Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

Master di 1° Livello  in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960
Iscrizioni aperte. Info www.unicusano.it/master

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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mercoledì 31 marzo 2010

ISTITUTO POLACCO

Cristianesimo in Polonia tra Oriente e Occidente ciclo di conferenze storiche dedicato a Giovanni Paolo II organizzato dall'Istituto Polacco di Roma con il patrocinio dell'Ambasciata della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede
"Senza il Cristo non è possibile capire la storia della Polonia".Queste parole, diventate ormai famose, vennero pronunciate il 2 giugno 1979 a Varsavia da Giovanni Paolo II, davanti a una sterminata folla radunata per la Santa Messa a piazza della Vittoria. È proprio a Karol Wojtyla che dedichiamo questo ciclo di conferenze, perché riteniamo che la storia della cristianità in Polonia costituisce una parte imprescindibile della storia polacca in generale, essenziale per comprendere anche il presente.L'Istituto Polacco di Roma invita a una serie di incontri che, alla luce della posizione di confine tra Oriente e Occidente, descriveranno lo sviluppo millenario del cristianesimo in Polonia, dalla scelta del Principe Mieszko di far entrare il suo popolo nella Chiesa di Roma, datata 966 d.c., fino alla situazione odierna, a valle del pontificato del primo Papa polacco della storia.
Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 - Roma 7 aprile 2010 ore 18.00
Cristianizzazione della Polonia al confine tra religiosità occidentale e orientale (X-XIII secolo) Prof. JERZY KLOCZOWSKI Storico del cristianesimo in Polonia, direttore dell' Istituto dell'Europa Centro-Orientale presso l'Università Cattolica di Lublino, curatore della "Storia del cristianesimo in Polonia" (edita in lingua italiana nel 1980 dalla casa editrice del Centro Studi Europa Orientale).
Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 - Roma 15 aprile 2010 ore 18.00
Le grandi mete dei pellegrinaggi polacchi nel Medioevo Prof.ssa HALINA MANIKOWSKA Professoressa di storia medievale all'Università di Varsavia, autrice del libro "Gerusalemme - Roma - Compostela. Grandi pellegrinaggi al tramonto del Medioevo" (edito in lingua polacca nel 2008 dalla casa editrice dell'Università di Breslavia)
Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 - Roma 5 maggio 2010 ore 18.00
La Repubblica polacco-lituana: un mosaico di nazioni e religioni all'interno di un unico stato Prof. WOJCIECH TYGIELSKI Professore di Storia moderna all'Università di Varsavia, direttore dell'Istituto Polacco di Roma negli anni 1993-1995, autore del libro "Gli italiani in Polonia XVI-XVII secolo. Un'occasione mancata per la modernizzazione" (edito in lingua polacca nel 2005 da Biblioteka Wiezi).
ciclo di conferenze a cura di dott. Katarzyna Parys

venerdì 26 marzo 2010

Seminario di Studi
La Calda estate del 1943
Chianciano 20-21 Marzo 2010
Sono state poste le basi per una nuova “scuola” di storici non ideologizzati con i quali sarà possibile riscrivere, ma in alcuni casi scrivere per la prima volta, gli eventi di uno dei periodi più tragici per l’Italia, quello legato alle vicende armistiziali dell’8 Settembre 1943, alle scelte che vennero individualmente o in gruppo fatte dai singoli, militari o civili che fossero, delle conseguenze di tali scelte, spesso imposte dal contingente, che sfociarono in tragedie ancora poco note o addirittura ignorate se si esclude i pochi super informati addetti ai lavori.
L’occasione è stata data da un seminario di studi della durata di due giorni che si è svolto a Chianciano nell’ambito del Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti regolari delle Forze Armate (Ancfargl) che ha sancito la nascita di una nuova sezione specialistica denominata “Studiosi e cultori della materia” alla quale saranno ammessi, dopo un periodo di prova biennale, studiosi avviati o giovani promettenti leve impegnati in dottorati di ricerca su materie attinenti la Guerra di Liberazione. L’iniziativa fa seguito alla creazione da parte dell’organo associativo, la rivista “il Secondo Risorgimento d’Italia” scaricabile dalla pagina web http://www.secondorisorgimento.it/rivista/sommari/quadrosommari.htm, di una collana di volumi, di cui il sesto della serie “Salvare il salvabile” ha costituito il filo conduttore del seminario nonostante esso sia ancora in fase avanzata di pubblicazione, ma ancora in bozze di stampa e non in libreria.
La tesi sostenuta dal volume è fortemente innovativa, se pure non originale in assoluto come ipotesi, comunque sotto il profilo del “quadro indiziario” di fonti documentali ad essa convergenti appare articolata e ben argomentata, come mai in precedenza, nel delineare uno scenario in cui una fazione, se non il vertice politico militare del tempo nel suo complesso, aveva intrapreso le trattative armistiziali con il fine ultimo di adescare, in perfetto accordo con la Germania ancora alleata, gli angloamericani in una trappola, in un inganno strategico volto a sfruttare le informazioni scambiate in sede di trattative per ributtarli in mare e magari riconquistare la Sicilia che Hitler il 19 luglio a Feltre aveva descritto come la futura Stanlingrado della coalizione nemica.
Il piano ipotizzato nel volume di prossima pubblicazione e commercializzazione non avrebbe però funzionato all’atto pratico per il crollo del fronte interno che il regime aveva sottovalutato, nonostante a seguito dell’avvicendamento di Mussolini con Badoglio il 25 luglio avesse dovuto ricorrere al metodo del bastone (forti misure di ordine pubblico) e della carota, proclamando la caduta del fascismo, sia pure con l’instaurazione di un governo militare e non della democrazia pre regime.
Ai giovani studiosi (età media 30 anni) che hanno partecipato al seminario il direttore e coordinatore Massimo Coltrinari aveva solo fornito uno spunto di approfondimento, senza neppure fare loro leggere, per non influenzarli, il relativo capitolo del volume “Salvare il salvabile”. Il risultato delle loro ricerche è stato sorprendente, in particolare per quanto riguarda una delle argomentazioni a sostegno della tesi di “inganno strategico” secondo la quale la cosiddetta “fuga da Roma” fu un semplice trasferimento a Chieti, dove nel requisito Palazzo Mezzanotte si era cominciato a mettere in piedi una sorta di comando supremo prima che gli eventi, sfuggiti di mano, portassero ad un cambio di programma e l’imbarco sulla corvetta “Baionetta” per fare rotta verso Brindisi e formalizzare quella resa, che avrebbe dovuto invece, secondo l’ipotesi del libro, fungere da specchietto per le allodole. Numerosi gli elementi aggiuntivi frutto di una ricerca condotta in loco, rispetto quelli già riportati in “Salvare il salvabile”, nel senso del potere e delle istituzioni del tempo.
Perora non possiamo dire di più, se non che, in particolare le relazioni relative ai reparti italiani impiegati all’Estero e colti dall’armistizio oltremare, hanno disegnato uno scenario che è difficile immaginare.
Nel congedarci, Massimo Coltrinari ci informa che una analoga due giorni di più ampio respiro si terrà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi. Non dispera in quei giorni di avere in mano le prime copie definitive del libro.
Giorgio Prinzi

martedì 9 marzo 2010


Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea
nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli"
Aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia
"Ferruccio Parri"
13019 Varallo - via D'Adda, 6 - tel. 0163-52005; fax 0163-562289istituto@storia900bivc.it
http://www.storia900bivc.it



In occasione del Giorno del Ricordo 2010, l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli" ha pubblicato, grazie a Regione Piemonte, Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, Provincia di Biella, Comunità montana Valsesia e Fondazione Crt, Arrivare da lontano. L'esodo istriano, fiumano e dalmata nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, di Enrico Miletto (2010, pp. 288, € 15,00).
Il volume raccoglie un approfondito lavoro di ricerca che con rigore metodologico e grande passione l’autore ha svolto attingendo sia alle fonti archivistiche e documentarie, sia a un significativo numero di interviste raccolte presso i protagonisti dell’esodo.
È un equilibrato intreccio tra i ricordi personali, gli album di famiglia e i documenti ufficiali, gli articoli di giornale, le illustrazioni dell’epoca, da cui emergono le condizioni degli esuli in un territorio in precario equilibrio tra sentimenti di collettiva diffidenza e di soggettiva umanità.
Enrico Miletto nell’analisi della realtà vercellese ritrova le dicotomie della più complessa storia dell’esodo costituita da dolore e gioia, disperazione e speranza, rifiuti e umiliazioni, accoglienza e solidarietà (dalla prefazione di Gianni Oliva).

Enrico Miletto vive e lavora a Torino.
È ricercatore all’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, alla Fondazione Vera Nocentini e collaboratore dell’Isrsc Bi-Vc.
Autore di saggi, ricerche e volumi collettanei sulle tematiche della Torino industriale, dell’emigrazione e della seconda guerra mondiale in provincia di Torino, si occupa da tempo delle vicende legate al confine orientale d’Italia, con particolare riferimento all’esodo giuliano-dalmata.
Ha pubblicato: “Sotto un altro cielo. Donne immigrate a Torino: generazioni a confronto” (Torino, Angolo Manzoni, 2004); “Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e memorie dell’esodo istriano a Torino” (Milano, Franco Angeli, 2005); “Istria allo specchio. Storia e voci di una terra di confine” (Milano, Franco Angeli, 2007).Ha lavorato alla produzione di testi teatrali ed è sceneggiatore dei documentari “Vanchiglia-Torino: storie di ieri” (2003), “L’odore della gomma” (2005) e “Radio Singer” (2009).

Il volume è in vendita nella sede dell’Istituto a Varallo, in via D’Adda, 6 e nelle migliori librerie. È possibile acquistarlo anche tramite il book shop nel sito web dell’Istituto.

sabato 16 gennaio 2010

FIRENZE
23 OTTOBRE 2008
Soldati Italiani sulla Linea Gotica
Intervento
Massimo Coltrinari

Il quesito che ha posto il gen. Poli, ovvero rispondere alla domanda: perché i tedeschi si sono difesi su un simulacro di linee difensive nell’alta pianura romagnola e non nella valle del Po o sulle Alpi, trova il suo primo fondamento di risposta in alcune considerazioni che si possono fare analizzando il comportamento della Germania nella gestione della crisi armistiziali Italia del settembre 1943.
La Germania era ben conscia che l’Italia, nella primavera del 1943 non aveva i mezzi per continuare la lotta ed il fascismo, sia come regime che come movimento, aveva, come ben nota lo Zangrandi, aveva esaurito ogni sua energia. Fu un crollo prima che materiale psicologico e motivazionale. Nessuno in Italia era più in grado, anche volendo, di sostenere Mussolini e questo è dimostrato dall’azione dei gerarchi, che poi divennero i “traditori” del 25 luglio ed alcuni fucilati a Verona l’11 gennaio 1944, da un Tribunale Speciale della Repubblica Sociale Italiana. I piani tedeschi per assorbire l’uscita dell’Italia della guerra erano pronti da tempo. Hitler e l’OKW avevano già preordinato questa uscita creando due comandi, quello di Rimmel nella Italia settentrionale e quello di Kesserling nell’Italia meridionale, considerando persa in partenza l’Itala Centro meridionale tanto che fin dall’agosto avevano ridotto i rifornimenti ed i complementi alla 10a Armata del generale Vietinghoff. La difesa avanzata del fronte meridionale della Germania era sugli Appennini, mentre quella vera e propria doveva svolgersi sulle Alpi, da sempre il baluardo meridionale del mondo germanico. Lo stesso comportamento di Rommel nei giorni postarmistiziali, e di tantissimi altri tedeschi in Italia, era orientato a questo. Tutto era preordinato, ma come al solito i piani non corrisposero alla realtà
La Germania fu sorpresa dalle modalità dell’uscita dell’Italia, anche lei si fece trovare impreparata nei dettagli e nel contingente ad affrontare la situazione. In questa incertezza, ebbe gioco in modo oltre il preventivato l’azione del maresciallo Kesserling, che si trovo ad agire d’iniziativa senza il controllo dell’OKW e di Hitler. La prima mossa fu quella di bloccare la via di Fiumicino e il progetto Reale di raggiungere la Sardegna. Poi vi è tutta la vicenda della fuga a Pescar-Brindisi, da parte del vertice governativo-militare italiano, aspetto questo estremamente controverso in cui non si vuole entrare, che diede a Kesserling il grande vantaggio di agire senza l’opposizione delle forze armate italiane. Che le forze italiane non si opposero ai tedeschi non avendo ordini dall’alto è un dato oggettivo e questo lo si ebbe per 48 ore. Badoglio, giunti a Brindisi emana alle ore 11 del 11 settembre 1943 da Radio Bari. Vi furono episodi isolati, grandi moralmente, eccezionali per la prospettiva futura e per la dignità di noi italiani, ma Kesserling ebbe modo di non solo conseguire il risultato che si era promesso, ovvero quello di recuperare e salvare il maggior numero dei soldati tedeschi stanziati nella Italia centro meridionale. Ma riuscì anche ad ottenere di più, ovvero quello di contrastare e contrattaccare le forze alleante che stavano sbarcando in continente.
Kesserling occorre ricordarlo, riuscì a ritardare l’avanzata dell’8a Armata britannica, fino quando necessario per portare in salvo la 15ma Divisione Granatieri Corazzati e la 16ma Divisione Corazzata che l’8 settembre 1943 si trovavano in Calabria; ad impadronirsi quasi senza colpo ferire di Roma, ed ad assicurare il possesso per 8 mesi: a contenere la testa di ponte di Salerno per il tempo necessario a costituire una posizione difensiva continua dall’Adriatico al Tirreno, la linea Reinhardt, che nel settore occidentale s’impegnava sulla stretta di Mignano. Proprio in uno dei convegni organizzati dalla Associazione combattenti della Guerra di Liberazione, da parte del gen. Boscardi si sostenne la tesi, ben documentata, che se non ci fossero stati i combattimenti di Porta San Paolo le divisioni tedesche impegnate dagli Italiani a Roma sicuramente sarebbero giunte in tempo a Salerno e influire positivamente sull’andamento dello sbarco dal punto di vista tedesco.
Ancora maggiore sarebbero stati i risultati positivi qualora Hitler e l’OKW non avessero rifiutato al maresciallo Kesserling le due divisioni richieste fin dal mese di agosto. Queste divisioni avrebbero potuto giungere in forze in molto meno di sei giorni. Ma all’indomani dell’annuncio dell’armistizio con l’Italia già l’8a Armata stava avvicinandosi a Potenza e la 7a divisione corazzata (britannica) e la 3a divisione (statunitense) la testa di sbarco. La battaglia per la testa di ponte sarebbe durata più a lungo ma nella sostanza, a Salerno, il risultato non sarebbe, con l’intervento di queste due divisioni da terra, probabilmente cambiato. La differenza si sarebbe fatta sentire poco più tardi. Kesserling avrebbe potuto resistere a sud di Napoli ed essere in grado di tenere quell’importante porto e gli aeroporti di Foggia finché l’inverno non fosse intervenuto in suo soccorso. Sempre nel campo delle probabilità, quello che sarebbe stato e non fu, con la resistenza di Kesserling a sud di Napoli, i capi di stato maggiore britannici avrebbero perduto la causa e gli statunitensi avrebbero preso il definitivo sopravvento nelle decisioni. La decisione di Kesserling di ritirarsi sul Volturno attirò gli alleati come una calamita e creò quella situazione che il gen. Marschall aveva sempre temuto. Sarebbero stati i tedeschi a tenere impegnate il maggior numero di divisioni alleate e non viceversa.
Questo, sommato agli errori tattici dei Comandi Alleati, quali la scelta sbagliata delle località di sbarco, la punta della Calabria e la zona di Salerno, troppo a sud per aggirare le possibili difese tedesche, (uno sbarco a nord di Roma, ancorché fuori dalla copertura aerea, in presenza di una scarsa presenza aerea tedesca, era un rischio calcolato che poteva essere corso), e dalla mancata realizzazione della sorpresa, che condussero una campagna lenta frammentaria ed indecisa, permise a Kesserling di tenere il più possibile a sud di Roma, e non di Napoli, il fronte tedesco. Sempre un successo.
Le difese dell’Appennino tosco-romagnolo, che dovevano essere investite e tenute per un breve periodo nel settembre- ottobre 1943, furono raggiunge dagli Alleati solo a settembre-ottobre 1944, 12 mesi dopo del preventivato e , con il sopraggiungere dell’inverno, non furono superate.
Nel quadro generale della campagna d’Italia, quindi, queste difese rappresentano il migliore rapporto tra costo ed efficacia. Se da una parte esse assorbirono 10 divisioni che potevano essere utilizzate sul fronte occidentale e affittire le difese del vallo atlantico, dall’altra furono il minor presso da pagare per tenere gli alleati lontani dalla Germania, in attesa che la decisone sull’esito della guerra si palesasse sul fronte orientale.

Le difese sull’Appennino tosco-emiliano tennero e sarebbero state più produttive se Hitler non avesse insisto nella sua fissazione della difesa ad oltranza e della manovra di arresto.
Quando Kesserling cedette il comando a Vietinghoff il 9 marzo 1945 era chiaro che gli alleati stavano per sferrare una offensiva su larga scala.Vietinghoff non era Kesserling e non godeva delle simpatie presso Hitler come il maresciallo. Non ebbe la forza di convincere Hitler ad autorizzarlo a passare dalla manovra di arresto alla manovra in ritirata, da fiume a fiume e negò anche l’arretramento sul PO, proposto il 14 aprile, che segnò la fine della difesa tedesca in Italia. Quanto il 20 aprile 1945 questa autorizzazione giunse era ormai troppo tardi.
Quindi alla domanda posta dal generale Poli: perché i tedeschi si sono difesi sull’Appennino tosco-emiliano e non sul Po o sulle Alpi, si può rispondere in un modo che quanto detto ne traccia già le linee guida: I tedeschi si sono difesi in Italia già dall’8 settembre il più a sud possibile, consci che la Germania doveva avere il tempo per vincere la guerra in Russia,. Perché era lì che la guerra si decideva.
Ogni linea in Italia era una linea di difesa di arresto temporaneo e in qualche caso con la possibilità di reazioni dinamiche, tutte brillantemente sfruttate. Se Kesserling fosse rimasto in Italia ed agito per manovrare in ritirata sicuramente le forze tedesche avrebbero passato il Po in modo più o meno ordinato e si sarebbero attestate sulle Alpi, ove le avrebbero raggiunti la notizia della resa, su posizioni organizzate a difesa.
La campagna dei tedeschi in Italia, quindi conclusasi con la capitolazione, fu sotto il profilo tecnico-militare un vero saggio di bravura difensiva. Non si può dire altrettanto della campagna d’Itala dei Comandi Alleati, che come già accennato la condussero tra errori e incapacità.
La campagna d’Italia fu la cartina di tornasole del dissidio tra Statunitensi e Britannici. I primi volevano, ed ottennero, di adottare una strategia diretta, ovvero concentrare tutte le forze sul fronte francese, da aprire al più presto, e puntare il più velocemente su Berlino e porre fine alla guerra; i secondi cultori della strategia indiretta volevano attaccare si dalla Francia ma anche dall’Italia, per puntare su Vienna e raggiungere il cuore d’Europa nel più breve tempo possibile. Il risultato di una campagna condotta male e con risultati scarsi e deludenti.
A chi giovò maggiormente, ai tedeschi o agli Alleati?. Per la Germania la campagna era stata una necessità assoluta. L’abbandono dell’Italia avrebbe consentito piena libertà di movimento agli Alleati sia in direzione della Francia che in quella dell’Austria e dei Balcani ed avrebbe offerto loro la disponibilità di basi aeree ravvicinate per bombardare la Germania meridionale e l’Austria e minacciare le vie di rifornimento e gli arroccamenti fra la fronte occidentale e quella orientale.
Per gli Alleati la campagna d’Italia fu una libera scelta per perseguire fini strategici rimasti, però, sulla carta. La tattica usata dagli alleati fu del tutto inadeguata, nonostante che non mancassero loro forze e mezzi aerei, navali ed anfibi per dare vita a manovre ampie e profonde che eludessero o riducessero gli sforzi frontali. Sul piano tecnico-militare, perciò, mentre i tedeschi raggiunsero nel corso dell’intera campagna il massimo risultato conseguibili in quella situazione, gli Alleati non ottennero quanto virtualmente avrebbero potuto e offrirono,tutto sommato, un saggio scadente , non già del valore dei loro soldati, ma della loro abilità manovriera. Ma portavano la Libertà e la Democrazia, ed ovunque furono accolti come liberatori. Commisero errori strategici e tattici addirittura grossolani, e conclusero vittoriosamente la campagna solo per la loro schiacciante superiorità materiale. Ma avevano dalla loro il nuovo, il futuro, il fatto che combattevano contro il regime del genocidio, e questo diede loro tutto l’appoggio della popolazione in cui operavano, quella italiana.
Questi gli aspetti della Campagna d’Italia da parte di Eserciti estranei a noi italiani, Campagna d’Italia che occorre sempre differenziare dalla guerra di Liberazione, che intendiamo come secondo risorgimento d’Italia nell'approccio che abbiamo adottato[1].


Dato infine che questo è un convegno dedicato ai soldati italiani sulla linea gotica occorre a questa relazione fare una postilla, che va oltre la domanda posta dal gen. POLI. Un convegno dedicato ai militari Italiani sulla linea gotica non può dimenticare quei soldati italiani che come prigionieri cooperatori erano inquadrati nelle Unità da combattimento britanniche e statunitensi, nella ISU e nelle BTU. L’esempio della testa di ponte di Anzio è troppo noto. Se si parla di gruppi di Combattimento, di salmerie da combattimento, di tutto e di più, occorre rammentare anche questi soldati che, occorre ricordare erano sotto giurisdizione alleata e non italiana, ma che al momento della fine della guerra, nella smobilitazione alleata, senza soluzione di continuità ritornarono sotto giurisdizione Italia e furono coloro che, ricevendo tutto il materiale che gli alleati ci lasciarono diedero vita alle Forze Armate del dopoguerra. La loro azione meriterebbe una maggiore attenzione almeno da parte nostra.



[1] Coltrinari M., La Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti 1943-1945, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2010

mercoledì 6 gennaio 2010

Gruppi di Combattimento
Poggibonsi non dimentica la Guerra di Liberazione

Venerdì 8 gennaio ricorre il 65° anniversario della partenza dei gruppi di combattimento Centootto i poggibonsesi che aderirono al nuovo esercito italiano, tutti quanti decorati con le croci al merito Ricorre venerdì 8 gennaio il 65° anniversario della partenza dei volontari di Poggibonsi per i gruppi di combattimento del nuovo esercito di Liberazione nazionale. Furono 108 i poggibonsesi che proprio l’8 gennaio 1945 partirono e che ricevettero, a liberazione finita, le Croci al Merito. Alla fine si ebbero 4 feriti e due morti, un volontario decorato con la medaglia di bronzo al Valor Militare e tre con la croce di guerra al Valor Militare.Il gruppo dei poggibonsesi comprendeva alcuni antifascisti perseguitati durante il Ventennio, i partigiani che già avevano combattuto alla macchia, e anche alcuni giovani minorenni che cercavano di alterare la data di nascita per essere arruolati. Dopo essere stati selezionati al centro di raccolta di Cesano di Roma vennero destinati ad integrare i gruppi di combattimento “Cremona”, “Friuli”, “Legnano”, “Mantova” e “Piceno”, dove svolsero la loro missione fino alla fine della guerra.In tutta l’operazione fu importante il ruolo svolto dall’Amministrazione Comunale di allora, sia sotto il profilo organizzativo sia per quanto riguarda il sostegno morale attraverso il massimo appoggio dato non solo all’iniziativa ma anche a tutte le famiglie dei ragazzi che partivano.Da ricordare come, nel 1983, i soldati del gruppo di combattimento “Cremona” siano stati insigniti della cittadinanza onoraria di Alfonsine (Ravenna), decorata con la medaglia d’argento della Resistenza, per aver liberato la città.
Una ricerca in corso
Il caso della Torpedinieria Rosolino Pilo
(chiunque avesse uleriori notizie o documenti in merito può contattare la Redazione della Rivista "Il Secondo Risorgimento d'Italia, e mail risorgimento23libero.it)
Egregio Dott. Coltrinari ,

faccio seguito alla mia telefonata del 7 ottobre scorso e la ringrazio peraver prestato attenzione alle mie richieste di chiarimento circa alcune vicende accadute il 25 settembre 1943 sulla torpediniera Rosolino Pilo.
Ho letto con molto interesse e passione la sua relazione “Albania: il caso della Perugia e della Brennero”, inserito in Annali del Dipartimento di Storia 2/06 – Università Tor Vergata di Roma.
Devo rilevare con piacere che nel paragrafo 2.5, “La reazione tedesca e l’imbarco per l’Italia”, sono narrate con una certa dovizia di particolari le vicende accadute ad alcuni reparti della Brennero nei giorni 25 e 26 settembre 1943, nonché alcuni episodi avvenuti a bordo della nave Rosolino Pilo.
Le comunico che il sottoscritto, unitamente all’amico Leoni, si è da diversi anni prodigato per raccogliere documenti e testimonianze circa la nota impresa, che oppose eroicamente il 25 settembre 1943 l’equipaggio del R. Pilo al picchetto di scorta tedesco che presidiava la nave. Questo gesto è ricordato anche da lei nel paragrafo 2.5 unitamente ad una breve sintesi della lotta tra i nostri marinai e i soldati tedeschi anch’essi imbarcati.
La informo inoltre che mio padre Francesco e lo zio di Leoni furono entrambi arruolati nella regia marina e imbarcati sulla torpediniera Pilo. Lo stesso signor Leoni ha avuto modo di partecipare a numerosi raduni (4: Casalmaggiore, Bari, Cremona, Chiavari) dei reduci della regia torpediniera e raccogliere direttamente ricordi e testimonianze di quei tragici giorni del 1943.
Il desiderio di far conoscere e di tramandare l’impresa dall’equipaggio del Rosolino Pilo contro la scorta armata tedesca, hanno sicuramente animato, unitamente alle volontà di alcuni reduci, gli sforzi miei e del signor Leoni a questa ricerca che dura oramai da circa otto anni. Tra l’altro, il sottoscritto e il capitano Leoni siamo entrambi ufficiali di complemento in congedo e facciamo parte rispettivamente delle sezioni U.N.U.C.I di Agrigento e di Cremona.
Desidero raccontarle di seguito e in sintesi quanto emerge dalla documentazione e soprattutto dalle testimonianze in mio possesso circa i giorni 25 e 26 settembre 1943, in modo da contribuire a chiarire quanto da lei scritto nel paragrafo 2.5 sul Cap. Pagan della III batteria del 558° gruppo semovente della divisione Brennero.
Per brevità ometto la cronistoria dell’odissea della torpediniera, che ha inizio subito dopo le 18.30 dell’otto settembre 1943, ora alla quale il vice comandante del Pilo apprende “segretamente” dal capo R.T. di bordo della notizia dell’Armistizio, già diramata a più riprese da Radio Londra. Le peripezie dell’equipaggio di quei giorni sono oramai note quasi con cadenza oraria fino al 10 settembre 1943, giorno del furibondo conflitto a fuoco che l’equipaggio del Pilo, unitamente a quello della torpediniera Missori e del P.fo Marco, mosse nel porto di Durazzo contro le postazioni armate tedesche.
Riguardo a questi eventi, le testimonianze dei reduci, le memorie di Faggioni (MAVM) e il diario autografo dall’allora S. Ten. di Vascello Giovanni Buizza (MBVM), vice comandante della torpediniera, confermano e completano sostanzialmente la ricostruzione fatta dall’Ufficio Storico della M.M. in alcune sue note pubblicazioni su quanto avvenuto in quei giorni nella base di Durazzo. L’evolversi di questi episodi, con particolare riferimento alla Div. Brennero, sono da lei minuziosamente ampliati nel paragrafo 2.1 della relazione sopra citata con nuovi altri contributi di ricerca storica, anche riguardo al mancato intervento nel porto di Durazzo della nostra artiglieria in supporto al già ricordato conflitto a fuoco della mattina del 10 settembre.
Per brevità trascuro vari episodi accaduti nei giorni successivi al 10 settembre 1943, tra i quali il saccheggio del Pilo da parte delle truppe tedesche e l’insensato tentativo di fuga in barca a remi organizzato da alcuni marinai della torpediniera. Riguardo a quest’ultimo episodio, secondo la testimonianza di uno dei reduci che partecipò alla fuga, è sostenuta l’ipotesi che i fuggiaschi furono salvati dalla rappresaglia tedesca da una formazione di “ribelli” albanesi e da alcuni militari italiani, che avevano già con loro fraternizzato.
L’imbarco della Brennero inizia, secondo la testimonianza del reduce Nicola Trovatello, nella tarda mattinata (alle 15.00 secondo il comandante del R. Pilo) del 25 settembre e prosegue per tutto il pomeriggio dello stesso giorno.
I piroscafi utilizzati furono, secondo Faggioni, l’Italia e l’Argentina, nonché l’incrociatore ausiliario Arborea che doveva ricoprire anche il ruolo di unità di scorta. Il convoglio, costituito da cinque navi, parte in direzione di Trieste intorno alle 19.00 del 25 con l’Arborea in testa e con ai lati la torpediniera Missori (verso la costa) e la torpediniera Pilo (verso il mare aperto). Secondo il nocchiere del Pilo Michele Russo il convoglio era invece formato da sette navi, tra le quali sicuramente cinque piroscafi, oltre alle due torpediniere. Quanto sostiene l’anziano reduce sul numero dei piroscafi non si può escludere e potrebbe corrispondere a verità. Infatti, nel porto di Durazzo si trovavano anche il Brumer e il Marco, che potevano essere entrambi utilizzati dai tedeschi. Quest’ultima ipotesi confermerebbe quanto lei scrive nella sua relazione, anche se l’Ufficio Storico della Marina nella sua ricostruzione sostiene che il convoglio era formato da otto navi.
L’animata discussione (lei scrive di richiesta di delucidazioni) tra i due ufficiali della Brennero e il generale della stessa divisione è raccontata molto dettagliatamente nelle memorie del comandante Faggioni. Questo episodio è parte integrante del paragrafo relativo ai preparativi della partenza del Pilo per Trieste, inserito nella relazione scritta nel 1973 dallo stesso comandante della torpediniera. Pare sia stato lo stesso Faggioni a sedare quella lite e ad accogliere sulla sua nave alcuni di questi militari dell’esercito, che stavano per essere dimenticati dal loro generale “in terra straniera”. Questi soldati, provenienti da due battere lontane da Durazzo, erano giunti a piedi al porto, dopo aver percorso numerosi chilometri. La lite o la richiesta di delucidazioni tra il generale e i due ufficiali, purtroppo, non è ricordata da nessuno dei testimoni oculari da me contattati, ma è sicuramente accaduta.
Gli ufficiali comandanti queste due batterie si divisero e s’imbarcarono con i loro uomini sulle torpediniere Pilo e Missori, che erano navi gemelle ed affiancate all’ancoraggio al molo. Riguardo a questi eventi, posso azzardare l’ipotesi che il capitano Pagan fu imbarcato sul Missori. Il tenente Fera della divisione Brennero, che lei indica nello stesso paragrafo 2.5, fu invece verosimilmente sistemato a bordo del Pilo.
Furono di certo imbarcati sul Pilo tra i 20 e i 35 uomini (su questo numero le testimonianze sono discordanti) di una delle due batterie unitamente al sottotenente che li comandava. Verosimilmente, questo sottotenente dell’esercito, trattasi del tenente Fera da lei citato sempre nel paragrafo 2.5. Il tenente Fera (o qualche suo parente), secondo i ricordi del signor Leoni, partecipò presumibilmente al raduno dei reduci della torpediniera Rosolino Pilo, celebrato a Bari il 29 settembre del 1985.
Apprendo con sorpresa dai fatti da lei narrati relativi alla torpediniera Pilo dei suggerimenti dati dal capitano Pagan al comandante Faggioni riguardo al colpo di mano contro le sentinelle tedesche, che potevano essere facilmente sopraffatte in quanto in numero molto esiguo.
Il sopra citato capitano della Brennero, secondo quanto mi è dato conoscere, non risulta essere stato presente a bordo del Pilo. Questo emerge anche dai racconti dei testimoni oculari, dalle memorie di Faggioni (che avrebbe riconosciuto sicuramente un capitano) e dai contatti telefonici avuti di recente con gli ultimi reduci oggi viventi, che escludono sicuramente per quel giorno la presenza di un capitano dell’esercito a bordo della torpediniera. Non posso però tralasciare di riferirle che, secondo la testimonianza dell’allora sotto capo silurista Antonio Mallozzi (CGVM), alcuni militari dell’esercito imbarcati sul Pilo indossavano un abbigliamento accomodaticcio e tale da non poterne in alcuni casi essere individuati chiaramente i gradi.
Le confermo però con certezza che un militare dell’esercito (ufficiale secondo alcuni, sergente per il comandante Faggioni) collaborò con i marinai della torpediniera ad annientare le due sentinelle tedesche che presidiavano la zona di poppa della nave. Purtroppo, il militare della Brennero, nell’oscurità e nella grande confusione che si era creata durante la lotta, fu scambiato per uno dei nemici e involontariamente colpito da alcuni pugni.
L’azione, contro la scorta armata tedesca, scocca poco prima della mezzanotte del 25 al segnale convenuto di sirena antisommergibile. La scelta dell’ora e del tipo di segnale avevano uno scopo ben preciso: disorientare le sentinelle con l’avvistamento di un inesistente sommergibile inglese e disporre, al momento del cambio della pseudo guardia degli italiani, di un più consistente numero di marinai all’intorno dei militari tedeschi, almeno tre italiani per ogni tedesco.
Per brevità tralascio, anche in questo caso, le numerose testimonianze di alcuni di coloro che parteciparono alla lotta contro il picchetto di vigilanza tedesco, che aggiungono molti particolari inediti al racconto redatto dall’ammiraglio G. Tullio Faggioni e alla relazione storica della Marina. Purtroppo, i principali autori del piano d’azione sono tutti deceduti da moltissimi anni ad eccezione forse dell’ex pugile romano Carlo Bossi (MBVM classe 1922), allora sottocapo telemetrista sul Pilo, che malgrado le ricerche avviate su molti fronti non riesco né a rintracciare né a sapere che fine abbia fatto.
Il gruppo organizzatore del colpo di mano studiò tutto nei minimi dettagli, escogitando un curioso espediente che distrasse dalle loro consegne i soldati tedeschi a poppa e a prua. Più difficile fu il compito di chi fu destinato ai tedeschi posizionati in controplancia, dove vi era il comandante del picchetto germanico. Il sottufficiale tedesco fu affrontato con prontezza dal calabrese Filippo Malaspina (MBVM), che nel corpo a corpo gli sottrasse la pistola e gli sparò. Particolarmente drammatici sono i racconti sui tre tedeschi che opposero una minima resistenza e che volarono di peso in mare. Altrettanto commoventi sono i racconti sui quattro giovanissimi tedeschi fatti prigionieri e poi pietosamente medicati. Le tracce dei quattro tedeschi catturati si perdono, purtroppo, già a Brindisi subito dopo il loro sbarco. L’ultimo a vederli fu il sottocapo meccanico Valeriano Busardò di Como che diede una sigaretta ad uno di loro, mentre guardava i prigionieri discendere dal Pilo su un motoscafo per essere consegnati ad un Tenente di Vascello italiano.
Il Rosolino Pilo, ormai libero, abbandona il convoglio e fa rotta verso il sud dell’Albania in direzione di Capo Linguetta per eludere le eventuali ricerche dei tedeschi e attraverso il Canale d’Otranto giunge in vista del porto di Brindisi “in piena luce solare … “ il 26 settembre 1943.
Le ricompense al valore militare a riconoscimento dell’impresa contro il picchetto tedesco sono: medaglia d’argento per il comandante del Rosolino Pilo, Giuseppe Tullio Faggioni, medaglia di bronzo per l’ufficiale in 2a, Giovanni Buizza, il guardiamarina Mario Puglielli, il Capo Ernesto Savassi, il S.Capo Carlo Bossi e il marinaio Filippo Malaspina, seguono sedici croci di guerra al valore per altrettanti membri dell’equipaggio.
Riguardo ai fatti accaduti sull’incrociatore ausiliario Arborea (Cap. di fregata Filippo De Palma) e di cui lei fa cenno nello stesso paragrafo 2.5, posso riferire molto poco.
Riguardo invece alla scorta del convoglio, che doveva essere assicurata anche da alcuni aerei e motosiluranti, pare che le cose siano andate diversamente. La formazione navale, secondo la testimonianza del Signor Mallozzi, fu seguita nelle prime ore di navigazione da un bimotore tedesco che poi si allontanò, ma le motosiluranti non si videro per nulla.
L’esempio del Pilo non fu seguito da nessuna delle navi del convoglio, anche se vi erano concrete possibilità di riportare l’intera formazione navale nell’Italia liberata.
Le posso inoltre confermare che già a bordo del Pilo non fu facile trovare un accordo. Molti membri dell’equipaggio erano contrari ad un’azione di forza contro la scorta tedesca e non fu cosa semplice pervenire ad un compromesso con coloro che consideravano prioritario raggiungere il nord dell’Italia. Lo stesso Faggioni in un primo tempo aveva dubitato sulle concrete possibilità di riuscita dell’azione e diede il suo consenso solo dopo aver appreso che avevano dato la disponibilità un congruo numero dei suoi uomini.
Auspico di conoscere notizie più precise sul Cap. Pagan della divisione Brennero, e mi auguro di poter condividere e confrontare eventuali testimonianze o documenti in suo possesso per meglio fare una memoria il più possibile obiettiva dei fatti accaduti sulla nave Pilo il 25 e il 26 settembre 1943.
Resto in fiduciosa attesa di una Sua gradita risposta e di notizie complementari al nostro comune e condiviso desiderio di lasciare ai posteri documenti quanto più possibile attendibili, circostanziati e veritieri.
Col desiderio, spero reciproco, di poter ancora collaborare insieme, molto cordialmente la saluto.

Vittorio Pavone tel. 0922 595946 - e-mail: c.leonardi@alice.it

Comunico anche la e-mail del Signor Leoni: cesare.leoni@e-cremona.it
Alpini e Gebirgsiager a Monte Marrone
– sessantaquattro anni dopo –
Sergio Pivetta

Non era la prima volta che ritornavo a Monte Marrone, ma è stata sicuramente una delle più belle. Anche perché, più anni passano, più si avvicina il giorno nel quale salirò a quota 1770 per l’ultima volta. Perché a quota 1770 c’è la croce voluta e piantata, trent’anni dopo, nel 1975, dagli Alpini del btg. Piemonte, sulle trincee dove ci eravamo battuti, con onore, nel 1944, contro i Gebirgsiager austriaci, bavaresi e altoatesini della Divisione alpina “Edelweiss”.
E perché questa volta, a 64 anni da quei tragici eventi, c’è stata una stretta di mano, lassù, sotto la croce, tra un vecchio reduce del btg. Piemonte ed un giovane Ufficiale della Edelweiss.
Ieri avversari, oggi in pace, sulle stesse cime rocciose dove ci battemmo duramente, abbiamo onorato e ricordato insieme quei ragazzi che su quelle trincee, nel 1944, hanno lasciata la vita.
Si ricordano spesso, di quei giorni, i due combattimenti di Montelungo nei quali, su mille attaccanti, allievi ufficiali dei Bersaglieri e fanti del 67°, perdemmo – tra morti, feriti e dispersi – quasi metà degli effettivi.
Si parla meno invece di Monte Marrone, dove le perdite furono limitatissime. Dimenticando che mentre a Montelungo i nostri ragazzi vennero mandati all’assalto, dopo una giornata trascorsa sotto la pioggia, completamente allo scoperto; a Monte Marrone, allo scoperto erano gli attaccanti avversari. E mentre a Montelungo, levatasi d’improvviso la nebbia che nascondeva le postazioni nemiche, fanti e bersaglieri furono colti di sorpresa dal fuoco delle loro mitragliatrici, tanto che 18 giovani di una delle nostre squadre d’assalto vennero falciati in fila indiana ancora con il fucile a spall- arm, a Monte Marrone accadde l’opposto. Sbucarono dal bosco in tuta mimetica bianca, la notte di Pasqua, il 10 aprile 1944, alle 3.15 del mattino (lo ricordo come fosse ieri perché ero di sentinella, molto più a sinistra, sulla trincea più avanzata della 2° compagnia) a 15 metri dal camminamento della 1° compagnia. Ma i nostri alpini, allertati dai campanelli posti sui reticolati e dallo scoppio di alcune mine si gettarono – aiutati da un furibondo contrassalto a bombe a mano e raffiche di mitra da parte degli esploratori della 3° compagnia, subito accorsi – contro di loro, costringendoli a ripiegare precipitosamente, lasciando sul terreno le armi pesanti (mitragliatrici e tromboncini). E dappertutto, le scie di sangue dei feriti che avevano portato con loro.
Più alcuni “camerati” i quali, nascostisi nella boscaglia durante lo scontro, vennero fuori, all’alba, con le mani in alto.
Mentre i loro reparti – oltre alle perdite subite dal primo gruppo di attaccanti, in parte saltati sulle mine, in parte falciati dai nostri mitra – ne perdettero un numero imprecisato, ma sicuramente molto elevato del secondo e terzo scaglione d’assalto che – fermati da un furibondo, infernale fuoco d’arresto – non riuscirono nemmeno a farsi sotto.
Dov’eravamo noi della 2° non tentarono nemmeno di avvicinarsi, perché attaccare, completamente allo scoperto, su un ripido pendio, non meno di 300 metri e per giunta abbondantemente innevato (in alcuni punti la neve superava i due metri) sarebbe stata pura follia. Ma anche alla seconda la situazione non era allegra, costretti come fummo a scavalcare le postazioni per proteggerci, in contropendenza, dai proiettili della nostra artiglieria che, in parte, anziché screstare, si abbattevano su di noi. E ci andò bene perché ne fecero le spese solo le nostre tende, ridotte a brandelli.
Chi sicuramente se la passò male furono invece il secondo e terzo scaglione dei nostri avversari, sui quali le artiglierie italiane e polacche rovesciarono migliaia di colpi, fino a fondere alcuni pezzi. Bisogna dire, in proposito, che mentre, nella guerra all’italiana, i rifornimenti arrivavano, quando arrivavano, a singhiozzo, gli americani facevano affluire ogni giorno un numero di munizioni prestabilito. Che venissero poi consumate o meno, non faceva conto. Cosìcchè, accanto ai nostri cannoni si erano accumulate vistose piramidi di proietti. E quella mattina lo spettacolo, da sotto, era apocalittico: Monte Marrone illuminato a giorno.
E se noi lassù non ce la spassavano molto bene, per le due grosse formazioni tedesche di rincalzo il concerto fu sicuramente terrificante. Quanti erano e quante le perdite da loro subite non è mai stato stabilito con certezza. Unico dato certo è che quando, a fine maggio, ad attaccare con successo fummo noi, le loro retrovie erano disseminate di croci.
Li inseguimmo fino in Val del Canneto, dove gli alleati – temendo che gli italiani del C.I.L. puntassero su Roma – ci fermarono, trasferendoci dal fronte della 5° Armata americana a quello dell’8° Inglese. Loro , con le divise stirate e pulite, a Roma; noi, con le divise grigio – verdi lacere e sporche, a risalire l’Italia, combattendo, sul fronte Adriatico.
Perché quello che ancor oggi non è a tutti noto è che la partecipazione del nostro Esercito alla Campagna d’Italia 1943 – 1945 si articolò in tre fasi:

- il 1° Raggruppamento Motorizzato, che operò dal dicembre 1943 al marzo 1944 con una forza iniziale di 5.000 uomini che, alla conclusione del ciclo operativo, aveva raggiunto i 10.000 effettivi;
- il Corpo Italiano di Liberazione che combattè dall’aprile all’agosto 1944 con un ordinamento corrispondente a quello di un Corpo d’Armata ed una forza di quasi 30.000 uomini;
- i sei Gruppi di Combattimento, in realtà vere e proprie Divisioni di fanteria, dei quali 4, il “Cremona”, il “Friuli”, il “Folgore” e il “Legnano”, con una forza complessiva superiore a 50.000 uomini, operarono dal gennaio al maggio 1945;
- otto Divisioni Ausiliarie, con una forza che raggiunse, nel 1945, le 200.000 unità. Tre di queste, la 210^, la 212^ e la 228^, operarono al diretto seguito delle Armate alleate combattenti.

In tale contesto, grande risalto ebbe il contributo operativo dei nostri Alpini i quali, con l’occupazione e la successiva difesa di Monte Marrone, baluardo roccioso di 1770 metri ritenuto inattaccabile dai tedeschi ed inespugnabile dagli alleati, si imposero all’attenzione ed al rispetto di tutti i belligeranti.


PIVETTA Sergio
Alpino del btg. Piemonte

lunedì 4 gennaio 2010

La Direzione di "Il Secondo Risogimento d'Italia"

Riceviamo questa e mail e, come comunicato all'interessato, la pubblichiamo su questo blog

"Al Presidente della Associazione Nazionale Combattenti Guerra di Liberazione Marco Lodi
leggendo sull’ultimo numero del “ SECONDO RISORGIMENTO D’ITALIA “ la Sua lunga relazione 2008 ed i programmi per il 2009, speravo di trovare qualche accenno al Gr.Comb.to “CREMONA” con il quale io sono entrato in linea sul Senio il 14 Gennaio 1945 – quale comandante di uno dei plotoni anticarro da 6 libbre del 22° Regg.Ftr. – ed ho partecipato il 10 Aprile all’offensiva finale con la Colonna Zanussi, che ha liberato per primo il paese di Alfonsine, che nel dopoguerra mi ha onorato della sua cittadinanza onoraria.
Negli ultimi giorni delle operazioni anzi il mio plotone è stato assegnato in appoggio alla 28° Brigata Partigiana comandata da Arrigo Boldrini (Bulow) nella avanzata da Alfonsine fino a Chioggia. Questi avvenimenti sono più dettagliatamente descritti nel fascicoletto di mie memorie, che invio a parte, incoraggiato a ciò dal Vostro invito a raccogliere le testimonianze dei protagonisti.
Nella sua relazione è citato il decorato di M.B.V.M. Prof. Lorenzo Lodi (forse Suo Padre?) del Gr.Comb.to “ FRIULI”: questa Divisione era già in Corsica, al tempo dell’armistizio, con la “CREMONA”, e successivamente, sempre a fianco della stessa, insieme sulla Linea Gotica.
Invio copia della presente per conoscenza al Presidente della nostra Sezione di Milano, Gen.C.A. Luigi Morena, che a sua volta era con il G.C. “LEGNANO” nel Btg.Alpini “ Piemonte” , e che nei giorni della liberazione di Bologna ha meritato una Medaglia d’argento V.M., e che Lei forse avrà già avuto occasione di conoscere. Purtroppo a Milano siamo rimasti ormai in pochi superstiti di quei tempi così lontani (lui è del 1917 ed io, che talvolta faccio il portabandiera della Sezione, del 1918).
Avrei piacere di conoscere il Vs. programma di iniziative per il 2010, disposto a partecipare ad esse in quanto ciò fosse possibile.
Ringraziando in anticipo, invio i più cordiali saluti
Erminio Gardelli, Ten:Col. T.O.
20010 POGLIANO MIL.SE (MI)
Via Bellini 4, tel. 02,93549783
L'annuncio di un convegno del 2004
Misconosciuto per decenni, il tema ella Prigionia di Guerra è venuto alla ribalta in queste settimane a seguito delle vicende del conflitto irakeno. Fra gli specialitsti il tema della Prigionia di guerra era all’attenzione in quanto il conflitto nei Balcani (1992-1995) aveva riproposto temi e comportamenti che sembravano ormati assegnati al passato, con l’apertura di campiti di concentramento per bosniaci con trattamenti che ricordano da vicino quelli della seconda guerra mondiale. La vicenda dell’abbattimento delle torri gemelle, l’11 settembre 2001, ha indotto un grande Paese come di Stati Uniti a travalicare le convenzioni in essere sulla Prigionia in genere pur di assicurare la propria sicurezza. Quanto sta accadendo a Guantano Bay né è una dimostrazione. A margine del conflitto in Afganistan contro i talebani e ora in Irak si sono riproposti comportamenti sul trattamento dei Prigionieri che offendono la nostra civiltà ela nostra coscienza civile.
L’Istituto di Storia e Scienze Militari Europee, in essere per volontà della Associazione Nazionale Reduci, ha promosso una Tavola Rotonda per martedì 8 giugno 2004 ore 17 all’Auditorium Cavour Piazza Adriana 3 a Roma sul tema “I Prigionieri di Guerra e le Convenzioni Internazionali”. Interverranno il Prof. Antonello Bigini, ordinario di Storia dell’Europa Orientale e la Prof.ssa Maria Rita Saulle, ordinario di Diritto Internazione, entrambi della “Sapienza” di Roma che tratteggeranno gli aspetti storico- ordinativi e giuridici della Prigionia e del suo impatto nei conflitti e nella conduzione e conseguenze dei conflitti stessi. Interverrà inoltre il sen. Gen.Umnerto capotto, Vice Presidente della Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, già Prigioniero di guerra ad El Alamein e diretto testimoni di questo aspetto della guerra.
Per sottolineare come il fenomeno della prigionia si all’attenzione presso gli specialiti dei conflitti sarà presentato l’11° volume del Quaderni della ANRP dal titolo “I prigionieri di Guerra nella Storia d’Italia”, che rappresenta lo strumento di veicolazione di ricerche e studi e pubblicazioni iniziate nel 1995. Ricerche che hanno interessato, oltre la prigionia in genere nelle sue strutture ed articolazioni, anche nelle sue forme, come l’Internamento e la Deportazione, e hanno spaziato nelle vicende della Prigionia Militare Italiana, sia dei conflitti postunitari e della Prima guerra Mondiale, come pure della Seconda guerra Mondiale, come la prigionia in mano agli Stati Uniti, ai Francesi e nei territori Francesi, alla Gran Bretagna, alla Unione Sovietica e negli altri paesi coinvolti nel conflitto, in un quadro generale di ricerca che considera la Prigiona del 1943-1945, come uno dei fronti della Guerra di Liberazione Nazionale, accanto all’azione del Regno del Sdu, al movimento partigiano al nord, all’internanento in Germania, alla resistenza dei militari italiani all’estero e, appunto, alla prigionia.
Saranno presenti di autori, Dott Massimo Coltrinari, Prof. Anna maria Isastia e Porf. Enzo Orlanducci che da oltre dieci hanno approfondito, in numerevoli convegni e seminari di studi, il tema della prigionia militare nell’assunto che lo studio di questo aspetto dei conflitti, nei suoi risvolti giuridici, economici, sanitari, politici, umanitari, possa abbassare il livello di violenza in generale, di violenza bellica in particolare nei conflitti stessi, elevando il tasso di sicurezza per le persone non direttamente coinvolte e, in ultima analisi, come strumento indiretto per il mantenimento ed il rafforzamento della pace.

giovedì 31 dicembre 2009

Storia e geografia della libertà europea:
dai regimi dei LAGER –GULAG, all’Unione dei Quindici Paesi (1939-2000)

Nella storia europea il secolo ventesimo, ce lo ricorda il Presidente Ciampi, si divide nettamente in due Capitoli.
Il primo, 1900-1945, contrassegnato da guerre d’aggressione, imprese coloniali, da due conflitti mondiali. Il secondo, 1950-2000, dalla pace più lunga della storia e dall’integrazione tra quindici Paesi europei. Paesi vittoriosi con l’alleata America sui regimi nazista e sovietico, entrambi crollati, per sempre, a Berlino: l’uno nel 1945 con la morte di Hitler, l’altro nel 1989 con la caduta del Muro e il successivo sfacelo dell’URSS.
I due “gemelli totalitari”, li chiama uno storico francese. (Dei quali il secondo – l’URSS – contribuì grandemente a distruggere il primo). Tutti e due avevano assunto il termine tedesco “lager” come distintivo del loro liberticidio: Gulag in russo significa Direzione Statale dei Lager.
In un autorevole articolo di fondo nel “Corriere della Sera” (26 Sett. 2002) Alberto Ronchey scrive: “Nel nostro tempo rimane incancellabile il ricordo dei dodici anni del Terzo Reich e del genocidio nazista, paragonabile o no al ricordo del Gulag e del genocidio stalinista”. Secondo me quelle parole “o no” sono di troppo. La storia è anche “paragone” e paragonare fra loro due regimi liberticidi è perfettamente lecito. Soprattutto perché, sulle macerie del primo, è poi nata la libera unione europea dei 15 e sulle macerie del secondo Unione Europea e NATO si sono estese fino all’ex Unione Sovietica.
Hitler e Stalin. Vi è un famoso documento storico che comprova il loro pactum sceleris che durò due anni. E’ del 28 Settembre 1939, dopo la distruzione della Polonia da parte nazista e sovietica. Leggiamo: “Germania e URSS hanno creato una solida base per una pace durevole in Europa Orientale. I due Stati sono convinti che la cessazione dello stato di guerra tra Germania e Francia ed Inghilterra sarebbe nell’autentico interesse di tutti i popoli … Se gli sforzi di pace della Germania e dell’URSS non avranno successo, ne conseguirà che solo Francia e Gran Bretagna sono responsabili per la prosecuzione della guerra imperialista”.
Così si esprimono i due “gemelli totalitari”. Chiamano “imperialista” quella che sarà la guerra di liberazione europea dal liberticidio.
Il primo dei due regimi, quello nazista, è stato sconfitto dopo sei anni di guerra mondiale. Il secondo è caduto dopo quarant’anni di “guerra fredda”, per implosione e bancarotta; il suo esercito si è ritirato di duemila chilometri dal cuore della Germania, dove era schierato contro gli eserciti dell’Alleanza Atlantica. Due regimi scomparsi dalla storia. Vittoria epocale della libera Europa.

Abbiamo detto che dalla caduta del primo regime, colpevole dell’Olocausto e dell’asservimento di oltre dodici paesi europei, è nata, in occidente, l’Europa Unita. Con la caduta del secondo, quella libertà si è estesa all’Europa centro orientale. Oggi, queste due Europe cercano di fondersi nell’Unione. Un lontano profeta, Benedetto Croce, aveva previsto fin dal 1932 che “l’unione europea un giorno potrà liberare l’Europa dalle competizioni dei nazionalismi”. Ma Croce scriveva prima dei gulag e dei lager, prima dei regimi d’annientamento: dunque prima della “riduzione all’assurdo dei nazionalismi” dominati da quei regimi, oltre al nazionalismo fascista, legato da Mussolini col patto d’acciaio al regime hitleriano.

E’ una libertà molto imperfetta quella d’oggi in Europa perché la democrazia – che è l’organizzazione politica delle libertà, con le sue istituzioni parlamentari – non si è ancora consolidata nell’unione.

Ma almeno questa svolta quasi federale ha provocato in Europa ovest la “retrocessione in serie B” dello stato nazionale anteguerra, a sovranità assoluta, con le sue alleanze militari, segrete le continue guerre di conquista (ce le ricorda Luigi Einaudi, gia presidente della Repubblica, insigne economista, nel suo libro “L’Europa e la guerra mondiale).


Ora in Europa occidentale, il totalitarismo non esiste più: è sparito come sparì, in occidente, nel secolo XIX, demolito dalla rivoluzione francese l’assolutismo feudale di “diritto divino”. Cinquant’anni di pace in Europa occidentale dopo cinquant’anni di guerra. Che lunga strada ha percorso l’Europa, da Yalta a Maastricht: da “oggetto” di diritto, in gran parte, a “soggetto” forse avviato alla sovranità sopranazionale.

Ma sono proprio due le Europe sorte dopo i lager – gulag? In realtà oggi ve ne sono quattro: la nostra unione dei quindici; poi i tredici paesi candidati all’unione; in seguito l’Europa delle tante etnie rivali, Bosnia Kossovo, Macedonia, Albania, Montenegro, infine la nuova federazione russa.

Sarà compito delle prime due Europe di “europeizzare” la terza nella libertà e di farla “guarire dalla sua storia cruenta”. Anzi, proprio questa sfida storica servirà ad accelerare – come tutte le sfide subite in passato (assedio di Berlino ovest da parte di Stalin, asservimento dei paesi dell’Est, invasione della Cecoslovacchia, crisi di Suez, ecc.) – la difficile fusione della prima e il lento collegamento con la seconda. Beninteso, nell’interdipendenza con gli Stati Uniti, garantita dal Patto atlantico e nella cooperazione con la nuova Russia, oggi presente con le sue sentinelle di pace nel Kossovo insieme a trenta nazioni ed alleata dell’America contro il terrorismo internazionale.


In conclusione: più di una creatura politica nuova è venuta al mondo subito dopo la guerra mondiale e dopo la caduta del genocidio. In Europa occidentale furono uomini di frontiera, come il renano Adenauer, l’alsaziano Shuman, il belga Spaak, il trentino De Gasperi, provenienti da terre invase cento volte dal nemico, a creare su ispirazione di Jean Iunnet e di Alterio Spinelli un protagonista nuovo sull’“area fabbricabile” sorta sulle macerie del nazismo, delegando e relegando Sei stati europei al ruolo di soci fondatori della prima Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. Ma altrove, in Medio oriente, i congiunti dei sei milioni di vittime dell’olocausto hanno creato Israele.

Questi traumi e questi torbidi nonché le gravi congiunture economiche devono servirci a consolidare quel ruolo di equilibrio politico che spetta all’Europa insieme all’America e che spesso l’Europa esita a realizzare: tanto che è stata definita gigante economico e nano politico. La crescita, giorno dopo giorno, è affidata a ciascuno di noi: perché si creino finalmente quegli Stati Uniti d’Europa – ossia una grande democrazia federale – intravisti e sognati dai padri fondatori, profughi delle esperienze della guerra di liberazione.
Ciascuno di noi deve anche contribuire alla difesa contro ogni ricaduta liberticida.

In Europa, cadute tutte le ideologie – fascismo, nazismo – l’unica “idea – forza” realistica, nell’era della globalizzazione, è il federalismo Europeo che deve traghettare i Quindici verso una vera federazione politica.
In questo viaggio della memoria diamo uno sguardo agli anni decisivi: il crollo, uno dopo l’altro, dei due regimi dello sterminio, e gli albori dell’Europa Unita che faticosamente si unisce ogni giorno di più. Pochi episodi determinanti messi in luce per evidenziare la prima resistenza europea e poi la vittoria, sull’onda lunga della storia.

Guerra ’39 - 45
La battaglia d’Inghilterra
Un cenno di Edgardo Sogno, medaglia d’oro
Il tributo di Winston Churchill ai pochi piloti che salveranno l’Inghilterra dall’invasione nazista, contribuendo così a salvare anche la libertà dell’Europa invasa da Hitler, trova un’eco chiara e netta anche in Italia. Un eroe della nostra Resistenza, Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro al valor militare così ne scrive “La pietra e la polvere”. “… I nostri inglesi, i nostri. I “piemontesi” d’Europa…. Sono loro, soltanto loro hanno salvato tutto. Resistendo sotto le bombe, conservando il dominio del cielo … La vera svolta della guerra era lì: 1940. Nel reggere al primo urto tra la democrazia disarmata e la valanga di ferro … Perché è la guerra: contro i campi di sterminio di Hitler. Per la libertà d’Europa”.
Ecco qualcuno che aveva percepito il significato profonda del conflitto ’39-45: la guerra contro i campi di sterminio, quintessenza del regime nazista. Confesso che rileggendo le pagine di Sogno scritte trent’anni fa ho provato un momento d’autofiducia, di soddisfazione personale. Sì perché in decine d’incontri con i giovani, quale Vice Presidente dei Combattenti della nostra guerra di Liberazione, 43-45, ho sempre cercato di definirla come contributo alla guerra europea di liberazione dal genocidio. Ed ho aggiunto che un tema storicamente contiguo era il crollo del regime sovietico, crollo che ha liberato l’intera Europa dell’Est. Due Europe sottoposte nel tempo a due egemonie totalitarie: due liberazioni, e poi, unione delle due Europe liberate. Non è forse il tema centrale del secolo 20°? Che vede sorgere, decollare e morire tre ideologie e tre regimi liberticidi ed al loro posto riemergere l’idea della libera Europa, unificante 30 paesi europei nonostante le immense difficoltà che sorgono sulla sua rotta: libertà ossia disponibilità di sperimentare e perseguire, senza oppressione, ogni verità innovativa e aggregante.
Sentite ancora Edgardo Sogno: “.. La ragione vera di questa guerra è la nostra rivolta umana contro il nazismo, schiacciare il serpe, schiacciare Hitler. Riconquistare un regime di libertà solo formale? Sì formale, ma finché si vuole vivere come in Inghilterra e negli Stati Uniti è già risolvere due terzi del problema”.


Ha parlato un combattente della Resistenza europea. Diamo ora la parola a tre Premi Nobel. Essi si chiedono:
Si può comprendere l’arrendevolezza dell’Europa, negli anni trenta verso il nazismo? Forse, perché era incapace di intendere e di volere, il che è almeno un’attenuante. Incapace di intendere perché non sapeva e di volere perché, non sapendo, non reagiva. Ma per avere un’idea dell’assoluto negativo di quella tragedia ascoltiamo Francois Mauriac che intervista un altro più giovane Premio Nobel, Elie Wiesel. Il terzo, Alexander Solgenitsin, non so se abbia incontrato i primi due: ma prenderà la parola sul Gulag (o se preferite lo “stragismo”) sovietico. La storia, lo sappiamo, né perdona né condanna. Registra. Ma a noi basta; per dirci d’accordo con Mauriac sull’ “iniquità assoluta di quei regimi e che descrive il loro crollo e la nascita lenta faticosa travagliata delle tre creature nuove nel 1945: un’Europa unita, uno Stato sovrano d’Israele – prodotto dall’olocausto -, una Russia, avviata finalmente dopo più di 80 anni alla malcerta democrazia”.
Dice Mauriac a proposito del suo incontro con Wiesel: “Credo che quel giorno ho toccato per la prima volta il mistero dell’iniquità, la cui rivelazione doveva segnare la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Il sogno che l’uomo occidentale concepì nel 18° secolo, la cui alba credé di scorgere nel 1789 … era diventato più forte con il progresso dell’illuminismo e le scoperte della scienza: questo sogno svanì finalmente per me (nel 1942) davanti ai treni carichi di bambini (Wiesel era stato uno di quei bambini ebrei rapiti e deportati dalle SS, N.d.A.). E tuttavia io ero ancora a migliaia di miglia dal sapere che sarebbero diventati carburante per le camere a gas e il crematorio” (E. Diesel: “Notte”, Parigi, 1958).
Dunque, nemmeno il Premio Nobel Mauriac sapeva.
Quest’ignoranza di milioni d’europei potrebbe, da sola, dare le proporzioni del delitto contro l’umanità. Wiesel descrive Auschwitz, Solgenitsin i campi di morte che durano ancora decenni dopo la scoperta d’Auschwitz.
L’Europa non sapeva. Un solo esempio. Quando l’Inghilterra reagì contro il nazismo invasore della Polonia il 3 settembre 1939 il Re Giorgio VI rivolse un discorso alla nazione quasi identico a quelli del 1914 per la guerra contro la Germania Guglielmina: parlò di sopruso contro il diritto internazionale, di trattati infranti, di libertà in pericolo, di volontà di dominio. La parola genocidio non era stata ancora inventata. Doveva essere, solo sei anni dopo, uno studioso polacco a capire che “strage”, “massacro”, ecatombe erano inadatte a descrivere la disumanizzazione nazista.
Il Premio Nobel Mauriac aprì gli occhi anche lui in ritardo dinanzi all’iniquità epocale che aveva mutato il corso della storia.
Era lo stesso smarrimento che attanagliò i soldati americani che liberarono Buchenwald. Lo stesso Eisenhower, che corse a visitare l’immenso campo di sterminio finì col ritirarsi dietro una baracca per vomitare. Stessa reazione dei fanti inglesi dell’Armata di Montgomery. Solo allora le armate capirono chi era veramente il nemico. Capirono che i fanti tedeschi che morivano per difendere il “sacro suolo della patria” erano i serventi inconsapevoli del regime del genocidio, del razzismo della morte, che esigeva lo spazio vitale dei “sottouomini” imponendo la supremazia degli Herrenvolk germanici. “Non licet esse vos”.


Italia 1945. Mi sia permesso un ricordo molto personale Io stesso che scrivo, non sapevo tutto questo pur combattendo con un battaglione sul fronte italiano, né sapevano i miei camerati di cento etnie diverse nell’8° Armata britannica. La guerra mondiale, da noi, finì il due Maggio. In quei giorni eravamo a riposo vicino a Rovigo con la mia 8° Divisione Indiana accanto al Gruppo “Cremona”. “Andiamo a vedere un film al NAAFI Club (Navy Air Army Forces Institution). Era un posto di ristoro per le truppe. Il film era preceduto da un documentario fatto dall’ufficio informazioni dell’esercito americano in Germania sulla liberazione del Campo Dachau. Il campo rigurgitava di cataste di cadaveri nudi, scheletrici, quasi ombre dantesche. I soldati inglesi usavano il bulldozer per spingerli nelle fosse comuni. Parlamentari britannici ed americani erano volati in Germania su pressante richiesta del Generale Eisenhauer per assistere allo spettacolo dei campi appena liberati. Quel giorno io percepii netta la sensazione di perdere un po’ della mia vita. Si può morire solo un poco? L’orrore ci paralizzava. Anche noi “non sapevamo”. Avevamo visto, nell’ultima battaglia sul Senio, due alte colonne di fiamme, sugli argini, dove i lanciafiamme dei carri Sherman iniettavano i loro getti sugli argini del fiume Senio, difesi da un reggimento di Grenadien tedeschi. Ripensavo a quei getti di fiamme, vedendo il fumo dei forni crematori. Lest we forget. Per non dimenticare. Diceva la scritta sul cartello eretto dai soldati inglesi sulla porta del campo.


Ascoltiamo ora il terzo Premio Nobel:
il massimo testimone vivente della Russia di Stalin: l’autore di “Arcipelago Gulag”, il Capitano d’artiglieria Alessandro Solgenitsin.
“E come definire la distesa sconsiderata, impietosa ed incalcolabile di cadaveri dei soldati dell’Armata rossa sulla strada delle vittorie di Stalin nella guerra russo tedesca se non sterminio fisico del proprio popolo? Lo sminamento dei campi minati mediante il passaggio della fanteria che veniva mandata avanti su quei campi non è neppure l’esempio più clamoroso. Dopo i “sette milioni”di perdite riconosciute da Stalin ed i “venti milioni” di Krusciov finalmente oggi la stampa russa pubblica la cifra reale: 31 milioni”.
Una cifra che lascia senza parole – un quinto della popolazione.
E’ lo stesso Solgenitsin che ha descritto nel Gulag il rimpatrio dei milioni di prigionieri sovietici dalla Germania. Ma “rimpatrio” è inesatto: essi furono trasferiti dai lager nazisti al lager sovietici. Perché non si doveva sapere che tre milioni di soldati si erano arresi ai tedeschi nella sola estate 1941. Egli commenta: “La falla nei reali sentimenti del popolo russo verso il potere si poté manifestare – e con quale evidenza si manifestò – soltanto nella guerra con la Germania”. E conclude “Durante i primi mesi di guerra il potere sovietico sarebbe potuto ancora facilmente crollare, liberarci dalla sua presenza, se la stupidità razzista e l’arroganza degli hitleriani non avessero dimostrato alla nostra gente, distrutta dalle sofferenze patite, che non bisognava attendersi nulla di buono da un’invasione tedesca: è unicamente grazie a questo che Stalin rimase al potere”.
La conclusione del Capitano Solgenitsin – imprigionato in uno dei campi del Gulag perché aveva visto e detto il vero – è una sentenza senza appello: “Tutte le perdite subite dal nostro popolo nel corso dei trecento anni, a partire dai Torbidi del secolo XVII, non reggono il confronto con le perdite e la decadenza causate da 70 anni di comunismo. In primo luogo qui parliamo di distruzione fisica degli individui. Secondo calcoli indiretti di vari esperti di statistica la guerra intestina permanente (notiamo questa definizione ineccepibile N.d.A.) che il governo sovietico condusse contro la propria gente costò alla popolazione dell’URSS non meno di 45 o 50 milioni di vittime.


E infine. Due conclusioni.
Berlino. Aprile 1945. Gli uomini del Secondo Reggimento Guardie dell’Armata sovietica di Zukov sono a due passi dal Bunker di Hitler. Guardate sulla carta. Marciano da un anno e mezzo: quanti chilometri da Stalingrado a Berlino? L’ultimo muro del Bunker crolla sotto i colpi dei lanciarazzi. Due compagnie di fanti entrano nel Bunker. Fra i cadaveri ce n’è uno, bruciato. Adolf Hitler.
Il regime nazista del genocidio (1933-1945) è crollato. Non esiste più.


Muro di Berlino Aprile 1989. 300 milioni d’europei guardano il telegiornale. Che succede? Il muro di Berlino sta crollando. Fiumane di berlinesi dell’Est corrono verso
Belino Ovest. La Germania si sta liberando dal secondo dei due regimi di un liberticidio che durava dal 1933. Nell’Aprile 1945 la Germania Est ha ottenuto la liberazione, ma senza la libertà. Dalla tirannia nazista è passata alla tirannia sovietica. Ora i due gemelli totalitari sono crollati: tutti e due, vistosamente, a Berlino. Dopo qualche anno le armate russe d’occupazione in Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Estonia, Lituania, Lettonia si ritirano. Sul fiume Elba, nel cuore della Germania, due eserciti si fronteggiano dal 1945: quello dei Paesi del Patto atlantico e quello russo. Un giorno, l’esercito russo si ritira, di 2.000 chilometri. Si ritira nella federazione russa. Di fronte all’esercito dell’Alleanza Atlantica non c’è più nessun avversario: ci sono invece tre nuovi alleati, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Berlino 1945. Berlino 1989. La geografia della libertà che si era ridotta nel 1949 alle isole britanniche si estende di migliaia di chilometri fino alla Polonia ed oltre. Arriva anche nella terra di Tolstoi e Dostoieski?
La guerra fredda l’ha dunque vinta l’occidente.
Ma per comprendere questo sviluppo di una storia d’Europa ricordiamo che l’Europa unita non nasce come unione doganale od economica. Nasce (e oggi cresce) come unica soluzione post bellica dopo la debellatio dei regimi totalitari in seguito alla riduzione all’assurdo dei nazionalismi con la guerra mondiale. Se questa chiave di lettura fosse poi criticata dai lettori del Secondo Risorgimento ne saremmo lieti.


Quest’Europa, vittoriosa con l’America contro i due regimi storici dell’annientamento, saprà vincere la riluttanza dei quindici Stati a creare una vera federazione? Due Capi di Stato, i Presidenti italiano e tedesco, due soli in tutta Europa, hanno auspicato un’unione più forte: ossia lo “zoccolo duro” che i pochi palesi “federalisti” siano autorizzati, dai molti ad istruire, con un vero governo, un vero Parlamento, un Seggio al Consiglio di Sicurezza, una sola politica estera e di difesa. Rimangono inascoltate. Il prossimo anno la Convenzione europea sfornerà la Costituzione. Anche il termine è improprio: la Costituzione in Diritto pubblico è la legge suprema di uno Stato, e l’Unione non lo è e non lo sarà. Sappiamo già che la sovranità continuerà a spettare ai singoli Stati. I 15 detentori del potere non intendono privarsene. Come grande passo avanti vi saranno votazioni a “maggioranza ponderata” nel Consiglio dei Ministri su argomenti di “interesse comune”. Vi sarà il coinvolgimento di Consiglio di Commissione. E sarà certo confermata a Bruxelles l’istituzione di un rappresentante dei 15 sempre pronto a partire per Washington o Mosca in caso di crisi. “ad audiendum et referendum” ma privo di qualsiasi potere decisionale.
Tutto qui? Invece della Federazione Europea saranno la Federazione americana e la Federazione russa come sempre a condurre il gioco. Il sogno di Monnet, Spack, Adenauer, Shuman, De Gasperi è svanito da tempo. Ma nessun politico oggi ha il coraggio di ammetterlo. Anche perché la maggior parte di loro oggi ignora chi fossero. Erano tutti uomini della Resistenza che prefiguravano l’unica Europa veramente capace di affrontare le sfide dell’avvenire.
Alessandro Cortese de Bosis

martedì 29 dicembre 2009

L’ITALIA:
SITUAZIONE GENERALE STORICO-MILITARE
Amm. Ferdinando Sanfelice di Monteforte
Quando, nel pieno dell’estate del 1914, le Potenze europee si lasciarono trascinare verso l’ignoto percorso della guerra, l’Italia stava ancora digerendo gli effetti della guerra con la Turchia. Mentre la Marina, trionfatrice in tutti gli scacchieri, si apprestava a ricevere le navi nuove, che un previdente programma di costruzioni le aveva assicurato, l’Esercito era ancora impegnato a lottare contro i cosiddetti “ribelli” libici.
Si trattava, in realtà, di alcune fra le migliori truppe ottomane, dirette da generali di prim’ordine, che avevano sostituito Enver Bey e Kemal Pascia – che poi prese il nome di Atatürk - ma erano del loro stesso calibro, e le frequenti incursioni di sorpresa, nei punti più deboli del dispositivo italiano, lo dimostravano.
Sul piano più generale, poi, vi era la necessità di trarre le conseguenze del nostro cauto, ma costante, allontanamento dagli Imperi Centrali, in termini di configurazione dello strumento militare. Fino ad allora, infatti, tutta la pianificazione delle forze si era basata sul fronte occidentale, che si estendeva dalle Alpi alla costa dell’Alto Tirreno, continuando con la Sardegna e quella parte della Sicilia prospiciente Biserta.
Questo fronte era integrato da due riserve strategiche, la prima terrestre, ubicata nella Pianura padana, e la seconda costituita dalla flotta, basata a La Spezia, ambedue pronte ad intervenire rapidamente per sventare il pericolo di uno sbarco francese in Toscana, evento che – qualora coronato da successo - avrebbe tagliato in due la nostra penisola, impedendo qualsiasi resistenza organizzata, capace di combattere per un tempo consistente.
Nel caso di un’Italia fuori della Triplice, invece, la situazione cambiava radicalmente, con la Marina che avrebbe dovuto operare nell’ “amarissimo Adriatico” teatro insidioso e composito, dove chi controlava la Dalmazia godeva di un enorme vantaggio strategico, potendo attaccare di sorpresa, quando voleva, le nostre coste, lunghe e sabbiose, quindi incapaci di fornire le basi per le nostre forze di contrasto ad una tale minaccia.
Oltretutto, una linea ferroviaria principale, indispensabile per rifornire “la fronte”, come si diceva allora, correva lungo le nostre spiaggie, ed era quindi completamente esposta all’interdizione nemica.
Il fronte terrestre, poi, non finiva mai, iniziando in Lombardia, proseguendo sul Lago di Garda, con il cuneo del Trentino-Alto Adige piantato nel bel mezzo del nostro schieramento, per finire in pianura, ed arrivare al mare sul bordo orientale della Laguna veneta, all’altezza di Grado. Solo per presidiarlo, ai fini difensivi, sarebbero state necessarie forze terrestri che, in tempo di pace, l’Italia non aveva.
È ben vero che, qualora si fosse arrivati alla guerra aperta, a fianco delle Potenze dell’Intesa, un moderno Esercito, capace di manovrare in quel tratto, fra le Prealpi e l’Adriatico, avrebbe potuto conseguire successi decisivi, qualora fosse stato in grado di agganciare l’avversario su quel terreno. Nel caso, però, di ordinato ritiro del nemico, nella tradiziona dell’Arciduca Carlo, le nostre forze si sarebbero trovate di fronte le Alpi orientali, attraverso le quali esse avrebbero incontrato quelle stesse difficoltà che Napoleone dovette affrontare nel 1797, e sulle quali scrisse al Direttorio, a proposito della sua campagna in Carinzia:
“se il nemico avesse commesso l’errore di attendermi, io lo avrei battuto, ma se avesse continuato a ritirarsi, si fosse ricongiunto con le sue forze del Reno, e mi avesse sopraffatto, allora la ritirata sarebbe stata difficile, e la perdita dell’Armata d’Italia avrebe potuto comportare quella della Repubblica”[1].
Come si può notare, il rischio di essere battuti, nel difficile teatro delle Alpi orientali, e le possibili conseguenze di un tale rovescio erano note fin da oltre un secolo prima, e Caporetto non fu qualcosa di assolutamente imprevedibile.
Purtroppo, la politica non consentiva di predisporre quanto necessario, per fronteggiare la nuova situazione strategica, predisponendo programmi che avrebbero dato nell’occhio, ed avrebbero giustificato le proposte di Conrad, messe sul tappeto fin dal 1911, miranti ad un attacco preventivo contro di noi.
La conclusione fu che il nostro Esercito, nel periodo della nostra neutralità, rimase nel limbo dell’incertezza, cercando di predisporre qualcosa per una mobilitazione generale, e poco di più, mentre le sue risorse venivano continuamente erose dalle esigenze del teatro libico.
Neanche la Marina sviluppò appieno le forze necessarie per operare in Adriatico, limitandosi allla confortante certezza che la sua flotta, che presto si sarebbe basata sulle 5 dreadnought classe Cavour, oltre alla Dante Alighieri, era decisamente superiore a quella Austro-Ungarica.
La nostra neutralità, quindi, oltre ad pienamente giustificata da validissime argomentazioni giuridiche, era, nel 1914, l’unica vera alternativa all’entrata in guerra a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria, essendo il nostro fronte terrestre sguarnito, di fronte ad un rischio di attacco da Nord e da Est.
Non solo, ma i neutralisti che erano al seguito di Giolitti avevano molte frecce al loro arco, per dimostrare la nostra convenienza a rimanere alla finestra, in una lotta fra titani che, non essendosi decisa in un mese, come inutilmente sperato dallo Stato Maggiore tedesco, presentava già tutti gli elementi di una guerra di attrito, lunga e sanguinosa.
Va detto, però, che il passare del tempo rassicurava il fronte politico interventista, visto lo scacco austriaco, nei confronti della Serbia, le durezze del fronte galiziano, e l’impossibilità della Germania di soccorrere l’alleato, essendo già impegnata su due fronti e mezzo, e precisamente ad occidente, ad oriente, oltre che per puntellare l’esercito ottomano, nella sua lotta contro i Britannici.
Purtroppo, mentre il dibattito politico si faceva sempre più intenso, e talora aspro, in Parlamento nessuno si muoveva per finanziare i preparativi per predisporre i mezzi, come l’artiglieria per l’Esercito ed i treni armati per difendere la ferrovia adriatica, che avrebbero consentito, alle nostre forze, di conseguire i successi auspicabili, una volta entrate in campo al fianco dell’Intesa.
Siamo arrivati, si badi bene, ad una costante storica del nostro Paese: la diplomazia italiana negozia, con la consueta abilità, la classe politica discute animatamente, coinvolgendo appieno, ed interpretando fedelmente, gli orientamenti della nostra opinione pubblica, ma nessuno, nel Parlamento o nel governo, si preoccupa di creare un minimo di quelle condizioni che renderebbero attuabile quanto viene auspicato.
Il 24 maggio, quindi, l’Italia fu in grado di opporre, all’Esercito Regio ed Imperiale, essenzialmente una muraglia umana, anche se la manovra di avanzata dei nostri uomini colse di sorpresa il nemico, tanto che alcuni Reparti dovettero ripiegare, dopo aver trovato delle falle nel suo schieramento, cosa che, evidentemente, non si era in grado di sfruttare. Venne quindi la guerra di trincea, il continuo succedersi di punture di spillo, fra forze navali, impegnate in una reciproca interdizione, e solo allora iniziò quella serie di programmi di potenziamento delle capacità, che ci consentirono di reggere per due anni e mezzo, avanzando lentamente verso quella trappola, Caporetto, che Napoleone giustamente paventava, e che, fortunatamente, non causò il nostro crollo totale.
Va detto, ad onor del vero, che, oltre alla voglia di rivincita, dopo l’insuccesso di Gallipoli, il salvataggio dell’Esercito serbo, cosa di cui dovremmo essere più fieri, fu l’occasione, per l’Intesa, di stabilire quel fronte sul Vardar che, alla fine risultò decisivo per l’esito della guerra.
Sul mare, poi, le principali difficoltà si ebbero fuori dell’Adriatico, da quando la campagna dei sommergibili fu lanciata, da parte degli Imperi Centrali. L’unico vero rischio di sconfitta, per l’Intesa, venne da questa campagna, che ci coinvolse direttamente, avendo noi la responsabilità di bloccare l’accesso all’alto mare per i sommergibili nemici.
In tutto quel periodo, va ricordato, prima di concludere, l’Italia funzionò in modo inusuale, con il re Vittorio Emanuele III al Quartier Generale di Udine, ed un Ammiraglio, Tomaso di Savoia-Genova, che svolse, fino al 1919, il ruolo di Luogotenente del Regno. Un simile assetto era stato fatale per la Russia, mentre per noi, bene o male, funzionò, grazie alla qualità del Luogotenente, i cui meriti non saranno mai riconosciuti abbastanza.
In definitiva, la prima guerra mondiale mostrò al mondo che l’Italia aveva quella coesione indispensabile per affrontare sfide difficili. Purtroppo, le ambizioni spropositate dei nostri governi, in materia di guadagni territoriali, a conflitto ultimato, diminuirono grandemente il rispetto che il valore del nostro popolo, in prima linea e sul mare, ci aveva meritato.
Anche questa è una nostra costante, nel volere quello che, spesso, non siamo poi in grado di conservare, con le nostre forze.

Amm. Sanfelice di Monteforte

[1] A.T. MAHAN. The Influence of Sea Power upon the French Revolution and Empire. Samson, Low, 1894, Vol. I pg.234.

mercoledì 11 novembre 2009

GUERRA E PACE NEL XXI SECOLO
Antonio Pelliccia

Ancora una volta è soffiato impetuoso il vento di guerra che ha indotto filosofi, scienziati, psicologi e teologi a interrogarsi nuovamente sull’origine di questo fenomeno sociale che B. Croce definì una febbre che periodicamente scorre nelle vene degli uomini, inducendoli a lottare per sopraffarsi l’un l’altro e per uccidersi.[1]
Tra i maggiori, James Hillman sostiene che la guerra è una sfida per la psicologia, forse la prima delle sfide a cui la psicologia deve rispondere. Nel suo libro si era posto lo scopo di “scoprire i miti, la filosofia e la teologia della psiche profonda della guerra”..[2]Ma la sua sconsolante conclusione è stata che “la guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. E’ un’opera umana e un orrore inumano e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. Possiamo aprire gli occhi su questa terribile verità e, prendendone coscienza, dedicare tutta la nostra appassionata intensità a minare la messa in moto della guerra…” [3]
Venticinque anni fa anch’io mi dedicai allo studio dell’essenza della guerra, perché ero convinto che esso fosse fondamentale e necessario per la ricerca dei nuovi orientamenti dottrinali[4]che volevo
intraprendere. Un’indagine provocata principalmente dall’osservazione che la lotta nell’aria, dal punto di vista teorico, aveva incontrato formidabili ostacoli al suo sviluppo: non ultimo l’incapacità della dottrina di guerra aerea di adeguarsi con la stessa rapidità alla vertiginosa evoluzione dell’aviazione militare.
Nell’accingermi a questo interessante e difficile lavoro, non trascurai le molte cause, individuate da Gaston Bouthoul,[5]che s’oppongono all’indagine scientifica del fenomeno bellico. Ne cito le due più importanti: la pseudo evidenza della guerra, dovuta al fatto che tutti presumiamo di conoscerla e l’illusionismo giuridico, vale a dire l’illusione che Diritto Internazionale, Trattati e Convenzioni possano evitarla.
Le principali teorie che esaminai non m’illuminarono molto sulla sua essenza anzi, la contraddittorietà e l’esasperazione della tecnica impiegata dagli “strateghi scientifici” nei loro ragionamenti, scrissi, mi sembrarono dispute tra professori di logica. Convinti d’aver sostituito gli strateghi militari e di possedere conoscenze e rigore
intellettuale che questi non avrebbero, gli analisti civili avevano
finito, infatti, per combattersi a vicenda per la supremazia della logica classica o di quella matematica.
La mia indagine mi fece concludere che la risposta alla domanda sulla natura del fenomeno bellico andasse ricercata nella moderna interpretazione del pensiero filosofico di Clausewitz. Tale, infatti, lo considerò Benedetto Croce il quale scrisse che “Solo la unilaterale e povera cultura degli ordinari studiosi di filosofia, il loro inintelligente specialismo, per così dire, del costume loro li tengono indifferenti e lontani da libri come questo del Clausewitz, che essi stimano di argomento a loro estraneo e inferiore, laddove in effetto contengono indagini che entrano, e in modo assai concreto, nel vivo di taluni problemi filosofici…”[6]In particolare, dopo un approfondito studio della sua filosofia della guerra, e in seguito a lunga meditazione sulle ragioni che l’avevano indotto a enunciare la nota concezione dualistica del fenomeno, mi convinsi che la risposta era proprio nella risoluzione di quel dualismo: guerra assoluta e guerra reale. Cosa che feci ispirato dalle seguenti parole dello stesso Clausewitz: “Se la guerra fosse una manifestazione completa, indisturbata, assoluta di forza,quale dovremmo dedurla dalla pura astrazione allora, dall’istante in cui la politica le ha dato vita, si sostituirebbe a essa come qualcosa di assolutamente indipendente, l’eliminerebbe, seguendo soltanto le proprie intrinseche leggi, come l’esplosione d’una mina non più suscettibile d’essere guidata dopo che è stato appiccato il fuoco alla miccia”.[7]Queste parole, la differenza che Croce fa tra “violenza” e “forza”(l’una “distruggitrice” e l’altra “costruttrice”) e altre considerazioni mi fecero pervenire alla conclusione che la guerra assoluta è un fenomeno prettamente teorico che, con l’attuale elevato grado di civiltà dei popoli, difficilmente accadrà (con la riserva posta dallo stesso Clausewitz della sempre possibile ascesa agli estremi indipendentemente dalla volontà umana). Posso perciò sostenere che è possibile prendere in considerazione la dissociazione della violenza dal fatto empirico della guerra e considerarla unica logica che consenta l’applicazione della razionalità clausewitziana e che contenga gli elementi etici che permettono il controllo di un eventuale conflitto armato. Quello, soprattutto, che il danno al nemico deve trovare il limite logico e morale “nell’esclusione di quel danno che colpisce ciò che è sacro del pari per il nostro nemico e per noi, ciò che, perdendosi, diminuisce lui e noi, e anzi noi più di lui, quando della perdita siamo stati gli autori e su noi ne prendiamo l’odio e l’onta”.[8] Al riguardo Luigi Russo sostiene, similmente, che la lotta deve svolgersi entro i limiti del contenuto etico di cui un popolo è capace e di cui una nazione s’investe, per la sua educazione, civiltà e potenza. Se si varcano quei limiti si viola anche il momento dell’utilità politica della lotta. Non solo, ma accade che “i trionfi valgono sconfitte quando il loro frutto consiste in lamenti e nello sconfinato odio del mondo”.[9] Questi concetti sono validi soprattutto oggi che il progresso delle armi e dei mezzi bellici, nonostante la loro maggiore letalità, consente di tornare alla guerra tra forze armate e non tra nazioni senza limiti alla violenza, com’era stato teorizzato da Giulio Douhet e da Erich Ludendorff[10]e com’è avvenuto nella seconda guerra mondiale e, prima ancora, in quella d’Etiopia e di Spagna.
Russo considera la guerra un fenomeno intrinseco alla realtà umana, una categoria metafisica per cui tutta la vita è lotta, come lotta perenne con se stesso è la vita dell’individuo. Fuori della lotta, secondo lui, non c’è che l’eraclitea putredine, la dissoluzione, la morte. La rinunzia pseudo-cristiana a lottare, nella vita individuale, si risolve nell’inerzia e nella morte morale dell’individuo che è peggiore di quella fisica. Per le nazioni si risolve nel suicidio spirituale che può portarle a diventare pura espressione geografica. [11] Alla concezione crociana si aggiunge quella di Sigmund Freud: “la guerra è dovuta alle inesorabili tendenze distruttive che ciascuno di noi si porta dietro dalla nascita…alle pulsioni di morte,[12].” Il famoso psicoanalista espose questa tesi anche in una lettera in risposta a quella che Albert Einstein gli aveva inviato nel 1931 e nella quale gli aveva chiesto se ci fosse un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. Nello stesso tempo lo scienziato, di fronte“all’amara costatazione dell’inestirpabilità dei loro istinti aggressivi”, aveva suggerito una soluzione organizzativa di tipo coercitivo come, per esempio, l’istituzione di un organismo politico soprannazionale delegato a risolvere i conflitti tra gli Stati.[13] Freud riconobbe che questa soluzione potesse essere capace di prevenire le guerre a patto, però, che quell’organismo, a differenza della Società delle Nazioni, fosse dotato di una propria e adeguata forza militare capace d’imporre le proprie decisioni. Del pari convenne con Einstein che non “c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini”[14]e concluse con una nota ottimistica, con la speranza “utopistica” che un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti catastrofici di un altro conflitto armato avrebbero posto fine alle guerre nel futuro. Le guerre degli anni Trenta-Quaranta dimostrarono che quella speranza era stata effettivamente utopistica.
Su queste teorie s’innesta il pacifismo che, secondo Russo, nel XIX Secolo si è gonfiato ambiziosamente a religione, a nuova filosofia dei popoli e si è acuito in seguito alle guerre. E’ una pretesa che, aggiunge, oltre a far diventare il pacifismo falso e assurdo, lo deforma quando pretende di eliminare la categoria metafisica della guerra.[15]E’ velleitario quando si appella alla natura pacifica dell’uomo che, come abbiamo visto prima, pacifico non è; è falso quando è mosso da fini politici.
Un noto giornalista, recentemente, ha scritto che “la pace è il difficile equilibrio fra divergenti e antagonistiche idee di convivenza e di sicurezza”,[16]presenti nelle relazioni internazionali. La guerra, perciò, sarebbe provocata dalla rottura di quell’equilibrio e sarebbe un modo unilaterale e violento di realizzarne un altro. Secondo lui la diplomazia dovrebbe essere lo strumento di pacifica composizione delle controversie internazionali.
Per “fortuna” lo sviluppo delle armi e la paura per gli effetti calamitosi di una guerra nucleare hanno reso ancor più irrazionale il ricorso alla forza e hanno provocato il ripudio della guerra sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, sottoscritto da quasi tutte le nazioni. Proposito che, purtroppo, non è stato rispettato in molte occasioni in varie parti del mondo, convalidando così le tesi pessimistiche di Freud e di Croce. Oggi s’odono gli stessi discorsi e i medesimi appelli per la pace del passato. Giovanni Paolo II ricordò che la Carta dell’ONU ripudia la guerra come strumento della politica e tuttavia Egli l’ammise “come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni…”[17]
Secondo Primavera Fisogni [18]quello dell’appello al dialogo è uno strano fenomeno: “Più si esorta al confronto, più ci si rende conto della difficoltà di tradurre quell’enunciato denso di aspettative e promesse in un evento che possa davvero favorire il confronto sociale, da un lato, e contenere i conflitti dall’altro, ponendosi come atto politico autenticamente efficace.”[19]
In vista della estrema possibilità ammessa dal Papa, le forze armate delle nazioni occidentali stanno adeguando le loro dottrine ai nuovi scenari di guerra e ai nuovi, sempre più sofisticati e potenti sistemi d’arma. La meccanizzazione, l’automazione e lo sviluppo dei mezzi aerei e spaziali hanno, tra l’altro, impresso alla guerra un dinamismo e una continuità operativa impensabile fino a qualche anno fa. Non vi sono più le pause forzate dovute all’oscurità, alle condizioni atmosferiche, all’esaurimento delle scorte di materiali essenziali che hanno caratterizzato i conflitti militari del passato. Il radar, i sistemi di visione notturna, i satelliti, gli elaboratori elettronici e il trasporto aereo le hanno eliminate e hanno inaugurato una vera e propria guerra tecnologica. Nello stesso tempo
consentiranno di colpire con estrema precisione obiettivi militari e di porre così limiti alla violenza. Le abbiamo ricordate queste novità appunto perché hanno fatto cadere anche le ragioni tecniche con le quali nel passato si giustificava l’impossibilità di distinguere i combattenti dai non combattenti.
Centocinquanta anni fa, l’ho ricordato più volte nel passato,[20]Giuseppe Collina preconizzò che l’Aeronautica sarebbe stata lo strumento idoneo per una nuova organizzazione sociale che avrebbe prodotto un’epoca di pace, di libertà, di dignità e di grandezza universale per tutta l’umanità. Secondo lui essa porterà alla riduzione degli eserciti e delle flotte, perché sarà una forza che dall’alto dominerà tutte le altre e sarà l’espressione della potenza militare di una nazione e il fattore principale di dissuasione degli Stati con mire aggressive. Nello stesso tempo sarà la dimostrazione della volontà di pace di una nazione e dei suoi propositi di difesa, perché uno Stato che non ha mire aggressive evita di munirsi di poderosi eserciti che sono gli unici idonei alla conquista territoriale. Infine l’Aeronautica “esterminerà dal mondo quel portento infernale chiamato guerra”.[21] Collina previde il gigantesco processo di sviluppo dell’uomo di pari passo o a causa di quello della scienza e della tecnologia e predisse che esso avrebbe determinato la realizzazione del vecchio sogno dell’Europa Unita e dell’unione poi di tutti i popoli sotto un unico governo che, solo, garantirebbe la pace.
La prima previsione si è avverata, anche se non ancora compiutamente; la seconda temiamo sia un’altra speranza utopistica.
[1] B. Croce, Ultimi Saggi, Laterza 1963
[2] J. Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2004
[3] Ibidem
[4] A.Pelliccia, Il Dominio dello Spazio, Ateneo & Bizzarri, Roma 1979
[5] G. Bouthoul, Le Guerre, Longanesi 1961
[6] B. Croce, Op. Cit.
[7] C. Clausewitz von, Della Guerra, Oscar Mondadori, 1978
[8] B. Croce, La Storia come pensiero e come azione, Laterza 1934, pag. 242
[9] L. Russo, Vita e disciplina militare, Le Monnier, Firenze 1934, pag.11
[10] G. Douhet, Il Dominio dell’Aria, SGA, Firenze 1935, E. Ludendorff, La Guerra Totale, Monaco 1936
[11] Idem, pag. 12
[12] S. Freud, Perché la Guerra? Bollati Boringheri, Torino 2001
[13] Idem, pag. 13
[14] Idem, pag.76
[15] L. Russo, op. Cit. pag. 12
[16] P. Ostellino, “Le vie della pace(senza pacifisti)”, Corriere della Sera 15/2/03
[17] Discorso al Corpo Diplomatico del 13/01/03
[18] P.Fisogni, Incontro al dialogo, Franco Angeli, 2006
[19] Ibidem. L’autrice fa rifeimento al progetto dell’ONU “Dialogue among civilisation” promosso dal Segretario Generale Kofi Annan
[20] A. Pelliccia, “Un patriota milanese precursore del potere aereo”, Rivista Aeronautica N° 10/ 1973
[21] G. Collina, La Laostenia, Firenze 1858