Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960

Master di 1° Livello  in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960
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Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944

Il Corpo Italiano di Liberazione ed Ancona. Il tempo delle oche verdi e del lardo rosso. 1944
Società Editrice Nuova Cultura, Roma 2014, 350 pagine euro 25. Per ordini: ordini@nuovacultora.it. Per informazioni:cervinocause@libero.it oppure cliccare sulla foto

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giovedì 1 agosto 2019

Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 8 Gli Avvenimenti b


      La battaglia di San Pietro Infine: gli avvenimenti del secondo attacco 15-17 dicembre 1943


I presupposti del secondo attacco, resosi necessario dal fallimento del primo, erano tutt’altro che promettenti. Sia il Generale Clark che Keyes ritenevano opportuno approfittare del secondo attacco per impiegare per la prima volta i propri carri armati. La decisione non era condivisa dal Comandante della Texas, che valutava l’impiego dei carri del tutto inopportuno, viste le caratteristiche del terreno di San Pietro Infine.
Il nuovo piano d’attacco prevedeva le seguenti azioni:
-   entro l’alba del 15 dicembre il 1° btg. del 143° rgt. e del 2° btg. del 504° rgt. paracadutisti dovevano lasciare le proprie posizioni sul Monte Sammucro e dirigersi in direzione di San Vittore rispettivamente a quota 730 e quota 687. Aggirando le difese tedesche, quindi, sarebbero state conquistate due posizioni chiave per il controllo della via di rifornimento tedesco tra San Vittore e San Pietro Infine;
-   il 2° e 3° btg. del 143° rgt. dovevano attaccare San Pietro dalle pendici del Monte Sammucro, supportato dal 753° btg. carri. In modo coordinato il 2° btg. del 141° rgt. avrebbe invece attaccato il Paese da sud e sud est attraverso la cosiddetta “Death Valley”, ovvero la vallata tra San Pietro Infine e Monte Rotondo.
La prima azione, pur partendo come previsto, incontrò una strenua ed efficace resistenza da parte dei Tedeschi, vista l’importanza decisiva che questi davano al controllo della strada che avrebbe loro garantito una via di fuga verso Nord. Le truppe statunitensi registrarono numerose perdite e nonostante le Forze iniziali fossero state rimpiazzate da reparti freschi, la situazione sul Monte Sammucro giunse ben presto a una condizione di completo stallo.
Sul versante di San Pietro la situazione non era certo migliore. Un’approfondita ricognizione del campo di battaglia compiuta dagli aerei da ricognizione confermò le pessimistiche previsioni del Generale Walker riguardo alla fattibilità dell’impiego degli Sheridan su un terreno così poco adatto ai mezzi corazzati. Il Comandante del 753° btg. carri fu quindi costretto a impiegare una stretta mulattiera che s’inerpicava a Nord, poiché questa era l’unica linea di comunicazione relativamente sicura da sabotaggi nemici e percorribile dai mezzi corazzati. Questa prima scelta si rivelò ben presto errata. Infatti, nonostante i genieri dell’111° btg. avessero lavorato tutta la notte dell’11 dicembre per rendere agibile il sentiero, alla prova dei fatti, quando il primo carro percorse il tracciato, questo sprofondò nel terreno reso morbido dalla pioggia.
Al Generale Walker non restò quindi altra scelta che utilizzare la strada che collegava Ceppagna a San Pietro. Questa opzione era stata in precedenza scartata perché presentava notevoli fattori di vulnerabilità quali una serie di curve a gomito e ponti e ponticelli che potevano essere facilmente e irrimediabilmente sabotati. Per prevenire questa evenienza furono richiesti in appoggio due carri gettaponte Valentine del X Corpo inglese.
Le ostilità ebbero inizio alle 12:00 sul lato destro del fronte, con il 753° btg. carri che manovrò in avvicinamento all’obiettivo con i due battaglioni di fanteria che lo affiancavano. I sedici carri che formavano il btg. furono costretti a procedere in fila indiana vista l’ampiezza ridotta del sentiero e divennero facile bersaglio delle granate controcarro, delle mine e degli ostacoli del terreno. L’impiego dei corazzati si rivelò un completo fallimento. All’imbrunire del primo giorno, quando fu ordinato ai carri di ritirarsi, sui sedici iniziali solo quattro di loro e tredici membri dell’equipaggio fecero ritorno.
Sul versante sud-est l’attacco iniziò alle 12:53 da parte del 2° btg. del 141° rgt., partendo dalle propaggini est di Monte Rotondo. Su questo versante la resistenza tedesca fu durissima. I Tedeschi falciarono gli attacchi sia dai terrazzamenti prospicienti il paese che dalle falde di Monte Lungo con mortai, artiglieria e armi leggere. Le perdite americane divennero sempre più consistenti ed anche su questo versante l’attacco si arenò. A questo punto il battaglione si riorganizzò e nel pomeriggio riprovò l’attacco dal lato sud del paese, supportato dall’intenso fuoco dell’artiglieria. Anche in questo caso la difesa tedesca, compiuta attraverso i soliti colpi di mortaio, bombe a mano, granate e una fitta rete di difese passive caratterizzate da filo spinato e trabocchetti esplosivi, fu estremamente efficace e costrinse Maj. Milton Landry, Comandante del 2° btg., a decidere di sferrare un terzo attacco nella notte, considerato che tentare di scalare i terrazzamenti di giorno era stato impossibile nei precedenti due attacchi.
Il terzo attacco iniziò all’una di notte del 16 dicembre ed ebbe anche questa volta un esito analogo ai precedenti. Le truppe statunitensi, arrivate a poche centinaia di metri dal paese, non riuscirono ad avanzare oltre, sottoposte al fuoco incrociato di armi leggere e dai colpi dei mortai, mentre le retrovie furono bersaglio dell’artiglieria pesante. Al sorgere del sole era chiaro che continuando così il battaglione sarebbe stato annientato per cui alle ore 9:40 di mattina fu ordinato di ripiegamento che terminò dopo sei lunghe ore e in modo tanto disordinato che numerosi feriti furono lasciati sul terreno in balia dei Tedeschi.
La battaglia di San Pietro Infine non fu risolta da un attacco decisivo bensì dalla faticosa conquista, da parte del 142° rgt. americano e del primo Raggruppamento motorizzato italiano di Monte Lungo, nello stesso 16 dicembre. La conquista di Monte Lungo, infatti, preceduta da quella di Monte Sammucro, avrebbe permesso alle truppe del Texas di aggirare i Tedeschi per cui questi ultimi, pur avendo difeso con successo la propria posizione a San Pietro, furono costretti alla ritirata. Prima di dirigere verso San Vittore sferrarono un ultimo sanguinoso contrattacco per coprirsi la successiva ritirata. Gli uomini del 3° btg. del 143° rgt. che agiva sul fianco ovest di San Pietro furono i bersagli di quest’ ultima azione nemica che, sferrata alle 19:00 del 16 dicembre, decimò le truppe americane. Subito dopo questo duro scontro i Tedeschi si ritirarono da San Pietro Infine; all’una di notte del 17 dicembre i soldati del 141° e del 143° reggimento fecero finalmente il loro ingresso in paese; la battaglia per San Pietro Infine era finita.
(2)    Le operazioni navali
Gli scontri a Monte Lungo non furono accompagnati da un’azione condotta da forze navali. In ogni caso, nell’ambito dell’attività di pianificazione, fu supposta un'operazione anfibia diversiva a Gaeta allo scopo di ingannare il nemico sulle intenzioni degli alleati.
(3)    Le operazioni aeree
Il maggiore ostacolo all’impiego delle forze aeree fu costituito dalle condizioni meteorologiche che non consentirono, durante il mese di novembre, di effettuare le missioni di volo nel numero pianificato.
Gli obiettivi prioritari, nell’area di operazione, erano costituiti dalle posizioni ove erano concentrate le forze nemiche con relativi sistemi d’arma e installazioni e contro cui le forze aeree avrebbero potuto intervenire con l’appoggio diretto. Alternativamente l’azione aerea poteva trasformarsi in appoggio indiretto con cui si concentrava lo sforzo sulle linee di comunicazione nemiche (strade, ponti e ferrovie), sui depositi e sulle basi logistiche in un'area che partiva dalla linea di contatto fino al nord di Roma concentrandosi, in particolar modo, sulla valle del fiume Liri.
Nel mese di dicembre le condizioni meteorologiche, seppure migliorate, non permisero di realizzare le missioni di appoggio diretto. Dunque, l'aviazione alleata si concentrò sull'appoggio indiretto colpendo obiettivi schierati su un’area vasta che partiva dalla valle del Liri senza però mai intervenire direttamente a supporto dell’azione condotta dalle forze di terra.

venerdì 26 luglio 2019

Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 9 Gli Avvenimenti c.

         Considerazioni riepilogative
La prima azione per forzare la Winter Line si rilevò, di fatto, un fallimento, ma il Comandante della 36^ Divisione ripianificò l’azione fondamentalmente con le stesse modalità: le forze furono sostanzialmente le stesse, con in più il 504° gruppo di combattimento di paracadutisti, la dislocazione delle unità e i settori d’azione assegnati molto simili alla prima azione contro le stesse forze nemiche. Diversa fu solo la concezione della manovra articolata su più azioni scaglionate nel tempo. Inoltre il progetto di attaccare il paese con i carri si rilevò immediatamente fallimentare e mostrò due evidenti errori di calcolo: innanzitutto appoggiare il combattimento della fanteria all’interno di un paesino alle pendici di un monte con strade strette, in genere gradinate e ostruite dalle macerie, se era difficile per i soldati a piedi, per i mezzi blindati e corazzati era addirittura impossibile. Circondare il paese con i carri era impraticabile, poiché a nord c’era il Vallone Ovest che non era in nessun modo carrabile.
L’impiego dei mezzi blindati e corazzati era frutto di una concezione degli Alleati risalente la Prima guerra mondiale di appoggiare la fanteria con i mezzi corazzati a prescindere dalla condizione del terreno. Concezione questa che si rivelò nella battaglia di San Pietro e in altre battaglie un rovinoso errore.  Da parte loro, i tedeschi dimostrarono un’abilità magistrale nello sfruttare le macerie dell’abitato come mezzo difensivo.
              Un altro fattore che gli alleati non seppero ben analizzare al fine della valutazione del morale del nemico, era il                  diverso trattamento che gli eserciti contrapposti riservavano ai loro militari 
colpiti da stress da combattimento. Considerata la situazione ambientale, climatica e la tipologia di scontri che si verificavano sul fronte italiano, le perdite per tale sindrome erano molto alte.



domenica 21 luglio 2019

Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 10 Considerazioni finali



  
a.        Considerazioni finali riferite all’epoca del conflitto
Le operazioni sulla Winter Line, condotte dal 15 novembre 1943 al 15 gennaio 1944, terminarono con la conquista da parte degli alleati delle posizioni su entrambi i lati degli Appennini. L’8^ Armata britannica a est aveva attraversato i fiumi Sangro e Moro avanzando lungo la costa adriatica. Sul versante tirrenico la 5^ Armata di Clark respinse i tedeschi fino alla linea Gustav raggiungendo la valle del Liri e ponendo pertanto le premesse per aprire agli alleati la strada per Roma da sud est. Per entrambi la possibilità di successo fu contrastata dall’inaspettata e abile difesa tedesca che non si disintegrò mai sotto l’attacco, dando l’opportunità agli alleati di sferrare un colpo decisivo per aprire la strada lungo la Valle del Liri o una manovra dal fianco nord est attraverso Ortona e quindi Roma.
Il successo della 5^ Armata non è evidente se misurato in terreno effettivamente conquistato, considerato il tempo impiegato di quasi due mesi per conseguire l’end state desiderato, la conquista di S. Pietro Infine. Tuttavia va tenuto presente che i tedeschi difesero con le forze principali il più forte sistema di fortificazioni finora incontrato nel corso della campagna, mantenendo il vantaggio della scelta del campo. La stagione invernale, il terreno difensivo ideale e la determinazione dei tedeschi resero l’avanzata degli alleati un’operazione lenta e costosa, raggiunta attraverso successi parziali, non sfruttati appieno per un’azione decisiva e ottenuti a caro prezzo. Le perdite della 5^ Armata ammontarono a circa 16.000 uomini[i]. D’altra parte anche le forze tedesche subirono un logoramento al punto di non essere in grado di lanciare una controffensiva decisiva. Gli effetti della guerra di attrito si ripercossero sugli intendimenti dei belligeranti nel corso del 1944. Ogni singolo successo degli alleati e la crescente pressione sul fronte difensivo rese impossibile per il Comando Tedesco ritirare le ventidue divisioni di Kesselring per contrastare gli alleati sul continente europeo.
Dalla ricostruzione degli eventi, in particolare, emergono almeno due fattori chiave che ebbero peso nella pianificazione e condotta delle operazioni offensive terrestri da parte 36^ Divisione del II Corpo d’Armata: le condizioni del terreno e l’abilità dei tedeschi a sfruttarlo a proprio favore in combattimenti d’arresto di fanteria, dove ebbero un ruolo importante, oltre all’organizzazione difensiva, lo spirito combattivo e il morale saldo. Tali fattori decisivi saranno di seguito analizzati per trarre poi alcune considerazioni sull’attacco alla stretta di Mignano e sulle conseguenze che ebbe sul successivo sviluppo della Campagna d’Italia.
(1)   Il terreno difensivo
In corrispondenza della stretta di Mignano, il terreno si era rivelato estremamente sfavorevole per gli attaccanti. La Casilina percorreva una valle larga poco più di un chilometro tra le quote dominanti dei monti circostanti, con numerose pendici e alture e con l’abitato di S. Pietro Infine posto a nord in posizione dominante. Le strade, molto strette, erano minate e circondate da terrazzamenti coltivati o coperti da cespugli. Le operazioni fuori strada erano ostacolate da torrenti, valloncelli e altre irregolarità e dal fondo reso cedevole dalla pioggia. La scarsità di comunicazioni stradali e ferroviarie aveva consentito al Genio tedesco di procedere a demolizioni concentrate con economia di sforzi e imponendo, con l’impiego delle mine, notevoli ritardi all’avanzata degli alleati.
Tali condizioni limitarono la capacità di dispiegamento e di movimento delle forze alleate che, pur disponendo di maggiore meccanizzazione e di mezzi corazzati in numero superiore, dovettero portare quasi tutto il peso dei combattimenti sulla fanteria. Per avere successo e conquistare terreno, ogni montagna doveva essere presa separatamente e ogni valle rastrellata da ostinati attacchi di fanteria, per poi trovarsi di fronte una  nuova serie di ostacoli In particolare, l’utilizzo di carri per la presa di S. Pietro Infine, secondo la concezione alleata di appoggiare i combattimenti di fanteria, fu disastroso per la conformazione dell’abitato arrampicato sulle pendici del Sammucro con strette vie di accesso e strade interne difficilmente percorribili ai soldati per le macerie provocate dagli stessi attaccanti con i bombardamenti. Anche l’accerchiamento del paese con mezzi corazzati fu impossibile per la conformazione delle pendici circostanti.
Le condizioni del terreno sfavorevoli agli attaccanti erano state peggiorate dalle condizioni atmosferiche. La pioggia caduta ininterrottamente aveva reso impraticabili i sentieri utilizzati per i rifornimenti sulle pendici dei rilievi. Per percorrere i pochi chilometri che separavano le alture occorreva spesso un’intera giornata. Il lancio di rifornimenti dall’aria non ebbe successo sia per la scarsa visibilità sia per la difficoltà di ritrovare i materiali sul terreno accidentato e vicino alle posizioni nemiche. Le condizioni meteorologiche sfavorevoli non permisero tra l’altro di sfruttare l’appoggio diretto delle operazioni aeree.
(2)   La superiorità difensiva dei tedeschi
Le forze alleate attaccarono il nemico su un fronte ampio con una superiorità di tre a uno nelle forze di fanteria, per conseguire lo sfondamento e continuare la pressione sul fronte, senza poter sfruttare la superiorità di aerei, mezzi corazzati, e di artiglieria di cui disponevano. I tedeschi, viceversa, sfruttarono al massimo e con abilità le caratteristiche fisiche lungo la linea di resistenza con una campagna puramente terrestre fatta da azioni ritardatrici e ritirate parziali, sfruttando le barriere naturali montuose e fluviali e fortificando i punti critici non protetti. Le perdite conseguenti ad attacchi frontali contro le zone fortificate e le posizioni sulle montagne circostanti indussero a cercare linee di attacco meno evidenti. Emerse l’importanza di disporre in questi teatri di operazioni di unità da montagna addestrate ed equipaggiate appoggiate da truppe e da colonne di rifornimento. Già durante l’autunno del 1943 gli alleati decisero di costituire reggimenti di artiglieria da montagna, che però raggiunsero il teatro di operazioni nel luglio del 1943 per essere impiegati sugli Appennini. La battaglia combattuta essenzialmente dalla fanteria fu decisa da innumerevoli scontri combattuti su uno dei terreni europei più difficili che favoriva pesantemente i difensori. Solo la conquista del Monte Lungo e del Monte Sammucro costrinse i tedeschi a ritirarsi da S. Pietro Infine per prevenire l’aggiramento e lo sbarramento della strada di collegamento con S. Vittore, nonostante la posizione fosse stata difesa con successo e gli attaccanti respinti in combattimenti al limite delle risorse fisiche e morali. La 36^ Divisione prese S. Pietro Infine, ma per lo sforzo sostenuto oltre le aspettative fu ritirata dal fronte per un periodo di riposo.    
(3)   I riflessi sulla Campagna d’Italia
Gli errori sul campo, poi ripetuti nelle successive azioni nel gennaio 1944 con il tentativo della stessa 36^ Divisione di attraversare il Fiume Rapido sotto Montecassino per aprire la strada nella Valle del Liri e nei tre assalti a Monte Cassino, così come il quasi fallito sbarco ad Anzio, suggerirebbero una scarsa abilità da parte dei comandanti alleati, anche se a loro discolpa vanno considerati i fattori limitanti di tipo politico, logistico, e geografico presenti nella campagna d’Italia. In generale, le battaglie per la Winter Line evidenziano come la Campagna d’Italia, concepita dagli alleati come uno sforzo sussidiario fatto di “offensive minori” di “successo sicuro” in previsione dell’avvio delle operazioni sul continente europeo di primaria importanza nella strategia alleata (Overlord in Normandia e Anvil nel sud della Francia) era destinata a diventare per i belligeranti una costante fonte di usura di uomini, mezzi e materiali. Dal punto di vista del Comando tedesco, l’obiettivo di ritardare il più possibile l’avanzata degli anglo-americani impegnando con il  minore numero di reparti una grande quantità di truppe nemiche, nell’ambito di un progetto generale di difesa del territorio del Reich, ebbe sostanziale successo. Il Generale Kesselring aveva insistito sulla possibilità di tenere una linea di difesa a sud di Roma per un lungo tempo, e i fatti sembrano avergli dato ragione. Dopo avere bloccato gli attacchi della 5^ Armata nel mese di novembre, egli poté difendere la Winter Line fino a gennaio, oltre ogni previsione, non concedendo agli alleati di sferrare un colpo decisivo che ne determinasse il crollo. Anche dopo l’apertura della strada verso Roma e la sua liberazione, la guerra di attrito della Campagna d’Italia continuò per molti mesi in condizioni analoghe.


[i] www.history.army.mil/books/wwii/winterline/winter-fm.htm “Fifth Army battle losses from 15 November to 15 January were 15,930 men. Over half this number—8,844—came from American divisions and represented a casualty rate of ten percent. Non-battle casualties were much higher, numbering nearly fifty thousand for all the American elements of Fifth Army”.





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(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

domenica 14 luglio 2019

Battaglia di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943 11



La Campagna d’Italia: l’attacco del II Corpo USA alla stretta di Mignano. La 36^ Divisione “Texas”: la Battaglia per la conquista di San Pietro Infine 7-21 dicembre 1943
ABSTRACT

Nell’autunno del 1943, gli alleati disponevano in Italia di due armate, la 5^ americana sotto il comando del Gen. Mark W. Cark e l'8^ britannica sotto il comando del Gen. Montgomery, che fronteggiavano la 10^ Armata tedesca.
Alla fine di ottobre la situazione poteva essere riassunta nel modo seguente: undici divisioni alleate stavano attaccando nove divisioni tedesche in un paese che offriva ai difensori ogni vantaggio, anche alla luce dell’approssimarsi della stagione invernale che avrebbe reso ancor più difficili le operazioni aeree alleate. Inoltre, il nemico aveva ben otto divisioni presenti nella parte settentrionale dell’Italia, pronte a sostituire le stanche divisioni impegnate nella parte meridionale. I comandanti alleati stimavano che il loro compito principale fosse quello di distogliere le divisioni tedesche dal fronte russo e dal settore dell’Europa Occidentale. Gli attacchi degli alleati dovevano dipendere dalla fanteria, dall’artiglieria e dal genio, ma c’era assoluto bisogno di una schiacciante superiorità per annullare i vantaggi difensivi dei tedeschi. Le valutazioni più ottimistiche non assegnavano la parità in campo prima della fine di gennaio ma, nonostante ciò, i comandanti alleati elaborarono una serie di piani offensivi intesi a conquistare Roma per Natale.
Al II Corpo d’Armata statunitense era stato assegnato il compito di lanciare l’offensiva terrestre con lo scopo di sfondare la linea difensiva tedesca posta in posizione avanzata, la “Winter Line”, linea “Bernhard” per i tedeschi. L’area di operazioni seguiva la direttrice di attacco lungo strada n. 6 Casilina che percorreva la stretta di Mignano. Gli avvenimenti bellici portarono alla conquista dell’abitato di S. Pietro Infine, da parte della 36^ Divisione “Texas” comandata dal Generale Fred L. Walker, il 17 dicembre 1943. La conseguente ritirata dei tedeschi verso la linea difensiva Gustav pose le premesse per il raggiungimento della Valle del Liri e quindi per l’apertura della strada per Roma da sud est.
Nelle operazioni offensive terrestri da parte della 36^ Divisione ebbero un ruolo decisivo le condizioni del territorio e l’abilità dei tedeschi a sfruttarle a proprio favore in combattimenti d’arresto di fanteria, supportati da un forte spirito combattivo e dal morale saldo. In corrispondenza della stretta di Mignano, la Casilina percorreva una valle larga poco più di un chilometro tra le quote dominanti dei monti circostanti, con numerose pendici e alture difese dai tedeschi e con l’abitato di S. Pietro Infine posto a nord in posizione dominante. L’utilizzo di carri a sostegno dei combattimenti di fanteria si rivelò impraticabile per la conformazione dell’abitato. Nonostante la superiorità degli alleati in mezzi meccanizzati e corazzati, quasi tutto il peso dei combattimenti fu sopportato dalla fanteria, impegnata in ripetuti e costosi assalti frontali su un terreno che favoriva pesantemente i difensori. Gli insuccessi iniziali indussero i comandanti alleati a cercare linee di attacco meno evidenti. Con la conquista del Monte Lungo e del Monte Sammucro, i tedeschi dovettero ritirarsi per prevenire l’aggiramento, pur avendo difeso S. Pietro Infine con successo, fino a quel momento, impegnando in combattimento gli attaccanti al limite delle loro risorse fisiche e morali. Il Maresciallo Kesselring, comandante in capo della Wermacht sul fronte meridionale, aveva tenacemente insistito sulla possibilità di tenere una linea di difesa a sud di Roma. Dopo avere bloccato gli attacchi della 5^ Armata nel mese di novembre, con la difesa di S. Pietro Infine i tedeschi riuscirono a fermare l’avanzata sulla Winter Line fino a metà gennaio ‘44, oltre ogni previsione, senza concedere agli alleati di sferrare un colpo decisivo che ne determinasse il crollo.
La battaglia di San Pietro Infine costò molto cara: circa centotrenta dei suoi abitanti persero la vita durante i combattimenti, mentre il calcolo delle perdite subite dalla 36^ Divisione “Texas” ammontò a circa mille uomini tra morti, feriti e dispersi. Impossibile ancora oggi stabilire una stima precisa delle perdite tedesche.

(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

domenica 30 giugno 2019

Personaggi

Il ministro della guerra 
 gen. Orlando
 1944

martedì 4 giugno 2019

Una data importante per cambiare


Eugenio Colorni, Filosofo e patriota, nato a Milano il 22 aprile 1909, colpito a morte a Roma da un sicario della banda Koch il 28 maggio 1944 e morto all'ospedale il 30 maggio


Lo splendido evolversi delle attività del CESVAM con il gruppo di giovani studenti, e cultori della materia che danno ampio spazio a tante iniziative, ed anche su pressione di questa legione che spinge, è stato deciso di cambiare nome a questo blog. 

Espressione degli anni splendidi della collaborazione con il gen. Poli, con attività tanto creative quanto educative, dopo la sua morte, si è voluto mantenerlo nella sua struttura che racchiudere i contributi dei giovani, a cui lui tanto teneva. 

Studenti e cultori, che,  peraltro, in un incontro a Chianciano diedero vita ad un pomeriggio di studio e di confronto che lasciò in molti  impresso indelebile uno bel ricordo; altri, in un recente meeting alla Sapienza hanno ricordato il gen. Poli con sincero affetto. Proprio in questa occasione alcuni esponenti della fascia dei più giovani avanzarono, però,  dubbi sulla utilità di mantenere la titolazione di questo blog. Il passato è esaltante ma il presente, è stato fatto notare, è l'esatto contrario.

Inoltre, tra le tante obiezioni vi era quello che il blog poteva essere confuso con quella componente dell'associazionismo militare da cui, almeno nel gruppo nostro, si vuole prendere le distanze, fatto di mera rappresentanza, turismo militare, burocrazia dalla penna d'oca (questa è una espressione di Giovanna, passata nel linguaggio corrente) militarismo della domenica, presidenzialismo esasperato, emarginazione dei giovani  ed altro. 

Il favorevole sviluppo del Master di 1° Livello in "Storia Militare Contemporanea 1796 - 1960, l'avvio del secondo Master a settembre,  il grosso successo del convegno dedicato alla crisi armistiziale del 1943 nel corso della Giornata del Decorato 2019 alla Scuola di Applicazione dell'Esercito di Torino, il concetto ormai da tutti acquisto della "guerra di liberazione, una guerra su cinque fronti" ed i suoi sviluppi di ricerca e studio, hanno portato cordialmente a mettermi in minoranza  quasi "stand alone"

Le recenti ricerche su Spinelli, su Leone Ginzburg, su Eugenio Colorni, sui rapporti tra il Corpo Italiano di Liberazione e il II Corpo Polacco in Italia, sulla ORI, i volumi pubblicati su Anzio, sulle Leggi Razziali e la giudeofobia  e gli studi di Alessia Biasiolo sul Terzo Reich e quelli di Cecini "tra le due guerre" ecc. hanno fatto si che i tempi divenissero maturi per procedere.

In questo mese di giugno  si attiverà la piattaforma accademico-scientifica del CESVAM su quindici comparti di informazione, tra cui i blog sia storici e geografici. Ulteriori equivoci non potevano essere accettati.

Onde evitare, quindi,  confusione, e come dice Francesco, "un palo in laguna fa palude", ci si è decisi al passo, piccolo o grande non è chiaro, ma è stato fatto.

La data scelta è estremamente significativa. ma più che data il momento: quello che ricorda la morte di Eugenio Colorni e quello che ricorda la liberazione di Roma nel 75° anniversario. 

Per alcuni con la liberazione di Roma termina il Regno del Sud, per altri vi è continuità fino al 2 maggio 1945  e per altri il 25 aprile 1945. Già solo questo offre ampia materia per rinverdire i fasti di questo blog.

Le altre foto a corredo di questa nota si riferiscono ai Carabinieri del contingente "R" che operarono sulla testa di ponte di Anzio dal 25 gennaio al 28 maggio 1944, e che giunsero a Roma con gli Alleati. Svolsero compiti di polizia militare tra britannici e statunitensi, che li riconoscevano come polizia militare. Uno dei tanti episodi che trovano posto in questo blog con il nome nuovo, espressione di ricerca ed approfondimento "a tutto tondo"



Roma giugno 1944


I Carabinieri del Contingente "R" a Roma 



info:
 centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

sabato 1 giugno 2019

Vigilia del 2 Giugno 2019



Giovanni Pascoli, Patria
Sogno d'un dí d'estate.

Quanto scampanellare
tremulo di cicale!
Stridule pel filare
moveva il maestrale
le foglie accartocciate.

Scendea tra gli olmi il sole
in fascie polverose:
erano in ciel due sole
nuvole, tenui, róse[1]:
due bianche spennellate

in tutto il ciel turchino.

Siepi di melograno,
fratte di tamerice[2],
il palpito lontano
d'una trebbïatrice,
l'angelus argentino[3]...

dov'ero? Le campane
mi dissero dov'ero,
piangendo, mentre un cane
latrava al forestiero,
che andava a capo chino.
Il titolo di questo componimento di Giovanni Pascoli era originariamente Estate e solo nell'edizione di Myricae del 1897 diventa Patria, con riferimento al paese natio, San Mauro di Romagna, luogo sempre rimpianto dal poeta.


[1] corrose
[2] cespugli di tamerici (il singolare è motivato dalla rima con trebbiatrice)
[3] il suono delle campane che in varie ore del giorno richiama alla preghiera (angelus) è nitido, come se venisse prodotto dalla percussione di una superficie d'argento (argentino).

martedì 21 maggio 2019

Aprilia, Mostra sulla battaglia del 28 maggio 1944


APRILIA

Commemorazioni della Battaglia di Aprilia del 1944

 Elisa Bonacini : “Non dimentichiamo chi ha combattuto per la nostra libertà.”






28 maggio. Sesto anniversario dell’istituzionalizzazione ad Aprilia della giornata a ricordo degli aspri combattimenti della seconda guerra mondiale denominata “28 Maggio 1944: la Battaglia di Aprilia” in memoria dei Caduti. Aprilia città martire per la liberazione di Roma avvenuta l’8 giugno 1944.
A quel periodo tragico della storia il Comune di Aprilia ha dedicato una mostra permanente inaugurata nell’aprile 2013 presso l’auditorium dell’ I.I.S. “C e N. Rosselli”. Dal 2015 il locale è divenuto di competenza del Liceo “A. Meucci” che ne ha richiesto la rimozione per decisione del Consiglio d’Istituto. Nello stesso comprensorio studentesco nel febbraio 2014 era stato inaugurato il Memoriale dedicato ad Eric Fletcher Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944; promotori dell’iniziativa l’associazione “Un ricordo per la pace” ed il veterano britannico Harry Shindler.
Interviene Elisa Bonacini, presidente di “Un ricordo per la pace” curatrice della mostra omonima nonché erede della prestigiosa collezione di reperti militari esposti, materiali ereditati dal fratello Ostilio scomparso nel 1999 ed affidati a titolo perenne e gratuito alla Città di Aprilia per finalità museali. Nel 2012 fu la promotrice della giornata del ricordo della Battaglia di Aprilia.



“Nella ricorrenza del 28 maggio – riferisce la Bonacini- è più grande in me l’amarezza nel vedere la mostra in quelle condizioni di abbandono; oscurati e transennati reperti di inestimabile valore storico e simbolico: il sacrificio di milioni di uomini provenienti da tutto il mondo morti a migliaia nel nostro territorio nel 1944. Nelle uniformi in mostra l’ “anima” di chi le ha indossate ed il cuore di chi le ha conservate nel ricordo dei propri cari. Nel 2013 arrivò per il “Museo di Aprilia” un pacco da Londra con i cimeli di guerra di George Albert W. Ford del Royal Army Service Corps. Anche Harry Shindler aveva donato le sue mostrine di guerra e alcune medaglie di famiglia. Loro che hanno combattuto ad Aprilia avevano creduto nel nostro progetto di pace. Non deludiamoli. Non dimentichiamo chi ha combattuto per la nostra libertà. Che le Istituzioni intervengano al più presto per sbloccare la situazione. La mostra merita rispetto e valorizzazione. Nell’attesa del promesso trasferimento nel centro di Aprilia il Comune prenda accordi con il Liceo per consentire le visite della cittadinanza e delle scolaresche.”


venerdì 3 maggio 2019

Mostra per ricordare la battaglia di Aprilia del 28 maggio 1944



 A cura della Associazione " Un ricordo per la Pace" Presidente Elisa Bonacini


Sull'onda dei ricordi.


Una lettera da Corvino

  
Egr. dr. Coltrinari,
            conoscendo la Sua passione ed interessi per le vicende militari, ritenendo di farLe cosa grata, Le accludo copia del ruolino ricostituito del mio 1° plotone della 3^ compagnia del Battaglione Alpini “Piemonte”, con delle precisazioni a conferma di quanto Lei già conosce, provenienti da chi le ha realmente vissute.
            Come Lei sa il plotone ha partecipato alla conquista di Monte Marrone sul lato destro la notte del 31 marzo 1944, e come risulta dagli atti ufficiali, compresi quelli del Generale Utili, l’intervento degli uomini della 3^ compagnia (trattasi del 1° plotone) fu determinante nel respingere l’attacco tedesco nella notte di Pasqua del 9-10 aprile 1944.
            A fine di maggio la terza compagnia, passata dal Capitano Campanella, infortunatosi in una ricognizione, al Capitano Barbieri, con in testa il 1° plotone conquistò Colle dell’Altare ed il giorno successivo attraverso il Balzo della Cicogna scese alla Madonna del Canneto, ove fu uno scontro con i tedeschi in ritirata per proseguire il giorno dopo sul sentiero che portava ad Opi (fui decorato di Medaglia di Bronzo sul campo).
            Ma ormai la strada per Roma era aperta. Per cui il Battaglione Alpini “Piemonte” tornò alla base di Monte Marrone per essere trasferito con tutto il C.I.L. su settore Adriatico alle dipendenze dell’8^ Armata inglese, per l’avanzata sul settore Adriatico, Orsogna, Guardiangrele, Torre dei Passeri, l’Aquila, Ascoli Piceno, fiume Musone, incontrando anche grosse difficoltà e resistenze. La sera del 19 luglio, sul fiume Esino la 1^ e la 2^ compagnia del Battaglione Piemonte ebbero degli scontri con i tedeschi a Case Guglielmi, mentre il mattino del 20 luglio alle ore 7, con il mio plotone ho attraversato l’Esino e sono entrato a Jesi.
            Egregio dr. Coltrinari, io, nonostante la mia giovane età, solo 22 anni, avevo già maturata una grossa esperienza nella campagna di Russia, facevo parte, sempre come comandante di plotone fucilieri, del Battaglione “Val Cismon” del 9° alpini della Divisione Julia. Ero rientrato in  Italia nel gennaio 1943, perché ferito in combattimento da pallottola di parabellum a quota 205.6 del famoso quadrivio di Seleny Yar-Deserowka (fui decorato di Medaglia di Bronzo, anche se la proposta era per Medaglia d’Argento sul campo non andata in porto per i noti eventi della ritirata).
            L?8 settembre ero nell’Alta Val d’Isonzo, precisamente a Voschia (zona slava), dopo aver raggiunto il nostro Centro di Mobilitazione di Feltre e consegnato quanto eravamo riusciti a recuperare, fui ospite a casa del Tenente medico della mia compagnia, dr. Salvatore Vergani, a Montebelluna e dopo qualche giorno di valutazione per quale decisione prendere, fui catturato il 15 settembre, ad Ancona dai tedeschi e trascorsi 15 giorni, come prigioniero nella Caserma Cialdini. Prevedendo di essere internato, riusci a liberarmi ed il 13 ottobre 1943 attraversai la linea Gustav tra Guglionesi e Montenero di Bisaccia (Termoli).
            Una volta al Sud, dal Distretto Militare di Foggia fui inviato prima a Bari al Comando Tappa n.8 e poi a Lecce al Comando Tappa n.10 per essere poi destinato a Bari presso il costituente Reparto Esplorante Alpini (forza una compagni mista tra alpini ed artiglieri alpini) comandata dal Capitano Renato Maiorca. Il Reparto fu trasferito ad Alberobello per iniziare la preparazione e successivamente a Nardò ove si erano radunati altri alpini e fu costituito un Battaglione di Alpini ed una Batteria di Artiglieria Alpina denominato priam Battaglione Alpini Taurinense, poi Battaglione Alpini Piemonte. Per vari motivi il Battaglione fu trasferito a Cisternino per completare l’addestramento.
            Il Battaglione Alpini Piemonte entrò a far parte del 1° Raggruppamento Motorizzato, che già l’8 dicembre era stato impiegato a Montelungo, per cui nei primi di marzo il Battaglione fu trasportato nella zone delle Mainarde (Colli al Volturno-Scapoli-Castelnuovo al Volturno) per poi essere  impiegato nella conquista di Monte Marrone.
            Del periodo 5 anni, trascorsi con l divisa grigio-verde, sono soddisfatto, ho sempre fatto al meglio il mio dovere e ne rimango grato, perché partito volontario a 18 anni, come un bambino, sono fortunato, perché ho riportato a casa il mio telaio, con tanta esperienza e maturità, capace di affrontare le gioie ed i dolori che la vita ci offre.
            Mi scusi per la lunga chiacchierata e per il tempo che le ho rubato e cordialmente La saluto.
Comm. Giovanni Corvino
Via Marchianò n°16 71121 Foggia Tel. 0881-636341 – 32897770368

venerdì 26 aprile 2019

Giornata del Decorato Torino 5-6 aprile 2019



Il Convegno tenuto in occasione della 
Giornata del Decorato 2019
ha avuto per tema

La crisi armistiziale ed il valore MIlutare

Le relazioni sono state tenute dal Prof Giancarlo Ramaccia
dal gen. Massimo Coltrinari e dall' ammiraglio Mario Rimno Me

Il Convegno si è tenuto Presso la Scuola di Applicazione dell'Esercito 
ed è stato presieduto dal
 Presidente Nazionale dell'Istituto del nastro Azzurro
 Gen. Carlo Maria Magnani

mercoledì 24 aprile 2019

Dizionario Minimo della Guerra di LIberaziione



E' in fase di avanzata realizzazione il

DIZIONARIO MINIMO DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

8 volumi 

da parte del Centro Studi sul Valore Militare
(www.valoremilitare.blogspot,com)

Gli autori sono 
Massimo Coltrinari e Osvaldo Biribicchi

Il Dizionario sarà il testo base del Modulo
La Guerra di Liberazione
 del Master di 1° Livello attivato presso la
 Università  N. Cusano Telematica Roma

informazioni
segreteriagenerale@istitutodelnastro azzurro.org


giovedì 18 aprile 2019

La prima medaglia d'oro della Guerra di LIberazione 8 settembre 1943.



Don Ferrante Gonzaga del Vodice



Figlio del generale principe don Maurizio, due volte decorato di Medaglia d’Oro nella prima guerra mondiale, uscì sottotenente di artiglieria nel 1909 dall’Accademia di Torino. Frequentata la Scuola d’applicazione d'arma e promosso tenente nel 1912, fu assegnato al 5° reggimento artiglieria da campagna a Venaria Reale. Nello stesso anno partiva per la Tripolitania al comando della 1a btr. indigena da montagna con la quale partecipò alla conquista del Fezzan. Rientrato nel 1914 al 5° da campagna e promosso capitano nell'aprile 1915, partecipava dal maggio successivo alla guerra contro l'Austria Ungheria al comando di btr., e poi come ufficiale in servizio di S.M. alla 7ª Divisione di fanteria, riportando due ferite in combattimento. Ultimata la guerra col grado di maggiore (1918) nel 25° artiglieria, frequentò i corsi della Scuola di guerra dal 1923 al 1925. Fu destinato nel 1926 al Comando del C.A. di Roma e quindi al 13° reggimento da campagna nell’aprile 1927, dove nello stesso anno ottenne la promozione a tenente colonnello. Trasferito nel corpo di S.M. nel 1929, prestò servizio fino al 1934 al Comando della Divisione di Genova e al C.A. di Firenze. Nel novembre 1935 fu incaricato del comando del 1° reggimento artiglieria “Cacciatori delle Alpi” e ne divenne titolare con la promozione a colonnello nel 1936. Dal 1938 al giugno 1940 fu capo di S.M. della Divisione “Acqui” in Merano. Durante la seconda guerra mondiale comandò l’artiglieria del XIII C.A. e, come generale di Brigata, l’artiglieria del XXV corpo d’Armata in Albania. Il 10 febbraio 1943 assumeva il comando della 222° Divisione costiera nella zona di Salerno. Era insignito anche della medaglia d’argento al valore di marina. Nel novembre 1921, conseguì la laurea in ingegneria industriale, meccanica, elettrotecnica presso il Politecnico di Torino.