



L'Ordine, attraverso la sua Regola, si diede una organizzazione interna verticistica e formidabile: un Gran Maestro che aveva la responsabilità totale del comando e di tutto l'Ordine; un Maresciallo, che aveva la responsabilità delle armi e dei vettovagliamenti dei cavalieri; un Gran Siniscalco, che aveva la responsabilità amministrativa e politica dell'Ordine. Dopo di questi, sia i possedimenti che le donazioni terriere venivano suddivise in Gran Priorati, che equivalevano agli Stati; i Priorati, che equivalevano ad un gruppo di regioni nello stesso stato; i Balivati, che equivalevano ad una provincia; i Precettorati, che equivalevano alle nostre città piccole e grandi. Così esistevano i Precettori, i Balivi, i Priori, i Gran Priori. Era una organizzazione perfetta, visto che ognuno per la gestione interna era totalmente indipendente dall'altro, e ognuno doveva rendere conto al suo superiore diretto, fino ad arrivare al Gran Maestro. I quartieri generali rimasero a Gerusalemme fino alla riconquista musulmana della città nel 1187, dopodiché furono trasferiti ad Antiochia, Acra, Cesarea e infine a Cipro.

Per ciò che riguardava la parte economica, ogni Precettoria doveva mantenersi da sola, facendo lavorare sia i cavalieri che altro personale: ogni Precettoria aveva i suoi orti, i suoi animali da allevamento e quant'altro necessario al sostentamento dei cavalieri. Le Precettorie o Commende erano quindi dei complessi autosufficienti nelle quali vi erano attività agricole, metallurgiche, religiose e militari. Nelle Commende erano allevati e selezionati i cavalli, indispensabili alla guerra, i bovini per i lavori nei campi e i maiali per le carni. Per alimentare gli animali era necessario aumentare la raccolta del foraggio e quindi migliorare la resa dei terreni coltivati. S'introdussero, a tale scopo, delle nuove tecnologie che consentirono il raggiungimento di notevoli risultati per l'epoca. Alla fine di ogni mese, la Precettoria doveva inviare al Gran Siniscalco, che fungeva anche da Tesoriere, la decima parte del guadagno incamerato, mentre il resto rimaneva alla Precettoria per i costi di gestione. Così i Templari, sia in Terrasanta che in Europa, divennero un costante riferimento per le truppe ed anche per i pellegrini, che consideravano le Precettorie, ossia le caserme, veri punti di ristoro ed eventualmente anche rifugi inattaccabili dalle scorrerie dei briganti.

Le donazioni costituirono la fonte principale del patrimonio dell'Ordine in Occidente. Potevano essere di ogni genere: terreni, case, mulini, denaro, ecc. Molto spesso gli eredi contestarono le donazioni ed i templari si trovarono coinvolti in dispute legali. Le donazioni venivano amministrate diligentemente in quanto era da queste che derivavano le entrate necessarie a pagare le responsiones. Ogni elargizione o donazione veniva usata per il finanziamento della campagna di guerra in Terra Santa, e tutti, pur non partecipando direttamente alla guerra, potevano però dare il loro contributo: in pratica, donare ai Templari significava contribuire materialmente alla liberazione dei "Possessi di Dio" come veniva chiamata spesso la terra al di là del mare.

Le ricchezze ottenute dai Templari furono impensabili e loro stessi furono bravi a gestirle: non lasciavano il denaro in eccesso a marcire in buie stanze, ma lo investivano, soprattutto facendo servizio di tesoreria per nobili e re e prestando il denaro, certo, da Cristiani non potevano chiedere interessi, ma sapevano come non subire danni con tariffe di prestito.Usarono inoltre le loro ricchezze per costruire numerose fortificazioni in tutta la Terra Santa.

Alcuni confratelli si occupavano esclusivamente di attività bancarie e gli affari che svolgevano erano soprattutto di quattro categorie:

-deposito tributi e somme di denaro di un principe votatosi alla Crociata;

-trasferimento in Terra Santa di dette somme;

-riscossione delle decime pontificie per le crociate;

-prestiti a principi o nobili, che motivassero tale bisogno di denaro con pii motivi.

A loro è dovuta anche l’invenzione dell’assegno o della lettera di cambio: per esempio i pellegrini che si volevano recare in Terra Santa, ma avevano paura di essere rapinati, potevano lasciare denari in una qualsiasi magione templare e ricevere una quietanza di riscossione; all’arrivo in Terra Santa portavano la quietanza nella magione e tornavano in possesso della somma di denaro lasciata prima della loro partenza.



Monaci soldati



Dopo il concilio di Troyes del 1128/29 ed il riconoscimento ufficiale dell'Ordine da parte della Chiesa, la popolarità della Nuova Milizia Cristiana si diffuse in tutta Europa e le fila dell'Ordine vennero rafforzate da un gran numero di effettivi. Come detto non tutti gli appartenenti all'Ordine erano cavalieri, anzi il numero di questi era limitato rispetto alla totalità dei Fratres; di gran lunga più numerosi erano i Fratelli Sergenti, Serventes, di natali non nobili, che si dividevano in Fratelli di mestiere, e Sergenti a cavallo, questi ultimi destinati ad affiancare i Cavalieri in battaglia, benché dotati di un equipaggiamento di solito più leggero e con un abbigliamento differente, nero o marrone.

Vi erano quattro divisioni di confratelli nei Templari:

• cavalieri, equipaggiati come cavalleria pesante

• sergenti, equipaggiati come cavalleria leggera, provenienti da classi sociali più umili dei cavalieri

• fattori, che amministravano le proprietà dell'Ordine

• cappellani, che erano ordinati sacerdoti e curavano le esigenze spirituali dell'Ordine

Ciascun cavaliere aveva sempre due o tre sergenti che lo accompagnavano in battaglia e un gruppo di sei o sette scudieri per assisterlo sia in tempo di pace che di guerra. La maggioranza dei Cavalieri templari si dedicava alle manovre militari. ed erano probabilmente le unità da combattimento meglio addestrate e disciplinate del loro tempo. La stragrande maggioranza dei Templari combatteva a cavallo, mentre i sergenti e i novizi erano soliti combattere a piedi. Naturalmente in combattimento il loro asso nella manica era la devastante carica, si può immaginare la devastazione e il panico che può creare una carica di cavalleria pesante in mezzo alle fila di fanteria!

L’unità base della cavalleria Templare era la lancia, o concroi, formata da 20 o 30 Cavalieri e comandate da un Commendatario. Una fila di Cavalieri pesantemente corazzati costituiva la fila anteriore, appena dietro di essi i sergenti a cavallo disposti su due file seguiti ancor più dietro dagli scudieri. Il Commendatario si riconosceva rispetto ai Cavalieri normali perché aveva sulla lancia un pennoncino di colore bianco-nero che serviva per guidare i Cavalieri a lui affidati anche verso obiettivi diversi da quelli del resto della formazione.

Il pennoncino era dello stesso colore dello stendardo dei Templari, il Baussant, oppure Baucent, o ancora Vaucent, da alcuni tradotti come “Valgo per Cento”, un avvertimento ben chiaro per i nemici! Comunque era una parola che inneggiava alla bellezza della vittoria. Il Baussant era per metà nero e per metà bianco e questi due colori stavano a significare la loro duplice vocazione: far vivere la fede e dar morte all’errore.

La loro forza derivava da una disciplina ferrea, che faceva di loro un gruppo omogeneo e disciplinato, determinato a sacrificarsi, non essendo ammesso loro di "arrendersi" al nemico. I Cavalieri Templari si distinsero sempre per la loro incredibile determinazione in battaglia, avevano una disciplina disumana e una spietata fermezza di fronte all’avversario. Non a caso venivano chiamati dai musulmani i "diavoli rossi", mentre i Gerosolimitani erano chiamati i "diavoli neri".

Pretendevano il privilegio della prima linea durante i combattimenti, molto spesso dovettero pagare con un alto tributo di sangue questo privilegio, ma con la loro fama di essere i più valorosi difensori della Croce non avevano difficoltà a reclutare nuovi combattenti.

Nel giro di pochi anni divennero il contingente crociato più temuto dal nemico ed i Saraceni, contrariamente al loro costume, nel caso riuscissero a farli prigionieri, non li lasciavano vivere a meno che rinnegassero la propria fede. Cosa che non successe mai. Per i Templari, infatti, le battaglie riservavano due sole prospettive: la vittoria o la morte. Usavano far strage di nemici, non perché provavano piacere nell’uccidere, ma per compensare con il terrore l’irrimediabile inferiorità numerica… sapevano che solo la vittoria o la morte sul campo li potevano sottrarre alle atroci torture a cui venivano sottoposti quando cadevano nelle mani dei musulmani; da qui una delle principali ragioni dello straordinario eroismo di cui dettero ripetute prove.

La prima vera azione di guerra dei templari in Terrasanta risale al 1138, quando Gran Maestro era stato eletto Roberto di Craon. L'azione si svolse a Tecua, cittadina musulmana non lontana dall'attuale Ghaza. I crociati attaccarono e presero la cittadina, ed invece di ritirarsi subito, come consigliava Roberto di Craon, gli ufficiali crociati decisero di rimanere per saccheggiare la città. I musulmani, riorganizzatisi, attaccarono di sorpresa le truppe crociate, facendo un autentico massacro, ed anche molti templari rimasero sul terreno.

Un grande condottiero musulmano, Zengi, che era riuscito a riorganizzare le file musulmane, creando quella coesione che mancava tra i vari sceiccati e mettendo assieme un formidabile esercito di oltre 100.000 uomini pronti a tutto pur di riconquistare le terre una volta loro dopo essersi, nel 1128, impadronito di Aleppo e di alcune zone del Principato di Antiochia, minacciando la Contea di Tripoli e la città di Damasco, la notte della vigilia di Natale del 1144, dopo un intero mese di durissimo assedio, conquistò Edessa e quasi tutta la sua contea. La sconfitta e la caduta di Edessa destarono grande impressione nell'occidente cristiano, e Baldovino III, anche se giovanissimo, chiese al Papa Eugenio III di bandire un'altra crociata, cosa che avviene il primo dicembre 1145 con le relative bolle pontificie. La seconda crociata era pronta e, per evitare fastidiose noie tra francesi e tedeschi, le due armate partirono per la Terrasanta separatamente. Per primi partirono i tedeschi, passando per l'Ungheria ed arrivando a Bisanzio. Ma i crociati non furono visti di buon occhio da Manuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, anche perchè i soldati tedeschi considerarono la città come fosse una conquista, rubando e saccheggiando. Finalmente, dopo qualche tempo, i tedeschi lasciarono Costantinopoli, dirigendosi a sud, attraversando l'Anatolia per poi poter raggiungere Efeso e poi la Terrasanta. Nel bel mezzo delle montagne, le truppe crociate tedesche furono attaccate e quasi completamente distrutte dall'esercito turco selgiuchida, tanto che i crociati persero i nove decimi degli effettivi, e si ritirarono fortunosamente a Nicea, dove attesero l'esercito francese condotto da Luigi VII. Il re di Francia arrivò a Nicea i primi giorni di novembre, e raccolse ciò che rimaneva dell'esercito tedesco a Lapodion, nei pressi del lago di Apollonia, un po' più a sud. Corrado III, ascoltando di consigli di Everardo di Barres, Gran Maestro Templare, arrivò per mare in Terrasanta nel 1148. Intanto, l'esercito crociato francese era costretto a difendersi dai continui attacchi dei Turchi, con i quali ingaggiarono battaglia ad Antiochia in Pisidia, e riuscirono ad arrivare a Laodicea, ma in condizioni pietose. La città era stata sgomberata per le violenze dei crociati contro la popolazione civile, e la carestia stava facendo numerose vittime. I crociati francesi erano allo stremo ed ormai molti disertavano e si ribellavano ai loro ufficiali: solo i Templari rimanevano nei ranghi compatti e disciplinati. Mentre l'esercito crociato attraversava i Monti Cadmus, Goffredo di Rancon, comandante dell'avanguardia, incurante dei consigli dei Templari, attraversò le gole invece di accamparsi sui monti per la notte: era l'errore atteso dai Turchi, che attaccarono l'esercito crociato nella sua retroguardia, e solo lo scendere della notte salvò i crociati dalla più completa disfatta. A questo punto Everardo di Barres, dopo un colloquio con il re di Francia, prese il comando dell'esercito, riorganizzandolo, ponendo a capo di ciascun gruppo di 100 soldati un templare, che ben sapeva cosa fare. Così, i francesi comandati dai templari riuscirono a passare le montagne ed arrivarono ad Attalia, dove però trovarono una brutta sorpresa: le navi promesse dai Bizantini erano poche e malmesse, quindi una parte dei crociati partì con le navi, un'altra parte, ivi compresi i templari, proseguirono per terra.

Nel 1150, Baldovino III aveva fatto fortificare la città di Gaza e l'aveva donata ai Templari, perchè la difendessero e perchè facessero da sentinella al sud della Palestina.

Il 25 gennaio 1153, l'intero esercito cristiano assediò Ascalona, ma dopo quattro mesi, ancora nulla era stato concluso, ogni attacco veniva sistematicamente respinto.

Verso la fine di luglio 1153, una torre mobile dell'esercito cristiano prese fuoco, e venne scagliata contro le mura della città: il forte impatto ed il calore provocarono una breccia dove si trovava un gruppo di Templari guidati da Bernardo di Tremelay.

Quest’ultimo vista la breccia colse al volo la possibilità di buttarsi in prima linea e quindi si lanciò con quaranta cavalieri dentro la breccia. Gli altri Crociati in quel momento si trovavano dall’altra parte della città e non fecero in tempo a seguire i Templari che si erano gettati all’interno di Ascalona. I musulmani, vedendo solo quaranta uomini, contrattaccarono, massacrando i cavalieri e lo stesso Tremelay. I corpi del templari furono appesi per i piedi fuori dalle mura, e le loro teste lanciate sul campo cristiano con delle piccole catapulte. La furia dei cristiani a questo spettacolo fu tale che il 19 agosto 1153, dopo un formidabile ed intenso assedio, la città fu presa e messa a ferro e fuoco.

A questo evento seguì un periodo di relativa pace. Ma durò poco. Sal-Hal-Din più noto come Saladino riorganizzò l'esercito musulmano, portandolo ad oltre 200.000 uomini, con i quali attaccò il Cairo, sbarazzandosi del visir Shawar, ormai amico dei cristiani, e rivolgendosi direttamente contro Gerusalemme. Tutto il mondo mussulmano si unì a Saladino contro i cristiani nel 1174.

Nel novembre 1174 Saladino entrava a Damasco, ed il 9 dicembre dello stesso anno entrava ad Homs, per poi proseguire per Aleppo, che venne assediata il 30 dicembre. Nel 1178, Baldovino fece costruire una fortezza, chiamata "Guado di Giacobbe", che fu affidata ai Templari.

Tutto sembrava calmo, ma nel febbraio del 1179 Saladino attaccò ed invase la Galilea, senza però tener conto della resistenza della fortezza templare del "Guado di Giacobbe", che non cadde, ed impedì a Saladino di raggiungere Gerusalemme.

Ma non era finita qui: il 10 giugno 1179, presso Mesaphat, l'esercito cristiano di Raimondo III ed i Templari si scontrarono con i 200.000 uomini dell'esercito musulmano. Fu un massacro, tanto che Saladino poi conquistò il Guado di Giacobbe, giustiziando tutti i templari di stanza nella fortezza, e prendendo prigioniero il Gran Maestro, Oddone di Saint Amand, che però non volle che fosse pagato nulla per il suo riscatto, e finì i suoi giorni morendo di fame e di stenti nel carcere di Damasco.

Nel 1187, successe un fatto gravissimo: Rinaldo di Chatillon, con un’ atto assolutamente irresponsabile e folle, marcia verso Medina e La Mecca, con l'intento di appropriarsi della "pietra nera", simbolo sacro musulmano. Quest'atto di pirateria scatena le ire degli arabi, e Saladino raduna ed organizza il più grande esercito che si sia mai visto: fra cavalieri, arcieri e fanti, oltre 300.000 uomini erano agli ordini del condottiero musulmano.

La vera battaglia si svolse ai corni di Hattin il 4 Luglio 1187. L'esercito Crociato dopo vari giorni di dura marcia e senza acqua (l'unica risorsa d'acqua era presidiata dai musulmani) si scontrano con l'esercito di Saladino che riuscì ad accerchiare l'esercito Cristiano che fra l'altro non aveva un'unica guida, ma ogni reggimento aveva un suo capo e, così diviso l'esercito Cristiano perse molto in efficacia e se ci si aggiungono la stanchezza e la sete si capisce bene perchè i Cristiani furono duramente battuti.

Gli arcieri a cavallo musulmani riuscirono fin troppo bene a tenere a bada la fanteria Cristiana, mentre la fanteria di Saladino ebbe l'arduo compito di reggere le devastanti cariche della Cavalleria pesante europea.

La battaglia durò diverse ore, ma alla fine, con la graduale perdita di consistenza delle cariche della cavalleria pesante, i musulmani ebbero la meglio, l'esercito Cristiano fu duramente battuto, soltanto in pochissimi si salvarono e i templari ed ospitalieri catturati vivi vennero consegnati ai carnefici arabi.

Dopo questa sconfitta cristiana, una dopo l'altra cadono in mano araba Tiberiade, Acri, Nablus, Giaffa, Sidone ed Ascalona. Rimaneva Gerusalemme che, dopo alcune settimane di assedio, il 2 ottobre 1187 viene conquistata dal Saladino. Dopo la caduta di Gerusalemme e di tutto il regno, il 6 aprile 1291 Acri fu assediata da oltre 50.000 uomini. La guarnigione templare tenne duro: il 18 maggio tutta Acri era in mano musulmana, tranne la fortezza dove si erano arroccati gli ultimi 150 Templari. Non potendo più guidare l’avanguardia in battaglia si trasformarono in retroguardia e sacrificarono così le loro vite, la difesa della fortezza era chiaramente senza speranza e, benché senza alcun pericolo potevano salvarsi via mare, i Cavalieri Templari combatterono, tennero testa a tutti gli attacchi per dieci giorni, fino a quando i musulmani non riuscirono a forzare le difese, sfruttando anche il loro numero elevato. Morirono tutti quanti, tranne una decina che scamparono. L'avventura cristiana in TerraSanta era definitivamente terminata. In due secoli i Templari avevano lasciato sul terreno dei regni cristiani oltre 12.000 cavalieri e furono gli ultimi a lasciare la Terra Santa.

Ma non furono protagonisti solo in TerraSanta: quando le orde mongoliche minacciarono l’Europa i Templari contribuirono non poco alla sua difesa, che trovò provvisoria soluzione con la battaglia di Liegnitz nel 1241. Nella penisola iberica stettero parimenti in prima linea, i sovrani di Spagna e Portogallo difficilmente avrebbero conseguito le loro vittorie senza i Templari, non invano affidarono loro le proprie fortezze più munite e li ricoprivano di munifici donativi.

Anche la flotta Templare era tra le migliori, nessuno si sarebbe mai azzardato ad attaccare una nave battente bandiera Templare e i Saraceni se ne tenevano ben alla larga. Famosi erano i Templari nordici, che portarono con loro nella vita monastica le loro preziose conoscenze in campo di nautica e battaglie navali.



Il processo



La definitiva conclusione della crociata e la fine degli stati latini d'Oriente creò enormi problemi per gli ordini militari che tanto avevano dato alla causa. I Templari avevano acquistato, nonostante tutto, prestigio politico e diplomatico riconosciuto da tutti, le ricchezze che avevano permesso la lunga permanenza in terrasanta erano ora a loro completa disposizione in Europa. Lo stesso maestro Jacques de Molay lasciò la sede di Cipro per recarsi a Parigi, nel nuovo quartiere generale e decidere il da farsi, ma il ritorno definitivo dei monaci-cavalieri in Europa sollevò anche parecchi malumori. Quasi tutti i re europei avevano fatto spesso ricorso alle finanze Templari per le insaziabili esigenze di bilancio, la Chiesa di Roma, anche se da poco trasferita in Francia, aveva timore per la sua potenza politica, il popolo li guarda sempre piu' con diffidenza: i Templari incominciavano a fare paura a tanti. In questi anni la situazione economica della Francia era molto delicata, il re Filippo IV, dopo aver tentato inutilmente di entrare nell'ordine dei Templari, non appare in grado di risollevare le ormai vuote casse dello Stato. Il popolo francese, stanco dei continui aumenti di tasse, incomincia a dare segnali di turbolenza assai pericolosi. Voci di un prestito fatto del tesoriere del Tempio senza autorizzazione di Molay contribuiscono a creare una situazione di tensione tra il re francese e il maestro dell'ordine. I Templari sono diventati scomodi per l'avido Filippo IV e per il suo potere politico.

Tutta la vicenda ha inizio nel 1305, quando un tale Esquiu De Floryan si presentò al sovrano di Spagna Jaime II con una storia stupefacente: diceva di essere stato nelle carceri di Béziers in compagnia di un cavaliere templare cacciato dall’Ordine che gli aveva raccontato le inaudite atrocità che venivano compiute: si rinnegava Cristo all’atto di essere accettati nell’Ordine, si sputava sulla Croce, si praticava la sodomia e si adorava un idolo.

De Floryan raccontò questa storia a Jaime II perché sapeva che il Re aveva buoni motivi per avercela con i Templari, non gli andava troppo a genio avere all’interno dei suoi confini un secondo potere oltre lo Stato con una tale influenza, inoltre avevano le più possenti fortezze del Regno e facevano i migliori affari. Jaime II però ritenne opportuno non intraprendere azioni contro gli onnipotenti Templari, anche perché la pia popolazione spagnola non avrebbe mai perdonato al suo Sovrano una simile azione contro i migliori Cristiani dell’epoca e la Chiesa!

Jaime II consigliò però a De Floryan di rivolgersi a Filippo IV di Francia che aveva una certa esperienza in lotte contro la Chiesa grazie anche al suo scaltro consigliere: Guglielmo di Nogaret

De Floryan alla fine riuscì ad incontrarsi con Nogaret che percepì immediatamente quanto quelle informazioni che gli venivano date fossero ad alto potenziale esplosivo. Ormai era specializzato a saccheggiare beni ecclesiastici e annientare un Ordine per il vile denaro non lo preoccupava minimamente. Inoltre aveva forse un motivo in più per agire contro i Templari: i Cavalieri avevano denunciato all’Inquisizione come cataro suo nonno che era stato così bruciato sul rogo.

Per il momento però aveva in mano ben poco per accusare un intero Ordine, aveva soltanto le affermazioni di un pregiudicato, un testimone quindi abbastanza inattendibile, per giunta anche espulso dall’Ordine.

C’era soltanto una soluzione per ottenere prove sicure ed innegabili della colpevolezza dell’Ordine: tutti i Templari dovevano essere sottoposti a tortura e dovevano essere costretti a firmare le deposizioni con il riconoscimento della loro colpevolezza.

“I frati dell'ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto da agnello e sotto l'abito dell'ordine, insultando in modo sciagurato la religione della nostra fede, sono accusati di rinnegare il Cristo, di sputare sulla croce, di lasciarsi andare ad atti osceni al momento dell'ammissione all'ordine: essi si impegnano con il voto che proferiscono, e senza timore di contravvenire alla legge umana, a darsi l'uno all'altro, senza rifiutarsi, se vengono richiesti...” Con queste parole il re Filippo IV ha giustificato l'arresto in massa, all'insaputa del papa, dei Templari nelle commende francesi avvenuto all'alba di venerdi 13 ottobre 1307. Quasi tutti i monaci vennero imprigionati compreso il maestro Jacques de Molay che si trovava nella commenda di Parigi, tutti i beni dell'ordine confiscati compreso il tesoro e tutti i documenti. Le accuse erano pesanti ma quello che preoccupava era il sospetto che si nascondeva dietro questa manovra del re: il desiderio di sopprimere l'ordine del Tempio. La cattura era stata ordinata dal Grande Inquisitore di Francia, Guglielmo d’Imbert che avrebbe dovuto procedere anche agli interrogatori, ma gli aguzzini cominciarono subito, torturando i poveri malcapitati e iniziando a far sottoscrivere da quanti più Templari possibile le loro dichiarazioni di colpevolezza. Incatenati, isolati dalla vita conventuale e torturati, ai poveri monaci-cavalieri rinchiusi fu presentata una lunga lista di misfatti che da tempo sarebbero stati abituali nell’Ordine. A chi confessava veniva promessa la libertà, il perdono e una pensione ordinaria attinta dai beni dell’Ordine. Si doveva soltanto adempiere alla piccolissima formalità di sottoscrivere le proprie affermazioni di colpevolezza sotto giuramento. Chi invece si intestardiva col negare le accuse veniva invece messo alla ruota, una, due, tre volte al giorno, finché non confessava ….. o moriva.

Non tutti ce la fecero a sopportare le torture e molti firmarono i documenti con le mani insanguinate. I capi d’accusa più importanti furono: aver rinnegato Cristo, aver sputato sulla Croce, sodomia e adorazione di un idolo.

Sono questi mesi difficili per i Templari, il ricordo di epiche battaglie e' lontano e la confusione appare come l'unica certezza, dove confessioni, precisazioni ma anche ritrattazioni e lo spettro di gravi condanne avvicinano i bianchi mantelli al fuoco del rogo. Le torture incominciano a produrre gli effetti desiderati dal re di Francia Filippo IV. Del coraggio dei temuti cavalieri ben poco e' rimasto e lo scoramento nelle file della gerarchia dell'ordine sembra confermare un triste percorso gia' disegnato e dal quale pare non ci sia proprio via di scampo.

Clemente V, papa francese molto vicino al re Filippo IV, non ha mantenuto il suo ruolo di garante alla ricerca della verita' ma ha contribuito egli stesso, con la sua indecisione politica, alla condanna definitiva dell'ordine. A seguito del concilio di Vienne del 1312, il papa approvò, su richiesta del re di Francia, la soppressione dei Templari firmando la bolla 'vox in excelso' e la seguente 'ad providam' con la quale veniva disposto che tutti i beni Templari diventavano proprieta' degli Ospedalieri, altro ordine religioso-militare. Le decisioni del Papa per i Templari furono: coloro che erano stati giudicati innocenti dovevano esser mantenuti con i beni dell’Ordine e potevano vivere nelle loro case o in monasteri, purché non troppi nella medesima casa; coloro che non si erano pentiti o i recidivi andavano severamente puniti e coloro che nonostante le torture continuavano a non confessare dovevano essere giudicati secondo il diritto canonico; i fuggiaschi dovevano presentarsi alle autorità entro un anno.

Quindi l’Ordine fu soppresso, la condanna dei dignitari dell'ordine alla prigione perpetua pareva l'atto finale di un processo politico che liberava tutta Europa di un ordine diventato troppo potente ed influente, restava però il Processo ai singoli imputati di eresia e ai massimi esponenti dell’Ordine che continuavano a marcire in prigione.

Filippo non aspettò un momento, il 18 Maggio pronunciò la sentenza di morte e lo stesso giorno gli alti dignitari dell’Ordine furono bruciati vivi sull’isolotto di Pont Neuf, sella Senna, alle spalle di Notre Dame. Per lo spettacolo si radunò una folla sterminata.

In questo frangente il Gran Maestro Jacques Molay disse una frase storica:

"Alla soglia della morte, dove anche la minima delle menzogne è fatale (si riferisce al rischio di non poter ascendere al Paradiso), confesso chiamando il cielo e la terra a testimoni, che ho commesso peccato gravissimo a danno mio e dei miei, e che mi sono reso colpevole della terribile morte, perché per salvarmi la vita e sfuggire ai troppi tormenti, e soprattutto allettato dalle parole lusinghiere del Re e del Papa, ho testimoniato contro me stesso e contro il mio Ordine. Ora invece, sebbene sappia quale destino mi attende, non voglio aggiungere altre menzogne a quelle già dette e, nel dichiarare che l’Ordine fu sempre ortodosso e mondo d’ogni macchia, rinuncio di buon grado alla vita".

All’ultimo Gran Maestro Jacques De Molay, che pure era stato processato ma poi graziato e messo in libertà, nel corso di una pubblica funzione alla quale era stato inviato ad assistere, vennero lette le sue pretese confessioni. Seguì la ribellione del Gran Maestro, che rinnegando quanto venne detto, affermò la completa estraneità dell'Ordine, alle accuse rivoltigli, affermando indignato, che sempre i Cavalieri del Tempio erano rimasti fedeli alla Regola ricevuta, a Cristo ed al Cattolicesimo.

Venne di nuovo arrestato ed il 28 marzo 1314, bruciato a fuoco lento, come un eretico. De Molay, nel corso del supplizio non si stancò di rinnegare ogni colpa addebitata all’Ordine, accusando di mendacio i suoi aguzzini ed invocando la Giustizia Divina.

Durante i numerosi interrogatori, de Molay ha mancato di coerenza, di certo d'intelligenza, forse anche di coraggio. Egli riconosce dapprima alcune delle accuse rivolte all'Ordine, in seguito ritratta le sue confessioni, per poi adottare una posizione che non cambierà più: non parlerà se non davanti al papa. Così rimane in silenzio anche quando, nel 1310, i Templari si levano in massa per difendere il proprio Ordine. E non dice nulla nemmeno allorché, due anni più tardi, il papa lo abolisce.

Da un esame delle fonti del processo si nota che le confessioni dei templari sono copie stereotipe che raccontano tutti gli stessi misfatti, come è tipico delle deposizioni estorte o suggerite ed i processi dell’Inquisizione al di fuori della Francia pervennero quasi tutti ad una assoluzione dell’ordine.



Conclusioni



Con la soppressione dell’Ordine fu anche la Chiesa e soprattutto il papato a subire un grandissimo danno, un Papa aveva sacrificato un Ordine all’avidità di un Re. Lo scandalo del processo, le confessioni dei Cavalieri, la debolezza del Papa, lo schieramento di un subdolo Re contro un Ordine secolare, minarono le basi della società stessa. Gli alti ideali Medioevali come la cavalleria, il senso dell’onore, la disciplina, il valore, la cortesia, la religiosità vennero messi in discussione. Non dovette essere cosa da poco! Il processo si svolse contro una miriade di norme di diritto canonico e civile, i Templari vennero trattati in modo disumano, le loro confessioni furono estorte con modi e mezzi violentissimi ed era fin troppo chiaro che l’Ordine era innocente.

Ma dopo la soppressione che ne fu di del glorioso Ordine Templare?

I Templari fuori i confini della Francia riuscirono per la maggior parte a mettersi in salvo, soprattutto in Portogallo, Germania e Gran Bretagna. C’è chi pensa che si riunirono in società segrete, come i Rosacroce del XVI secolo, ma per molti è difficile che ciò sia accaduto, i Templari delle varie nazioni erano troppo lontani tra loro per riuscire a comunicare: non potevano più usare il loro vero nome, non avevano un punto di riferimento, erano perseguitati e prontamente colpiti nel cuore.

I superstiti non avevano più soldi, erano dei fuggiaschi ricercati dalla polizia, non avevano figli a cui tramandare le loro tradizioni e i loro segreti (la Regola non permetteva il matrimonio) e avevano grandissime difficoltà a trovare nuovi adepti: chi avrebbe mai voluto entrare in un Ordine soppresso dal Papa e ricercato dalla polizia? Anche se ci fossero state persone con ideali purissimi e lo spirito giusto sarebbe stato meglio unirsi ad Ordini già esistenti (soprattutto i Gerosolimitani godevano di grandissima fama) o al limite crearne uno completamente nuovo.

Nei secoli sono state molte le società che rivendicavano il titolo di "Templari", ma questa è un’altra storia.















BIBLIOGRAFIA



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