Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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lunedì 14 settembre 2020

L'alleanza in frantumi


Gli ex alleati tedeschi
di
Osvaldo Biribicchi


All’indomani del 25 luglio, iniziò tra tedeschi e italiani un gioco ambiguo che avrebbe portato sia la popolazione che le forze armate italiane verso una delle peggiori tragedie della loro storia. I primi cominciarono a far affluire nella penisola numerose unità per concorrere, apparentemente, a difenderla dagli angloamericani sbarcati in Sicilia il 10 luglio (in realtà per premunirsi dall’imminente cambio di schieramento del governo Badoglio); i secondi iniziarono in segreto febbrili trattative con gli Alleati per uscire dalla guerra continuando però, apparentemente, a mostrarsi amici della Germania. Mentre i tedeschi portavano a termine il posizionamento dei propri reparti, il generale Castellano, a Cassibile in Sicilia, il 3 settembre 1943 firmava il cosiddetto armistizio corto che, nelle intenzioni degli italiani, avrebbe dovuto essere reso di pubblico dominio il 12 settembre.                 In realtà, il Generale Eisenhower decise unilateralmente di annunciare l’armistizio, da radio Algeri, l’8 settembre alle ore diciotto e trenta ed il Maresciallo Badoglio, colto di sorpresa, fu costretto ad annunciarlo subito dopo, alle diciannove e quarantacinque. Nell’annuncio radiofonico, Badoglio disse: «ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».        Se i reparti italiani, in patria ed all’estero, la sera dell’8 settembre furono colti di sorpresa non lo furono quelli germanici i quali sapevano già cosa fare, come muoversi e dove attaccare avendo ricevuto ordini esecutivi chiari.                                                                                                            Per gli ex alleati degli italiani iniziò la campagna del fronte meridionale, che aveva l’obiettivo strategico di tenere il più possibile a sud, lontano dal confine meridionale del Reich, il nemico angloamericano, nella convinzione che la guerra si sarebbe decisa contro l’Unione Sovietica sul fronte orientale e soprattutto impedendo uno sbarco in Europa di forze angloamericane provenienti dalle isole britanniche. Le forze armate italiane, lasciate senza ordini o con ordini del tutto generici e demoralizzate, si sbandarono. Decine di migliaia di soldati, completamente ignari dell’avvenuto armistizio, all’alba del 9 settembre 1943 furono sistematicamente attaccati e fatti prigionieri dalle truppe tedesche. La sorpresa per i soldati italiani fu dunque totale, in un attimo si ritrovarono, sotto la minaccia delle armi dei vecchi alleati, a dover decidere se continuare a combattere con loro oppure essere internati in Germania. Coloro che lasciarono le proprie unità per tornare a casa od unirsi alle formazioni partigiane, quando scoperti, furono fucilati senza processo in quanto considerati volgari banditi. Fuori dai confini nazionali, in Corsica, in Albania, nell’Egeo, in Grecia, in Francia in Jugoslavia alcuni reparti riuscirono ad unirsi alle forze partigiane locali che combattevano contro i tedeschi, altri opposero a questi una strenua resistenza. Alla data dell’armistizio, i cittadini in armi erano circa 4 600 000. Una massa enorme che nel giro di poche ore avrebbe perso la già ridotta capacità di combattimento. Nei vari teatri operativi fuori dai confini nazionali stazionavano circa 900 mila uomini: 260 mila in Grecia e nelle isole dell’Egeo, 300 mila in Croazia, Slovenia, Dalmazia, Montenegro e Bocche di Cattaro, 230 mila uomini in Francia e Corsica, più di 100 mila in Albania. Una forza apparentemente formidabile, in realtà terribilmente debole, senza direttive da parte del capo del governo Badoglio, del generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale e del generale Mario Roatta capo di stato maggiore dell’esercito. Quel che rimaneva della marina e dell’aeronautica si consegnò agli angloamericani in applicazione delle clausole armistiziali, mentre il Re, il maresciallo Badoglio e le più alte autorità civili e militari abbandonarono immediatamente Roma e si rifugiarono a Brindisi lasciata dalle truppe tedesche e subito occupata dalle forze alleate. Nel momento in cui il Re e Badoglio sbarcarono a Brindisi nacque il cosiddetto Regno del Sud allo scopo di garantire formalmente la continuità, la sovranità dello Stato italiano. In realtà con la firma, il 29 settembre 1943, dell’armistizio lungo, l’atto nel quale vennero precisate le condizioni della resa senza condizioni già contenute genericamente nell’armistizio di Cassibile (armistizio corto), l’Italia fu costretta a fornire ai liberatori angloamericani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed infrastrutturali. L’attività amministrativa del governo Badoglio fu sottoposta al diretto controllo degli Alleati.                                                                                                                                                Ma torniamo alle ore che seguirono la proclamazione dell’armistizio, quelle più delicate in cui le truppe sul terreno avrebbero dovuto ricevere ordini operativi chiari e comprensibili, che sono ben altra cosa degli annunci radiofonici, dai rispettivi comandi superiori per poi agire di conseguenza.  Eloquente al riguardo quanto riportato dal generale di corpo d’armata Carlo Cigliana nel suo scritto Le cinque settimane più controverse della guerra d’Italia: «Alle 2,30 del 9 settembre, il Comando Supremo, dopo aver constatato (con rammarico) che il “Promemoria n. 2” non era giunto al Comano Gruppo Armate Est né al Comando dell’Egeo (per un complesso di 14 Divisioni), inviò ai Comandi dipendenti un lungo telegramma cifrato nel quale, dopo aver riportato gli ordini principali del “Promemoria n. 2”, confermava il comunicato Badoglio. Ma anche questo ordine, in realtà un pò sibillino perché si poteva ormai uscire dall’equivoco, arrivò troppo tardi, quando cioè molte unità, all’alba del giorno 9, attaccate dai reparti motorizzati tedeschi, abbondantemente appoggiati dagli Stukas, erano già state travolte di sorpresa o stavano difendendosi disperatamente. In Italia, nonostante la “Memoria 45”, giunta a destinazione il 7 settembre, i vari Comandi, per mancanza di successivi ordini esecutivi, si trovarono all’ultimo momento nella necessità di agire di iniziativa; peraltro il contenuto del proclama Badoglio, che prescriveva solo di reagire ad “eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”, creò indecisioni che ebbero tragiche conseguenze […] Erano così cominciate a giungere a Roma richieste urgenti di chiarimenti, che si erano poi intrecciate con l’annuncio ufficiale del proclama Badoglio, tanto che Roatta, nella notte, fece trasmettere a tutti i Comandi dipendenti l’ordine di reagire con la forza ad ogni violenza tedesca.                                  Ma non si usciva ancora dall’equivoco perché questi ordini erano sempre una conferma del proclama Badoglio ed erano comunque tardivi perché molti reparti più staccati non fecero neppure in tempo a ricevere disposizioni prima di essere attaccati dalle truppe tedesche che avevano anch’esse udito il proclama Badoglio ed avevano già ricevuto l’ordine esecutivo di attacco, da tempo predisposto»[1].   Leandro Giaccone in Considerazioni sull’armistizio fa una osservazione che ci aiuta ulteriormente ad inquadrare quell’evento nel contesto del tempo: «L’otto settembre 1943 gli angloamericani proclamarono improvvisamente al mondo la resa incondizionata che l’Italia cinque giorni prima aveva segretamente firmato a Cassibile. Prima di noi, nel corso della seconda guerra mondiale, si erano già arrese una dozzina di nazioni: Finlandia Estonia Lituania Polonia, Norvegia Danimarca Olanda Belgio, Francia Jugoslavia e Grecia; infine si arrenderà anche la Germania. Sono tutti eguali i macroscopici fenomeni militari e gli infiniti drammi umani che si verificarono, come da noi, così in tutte le altre nazioni all’atto dell’armistizio imposto dal vincitore. Una differenza fondamentale distingue però l’otto settembre italiano, il settembre nero, dalla disfatta di tutti gli altri Stati europei. Tutti gli altri non scelsero il momento della loro resa; la subirono quando vi furono materialmente obbligati dalla invasione armata del proprio territorio. Solo l’Italia scelse liberamente il momento della sua resa, rompendo un’alleanza che la Germania nazista aveva trasformato in sudditanza, per riprendere la sua antica collocazione tra le democrazie occidentali europee. La dissoluzione dell’esercito e l’invasione dell’intero territorio nazionale furono il prezzo pagato dai responsabili per questa fondamentale scelta politica […] Badoglio aveva impiegato l’esercito come copertura delle trattative armistiziali, dopo aver constatato l’impossibilità di impiegarlo unitariamente contro la Germania; e l’otto settembre egli sapeva anche che all’atto della comunicazione dell’armistizio l’ordine di “difendersi se attaccati” votava i reparti all’olocausto tattico. Il Maresciallo capo del Governo ha la responsabilità di aver gettato sulle spalle di tutti gli ignari comandanti, dalle Armate ai Plotoni, la tragica scelta di sua esclusiva competenza: la resa anche ai tedeschi, o una lotta disarticolata e senza speranze contro l’alleato, nel momento stesso in cui lo Stato si era arreso al nemico. All’alba del 9 settembre infine, il Re, il Governo ed il capo di S.M. generale assunsero congiuntamente la responsabilità storica di NON DIFENDERE ROMA, per non coinvolgerla in azioni di guerra. A seguito di questa decisione il capo di S.M.  dell’esercito ordinò al generale Carboni di ritirare su Tivoli tutte le truppe dislocate nella zona di Roma. Carboni fu dunque l’unico comandante di Grande Unità che all’atto dell’armistizio ricevette un ordine scritto dal suo superiore diretto. Ordine generico, incompleto ma tecnicamente eseguibile e chiarissimo nelle sue implicazioni politiche e operative. Accadde però che proprio questo Generale fin dall’alba del giorno 9 si rese irreperibile per incapacità di comando e personale viltà, lasciando tutta la pesante responsabilità operativa al suo modesto capo di S.M. Ricomparso a Tivoli nel pomeriggio, accettò di trattare una resa proposta dal nemico, che prometteva di non condurre prigioniere in Germania le truppe da lui dipendenti. Al mattino successivo infine Carboni ordinava al suo corpo d’armata ancora in via di ripiegamento su Tivoli, di rigirarsi e muovere all’attacco delle colonne tedesche intorno a Roma. Mentre i reparti erano impegnati in questi caotici movimenti, nel pomeriggio del 10 settembre Carboni si arrendeva al nemico, accettandone l’ultimatum, senza aver impiegato in combattimento i reparti efficienti ai suoi ordini»[2].                                                                                                       La difesa della Capitale, nella confusione generale, fu un’altra pagina opaca. Ma quali erano le forze tedesche ed italiane dispiegate a nord ed a sud di Roma? «La 3a divisione di fanteria, Panzergrenadier (generale Graeser), dotata di semoventi e con circa 200 veicoli blindati e un totale di 15 mila uomini, oltre a un rinforzo di carri armati, attestata dapprima tra Monte Amiata e il versante nord del lago di Bolsena, si sposta da un lato verso Chiusi e la valle del Tevere, dall’altro sul versante sud del lago, in modo da controllare l’area di Viterbo sino alla via Aurelia […] A Sud e Sud-ovest della capitale opera la 2a divisione paracadutisti  (generale Barenthin) trasferita a fine luglio dalla Francia, collocata tra Fiumicino, Pratica di Mare, Ardea, Colli Albani, gravitante sull’Ostiense, con 12 mila uomini […] Sui luoghi di combattimento due divisioni tedesche  (rinforzate quanto a uomini e mezzi ma con non più di 30 mila uomini) contrastano sette divisioni italiane con un numero di uomini mai del tutto precisato ma, di fatto, nettamente superiore, non meno di 60 mila, con dotazione di artiglierie e relativo munizionamento»[3].                                                                                                             Sulle operazioni militari tedesche da settembre a dicembre 1943, è stata fatta un’interessante analisi da Filippo Stefani. «La campagna dei tedeschi in Italia, benché conclusasi con la capitolazione - da mettere peraltro in relazione con i contemporanei avvenimenti sui fronti occidentale ed orientale - fu sotto il profilo tecnico-militare un vero saggio di bravura difensiva. Favorita inizialmente dagli errori dei comandi italiani ed alleati e successivamente dalle manovre alleate di corto respiro, essa non solo perseguì lo scopo strategico che Hitler e l’OKW si erano ripromessi - tenere lontane dal territorio nazionale tedesco le forze alleate sbarcate in Italia e proteggere il fianco meridionale dello schieramento germanico - ma andò oltre le aspettative. Impegnò, è vero, per 20 mesi oltre mezzo milione di uomini, che avrebbero potuto trovare impiego sul fronte orientale e su quello occidentale, ma essa si pose come esigenza strategico-militare irrinunciabile per la Germania dopo la resa dell’Italia. Colta di sorpresa, non già dal distacco italiano dal quale si era cautelata, ma dall'annuncio dell'armistizio, la Germania si era trovata a dover fronteggiare simultaneamente l'avanzata dell'8ª armata britannica in Calabria, gli sbarchi della stessa armata nei porti della Puglia, lo sbarco della 5ª armata a Salerno, la debole e breve reazione italiana. Le forze del maresciallo Kesselring riuscirono: a ritardare l’avanzata dell’8ª armata britannica fino a quando necessario per portare in salvo la 15ª divisione granatieri corazzati e la 16ª divisione corazzata che l’8 settembre si trovavano in Calabria; a impadronirsi quasi senza colpo ferire di Roma ed ad assicurarsene il possesso per circa 8 mesi; a contenere la testa di sbarco alleata di Salerno per il tempo necessario a costituire una posizione difensiva continua dall'Adriatico al Tirreno - la linea Reinhardt - che nel settore occidentale s'imperniava sulla stretta di Mignano; a disarmare, congiuntamente con le forze del maresciallo Rommel, la grandissima parte delle unità italiane dislocate nell'Italia centro-settentrionale. Ancora maggiori sarebbero stati i risultati positivi qualora Hitler e l'OKW non avessero rifiutato al maresciallo Kesserling le due divisioni richieste fin dal mese di agosto e non avessero scisso il comando delle forze tedesche in Italia tra la giurisdizione del maresciallo Kesselring (Italia centro­ meridionale) e quella del maresciallo Rommel (Italia settentrionale), comandante del gruppo di armate “C”. Hitler e l’OKW avevano considerato persa in partenza l'Italia centro-meridionale e con essa le forze del maresciallo Kesselring, tanto che fin dall'agosto avevano ridotto i rifornimenti ed i complementi alla 10ª armata del generale Vietinghoff. Se il maresciallo Kesselring avesse potuto disporre di altre 2 divisioni, quasi certamente avrebbe evitato la perdita  dell'importante base di Foggia,  avrebbe potuto  ributtare  a mare le forze sbarcate a Salerno, le quali, indipendentemente dal mancato rinforzo delle unità tedesche, furono egualmente sul punto di doversi reimbarcare, ed avrebbe potuto aver ragione delle unità inglesi a Termoli, dove il fallimento del contrattacco della 16ª divisione corazzata fu dovuto al fatto che questa giunse in ritardo e venne impiegata forzosamente alla spicciolata, come pure avrebbe potuto rimediare subito al cedimento della 15ª divisione panzergrenadier in corrispondenza di Mignano, senza essere costretto ad abbandonare prematuramente la linea Reinhardt. La caduta del passo di Mignano e della quota 1170 che lo comanda avrebbe potuto essere fatale ai tedeschi qualora il maresciallo Kesselring, nonostante la penuria delle forze, non si fosse premunito mediante l'allestimento della retrostante linea Gustav. Finalmente, di fronte all'evidenza dei fatti, Hitler si decise a creare in Italia un unico comando che affidò al maresciallo Kesselring nominato comandante supremo del settore sud-occidentale-gruppo armate C. Delle forze già alle dipendenze del maresciallo Rommel, ben 4 divisioni (delle quali 3 corazzate) però vennero inviate sulla fronte orientale e solo 3 (la 44ª, la 334ª di fanteria e la 5ª alpina) poterono sul momento affluire nell'Italia meridionale, oltre alla 90ª granatieri corazzati appena recuperata dalla Corsica»[4].                                                                                                               Tale analisi è estremamente interessante in quanto sottolinea come le potenzialità tedesche in Italia nel settembre 1943 fossero davvero notevoli. Kesselring chiese due divisioni che se gli fossero state assegnate sicuramente gli avrebbero consentito di ottenere successi maggiori. Non dobbiamo però minimizzare neppure le potenzialità italiane all’indomani dell’8 settembre, specialmente intorno alla capitale, abbandonata precipitosamente dalle massime autorità politiche e militari senza aver prima emanato tempestivi e chiari ordini operativi alle dipendenti unità.                                                      In merito all’azione del comandante in capo tedesco in Italia in quelle convulse giornate a cavallo dell’8 settembre, scrive Stefani: «Non ebbe torto il maresciallo Kesselring di lamentarsi di non essere stato ascoltato a suo tempo circa la costituzione del comando Rommel: l’esistenza di questo duplice comando in Italia e la strana soggezione di Hitler verso Rommel ebbero per conseguenza il continuo rifiuto delle mie ripetute richieste di un paio di divisioni di rinforzo con le quali la portata dei successi iniziali avrebbe potuto assumere la dimensione strategica del reimbarco delle unità della 5ª armata statunitense a Salerno»[5].                                                                                                           Kesselring probabilmente aveva ragione, ma si devono considerare altri due elementi non presi in esame né da lui né da Stefani: la resistenza ed il contrasto che le forze armate italiane posero in essere nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’armistizio. Ci si riferisce, ad esempio, ai combattimenti che si ebbero a Roma, alla Montagnola, alla Magliana, a Porta San Paolo, che impegnarono per oltre tre giorni la 3a Divisione Paracadutisti tedesca, che giunse con i suoi primi elementi nella zona della testa di ponte di Salerno solo cinque giorni dopo l’inizio dello sbarco stesso, anziché, nel primo o nel secondo giorno. In questa ultima ipotesi il suo peso sarebbe stato veramente determinante. Il secondo elemento da prendere in considerazione è che la maggior parte dei reparti tedeschi si attardò a disarmare le truppe italiane, a raccoglierle e a radunarle; un più accorto impiego di questi reparti, sollecitati a marciare verso sud, avrebbe dato a Kesselring sicuramente risultati maggiori. Anche in questo caso è di tutta evidenza che, seppur indirettamente, le forze italiane abbiano aiutato gli Alleati nello sbarco a Salerno.                                                                             Per i tedeschi la campagna del fronte meridionale, campagna d’Italia per gli Alleati, sarebbe stata molto dura e terminò il 2 maggio 1945 quando fu annunciata la resa, firmata il 29 aprile a Caserta, di tutte le forze tedesche in Italia. Sei giorni dopo fu proclamata la resa generale tedesca in Europa.







BIBLIOGRAFIA

Cigliana C., Le cinque settimane più controverse della Guerra d’Italia in La Guerra di Liberazione-Scritti del Trentennale, Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico, 1976.
Giaccone L., Considerazioni sull’armistizio, in Otto settembre 1943 – L’armistizio italiano 40 anni dopo, Atti del Convegno Internazionale (Milano 7-8 settembre 1983), Ministero della Difesa-Comitato Storico «Forze Armate e Guerra di Liberazione», Roma, 1985.
Prinzi G., Coltrinari M., Salvare il Salvabile – La crisi armistiziale dell’8 settembre 1943: per gli Italiani, il momento delle scelte, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2008.
Stefani F., Storia della dottrina e degli ordinamenti dell’esercito italiano, Roma, Ministero della Difesa Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico, 1984-1987, vol. IV.
Vallauri C., Soldati-Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione, UTET Libreria, Torino, 2003.


[1] Carlo Cigliana, Le cinque settimane più controverse della Guerra d’Italia, in La Guerra di Liberazione-Scritti del Trentennale, Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico, 1976, pp. 61-62.
[2] Leandro Giaccone, Considerazioni sull’armistizio, in Otto settembre 1943 – L’armistizio italiano 40 anni dopo, Atti del Convegno Internazionale (Milano 7-8 settembre 1983), Ministero della Difesa-Comitato Storico «Forze Armate e Guerra di Liberazione», Roma, 1985, pp. 421-428.
[3] Carlo Vallauri, Soldati-Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione, UTET Libreria, Torino, 2003, p. 64.
[4] Filippo Stefani, Storia della dottrina e degli ordinamenti dell’esercito italiano, Roma, Ministero della Difesa Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico, 1984-1987, vol. IV, p.
[5] Ivi, p.

venerdì 28 agosto 2020

venerdì 21 agosto 2020

Tesi di Laurea. Esoeriense personali su vari fronti

La tesi è disponibile per la consultazione, previa autorizzazione dell'Autore, presso la Emeroteca dell'iIstituo del nastro Azzurro (www.centrostuidcesvam@istitutonastroazzurro.org)

venerdì 14 agosto 2020

Pietro Ingicco Medaglia d'Argento al Valor Militare


Il 2 dicembre 2019 ricorre il ventennale dalla scomparsa del mio caro papà, Pietro Ingicco, decorato di M.A.V.M., e – anche sull’invito dell’amico Presidente della Sezione torinese del Nastro Azzurro, Avv. Domenico Baldassarre – sono lieto di lasciarne un breve ricordo sulla rivista dell’Istituto.
Nacque a Capua (CE) da Raffaele e Teresa Fusco il 28/6/1916.
Arruolatosi volontario nella Regia Aeronautica in qualità di Aviere allievo armiere con l’obbligo continuativo del volo presso la Scuola Specialisti Arma Aeronautica in Capodichino il 4/4/1935, fu nominato Aviere scelto armiere artificiere, con anzianità di grado dal 1/11/1935.
Trasferito presso il Distaccamento Scuola Specialisti A.A. di Capodichino il 18/3/1936 fu inviato in missione Speciale Oltremare dal 27/1 al 21/12/1937 (guerra di Spagna, campagna 1936-39),  e poi riassegnato alla Scuola Specialisti di Capodichino.
Trasferito il 23/7/1940 al 37° Stormo Bombardamento Terrestre, 116° Gruppo, 276a  Squadriglia, di stanza a Lecce, fu promosso Sergente armiere artificiere con anzianità di grado 1°/10/1940 e Sergente Maggiore dal 1/10/1941.
Partecipò alle operazioni di guerra sul fronte del Mediterraneo dal 23/7/1940 al 27/10/1940, sul fronte greco-albanese dal 28/10/1940 al 23/4/1941, e ancora sul fronte del Mediterraneo dal 24/4/1941 sino all’8/9/1943.
Per una serie di missioni a bordo di velivoli da bombardamento viene decorato della Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
Abile ed ardito sottufficiale armiere, prendeva parte a numerose azioni belliche prodigandosi per portare il massimo contributo al successo di ogni impresa. Nel corso di difficili azioni contro importanti obiettivi strenuamente difesi dal nemico, dava ripetute prove di ardimento e sprezzo di ogni rischio. - cielo della grecia, ottobre 1940 - aprile 1941 (B.U. 1942, Disp. 2, pag. 60).
Ulteriori decorazioni conferitegli sono,
-         per la campagna in Spagna, la Croce al Merito di Guerra e le Medaglie Commemorativa della Campagna e di Benemerenza per i Volontari di Guerra,
-         per le quattro campagne di  guerra 1940-1945, la Croce al Merito di Guerra (1a, 2a e 3a concessione).
Sbandatosi in seguito ai tragici avvenimenti verificatisi successivamente all’8/9/1943,
riusciva ad evitare miracolosamente la deportazione in Germania, eludendo la sorveglianza dei soldati tedeschi alla stazione ferroviaria di Bologna mentre stava per essere caricato sul convoglio diretto ai campi di prigionia.
In seguito, procuratisi “nuovi” documenti di identità, si stabiliva in Piemonte, a Venaria Reale (TO), e veniva assunto presso lo stabilimento Lancia di Borgo San Paolo a Torino, partecipando alla occupazione ed alla difesa della fabbrica nei giorni della Liberazione (25-27 aprile 1945).
A conclusione di questo scritto mi è altresì caro ricordare il  “Suo” Comandante della 276a  Squadriglia B.T., Capitano (poi Colonnello) Pilota Filiberto Pomo (Piverone, 1912 - Ivrea,1986), anch’egli decorato di Medaglia d’Argento, nonché di Medaglia di Bronzo al V.M., che durante la Resistenza, col nome di battaglia “Noto”,  comandò la VII divisione GL (Ivrea-Alto Canavese). Con altri 12 partigiani partecipò al sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea, sulla Dora, nella notte tra il 23 ed il 24 dicembre 1944, facendolo saltare ed evitando un micidiale bombardamento aereo della città che gli Alleati avevano programmato per interrompere i rifornimenti ai nazifascisti di materiale bellico proveniente da Aosta, dalla Cogne.
Fu inoltre comandante della piazza di Ivrea nei giorni della Liberazione e, a guerra finita, entrerà in Olivetti, diventando capo della selezione operai.
A lui – cui oggi, insieme con due altri valorosi ufficiali piloti canavesani (Cap. Armando Boetto, M.O.V.M. alla memoria, e Gen. Ettore Borra, Croce di Bronzo V.M.) è dedicata la Sezione Ivrea e Canavese dell’Associazione Arma Aeronautica – mio padre rimase sempre legato da affettuosa amicizia e riconoscenza per averlo sempre ricondotto a terra sano e salvo al termine di rischiosissimi voli di guerra.
RAFFAELE INGICCO





martedì 21 luglio 2020

La Legione Straniera in Italia: Radicofani 16-20 Giugno 1944


di ALESSANDRO ANDO'



 Avanzata della 1° Divisione Francia Libera (DFL) da Roma a Radicofani nel giugno del 1944

 Radicofani, comune della provincia di Siena, nella valle dell’Orcia, sulla via Cassia, dove avvenne fra il 16 e il 20 giugno del 1944 un importante scontro fra le truppe del Corpo di Spedizione Francese ed in particolare reparti della Legione Straniera, inquadrate nella 5a armata americana, e i tedeschi per il superamento della linea difensiva Albert (dal nome del Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia). Radicofani era punto nevralgico della linea difensiva Albert o anche detta linea del Trasimeno che si stendeva dalla riva tirrenica a quella adriatica, e che fu impiegata dai tedeschi per ritardare l’avanzata degli alleati che, dopo la conquista di Roma, stavano risalendo l’Italia. Lo sfondamento della linea Albert a Radicofani aprì le porte agli alleati alla presa di Siena il 3 luglio e di Firenze il 13 agosto del 1944. L’azione determinante per la presa di Radicofani è da ascrivere alla 13° Demi Brigade della Legione Straniera che aderendo nel 1940 alla Francia Libera di De Gaulle aveva partecipato alla campagne in AOI (v.) e in AS (v.). Il reparto si distinse anche in questo scontro per coraggio e determinazione. Il sacrificio dei 108 legionari caduti è ricordato con un monumento commemorativo nel comune di Radicofani.

Bombardamento operato dall’artiglieria alleata sulle linee tedesche asserragliate a Radicofani 


Panzer Tiger II tedesco colpito durante il combattimento di Radicofani.
16 giugno 1944. Sullo sfondo la rocca del paese.



LA COMMEMORAZIONE


Viene ricordato il 73° anniversario della presa di Radicofani con gli onori ai caduti della Legione Straniera francese: 16 giugno del 2017 monumento in località La Mossa. Sullo sfondo la rocca.



Monumento in località La Mossa che ricorda i 108 Legionari caduti durante lo sfondamento della Linea Albert avvenuto a Radicofani nel giugno del 1944.

domenica 12 luglio 2020

.Giacomo Nasatti: la biografia 4 Gli anni della pensione




di Mario NASATTI

 Gli anni della pensione
Nel  1974, il Presidente ENEL consegna a Giacomo la “Medaglia d’Argento per i 25 anni di effettivo servizio e operosa attività. Con la pensione avendo più tempo a disposizione, incapace di stare inattivo, amante della Montagna e della natura, oltre collaborare con le varie Associazioni Alpinistiche locali, adotta una porzione di terreno agricolo in stato d’abbandono sulle pendici del Monte Moregallo, con incantevole vista lago. Dopo aver estirpato erbacce e sterpi realizza una casetta in legno tipo “Baita alpina” al servizio dei famigliari e dei numerosi amici fra cui i reduci per trascorre momenti in lieta compagnia con l’amato Tricolore, il cappello Alpino e i suoi cani, sempre meticci trovatelli.
Nel 1979, riceve dal “Ministero della Difesa il distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della Libertà” istituito con decreto luogotenenziale n.350 del 3-5-1945; essendo stato deportato nei lager ed avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore e la repubblica sociale durante la resistenza”.
Mio padre è “andato avanti” nel 1990, dopo una vita laboriosa accanto alla sua sposa, ai suoi figli e numerosi nipoti, lasciando il ricordo di una persona attiva e disponibile con i bisognosi, rispettosa di sé, degli altri e della natura che ci circonda. Combattente valoroso e reduce dall’internamento nazista per la conquista della Libertà e Democrazia dell’amata Patria. Beni imprescindibili da custodire con amore e trasmettere intatti alle future generazioni.

“PER NON DIMENTICARE” 

La Repubblica Italiana, dopo decenni di colpevole oblio, con la Legge n. 296 del 26 dicembre 2006, ha istituito la “Medaglia d’Onore” a titolo di riconoscimento, soprattutto morale, ai militari italiani che dopo l’8 settembre 1943, furono catturati e internati nei lager in territorio germanico destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra del Terzo Reich.
la Federazione dell’Istituto Nastro Azzurro di Lecco, in linea con gli scopi dello Statuto, da alcuni anni svolge, volontariamente, le ricerche dei Fogli Matricolari relativi ai militari che nelle guerre del secolo scorso hanno servito la Patria con atti d’eroismo, senso del dovere e dell’onore. Grazie alla fattiva collaborazione con l’Archivio di Stato di Como, dal 2012 ad oggi, sono state consegnate 120 Medaglie d’Onore agli IMI (Internati Militari Italiani) in massima parte alla (memoria) cui va aggiunta la posa di 34 “marmette” votive presso la Chiesetta del Battaglione “Morbegno” al Pian delle Betulle.



Valmadrera, 12 maggio 2020
Mario Nasatti

sabato 4 luglio 2020

.Giacomo Nasatti: la biografia 3 La prigionia nei Lager nazisti





di Mario NASATTI

La prigionia nei Lager nazisti
 I momenti belli durano poco, infatti, 3 mesi dopo, l’8 settembre 1943, l’annuncio dell’Armistizio coglie mio padre e il Ten. Giuseppe Lazzati a Merano nella Caserma del 5° Alpini con le reclute del 2° scaglione, classe 1924, provenienti da Lecco. La maggioranza dei militari, compresi i Comandanti, rifiuta di continuare a combattere al fianco dei tedeschi: saranno catturati e deportati nei Lager nazisti in territorio germanico, dando inizio alla Resistenza disarmata. Il sergente Nasatti, veterano decorato al Valor Militare, è scelto come capo baracca, rispetto agli altri internati se accettasse avrebbe dei vantaggi: rinuncia per non servire i nazisti e stare accanto ai suoi Alpini. Stimato dai prigionieri, costretto al lavoro coatto, subirà maltrattamenti inumani dai Kapò, patirà umiliazioni, fame e freddo ma troverà la forza e il coraggio di resistere, al pensiero dei suoi cari che anelano il suo ritorno.
Lo scorso 2 maggio il Gen. di C.A. Salvatore Farina, attuale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, in occasione del 75° anniversario della fine della 2°Guerra Mondiale ha ricordato il contributo dei militari italiani combattenti la Battaglia di Montelungo (7-16 dicembre 1943) a fianco degli Alleati e quello dei 700.000 Militari Italiani Internati (IMI) di cui ben 50.000 persero la vita nei famigerati Lager nazisti.
Papà sarà liberato a guerra finita dai russi. Tornerà a casa dopo un viaggio allucinante di 4 mesi in massima parte a piedi, dall’alta Polonia al Brennero, attraverso città e territori devastati dalla follia della guerra. Dimagrito e provato, finalmente, la mattina del 26 agosto abbraccia sua moglie e il suo bimbo che aveva lasciato in fasce. La famiglia è riunita e, la vita, degna d’essere vissuta, ricomincia.  

Fine della guerra, nascita della Repubblica Italiana


 2 giugno 1946,  l’Italia, dalle macerie della guerra, rinasce come Repubblica libera e democratica fondata sul lavoro. Fra i padri costituenti il dott. Giuseppe Lazzati, ufficiale degli Alpini, reduce dai Lager nazisti.
Giacomo, congedato dopo 90 mesi passati al servizio della Patria, viene assunto come operaio falegname presso la Società elettrica Orobia, in seguito diverrà ENEL. Luglio 1946 nasce mia sorella Ada.  Nel 1950 insieme al fratello Galdino, (anch’egli reduce di guerra e prigionia) acquista una porzione terreno a Valmadrera. Lo zio muratore e papà falegname si rimboccano le maniche e, con l’aiuto di amici e parenti, costruiscono due casette ognuna col suo orticello. Ricordo la gioia di mamma e l’orgoglio di papà per la nostra casa. In quegli anni riceve visite dai suoi ex commilitoni. Il sindaco, nelle ricorrenze patriottiche, invita papà accanto a sé. Nel 1957 nasce mio fratello Fabrizio e il Gruppo Alpini Valmadrera di cui Giacomo è cofondatore e capogruppo.  
Due anni dopo, nel 1959, partecipa alla consacrazione della Chiesetta votiva del Battaglione “Morbegno” al Pian delle Betulle in Valsassina. Quella domenica ero presente anch’io, sedicenne, col gagliardetto del Gruppo Alpini Valmadrera. Ricordo la moltitudine di Alpini e persone sul prato antistante la nuova Chiesetta e il toccante incontro di mio padre con alcuni suoi Alpini i quali in segno di stima e sincera amicizia formarono un gruppetto vicino a Giacomo,il loro sergente”, che nei Lager nazisti aveva rifiutato i vantaggi di capo baracca per non lasciarli soli, sull’esempio del Beato Teresio Olivelli e del Venerabile  Giuseppe Lazzati.
Negli anni a seguire, ogni prima domenica di settembre, Giacomo salirà in pellegrinaggio al Pian Betulle presso la Chiesetta Votiva del “Morbegno” per ritrovarsi con i suoi Alpini e ricordare i commilitoni Caduti e quelli “andati avanti”.


(segue con post in data 12 luglio 2020: info:quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org)

domenica 28 giugno 2020

.Giacomo Nasatti: la biografia 2 La Campagna di Grecia




di Mario Nasatti


Il fronte greco – albanese,  28 ottobre 1940- 23 aprile 1941
28 ottobre 1940, l’Italia dichiara guerra alla Grecia. Il 5° Alpini inizia il trasferimento in ferrovia diretto a Brindisi il 4 novembre. Da Brindisi, nei giorni 10, 11 e 12 novembre raggiunge l’Albania.  Il Morbegno e l’Edolo sono aviotrasportati, mentre il Tirano e i reparti minori sbarcano in Albania via mare; il 13 novembre il Morbegno e L’Edolo sono già attestati nella zona montuosa di Coriza a contatto col nemico. Il Morbegno sostiene i primi accaniti combattimenti sul Monte Lofka
15 novembre, Kazanit, muore in combattimento anche il Caporale Nasatti Mario 47^ Cp. Mortai, cugino di mio padre, nato e cresciuto nella stessa corte “Fatebenefratelli” sulla Rocca di Valmadrera: grande è il cordoglio dei parenti per la morte di questo giovane, appena ventenne, le cui spoglie rimarranno insepolte in Albania.  
Nonostante l’eroica resistenza, causa anche le condizioni metereologiche avverse, il 5° Alpini è costretto a ripiegare nelle posizioni retrostanti: In un mese e mezzo di durissimi combattimenti ha dato un generoso contributo alla Campagna: 1300 uomini tra morti, dispersi,  feriti  e congelati (senza contare gli ammalati gravi) ,
il 28 dicembre 1940, per ricomporre i ranghi del Battaglione Morbegno, decimati dai combattimenti e dalle intemperie di quel terribile inverno, affrontato con un equipaggiamento inadeguato, iniziano ad arrivare i Complementi fra questi il Capitano Adriano Auguadri e gli Arditi di Battaglione che combatteranno al suo fianco sino all’estremo sacrificio.
 Inquadrato nei Complementi il caporal maggiore Nasatti Giacomo, il 19 gennaio 1941, è aviotrasportato da Foggia a Tirana. Trasferito in prima linea il 24 gennaio 1941, partecipa all’azione di carattere offensivo condotta dal Capitano Auguadri a quota 926 di Sqimari , Val Tomorezza, ricevendo la M.B.V.M.(sul campo) dal Comandante del 5° Alpini, Colonnello Carlo Fassi.
“Nasatti Giacomo di Santo e Anghileri Bambina, da Valmadrera (Como), classe 1916, caporal maggiore, 5° Alpini, Battaglione “Morbegno”
Comandante di squadra fucilieri, durante un attacco contro posizione nemica, guidava con perizia e coraggio il proprio reparto che incitava con la parola e coll’esempio, sull’obbiettivo assegnato alla squadra finchè, giunto a contatto col nemico, ne aggirava la posizione assaltando con bombe a mano e baionetta riuscendo così a ributtarlo con perdite e impadronirsi della posizione. Ad un tentativo nemico di contrassaltare si  opponeva con energico fuoco e bombe  a mano. Sempre di esempio ai suoi uomini, ha dimostrato alto senso del dovere ed ardimento.  – Quota 926 di Sqimari  (fronte greco) 24 gennaio 1941”
  A Sqimari gli Alpini del “Morbegno” durante  una  pausa dai combattimenti esprimono il Voto che sarà sciolto nel 1959 con la Chiesetta Votiva al Pian delle Betulle, Valsassina (LC). Seguiranno altre azioni sul Monte Guri i Topit: a quota 2110 il 9 marzo e  quota 2120 il 4 aprile 1941, con l’olocausto del “Morbegno” col sacrificio di Auguadri, Ferruccio Battisti e tantissimi caduti da ambo le parti.  Il 25 marzo,  Nasatti viene ricoverato all’Ospedale Militare da Campo, sarà dimesso il 5 maggio. Rientrato in Patria, il 25 luglio 1941, è mandato in licenza straordinaria di gg. 32 (Circolare 143750 / 53.1.9)  torna casa dai genitori e dalla sua amata fidanzata. Rientra al “Morbegno”, dislocato in Piemonte, il 26 agosto 1941, riprende le esercitazioni e gli addestramenti delle reclute. 12 marzo 1942, si sposa con mia madre Elvira Baù classe 1919, il matrimonio si celebra Veronella (VR), luogo di nascita della mamma. Il 20 maggio 1942 cessa di essere mobilitato perché passato effettivo al Comando Truppe al Deposito 5° Alpini. Eviterà la Campagna di Russia e farà la spola fra il Magazzino Deposito del Battaglione “Morbegno” in Lecco  e  la Caserma del 5° Alpini di Merano.
15 gennaio 1943, promosso al grado di sergente. 6 giugno 1943, a Malgrate, nasce il sottoscritto: alla bella notizia papà è in Val Venosta con le reclute classe 1924, offre da bere a tutti e viene a casa in licenza. 

(segue post in data 4 luglio 2020 info: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org)

domenica 21 giugno 2020

Giacomo Nasatti: la biografia Chiamata alle armi e la Guerra di Spagna


di Mario Nasatti


Giacomo Nasatti nasce a Valmadrera (CO) il 21 maggio 1916,  figlio Santo e Anghileri Bambina, quintogenito di una famiglia di 4 maschi e due femmine, trascorre l’adolescenza nell’antica corte contadina “Fatebenefratelli”, sulla Rocca di Valmadrera a picco su  “Quel ramo del Lago di Como, ……….., tra due catene non interrotte di monti……..”  di manzoniana memoria. Conseguita la licenza di 5° elementare aiuta i genitori nei lavori campestri. Quattordicenne è assunto apprendista falegname presso una ditta in Lecco ed impara la lavorazione del legno.
In occasione della “Crociera Aerea del Decennale”, luglio - agosto 1933, guidata da Italo Balbo, (già eroico ufficiale degli Alpini, fondatore de L’Alpino), il giovane ebanista, fedele alla Voce del suo tempo, realizza un modellino in legno del famoso idrovolante SIAI Marchetti S 55 X. utilizzato per il volo transoceanico. La copia dell’aereo è perfetta. Sulle ali spicca il tricolore e l’opera viene esposta alla Mostra organizzata dal Fascio di Lecco, per celebrare l’evento di risonanza mondiale.
Nel tempo libero frequenta la Palestra Ghislanzoni di Lecco, pratica il pugilato (sport fra i più antichi  nobile arte della difesa”).  Come dilettante partecipa a vari incontri provinciali e regionali con successo. Oltre la box ama la Montagna e compie escursioni sulle montagne lecchesi. Di fisico robusto è un ottimo alpinista, lo sarà anche in età avanzata.
Chiamata alle armi e Spagna
La chiamata alle armi arriva il 10 maggio 1938: arruolato nel 5° Reggimento Alpini Battaglione “Morbegno” a  Merano:  il “30 giugno 1938 è nominato soldato scelto, il 10 agosto promosso al grado di caporale e il 30 novembre 1938  promosso caporal maggiore di squadra fucilieri .   Distinzioni e servizi speciali : tiratore scelto col fucile mod. 91, fucile mitragliatore.
27 febbraio 1939, è “Volontario in servizio non isolato all’estero per tempo indeterminato nel “1° Battaglione Alpini in pratica “osservatore” in Spagna , dove gli Alpini vanno in borghese, ma non rinunciano cappello alpino che nascondono sotto il pastrano (vedi foto); arrivati a Cadice, via mare, non sono  impiegati perché nel frattempo il Generale Franco entra vittorioso a Madrid. Gli Alpini rientreranno in Patria, sempre via mare, facendo la “quarantena” a  Castellamare di Stabia (vedi foto).  Finita la quarantena il “1° Battaglione Alpini” viene sciolto e gli alpini rientrano ai Battaglioni di appartenenza.
Nella Caserma del 5° Alpini a  Merano,  dopo le esercitazioni,  era possibile organizzare attività sportive come partite di calcio, incontri di boxe e altre discipline. Il Caporal magg. Nasatti Giacomo, disputò alcuni incontri di box , fra cui quello famoso col Capitano Verdi (nome di fantasia) di cui sono venuto a conoscenza nel 2011 tramite il racconto del Ten. Col. (R.O.) Enzo Curti classe 1917  che, all’epoca del fatto era Caporal magg. della 44^ “Morbegno” con mio padre.
“ Il Capitano Verdi è un bell’uomo, atletico e forte,  però sul ring si trova in  difficolta in quanto tuo padre, pur essendo più basso (alto m. 1. 64,5) è più giovane, più agile e preparato. Ad un certo punto dell’incontro l’ufficiale dice, “ma tu fai sul serio”, la risposta di Giacomo è pronta: “Signor Capitano, se vuole, mi fermo” la replica :  “no, no, vai avanti, è un ordine!” Si riprende ma il Capitano non è in grado di competere con la tecnica precisa dell’avversario che lo obbliga più volte alle corde.  Al termine dell’avvincente incontro  l’arbitro assegna la vittoria al caporale; l’ufficiale con autentico spirito sportivo abbraccia tuo padre, per la correttezza e lealtà dimostrata durante il match. Scrosciano gli applausi degli Alpini che tifavano per il caporale, perché l’ufficiale era piuttosto rigido con la truppa e non lesinava punizioni. Morale: Giacomo diventa un mito per noi alpini e il Capitano Verdi meno rigido con la truppa.”
Questo a dimostrazione che lo Sport, praticato con puro agonismo, non conosce censo e gradi ed ha capacità di unire le persone: nelle gare internazionali supera i confini e unisce le Nazioni, vedi Olimpiadi.    
9 settembre 1939, Hitler invade la Polonia, il 6 novembre 1939, mio padre ha concluso i 18 mesi di leva e, anziché essere congedato, viene “Trattenuto alle armi a senso della “Circolare 4001 in data  24 agosto 1939  del Ministero di Guerra.”  E’ il preludio che anche l’Italia si appresta ad entrare in guerra: continuano le esercitazioni e gli addestramenti delle nuove reclute. Nell’inverno 1939-40, come ebanista realizza speciali sci da adattare ai muli, vedi foto d’epoca sul Monte Rosa, Nasatti è quello con la sacca sul davanti.
 10 giugno 1940, dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra a fianco della Germania  
Il 5° Alpini, facente parte della “Tridentina” partecipa alle operazioni di guerra sul fronte Occidentale contro la Francia, dall’ 11 al 24 giugno, nella zona del Col de la Seigne.  
(infoquaderni.cesavam@istitutonastroazzurro.org)  (segue post in data 28 giugno 2020

domenica 14 giugno 2020

QUADERNI n. 1 del 2020


La rivista può essere chiesta a: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org
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domenica 7 giugno 2020

Il Ritorno degli scomparsi del 27 luglio 1943


Altra affastellazione il progressivo recupero dei fascisti, soprattutto di fronte a se stessi  della realtà: la responsabilità di una guerra mondiale condotta dall’Italia in modo inappropriato, dopo che per venti anni si era governato e proclamate le virtù guerriere del fascismo; trentanove mesi di sconfitte, che portarono anche al disprezzo anche manifesto dell’alleato germanico; la tragedia del 25 luglio, dove i Gerarchi del Gran Consiglio del Fascismo decretano la fine del “ regime, consegnano Mussolini al Re, e scompaiono, così come scompare in tre giorni i Partito Nazionale Fascista, senza che nessuno lo difensa;  il fascismo, che si voleva rigenerare, nella Repubblica Sociale, che si traduce in un altro fallimento il cui epilogo, la fuga di Mussolini e dei gerarchi da Milano, è ancora più sintomatico, responsabili di aver trasformando l’Italia in un campo di battaglia per eserciti stranieri, cosa che non succedeva da oltre due secoli  Di fronte a questa serie di fallimenti, rimane infine il fatto che si collaborò allo sterminio degli ebrei, prima con le Leggi Razziali del 1938, poi collaborando alacremente a riempire i treni di donne vecchi e bambini verso i campi di sterminio tedeschi, in quella che è il crimine collettivo più orrendo del Novecento. I fascisti con questo pesante fardello passarono i decenni del dopoguerra emarginati, covando rivincite e rancori, poco meditando e riflettendo sui propri errori e le cause delle loro disfatte. I partiti usciti dalla guerra governarono l’Italia ma via via, scomparsi i capi storici persero la loro idealità nata nel 1943- 1945 e via via si fecero penetrare ed infiltrare dalla corruzione e dall’antistato (mafia, camorra, ed altro) che li disintegrarono venendo meno agli ideali, alla moralità ed all’etica che li aveva ispirati al momento della loro ricostituzione nel 1942-1943.

mercoledì 3 giugno 2020

Resistenza e Comunismo.



Si sono affastellate negli ultimi anni varie interpretazioni degli eventi che stanno cancellando oggi fatti ed eventi che non sono in linea con queste interpretazioni. Quella più evidente è il sillogismo discendente dalla appropriazione integrale del Partito Comunista Italiano di quello che è stato il fenomeno della “Resistenza”, ovvero della lotta condotta contro tedeschi e fascisti nei territori centrosettentrionali dell’Italia sotto occupazione germanica. Questa appropriazione, che in pratica significava escludere tutte le altre componenti democratiche della Resistenza ha portato alla cancellazione della “Resistenza” in virtù del principio “quando una parte si impossessa del tutto, il tutto scompare” Ed infatti oggi la Resistenza è sinonimo di parte, “di comunismo”.  Scomparsa la Unione Sovietica nel 1989, scomparsi i partiti comunisti, scomparso il comunismo, ecco quindi che scompare anche la “Resistenza”, essendo questa emanazione (erronea) del comunismo